domenica 2 settembre 2012

Nel primo giorno di primavera


Il 1° settembre in Australia inizia la primavera. Pare che gli australiani abbiano qualche difficoltà a ricordare le date di equinozi e solstizi, quindi hanno stabilito arbitrariamente che il 1° settembre inizi la primavera, il 1° dicembre l’estate (mentre lo scrivo, mi pare una cosa assurda) e via dicendo. Convenzioni a parte, queste giornate nell’emisfero sud sono così luminose, così brillanti che passeggiando per la città uno non può fare a meno di pensare: oggi è un buon giorno. Per andare a zonzo, perdersi (cosa in cui, lo sappiamo, sono bravissima), vedere e sentire tante cose.
Immaginiamo allora una tipica giornata di Swaggirl a Brisbane.

Suona la sveglia, e finalmente il sonno agitato dagli stridori degli uccelli notturni giunge al termine. Sono molto fresca e riposata. 

Camera da letto di Swaggirl

A tentoni, con gli occhi socchiusi, raggiungo la cucina e mi preparo la mia bella colazione, muesli e yogurt greco. Sai che? Mi metto anche in veranda a mangiare. Ammiro il giardino posteriore, un giardino con una spiccata personalità. Il filo del bucato, qualche albero da frutto, il piccolo orto, le casette delle api. Max si diletta anche a produrre miele, fra le altre cose. 


Controllo la posta, leggo il giornale locale per darmi un tono. Mentre mangio, arrivano alla carica Molly, Mefi e Fluffy, che sperano di ottenere qualcosa dalla sottoscritta. Nossignore, care mie, ho precise istruzioni, si mangia solo due volte al giorno. Max a questo punto rientra a casa dalla palestra e si mette al lavoro, non prima di avermi chiesto cosa ho intenzione di fare oggi. Uhm, vediamo un po’… oggi mi sento da giro in centro nella city. Mi sembra un buon programma. Preparo lo zainetto con l’attrezzatura da turista e mi incammino per le strade del quartiere, direzione Toowong Tower, ovvero un grattacielo quasi cubico di uffici e centri commerciali, dove si trova anche la stazione ferroviaria. Ci vuole circa una mezz’oretta di cammino sostenuto per arrivare lì, ma io riesco a metterci quasi un’ora, dal momento che sono una navigatrice creativa e ogni volta mi invento percorsi diversi. Su e giù per le strade collinose del quartiere, una casa dopo l’altra in qualche modo particolari ognuna a modo suo, eppure per me tutte uguali. Eppure così graziose che spesso mi fermo a fare foto. Ma con discrezione. Non vorrei essere presa per una persona losca che sta preparando cose non belle. Cancelletto basso, praticello ben curato, bambini occasionali che vanno con i pattini su e giù per il sentiero. 


A volte si trova qualche ridicola combinazione di attività commerciali fra un isolato e l’altro. Per esempio, tripletta di parrucchiere, toelettatore per cani e lavanderia. Le persone più anziane ti salutano quando ti incrociano, mi mette di ottimo umore questa abitudine. Anche il postino saluta! Chissà che sorriso ebete devo avere, chissà se si vede che sono una furesta, al di là del fatto che ho la macchina fotografica appesa al collo e la cartina in mano. Bello, passo persino davanti al club di bowling locale e ci sono un mucchio di vecchietti che giocano. Ma quale bowling, giocano a bocce! Mi fermo a guardare, mi notano e mi salutano. Domando se non gli scoccia se scatto qualche foto. “Ma perché vuoi fotografare dei vecchi?” “Why not?” come dico sempre io. 


Saluto e proseguo. Fa caldo, l’ho detto? Saranno le 10, e fa caldo. Finalmente (e non so se vi siete resi conto dell’ellissi estrema) arrivo alla torre e vado a prendere il treno.
In 15 minuti scarsi arrivo a Roma Street Station, diciamo ai margini del centro. Dal momento che mi piacerebbe essere una persona molto metodica, penso di iniziare il mio giro dall’attrazione più vicina alla stazione, ovvero Roma Street Parkland, uno dei parchi cittadini. Dal momento che non tutti i desideri sono ahimè realizzabili, sono una delle persone meno metodiche che io conosca, e questo è stato il risultato del mio peregrinare quel giorno: 

Da qui forse non si capisce, ma sono 11,5 km

Comunque, Roma Street Parkland. Non sto qui a raccontarvi nei dettagli, vi rimando alle foto; in ogni caso, un posto devo dire notevole, soprattutto per i coloratissimi tappeti floreali e la fauna che ospita. A parte i soliti uccelli, la sorpresa più grande è stato individuare fra i cespugli un rettilone, lungo forse 40 cm, chiamato drago d’acqua. I rettili non sono fra i miei animali preferiti, ma questo coso è oggettivamente una bella creatura. E quando corre è buffissimo! Hop hop hop hop, saltella da una zampetta tozza all’altra con fare baldanzoso, ondeggiando con tutto il corpo. Non so come reagireste voi, ma la prima volta che mi sono trovata davanti questo coso (ne ho visti parecchi quel giorno) mi sono sentita come la povera europea abituata al massimo alle lucertoline che porta in casa la Micia. Questo coso la Micia se la mette in tasca.


Vabbè, non voglio annoiarvi con la zoologia. Abbandoniamo il giardino e puntiamo verso il centro del centro. Le strade da queste parti intrecciano un reticolo: le vie che corrono in direzione NO-SE hanno nomi maschili (William, George, Albert…), le vie che si stendono in senso NE-SO prendono invece nomi femminili (Adelaide, Ann, Elizabeth…). Fatene quel che volete di questa piccola curiosità: io la trovo semplicemente divertente. Oltre ai giardini botanici e agli antichissimi palazzi storici - il più vecchio dev’essere posteriore al 1850, e di tanto anche - non c’è molto che attiri la mia attenzione, a parte Hungry Jack’s. Un fast food noto nel resto del mondo come Burger King. Il fatto è che in Australia c’era già un signor Burger King che vendeva panini, e ha rifiutato di cedere il nome al colosso. È seguita lotta in tribunale e il piccolo signor King ha vinto! Ergo il grande King ha perso il nome e la faccia. Una cosa del genere non capiterebbe mai al Colonnello. Percorriamo Queen St andando verso il fiume: più che altro un susseguirsi di negozi e centri commerciali. Attraversiamo il Victoria Bridge e finiamo in quella che è la parte che mi è piaciuta di più della città, il South Bank. 

Una specie di Idroscalo, ma molto più bello. Intanto, è un gran bel polo culturale: a un tiro di schioppo ci sono due biblioteche, pinacoteche, teatri e la ruota panoramica. Che, ora che ci rifletto, penso sia un’attrazione esteticamente piuttosto brutta, non capisco perché ogni città voglia avere la sua. In ogni caso, fra questi edifici e il fiume c’è un bel tratto di terreno dedicato allo svago dei cittadini: lungofiume per correre e andare in bicicletta, prati per prendere il sole, mercatini, chioschi, gli immancabili barbecue (il comune ti dà la piastra, il gas e a volte anche la paletta per girare le salcicce), una pagoda nepalese nascosta in mezzo a una macchia di giungla. Ma la cosa che risveglia il mio entusiasmo da bambina è la spiaggia artificiale che è stata ricreata sul fiume. 


Fontane, piscine, sabbia bianchissima, giochi d’acqua, proprio in faccia ai grattacieli dell’altra riva. Potrebbe sembrare brutto, e invece l’insieme funziona a meraviglia. C’è anche il bagnino. C’è persino – questo paese è civile da far schifo – un punto riparazione biciclette.   

In Italia si rubavano tutto subito

Insomma, sono stata a Brisbane in diverse occasioni. E se al primo impatto mi ha lasciato un po’ delusa, confesso che ogni volta che ci tornavo la trovavo sempre più piacevole. A misura d’uomo, con molti spazi tranquilli, quasi piccola. Probabilmente la prima visita non era quella destinata a fare colpo perché non mi sono data il tempo di conoscere la città, perché avevo un sacco di altre cose per la testa. In primis: ora che sono qui, che cosa combino? Qual è il masterplan? E devo dire che quel primo incontro mi ha aiutato a capire che non ho intenzione di passare il mio tempo qui in Australia vivendo in una città; non per il momento, almeno. Ho vissuto in città tutta la vita, e adesso vorrei vedere cosa c’è fuori, in un paese che, diciamocelo, non è celebre per le sue metropoli.

Non è un punto di vista interessante?

Ergo, è ora di mettersi in cammino e lasciare Brisbane.

mercoledì 29 agosto 2012

Surfin' in the Byron Bay


Neanche in un milione di anni mi sarei mai aspettata che mi accadesse ciò che è successo nel mio primo weekend australiano.
Ellamadonna, cosa ti è successo? Si staranno chiedendo in tanti. (Cioè, in tanti… i miei 13 lettori se lo staranno chiedendo! A proposito, tutti gli altri: correte a cliccare qui a destra!)

Allora, sono arrivata mercoledì in Australia, OK? E non appena poso piede su suolo australiano, metto il mio bel post sulla bacheca di FB per far morire di invidia tutti i miei amici. Poco più di 24 ore dopo, ricevo il seguente messaggio: “Anche tu in Australia?” State ancora cercando di vincere il jet lag, siete sopravvissuti a numerosi attraversamenti pedonali (pericolosissimi, essendo voi avvezzi a guardare dalla parte sbagliata della strada), dovete venire a patti con l’accento locale. E ricevete un messaggio come se fosse sabato pomeriggio e vi chiedono se la sera vi va di andare al cinema a Cerro Maggiore. E scusate se è poco. Aggiungiamo poi che il messaggio arriva da questa amica, che chiamerò Bellapasta, che non vedevo da forse 14 anni. E non solo si trova anche lei in Australia (superficie: 7.617.930 km²), ma attualmente vive a Byron Bay… 165 km a sud di Brisbane! Uno sputo non solo in termini australiani, ma addirittura brianzoli!
Cioè. Ci rendiamo conto? Rendiamoci conto. In quattro e quattr’otto (in un posto così grande, per forza di cose bisogna agire in fretta) ci scambiamo i numeri di telefono, ci sentiamo ed è fatta! Sabato si va a Byron Bay!

Mentre sono sul bus, due parole su Bellapasta. Ci siamo conosciute all’età di 15 anni durante una vacanza studio a Londra (santo cielo, la prima volta che presi l’aereo), abbiamo passato un'estate spassosissima, ma poi per qualche motivo ci siamo perse, come può capitare nella vita. Forse ci siamo riviste un paio di volte in seguito, ma poi più nulla, fino all’avvento di Facebook, che ci ha fatto recuperare i contatti, ma sempre in maniera occasionale. Ma per fortuna che c’è Facebook!

Fine della storia. E anche del viaggio, il pullmino in due ore mi porta a destinazione. Scendo un po’ disorientata e mi trovo circondata da altri viaggiatori che presto svaniscono, ognuno verso la propria meta. Io sto lì ad aspettare che qualcuno mi raccolga e studio il posto in cui sono arrivata. Un sacco di backpacker, gente in costume e infradito che vaga per le strade (e ricordiamo che siamo sul finire dell’inverno), skater, surfisti che si muovono su uno sfondo di negozi fricchettoni, agenzie di viaggi, fast food, gelaterie… la classica località turistica. La mia prima località turistica australiana! Alcuni dicono addirittura che sia una delle più belle del paese. E io ci sono finita dopo neanche una settimana.

Vabbè, ma dov’è Bellapasta? Continuo a scrutare da un lato all’altro della strada principale, strizzando gli occhi contro un sole devo dire cattivo. Eccola laggiù! Ci corriamo incontro, baci e abbracci, e constatiamo che in tutti questo tempo non siamo cambiate poi molto. E quasi all’unisono: “Assurdo! Trovarti qui in Australia!!!”
Ci spostiamo verso l’ostello dove vive da un mese con il suo fidanzato, che chiamerò Night Watcher, e passiamo le quattro ore seguenti a recuperare 14 anni, interrompendo di tanto in tanto il flusso del racconto esclamando: “Assurdo! Trovarti qui in Australia!!!”. Gli studi, le esperienze di lavoro, le conoscenze comuni, e soprattutto quelle tre settimane londinesi, remote ma indimenticabili. Per arrivare al presente: anche Bellapasta e Night Watcher hanno deciso di prendersi una pausa dall’Italian Way of Life e sono arrivati in Australia all’inizio dell’anno, hanno vissuto per diverso tempo a Melbourne barcamenandosi nei lavori più diversi, hanno sperimentato il leggendario lavoro nelle farm (necessario per rinnovare il visto) e hanno quindi deciso di muoversi verso nord, fermandosi a Byron Bay un paio di mesi. “Qui la vita può cambiare nel giro di mezz’ora” mi spiega “noi cercavamo un posto per dormire un paio di giorni, e adesso siamo qui da un mese. L’ostello ci offre l’alloggio in cambio di qualche ora di lavoro.” E che lavoro! Bellapasta va a recuperare i turisti che arrivano in città alla fermata dell’autobus, mentre Night Watcher, come si evince dal nome, è il tutore dell’ordine dell’ostello nelle ore notturne. Fra parentesi: non uso i loro veri nomi non perché mi abbiano chiesto l’anonimato, è solo che mi diverto un sacco a usare i soprannomi.

Quindi, una chiacchiera dopo l’altra, si avvicina l’ora di pranzo, che prepariamo nella cucina dell’ostello (davvero attrezzata, non c’è che dire), dunque ci spostiamo tutti e tre in spiaggia. Allora è questo l’oceano Pacifico… Impressionante! Acqua a perdita d’occhio, e spiagge che sembrano piste d’atterraggio. Ripenso all’ultima volta che sono stata al mare in Italia: Pietra Ligure. Non dirò altro.


Qualche matto fa il bagno, un mucchio di ragazzi giocano a rugby (o football, o AFL, di cui spero di raccontarvi presto), le famiglie fanno pic nic. Sul prato appena prima della spiaggia degli ascoltatori estremamente rilassati ascoltano un tipo che si esibisce al sitar. Ma non è l’unica musica che sentiamo: Night Watcher mi fa notare che, strusciando i piedi nudi sulla sabbia, si produce un rumore curioso, una sorta di gnic gnic gnic curiosissimo e divertente. Chiacchieriamo ancora un po’ (abbiamo parlato così tanto durante il weekend che credo di essermi abbronzata la lingua), ma è ancora presto quando decidiamo di lasciare la spiaggia: saranno solo le 4 del pomeriggio, che inizia a fare freschino. In effetti la luce durante il giorno mi spiazza un po’ da queste parti del mondo, mi fa notare Bellapasta che alle 10 c’è un sole molto intenso, come da noi a mezzogiorno, ma già a metà pomeriggio appena si diffonde una luce serale, e alle 6 tanti saluti, il sole va giù (e, credeteci o no, inizia a fare freschino).

Ci rimettiamo in cammino per le strade di Byron Bay e avvistiamo The Happy Coach, un pullmino che fa la spola tra il paese e Nimbin, villaggio fricchettone che basa la sua economia sulla ganja, a quanto ho capito. Ma a questo giro non l’ho visitato.

Ma sono contenta lo stesso!
In ostello troviamo il tempo per chiacchierare ancora un po’, poi Night Watcher mette fretta a noi fanciulle affinché andiamo a prepararci per la serata: cena a 5 $ al pub Cheeky Monkey con birra aggratis, seguito dalla Ladies’ Night. Sounds good.
Per farla breve, l’hamburger non era male, la birra gratis sempre ben accetta, la Ladies’ Night l’ho trovata divertente ma un po’ di dubbio gusto (la clientela maschile era invitata a partecipare a una gara di spogliarello, davanti a una malcapitata futura sposa le cui amiche probabilmente non potevano permettersi uno spogliarellista professionista). Ora delle 10 di sera ne avevamo abbastanza del locale, ci siamo spostati verso un altro pub, quindi di nuovo all’ostello, dove siamo rimasti su a chiacchierare ancora un po’ con il guardiano notturno di turno, quindi abbiamo salutato, e ognuno in camera sua. A proposito, non vi ho mai detto che ho l’abitudine di fotografare i posti in cui dormo. Ecco la mia camera al YHA, che dividevo con altre otto ragazze.

Quale sarà il mio letto?

Pronti per un’altra giornata frenetica? Colazione, mattinata in spiaggia, pranzo e gita al faro nel pomeriggio. Nel frattempo mi rendo conto che nessuno mi corre dietro, e decido di fermarmi un’altra notte a Byron Bay. Ho fatto bene a prenotare solo l’andata. SEMPRE prenotare solo l’andata, che non si sa mai cosa potrebbe accadere.

La salita al faro ci porta via circa mezz’ora, e il percorso ha il suo fascino. Abbandonato il paese, ci inoltriamo nella foresta e di tanto in tanto gli alberi si aprono e ci rivelano vedute spettacolari sulla baia. Vi lascio immaginare cosa sia la vetta… Anzi no, ecco qua:


Il faro si erge sul punto più orientale del continente. La spiaggia che si estende sull’altro lato è meta prediletta dei surfisti, mi dicono. Da qui si vede uno spettacolo fantastico: delfini che saltano, balene che affiorano, se sei fortunato vedi anche i wallaby! Se sei sfortunato, incontri uno squalo! Ma mi auguro che noi si sia fuori portata.

Hic sunt tiburones!

C’è un sacco di gente quassù, e il paesaggio merita. Abbiamo la fortuna di assistere a uno stupendo tramonto. Ma immediatamente dopo inizia a fare freddo, quindi è meglio cominciare la discesa. La foresta ora fa un po’ più paura, gli uccelli non stanno zitti un minuto, ma Bellapasta mi fa notare che quelli che io credo siano pennuti sono in realtà pipistrelli. “Pipistrelli grossi come Batman.” Giuro. Enormi, e continuavano ad arrivare nella nostra direzione, a stormi. Uno si è appollaiato a testa in giù su un ramo nel momento esatto in cui ci siamo passate sotto. Se un pipistrello appeso così fa la cacca, cosa succede?

Rientro in ostello, cena (ho provato gli hamburger di canguro. Che dire… curiosi. Mi hanno ricordato la salamella, ma pare sia molto soggettiva la cosa), chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere. Si è unito a noi e alle nostre chiacchiere anche Dominik, un ragazzo austriaco che vive a Brisbane e nei weekend si sposta a Byron Bay per lavorare. Di mestiere fa il pilota di piccoli aerei, porta in cielo i paracadutisti e poi li butta giù. Fico, eh? E perché vi parlo di lui? A parte che fa un lavoro fichissimo, il fatto è che Dominik possiede un mezzo proprio, e l’indomani sarebbe tornato a Brisbane. “Mi dai un passaggio?” le parole mi sono scappate di bocca involontariamente. Sembra un po’ perplesso, temporeggia, cerca di nicchiare. Che dite, sarà che ha la fidanzata in visita dall’Austria e vorrà passare tutto il tempo utile da solo con lei? Ma io faccio la gnorri. No, dai, a dire la verità mi sono fatta qualche scrupolo, non sono così meschina. Ma pare che l’abitudine di condividere i viaggi in auto sia molto diffusa in Australia, e nel corso di quest’anno sarà il caso che apprenda alla perfezione l’arte del backpacker. Quindi, mi sono guadagnata il viaggio di ritorno. SEMPRE prenotare solo l’andata.

Il giorno dopo scorre in maniera estremamente tranquilla. Bellapasta è di turno, quindi fa avanti e indietro tra l’ostello e la fermata dell’autobus, e a volte la accompagno. Oggi l’ostello offre i pancake per la colazione! Bel modo di iniziare la giornata. Ozio a bordo piscina, appesi alle amache… ci si abitua in fretta a questo genere di vita. 


L’unica nota stonata è il tempo, che oggi fa un po’ i capricci. È proprio ora di tornare a casa. Intorno alle 6 partiamo. Baci e abbracci e ancora una volta: “Assurdo! Trovarti qui in Australia!!!” E speriamo di rivederci presto.

Il viaggio di ritorno è tutto sommato interessante. Faccio un mucchio di domande a Dominik a proposito del suo lavoro, si vede che volare gli piace proprio. Gli spiego che non è che io abbia paura degli aerei, ma c’è sempre questa vocina estremamente flebile nella mia testa che non mi fa stare al 100% tranquilla. Lui mi rassicura dicendo: “Beh, sai che è molto più pericoloso andare in macchina, vero?” Certo, lo so. Mi rendo conto di quanto può essere pericoloso un viaggio in auto, soprattutto se non molli un secondo la mano della tua fidanzata e fai tutto con l’altra mano, gesticolazione compresa. “I piloti sono persone che devono fare un sacco di ore di volo, superare un mucchio di esami. A differenza di molti idioti che guidano. E per quanto riguarda la manutenzione, le compagnie aeree preferiscono spendere soldi ogni anno per assicurarsi che l’aereo funzioni a dovere, piuttosto che perdere il velivolo e spendere così molti più soldi.” Ora, non so se questa cosa dovrebbe tranquillizzarmi definitivamente, o se dovrei sentirmi offesa dal fatto che al centro dei pensieri delle compagnie aeree ci sia il benessere dei mezzi e non dei passeggeri… Vabbè, l’importante è che stiano in aria. “C’è un programma TV, Aircrash Investigations… 90 episodi sugli incidenti aerei più famosi della storia, dovresti guardarlo!” “Ah, sì? Interessante!” Per farmelo vedere dovrete riuscire a farmi questo, prima.


Ma, come al solito, mi sto dilungando. In meno di due ore arriviamo in città, Dominik mi porta alla stazione degli autobus, e da lì a Toowong sono forse 45 minuti, fra bus e treno. L’ultimo tratto è tutto affidato alle mie gambe. Mezz’ora a passeggio nei quartieri residenziali by night, su e giù per le vie collinose, con pochissime luci per le strade. Non incontro un’anima, solo poche auto, e sono solo le 9 di sera. I rami degli alberi si sporgono a mo’ di volta lungo le piste pedonali, e confesso che sono un po’ spaventata, temo che fra le ombre si nasconda qualcuno. Invece sono solo i consueti uccellacci notturni che mi tengono d’occhio. Allungo il passo, mi viene il fiatone, e finalmente arrivo al numero 23, casa. La luce è accesa come promesso, dalla porta a vetri vedo Max sul divano che gioca con l’iPad, Karen che stira guardando la TV e Molly che dorme e sogna lì accanto.
Che weekend incredibile.

Qualche numero per ricapitolare
330 km fra andata e ritorno
Km totali percorsi: 17.030

Oh, non vi ho chiesto se vi piace il nuovo sfondo del blog... così è più leggibile, no?
La prossima volta vi racconterò qualcosa in più su Brisbane!

martedì 28 agosto 2012

A testa in giù


Dov’è finita Swaggirl? È arrivata sana e salva in Australia?
La risposta è sì. L’aereo ha fatto esattamente quello che ci si aspettava da lui ed è atterrato. Sono anche riuscita a dormire un po’ durante il viaggio. Scoot promossa.

Anche se devo confessare che ho vissuto due momenti di terrore puro in aeroporto. Il primo molto, molto comune: la valigia che non arriva più. In genere sono fortunata, la mia è sempre fra le prime che arrivano. Capisco che questo non vuol dire nulla, ma io ci conto sempre… L’unica cosa che riusciva a distrarmi dalla possibile sventura della valigia erano i cani della polizia aeroportuale, i terribili beagle antidroga, che correvano da un passeggero all’altro ansiosi di guadagnarsi il loro biscottino.

Una delle cose più graziose che ho mai visto in vita mia.

Altro pensiero che mi preoccupava non poco: il modulo compilato da consegnare in dogana. Sarò scema, ma ho deciso di tenere un approccio completamente onesto all’ingresso del paese. Non sia mai che poi ti sgamano e ti cacciano per sempre. Quindi ho pensato di dichiarare che avevo con me oggetti di legno, che avevo del terriccio sotto la suola delle scarpe e che ero stata in zone di natura selvaggia negli ultimi 30 giorni. Non sembrano cose gravi, non è vero? Eppure già mi immaginavo: “Signorina, lei sta portando nel paese articoli illegali: la rispediamo al mittente!” Certo, se la valigia era andata persa, un problema eliminava l’altro… Invece la valigia arriva, mi mandano da un gentile ufficiale di dogana che mi controlla gli articoli in questione, mi sequestra una collanina fatta di semi di anguria acquistata a Singapore e mi lascia andare con un gran sorriso. Sono dentro!

Ma dove, esattamente? Sono atterrata a Gold Coast alle 8 del mattino (+8 rispetto all'Italia). Fra una cosa e l’altra, arrivo alla stazione di Brisbane – 80 km più a nord – a mezzogiorno, dove viene a prendermi Max.  E permettete che vi parli di lui e di sua moglie Karen.

Max e Karen sono una gentilissima coppia di sessantenni che ho conosciuto qualche anno fa durante una vacanza in Portogallo. Ero a Porto, in visita a una cantina, e alla fine del tour mi sono ritrovata al tavolo delle degustazioni con questa coppia australiana estremamente simpatica e loquace. Al termine della visita siamo andati a cena insieme, abbiamo chiacchierato delle rispettive vite, ci siamo scambiati gli indirizzi e-mail e ci siamo salutati. Nel corso degli anni ci siamo sentiti occasionalmente, ma niente di più. Diversi mesi fa, per qualche strana coincidenza, Max mi contatta di nuovo chiedendomi se mi ricordo di lui, e io colgo l’occasione per parlargli del mio progetto australiano. E indovinate come è andata a finire?

Vi scrivo dalla camera che mi hanno messo a disposizione nella loro casa di Toowong, sobborgo nord-occidentale di Brisbane, dove vivono con Molly, una cagnolona nera di mezza età, e Mefi e Fluffy, due micie morbidissime (una delle quali, ho appena scoperto, approfitta della mia assenza per adagiarsi sui miei vestiti – tanto per farmi capire chi è che comanda). I primissimi giorni della mia vita australiana Max, che di mestiere fa il giornalista, è stato a dir poco provvidenziale, mi ha aiutato a sbrigare parecchie grane burocratiche e si è sobbarcato l’onere di istruire una sprovveduta europea sull’andazzo della vita downunder. Karen non è da meno, al ritorno dal lavoro (è impiegata presso la biblioteca dell’università del Queensland) trova sempre il tempo per chiedermi come ho passato la giornata e per fare quattro chiacchiere dopo cena. E come passi le giornate? Vi chiederete pure voi.

A dire la verità, finora non ho fatto molto. Se consideriamo che sono arrivata a casa mercoledì a mezzogiorno, il resto della giornata l’ho passato a recuperare; ho trascorso la mattina dei giorni seguenti a fare commissioni in centro (e con centro intendo Toowong centro), come aprire un conto corrente e stipulare un’assicurazione medica, mentre ho passato il pomeriggio a sistemare un po’ i bagagli e le cartacce e ho portato a spasso Molly insieme a Max nel bosco che costeggia il quartiere. Avete presente il tipico quartiere da telefilm americano, tipo Desperate Housewives? Meno ordinato e mi auguro meno percorso da pettegolezzi di sorta, ma molto più ondulato.

Pendenza del 30%

Giovedì sera abbiamo avuto a cena Steven e Lily, rispettivamente il figlio e la nuora, e venerdì erano ospiti tre amici di famiglia, che a quanto mi è stato detto vengono a cena ogni settimana. Insomma, sono stati giorni estremamente tranquilli. Vorrei poter dire lo stesso delle notti. Ora, sono una persona che generalmente dorme ovunque (aerei esclusi).


Mi sono addormentata sui divanetti di un pub con la musica a tutto volume, con la testa sul banco in prima fila all’università durante letteratura inglese, in piedi appoggiata a una porta (di questo vado estremamente fiera), una volta mi sono assopita dimenticandomi un occhio aperto… 


Eppure qui la notte faccio una gran fatica a dormire. Colpa del bestiario che assedia la casa. Corvi giganteschi, opossum in calore, una cosa che si chiama kookaburra… La comunità pennuta di Brisbane è oltremodo rumorosa. Ci sono poi animali più discreti ma per nulla timidi, come i gechi, che non si fanno problemi a entrare in casa e passeggiare tranquilli sulle pareti della sala da pranzo. Max si è sentito in dovere di tenermi una lezione su creature potenzialmente pericolose che potrei trovare in Australia, ma “stai tranquilla che i gatti mangiano qualsiasi cosa: ti difenderanno loro!” mi ha assicurato Steven. Ciò non toglie che la notte, quando sento zampettare lungo la parete, tanti saluti e me ne vado in immersione sotto le coperte.

Ecco, questo è stato il primissimo impatto con l’Australia. Per riassumere:

6.100 km, metro più, metro meno.

Per un totale di 16.700 km da quando sono partita.
La prossima volta percorreremo un altro tratto di strada e vi racconterò di un incredibile incontro che ho fatto quaggiù.

giovedì 23 agosto 2012

Chi non ha testa, ha gambe


Giorno 3

In questo nuovo giorno, volevo andare a visitare la riserva naturale di Bukit Timah, a nord della città. Così a nord che è fuori dalle mappe del centro. E puntualmente, io che mi perdo persino con una cartina, mi sono smarrita anche questa volta. Ma non è stata colpa mia, sono gli autisti degli autobus che mi davano informazioni errate. Oltretutto, se non mi fossi persa non sarei finita in quel posto fantascientifico che è l’area di Marina Bay.

Manco a farlo apposta, prendendo un autobus a caso (dopo il terzo bus errato, a un certo punto ho detto: “Sai che? Esploriamo la città con i mezzi pubblici, vediamo dove finisco!”) capito nella zona della baia, costellata di edifici che dire futuristici è riduttivo.

Sembrano cose tirate su a caso...

Ero contentissima, il ponte a forma di elica che attraversa la baia punta dritto dritto al mostruoso edificio che avevo visto due giorni prima dall’altro lato del fiume e che mi attira come il nuovo film di Joss Whedon. Più mi avvicino al colosso, più penso: “È mostruosamente grande. Chissà cos’è. Chissà se ci posso salire.” Non è certo l’unico edificio strano, in questa zona. A parte la banale ruota panoramica, lo stadio di calcio in costruzione sull’acqua, il centro commerciale a ciambella, il museo delle arti e delle scienze a forma di guantone da baseball...
Ho perso il filo del discorso. Attraverso il ponte, entro nella ciambella e cerco di salire il più possibile. Nella mia testa, è questa la chiave per arrivare a quel coso mostruosamente grande. Scopro che in cima alla ciambella, all’esterno, c’è una sorta di passeggiata che circonda tutto l’edificio e ti porta sempre più vicino al mostro. È piacevole, quassù, C’è silenzio, non c’è quasi nessuno, ed è gradevole passeggiare sotto il sole di mezzogiorno a 45° all’ombra. Circumnavigo la ciambella, e forse trovo la base del mostro. Di più, scopro che razza di creatura è: un fottutissimo hotel.

Oggi potrebbe finire male...
Mentre cerco una via d’entrata, continuo a ripetermi questo mantra: è un fottutissimo hotel. Santo dio è un fottutissimo hotel. Chi ha mai pensato di poter fare una cosa così grande e metterci dentro delle camere da letto? È una torre di Babele del XXI secolo, ecco che cos’è. Cerco disperatamente l’ingresso, e alla fine lo trovo, non prima di aver detto per l’ennesima volta: è un fottutissimo hotel. E si può salire in cima!!

Sorriso soddisfatto di chi ha appena avuto un'idea malsana
Faccio il biglietto, prendo l’ascensore e up in the sky! 57 piani, 200 metri, ed eccomi sulla prua di quella nave che corona i tre edifici del fottutissimo hotel. Scoprirò solo in seguito che il tratto della struttura che sporge dal tetto è il più lungo del suo genere. Stavo là sopra, sospesa nel vuoto, e non mi rendevo conto. Meglio così. Altra cosa che ho scoperto in seguito, è che in cima c’è anche la piscina più alta del mondo. Complimenti. Io mi accontento di girare da un lato all’altro della nave, e a tribordo scopro un’altra cosa curiosissima: un parco con delle strutture assolutamente eccentriche, sembrano alberi metallici incredibilmente grandi. Decido che, una volta scesa a terra, voglio esplorare quel luogo. Non prima però di aver visitato le mostre abbinate al tetto del fottutissimo hotel: Andy Wharol e il maledettissimo Harry Potter. Torno quindi alla base, e prima di recarmi al museo – il guantone da baseball – bighellono un po’ nella hall dell’hotel. Ormai vi sarete stufati di sentirmi dire che non ho mai visto una cosa del genere, ma è così. Sembra un ibrido fra una nave spaziale e un alveare, posto che non ho mai visitato nessuna di queste due cose.

Ogni "striscia" è un piano. Cose pazze.
Mentre passeggio, penso che voglio vedere come sono i cessi di un posto del genere, quindi mi infilo nella toilette… delusione, sono cessi appena sopra la media. All’estremità della hall c’è un ristorante rialzato con tanto di quartetto d’archi che suona, e la violinista ha la faccia divertita di quella che pensa: “Ma guarda sti allocchi, come si fanno abbindolare da un po’ di pailettes…” Io mi avvicino ai musicisti e mi metto ad ascoltare accanto a una panchina. Una panchina stranissima, d’altra parte come ogni cosa in questo posto: sembra il dorso di un dinosauro, è coperta da scaglie di plastica verde. Mi siedo per saggiarne la comodità, sono molto curiosa, magari è l’ultimo grido in termini di ergonomia. “Mi scusi, ma’am (davvero, qui ti chiamano tutti così), ma non può stare seduta lì… quella è un’opera d’arte.” …gag da film. Me ne vado un po’ mortificata, ma anche fiera di me per le mie figure barbine, e prendo il tunnel che porta al casinò, al teatro e al guantone da baseball. Inutile che vi racconti delle mostre (vi dico solo che sono entrata come Corvonero). Passiamo piuttosto al parco là davanti.

Un’attrazione nuovissima, Gardens by the Bay, che guarda al futuro in maniera impressionante, ma a me non faceva che ricordare Jurassic Park. Un’area che comprende una serra di fiori, un’altra serra che ricostruisce la foresta pluviale - addirittura con una cascata interna - un percorso con le palme di tutto il mondo, la ricostruzione di giardini asiatici vari, prati, stagni (con due inquietanti libellule metalliche che volano a pelo d’acqua) e il pezzo forte, il bosco dei super alberi. Sti catafalchi alti fra i 25 e i 50 metri sono strutture che hanno lo scopo di riciclare acqua e catturare l’energia solare. Non ci ho capito nulla di spiegazioni tecniche scientifiche, ma l’insieme è notevole. E, sullo sfondo, sempre il fottutissimo hotel.

Questa gente ama davvero i parchi. Mi incammino verso l’uscita e nelle zone meno battute dai turisti incontro singaporiani (?) dediti al più dolce far niente, a bivaccare, a cazzeggiare in questa domenica ormai arrivata al termine. È solo quando esco dai giardini e costeggio l’area portuale che incrocio frotte di operai indiani che staccano dal lavoro e tornano a casa. Neanche oggi hanno perso tempo; ci hanno pensato loro, a mandare avanti la baracca. Che a Singapore c’è ancora molto da costruire.
Giorno 4
Pochi cazzi, oggi devo andare a Bukit Timah! Parto anche prima del solito, esco di casa ben mezz’ora prima, che non voglio fare tardi. Ho addirittura controllato i mezzi per arrivare al parco. Stavolta non mi scappa.
E infatti, appena 2 ore dopo (e foto al KFC!), eccomi catapultata nel cuore della jungla di Lost. Oddio, all’inizio non è così selvaggia. C’è solo questo sentiero asfaltato ripidissimo che mi sfianca dopo pochi metri. In più mi sono messa in cammino che saranno le 11.30 passate: vi lascio immaginare il caldo. Bukit Timah è una collina ( = bukit) di Singapore, anzi con i suoi 164 metri scarsi è il punto più alto della città, ed è l’unica zona che ancora conserva la vegetazione originaria dell’isola. Insomma, per vedere com’era Singapore fino a 150 anni fa, bisogna salire a Bukit Timah.

Ci ho trovato una marea di persone in escursione: giovani, meno giovani, molto giovani, da soli, in gruppo, a camminare, a CORRERE… cose pazze, che coraggio! Nella riserva naturale ci sono 4 sentieri principali da percorrere, un sentiero dedicato ai ciclisti e dei sentierini minori. Il percorso più diretto per la vetta della collina è lungo circa 2 km… ma come ho già detto in passato, a me non piacciono le cose semplici, no? Quindi ho scelto di perdermi nei meandri della jungla. Anche perché speravo, andando nelle zone meno frequentate, di incontrare le scimmie che popolano la foresta. Vi dico subito che purtroppo non ne ho viste :( Ma l’esperienza è stata comunque interessante. Immensi alberi esotici avvolti da liane, vegetazione che non lascia scampo al più sottile raggio di sole, e un pensiero che mi perseguita: se cado e mi rompo una gamba qui, non mi troveranno mai più. D’accordo, sto esagerando. Se non altro perché c’è davvero molta gente a spasso per la foresta. Ma il rischio di cadute è verosimile: spesso i sentieri, quelli più selvatici, consistono in gradini scavati nella terra alti anche 40 cm, e se non hai un buon slancio rischi di non farcela a salire, e se ne hai troppo in discesa rischi di cadere rovinosamente lungo queste scale infinite. Il terreno è giallo e viscido per l’umidità, io stessa sono viscida per l’umidità, ma rossa anziché gialla. Per lo sforzo, si capisce. Per la prima volta in vita mia, ho la maglietta tutta chiazzata. Non pensavo di essere in grado di sudare.

A un certo punto, a forza di vedere solo piante, divento paranoica: gli insetti e gli uccelli sono fra le cose più chiassose in natura, o almeno quelli che sono a Butik Timah, e qualsiasi rumore che sento mi dice con certezza che sono inseguita da un mostro di fumo nero. Mi volto continuamente per essere sicura di essere sola. Questo posto non me la conta giusta. Sì, OK, quanto è bella la natura… ma se riesco a uscire di qui sarò più tranquilla. Quindi accolgo con gioia il momento in cui la scala della morte si ricongiunge al sentiero principale, quello che porta alla vetta! Tutta sta fatica per 164 metri, e mi sento come Reinhold Messner in cima all’Everest. O come Godo in cima al Monte Fatto.

Notare la latitudine
La discesa è molto più rapida. Avrei potuto allungare su un altro sentiero secondario… ma anche no. Visto un albero, visti tutti. E oggi ne ho visti parecchi. Devo tornare alla caoticissima città, ora ho i compiti da ultimo giorno da assolvere: shopping! Che a dire il vero si riduce a cartoline e poco più. E ho in mente una destinazione precisa per i miei acquisti: Chinatown e Little India! Che vi ho già raccontato con dovizia di particolari, quindi credo di fare cosa gradita a tutti se non mi dilungo eccessivamente. L'unica cosa degna di nota è che, a zonzo per Little India, sono finita in uno strano vicolo. All'inizio c'è un altare con un signore che prega. Poco dopo un gruppo di uomini fermo davanti a una porta, e penso che deve trattarsi di un altro luogo di preghiera. Ci passo davanti... e vedo una signorina in deshabillé che legge il giornale. Non ci posso credere: sono finita nella strada dei bordelli. Una casupola dopo l'altra con donnine che si affacciano appena aspettando i clienti, ma evidentemente la signorina al civico 1 è la più gettonata, sono tutti a fare la fila da lei. Passo anche davanti a un tristissimo negozio di articoli erotici. Mi sento veramente a disagio, chissà che pensano i locali vedendo una turista armata di macchina fotografica e cartina che vaga nel quartiere. La strada non è lunga, ma sembra non finire mai. Ma come faccio a finire sempre in queste situazioni assurde? Finalmente, sorpasso un water abbandonato per la strada, ed esco dall'imbarazzo immenso. Ecco un'altra cosa da raccontare.

Giorno 5
Intanto, la sera prima sono tornati Mary e Michael dal loro weekend, e stamattina è tornata anche Pantoufle! Che era stata mandata anche lei a fare qualche giorno di vacanza.
La giornata è stata abbastanza tranquilla, devo dire. Sveglia con estrema calma, chiacchiere per recuperare un po’ i giorni trascorsi, molte coccole a Pantoufle e il momento della temuta valigia. Fortunatamente sono il tipo che non disfa i bagagli neanche per la vacanza di due settimane, ma questo non vuol dire che sia stato semplice chiudere e assicurarsi di non aver lasciato indietro nulla. Ma ce l’ho fatta.
Spesa, pranzo e giretto in una enorme libreria (ormai l’avrete capito, qui tutto è enorme) vicino a casa, e infine il momento della partenza è arrivato.
Non ci vedevamo da 12 anni, e ci siamo incrociate solo per un paio di giorni scarsi… ma voi non sapete quanto mi ha fatto piacere rivedere la mia amica! Una di quelle cose che fanno bene al cuore, davvero. Essere accolta come mi ha accolto lei, soprattutto all’inizio di un viaggio del genere, è stato un modo meraviglioso per cominciare quest’avventura. Grazie infinite, Mary! Spero di poter ricambiare, un giorno!
E adesso? Adesso* (in Italia sono le 20.30) sono in volo sull’Oceano Indiano, con la compagnia low-cost Scoot. Una specie di Ryanair, ma un po’ più larga e più gentile. Naturalmente non riesco a dormire. Ho commesso l’errore fatale di prenotare un posto col sedile che non si può tirare indietro. Inoltre nella fila accanto alla mia c’è un gruppo di australiani – stimo – extralarge e soprattutto molto maleducati, col capofamiglia che ha ruttato ripetutamente durante la cena, ora ronfa di gusto, ogni tanto si sveglia per urlare due vaccate e poi si rimette a ronfare.
Ci vediamo in Australia.

Prima di lasciarvi, due cose:
per chiudere la pagina Singapore, qui trovate l'album delle foto che ho pubblicato su Facebook (che dovrebbe essere visibile anche per chi non ha un account).
Poi, giocando con il blog, ho scoperto il modo per farvi diventare accaniti lettori di Where is Swaggirl? e ho appiccicato il bottone in alto a destra: Compagni di viaggio. Cliccate, eh!
*ovviamente il post è pubblicato in differita.