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martedì 12 febbraio 2013

Di canyon, mici e frutti proibiti



La giornata al King’s Canyon parte bene: cielo sereno, temperatura piacevole, un po’ di tempo speso scrivendo un post. Penso di condire il tutto con una passeggiatina, giro attorno al camper e mi accorgo che, dai e dai, parlare male degli aborigeni ha fatto arrabbiare il Serpente Arcobaleno, una delle loro divinità più cattive. Da vero dio vendicativo, il signor Serpente nella notte è strisciato fino al nostro camper e... ci ha bucato una gomma! Ma porc...

Così, mentre Ilaria dorme il sonno delle giuste, io mi cimento nel cambio dello pneumatico, che comprende lo scavare una buca sotto la gomma perché il cric non riesce a sollevare abbastanza tutto l’ambaradan.

Si sta di nuovo insinuando qualcosa sul mio peso? Comunque, in tutto ciò io avverto fra sonno e veglia che il camper ondeggia in maniera bizzarra. Indecisa se si tratta di un sogno o se è Davide che mi sta facendo uno scherzo, decido di ignorare la cosa con tutte le mie forze. E, quando mi alzo, c’è la gomma nuova!

Finisco giusto in tempo per la colazione, quindi per fortuna non abbiamo perso tempo, ma sembro un minatore appena sbucato dalle miniere del Sulcis, per cui come prima cosa si impone una doccia.
Salutata senza troppi rimpianti (e qualche vaffa) la King’s Creek Station procediamo verso nord per gli ultimi chilometri che ci separano dalla meta odierna. L’ambiente è ancora una volta incredibile: per oltre 30 km sulla nostra destra ci segue il margine roccioso di un altopiano che precipita nella pianura sottostante da un centinaio di metri d’altezza. La sera prima, con le rocce rosse rese lucide dalla pioggia, la vista era persino migliore, ma anche così non ci lamentiamo.
Come non ci lamentiamo quando arriviamo al canyon: anzi, facciamo che restiamo a bocca aperta! Ancora una volta ci addentriamo fra alte pareti rocciose, in mezzo a una vegetazione rigogliosa, camminando sul fondo della gola fino al termine del sentiero e scoprendo una pozza d’acqua dove nuotano centinaia di girini e altre creature assortite.

In fondo al King's Canyon, si posa per la foto di rito
Poi decidiamo di cimentarci anche nel tragitto più impegnativo (dopo i Monti Olga e Ayers Rock non ci spaventa niente), vale a dire il giro delle pareti del canyon, che inizia l’ascesa della Scala senza fine del Signore degli Anelli
Una volta giunti in cima iniziamo a camminare fra cupole rocciose fatte a strati, frutto della sedimentazione della sabbia – che strano, altrove le rocce diventano sabbia, qui avviene l’esatto contrario! Ancora una volta ci troviamo estasiati da un panorama diverso da tutti quelli che abbiamo visto finora e capace di lasciarci senza parole.

Pronto a spiccare il volo!
Quando poi il sentiero ti porta sul bordo del canyon, a un passo dal baratro e con una vista che spazia sulla lontana pianura, beh... la bellezza è troppa, non si può descrivere, dovete proprio andarci!
Il giro prosegue, fra infiniti saliscendi, portandoci prima ai Giardini dell’Eden, dove ancora vivono le piante dei tempi in cui l’Australia era un posto umido, e poi sull’altro lato del King’s Canyon, su rocce che non sono semplicemente a strapiombo: si protendono nel vuoto, sfidando la legge di gravità.

Saranno le fatiche dei due giorni precedenti, saranno i dislivelli, sarà il sole che oggi sembra particolarmente caldo, sarà l’acqua che qui fa veramente schifo, insomma ci stanchiamo parecchio e non vediamo l’ora di tornare al punto di partenza. Certo che il King’s Canyon è davvero un luogo straordinario: anche questo a parere mio e, credo, di Ilaria, riesce a superare in bellezza Ayers Rock.

Confermo.

Salutiamo con un certo dispiacere i suoi strapiombi e ci dirigiamo al resort che si trova lì a pochi chilometri: oggi niente panini al formaggio, cetrioli e carote, oggi vogliamo mettere nello stomaco qualcosa di sostanzioso! E cosa può esserci di meglio di un gustoso hamburger di cammello? Bene, dopo il coccodrillo e lo squalo abbiamo assaggiato anche questo, ora non mi resta che provare il canguro!

Incredibile: hanno infilato un cammello qui dentro!
Il tempo stringe (il limone pure N.d.R.): mentre si scatena il solito acquazzone pomeridiano facciamo una sosta dal gommista locale, che sistema la gomma bucata (viaggiare senza ruota di scorta da queste parti è poco raccomandabile) e poi via verso la Erldunda Station, dove torniamo di nuovo sulla Stuart Highway, pronti a svoltare verso sud in direzione del South Australia. Ma non oggi: la giornata lascia solo il tempo dell’ennesima piscina e di una buona cena con pasta allo zafferanno, mentre due simpatici micioni ci fanno compagnia. Miao!

La mattina seguente il micio fa colazione con noi, ma non possiamo perdere troppo tempo perché ci aspettano 1.200 km da percorrere in due giornate, per cui fatti armi e bagagli si parte e, dopo un centinaio di chilometri, si abbandona il Northern Territory per entrare nel South Australia.

Attraversi la strada e cambi fuso orario. Roba da matti.

Benvenuti!
Vicino al confine ci sono un sacco di cartelli che ci avvisano che, qualora venissimo sorpresi a importare frutta o simile dal nord, verremmo giustiziati con un colpo alla nuca al margine della strada. Visto che ne abbiamo parecchia, di frutta, decidiamo di mangiarla tutta – disponendola bene in vista sul cruscotto nel procedimento.

A ogni modo, stiamo entrando nella parte più desolata del viaggio, quella attraverso il vero “nulla”. Già la roadhouse di Marla ci sembra ai limiti delle possibilità di sopravvivenza umane, ma più si procede verso sud più l’ambiente va facendosi brullo e le querce del deserto che punteggiavano l’area di Ayers Rock lasciano il posto a... beh, a niente, a dire il vero.
Ma è solo quando, in serata, raggiungiamo Coober Pedy che ci rendiamo conto di aver definitivamente lasciato il pianeta Terra. Questo paesino multietnico (ci vivono persone di 44 nazionalità diverse) è il centro mondiale dell’estrazione degli opali, visto che da qui proviene il 90% di queste pietre, ed è anche un posto dove fa molto caldo, dove la gente vive sottoterra, dove il primo albero mai visto è stato realizzato con scarti metallici. Un posto unico, insomma, che io e Ilaria esploriamo a piedi, passando davanti al club dei minatori italo-australiani e al Big Winch, un grosso argano di cui qui vanno giustamente (???) fieri.

E si tratta pure di una copia! L'originale è andato distrutto... meno male che l'hanno ricostruito, eh.

Come se non bastasse tutto questo a renderlo un posto bizzarro, un matto ha pensato bene di aprire un museo a cielo aperto con le sue eccentriche opere d’arte. Uno scenario post-apocalittico nevvero.

Anche il campeggio che troviamo per la sera è particolare: ricavato in una vecchia miniera di opali è isolato, ventoso e spettacolare. Potremmo anche scendere a dormire sottoterra, ma dato che per andare sottoterra c’è sempre tempo, decidiamo di rimanere in superficie. Trovata la sistemazione per la notte, torniamo in città, per cenare al raffinato ristorante Umberto, dove un cliente scassamaroni tira un pippone di 20 minuti a un cuoco derelitto per un piatto venuto male. Quando torniamo al camping è ormai notte inoltrata e sopra di noi, in un cielo nero, brillano miliardi e miliardi di stelle – e passa pure un satellite. Emozioneee!

E non menzioni che hai anche assaggiato il canguro?

E poi, durante la notte: freddoooo! Dopo non aver dormito per il caldo, ecco che mi sveglio per il gelo del deserto – per fortuna riesco ad afferrare a tentoni uno dei sacchi a pelo che non avrei mai creduto di dover usare e mi riaddormento subito.
Il mattino dopo ci svegliamo infreddoliti – tanto che quando faccio la doccia apro addirittura il rubinetto dell’acqua calda! – e ce la prendiamo comoda prima di comprare un po’ di opali (mi arresteranno in frontiera, lo so) e di tornare a Coober Pedy per un ultimo saluto e soprattutto per vedere i set cinematografici abbandonati (qui hanno girato Mad Max III, Priscilla la Regina del Deserto, Pitch Black, Fino alla Fine del Mondo e molti altri) e fare spesa. Così sono quasi le 11 quando salutiamo la cittadina, che per ora vince la palma di posto più strano che io abbia mai visto.

Che modo di parcheggiare!
In teoria ci aspettano 540 chilometri di nulla fino a Port Augusta, dove finalmente rivedremo il mare! Invece questo nulla si riempie di tanti tipi di nulla diversi, che ci affascinano mentre chiacchieriamo del telefilm più bello delmondo, di cinema e di aborigeni sfaccendati. Le miniere di opali lasciano il posto a territori sconfinati, con l’orizzonte che si perde in ogni direzione. Gli alberi appaiono a tratti e per decine di chilometri viaggiamo in regioni dove crescono soltanto pochi ciuffi d’erba.

Nel pomeriggio, quando la meta si avvicina, le cose si fanno ancora più interessanti. Prima compare uno spettacolare lago salato, che io e Ilaria raggiungiamo a piedi, trovando un bel cartello che avvisa di non raccogliere nulla da terra perché potrebbero essere ordigni inesplosi (tutta l’area fa parte di un poligono militare). Poi arriviamo a Woomera, la base operativa da dove negli anni ’50 si gestivano i test atomici e missilistici che gli inglesi conducevano nel deserto lì vicino. La città, che è ancora una struttura militare operativa, mette i brividi tanto è vuota e bizzarra, così ci affrettiamo a visitare il suo museo all’aperto, pieno di missili, aerei e armi varie, e poi riprendiamo la strada verso sud.

Il progetto con cui Swaggirl ha vinto la Fiera della Scienza locale

A questo punto mi sembrava di essere in un episodio di, che so, Fringe, o X-Files. Mi aspettavo una comunità di polidattili, microcefali, gente che si scopa le proprie sorelle. Invece proprio il nulla assoluto. Una città fantasma.




In mezzo a panorami sempre mozzafiato, la Stuart Highway scende lentamente ma costantemente verso il mare e Port Augusta, dove arriviamo quando sono le sette di sera passate – grazie all’ora legale, entrata in vigore il 1 dicembre, il sole è però ancora alto e possiamo goderci un buon barbecue ristoratore. Niente piscina però, che fa freddo pure qui!

Ce lo dico da soli: quanta strada, quante cose... bravi!

1.278 km
 Km totali: 27.348. E siamo quasi arrivati!

giovedì 23 agosto 2012

Chi non ha testa, ha gambe


Giorno 3

In questo nuovo giorno, volevo andare a visitare la riserva naturale di Bukit Timah, a nord della città. Così a nord che è fuori dalle mappe del centro. E puntualmente, io che mi perdo persino con una cartina, mi sono smarrita anche questa volta. Ma non è stata colpa mia, sono gli autisti degli autobus che mi davano informazioni errate. Oltretutto, se non mi fossi persa non sarei finita in quel posto fantascientifico che è l’area di Marina Bay.

Manco a farlo apposta, prendendo un autobus a caso (dopo il terzo bus errato, a un certo punto ho detto: “Sai che? Esploriamo la città con i mezzi pubblici, vediamo dove finisco!”) capito nella zona della baia, costellata di edifici che dire futuristici è riduttivo.

Sembrano cose tirate su a caso...

Ero contentissima, il ponte a forma di elica che attraversa la baia punta dritto dritto al mostruoso edificio che avevo visto due giorni prima dall’altro lato del fiume e che mi attira come il nuovo film di Joss Whedon. Più mi avvicino al colosso, più penso: “È mostruosamente grande. Chissà cos’è. Chissà se ci posso salire.” Non è certo l’unico edificio strano, in questa zona. A parte la banale ruota panoramica, lo stadio di calcio in costruzione sull’acqua, il centro commerciale a ciambella, il museo delle arti e delle scienze a forma di guantone da baseball...
Ho perso il filo del discorso. Attraverso il ponte, entro nella ciambella e cerco di salire il più possibile. Nella mia testa, è questa la chiave per arrivare a quel coso mostruosamente grande. Scopro che in cima alla ciambella, all’esterno, c’è una sorta di passeggiata che circonda tutto l’edificio e ti porta sempre più vicino al mostro. È piacevole, quassù, C’è silenzio, non c’è quasi nessuno, ed è gradevole passeggiare sotto il sole di mezzogiorno a 45° all’ombra. Circumnavigo la ciambella, e forse trovo la base del mostro. Di più, scopro che razza di creatura è: un fottutissimo hotel.

Oggi potrebbe finire male...
Mentre cerco una via d’entrata, continuo a ripetermi questo mantra: è un fottutissimo hotel. Santo dio è un fottutissimo hotel. Chi ha mai pensato di poter fare una cosa così grande e metterci dentro delle camere da letto? È una torre di Babele del XXI secolo, ecco che cos’è. Cerco disperatamente l’ingresso, e alla fine lo trovo, non prima di aver detto per l’ennesima volta: è un fottutissimo hotel. E si può salire in cima!!

Sorriso soddisfatto di chi ha appena avuto un'idea malsana
Faccio il biglietto, prendo l’ascensore e up in the sky! 57 piani, 200 metri, ed eccomi sulla prua di quella nave che corona i tre edifici del fottutissimo hotel. Scoprirò solo in seguito che il tratto della struttura che sporge dal tetto è il più lungo del suo genere. Stavo là sopra, sospesa nel vuoto, e non mi rendevo conto. Meglio così. Altra cosa che ho scoperto in seguito, è che in cima c’è anche la piscina più alta del mondo. Complimenti. Io mi accontento di girare da un lato all’altro della nave, e a tribordo scopro un’altra cosa curiosissima: un parco con delle strutture assolutamente eccentriche, sembrano alberi metallici incredibilmente grandi. Decido che, una volta scesa a terra, voglio esplorare quel luogo. Non prima però di aver visitato le mostre abbinate al tetto del fottutissimo hotel: Andy Wharol e il maledettissimo Harry Potter. Torno quindi alla base, e prima di recarmi al museo – il guantone da baseball – bighellono un po’ nella hall dell’hotel. Ormai vi sarete stufati di sentirmi dire che non ho mai visto una cosa del genere, ma è così. Sembra un ibrido fra una nave spaziale e un alveare, posto che non ho mai visitato nessuna di queste due cose.

Ogni "striscia" è un piano. Cose pazze.
Mentre passeggio, penso che voglio vedere come sono i cessi di un posto del genere, quindi mi infilo nella toilette… delusione, sono cessi appena sopra la media. All’estremità della hall c’è un ristorante rialzato con tanto di quartetto d’archi che suona, e la violinista ha la faccia divertita di quella che pensa: “Ma guarda sti allocchi, come si fanno abbindolare da un po’ di pailettes…” Io mi avvicino ai musicisti e mi metto ad ascoltare accanto a una panchina. Una panchina stranissima, d’altra parte come ogni cosa in questo posto: sembra il dorso di un dinosauro, è coperta da scaglie di plastica verde. Mi siedo per saggiarne la comodità, sono molto curiosa, magari è l’ultimo grido in termini di ergonomia. “Mi scusi, ma’am (davvero, qui ti chiamano tutti così), ma non può stare seduta lì… quella è un’opera d’arte.” …gag da film. Me ne vado un po’ mortificata, ma anche fiera di me per le mie figure barbine, e prendo il tunnel che porta al casinò, al teatro e al guantone da baseball. Inutile che vi racconti delle mostre (vi dico solo che sono entrata come Corvonero). Passiamo piuttosto al parco là davanti.

Un’attrazione nuovissima, Gardens by the Bay, che guarda al futuro in maniera impressionante, ma a me non faceva che ricordare Jurassic Park. Un’area che comprende una serra di fiori, un’altra serra che ricostruisce la foresta pluviale - addirittura con una cascata interna - un percorso con le palme di tutto il mondo, la ricostruzione di giardini asiatici vari, prati, stagni (con due inquietanti libellule metalliche che volano a pelo d’acqua) e il pezzo forte, il bosco dei super alberi. Sti catafalchi alti fra i 25 e i 50 metri sono strutture che hanno lo scopo di riciclare acqua e catturare l’energia solare. Non ci ho capito nulla di spiegazioni tecniche scientifiche, ma l’insieme è notevole. E, sullo sfondo, sempre il fottutissimo hotel.

Questa gente ama davvero i parchi. Mi incammino verso l’uscita e nelle zone meno battute dai turisti incontro singaporiani (?) dediti al più dolce far niente, a bivaccare, a cazzeggiare in questa domenica ormai arrivata al termine. È solo quando esco dai giardini e costeggio l’area portuale che incrocio frotte di operai indiani che staccano dal lavoro e tornano a casa. Neanche oggi hanno perso tempo; ci hanno pensato loro, a mandare avanti la baracca. Che a Singapore c’è ancora molto da costruire.
Giorno 4
Pochi cazzi, oggi devo andare a Bukit Timah! Parto anche prima del solito, esco di casa ben mezz’ora prima, che non voglio fare tardi. Ho addirittura controllato i mezzi per arrivare al parco. Stavolta non mi scappa.
E infatti, appena 2 ore dopo (e foto al KFC!), eccomi catapultata nel cuore della jungla di Lost. Oddio, all’inizio non è così selvaggia. C’è solo questo sentiero asfaltato ripidissimo che mi sfianca dopo pochi metri. In più mi sono messa in cammino che saranno le 11.30 passate: vi lascio immaginare il caldo. Bukit Timah è una collina ( = bukit) di Singapore, anzi con i suoi 164 metri scarsi è il punto più alto della città, ed è l’unica zona che ancora conserva la vegetazione originaria dell’isola. Insomma, per vedere com’era Singapore fino a 150 anni fa, bisogna salire a Bukit Timah.

Ci ho trovato una marea di persone in escursione: giovani, meno giovani, molto giovani, da soli, in gruppo, a camminare, a CORRERE… cose pazze, che coraggio! Nella riserva naturale ci sono 4 sentieri principali da percorrere, un sentiero dedicato ai ciclisti e dei sentierini minori. Il percorso più diretto per la vetta della collina è lungo circa 2 km… ma come ho già detto in passato, a me non piacciono le cose semplici, no? Quindi ho scelto di perdermi nei meandri della jungla. Anche perché speravo, andando nelle zone meno frequentate, di incontrare le scimmie che popolano la foresta. Vi dico subito che purtroppo non ne ho viste :( Ma l’esperienza è stata comunque interessante. Immensi alberi esotici avvolti da liane, vegetazione che non lascia scampo al più sottile raggio di sole, e un pensiero che mi perseguita: se cado e mi rompo una gamba qui, non mi troveranno mai più. D’accordo, sto esagerando. Se non altro perché c’è davvero molta gente a spasso per la foresta. Ma il rischio di cadute è verosimile: spesso i sentieri, quelli più selvatici, consistono in gradini scavati nella terra alti anche 40 cm, e se non hai un buon slancio rischi di non farcela a salire, e se ne hai troppo in discesa rischi di cadere rovinosamente lungo queste scale infinite. Il terreno è giallo e viscido per l’umidità, io stessa sono viscida per l’umidità, ma rossa anziché gialla. Per lo sforzo, si capisce. Per la prima volta in vita mia, ho la maglietta tutta chiazzata. Non pensavo di essere in grado di sudare.

A un certo punto, a forza di vedere solo piante, divento paranoica: gli insetti e gli uccelli sono fra le cose più chiassose in natura, o almeno quelli che sono a Butik Timah, e qualsiasi rumore che sento mi dice con certezza che sono inseguita da un mostro di fumo nero. Mi volto continuamente per essere sicura di essere sola. Questo posto non me la conta giusta. Sì, OK, quanto è bella la natura… ma se riesco a uscire di qui sarò più tranquilla. Quindi accolgo con gioia il momento in cui la scala della morte si ricongiunge al sentiero principale, quello che porta alla vetta! Tutta sta fatica per 164 metri, e mi sento come Reinhold Messner in cima all’Everest. O come Godo in cima al Monte Fatto.

Notare la latitudine
La discesa è molto più rapida. Avrei potuto allungare su un altro sentiero secondario… ma anche no. Visto un albero, visti tutti. E oggi ne ho visti parecchi. Devo tornare alla caoticissima città, ora ho i compiti da ultimo giorno da assolvere: shopping! Che a dire il vero si riduce a cartoline e poco più. E ho in mente una destinazione precisa per i miei acquisti: Chinatown e Little India! Che vi ho già raccontato con dovizia di particolari, quindi credo di fare cosa gradita a tutti se non mi dilungo eccessivamente. L'unica cosa degna di nota è che, a zonzo per Little India, sono finita in uno strano vicolo. All'inizio c'è un altare con un signore che prega. Poco dopo un gruppo di uomini fermo davanti a una porta, e penso che deve trattarsi di un altro luogo di preghiera. Ci passo davanti... e vedo una signorina in deshabillé che legge il giornale. Non ci posso credere: sono finita nella strada dei bordelli. Una casupola dopo l'altra con donnine che si affacciano appena aspettando i clienti, ma evidentemente la signorina al civico 1 è la più gettonata, sono tutti a fare la fila da lei. Passo anche davanti a un tristissimo negozio di articoli erotici. Mi sento veramente a disagio, chissà che pensano i locali vedendo una turista armata di macchina fotografica e cartina che vaga nel quartiere. La strada non è lunga, ma sembra non finire mai. Ma come faccio a finire sempre in queste situazioni assurde? Finalmente, sorpasso un water abbandonato per la strada, ed esco dall'imbarazzo immenso. Ecco un'altra cosa da raccontare.

Giorno 5
Intanto, la sera prima sono tornati Mary e Michael dal loro weekend, e stamattina è tornata anche Pantoufle! Che era stata mandata anche lei a fare qualche giorno di vacanza.
La giornata è stata abbastanza tranquilla, devo dire. Sveglia con estrema calma, chiacchiere per recuperare un po’ i giorni trascorsi, molte coccole a Pantoufle e il momento della temuta valigia. Fortunatamente sono il tipo che non disfa i bagagli neanche per la vacanza di due settimane, ma questo non vuol dire che sia stato semplice chiudere e assicurarsi di non aver lasciato indietro nulla. Ma ce l’ho fatta.
Spesa, pranzo e giretto in una enorme libreria (ormai l’avrete capito, qui tutto è enorme) vicino a casa, e infine il momento della partenza è arrivato.
Non ci vedevamo da 12 anni, e ci siamo incrociate solo per un paio di giorni scarsi… ma voi non sapete quanto mi ha fatto piacere rivedere la mia amica! Una di quelle cose che fanno bene al cuore, davvero. Essere accolta come mi ha accolto lei, soprattutto all’inizio di un viaggio del genere, è stato un modo meraviglioso per cominciare quest’avventura. Grazie infinite, Mary! Spero di poter ricambiare, un giorno!
E adesso? Adesso* (in Italia sono le 20.30) sono in volo sull’Oceano Indiano, con la compagnia low-cost Scoot. Una specie di Ryanair, ma un po’ più larga e più gentile. Naturalmente non riesco a dormire. Ho commesso l’errore fatale di prenotare un posto col sedile che non si può tirare indietro. Inoltre nella fila accanto alla mia c’è un gruppo di australiani – stimo – extralarge e soprattutto molto maleducati, col capofamiglia che ha ruttato ripetutamente durante la cena, ora ronfa di gusto, ogni tanto si sveglia per urlare due vaccate e poi si rimette a ronfare.
Ci vediamo in Australia.

Prima di lasciarvi, due cose:
per chiudere la pagina Singapore, qui trovate l'album delle foto che ho pubblicato su Facebook (che dovrebbe essere visibile anche per chi non ha un account).
Poi, giocando con il blog, ho scoperto il modo per farvi diventare accaniti lettori di Where is Swaggirl? e ho appiccicato il bottone in alto a destra: Compagni di viaggio. Cliccate, eh!
*ovviamente il post è pubblicato in differita.

mercoledì 22 agosto 2012

Sing-a-fusion


Datemi una mappa, e stenderò un programma di esplorazione coi fiocchi. Il giorno 2 è stato interamente dedicato alla Singapore etnica, e ha rivelato molte belle sorprese.

Partiamo da Chinatown, che si trova a sud della città, oltre il Central Business District che ho visitato il giorno prima. L’etnia cinese è la più numerosa della città, e pare che sia anche la più ricca. Ma la Cina che ho scoperto nel quartiere non fa pensare ai cinesi arricchiti che frequentano le boutique del centro, bensì a quelli di Grosso guaio a Chinatown. Appena uscita dalla metro, la seconda cosa che mi colpisce (la prima è l’afa) sono gli odori: fritto, incenso e qualcosa che mi fa pensare a medicine al mentolo. Finisco in una via affollatissima, decorata con un mucchio di lanterne rosse, costeggiata da bancarelle a destra e a manca. Curiosamente, le costruzioni non ricordano in alcun modo l’architettura cinese (argomento su cui sono estremamente ferrata, come vi lascio immaginare…), ma sono imparentate più da vicino con le costruzioni coloniali del XIX secolo, simili a quelle che ho visto anche a Little India la prima sera in città.

Già di norma il mio senso dell’orientamento fa difetto: qui mi ha praticamente chiesto la libera uscita e mi ha lasciato lì in mezzo alla via, senza la minima idea di dove andare. Nel dubbio, salgo verso il cielo, dove l’aria è più respirabile. Prendo un passaggio sopraelevato e attraverso la strada. Per finire dritta dritta in un mercato coperto. Giuro che il primo pensiero è stato: lasciate ogne speranza voi ch'entrate. O, a essere onesti: Ila, da qui non ne esci viva. C’è più spazio fra due file di sedili in aereo che fra una bancarella e l’altra. E quanti articoli! Gli aggeggi di elettronica vanno per la maggiore, ma anche tanto abbigliamento, cianfrusaglie varie, giocattoli… tutto coloratissimo e pacchiano.


Agenzie di viaggi, centri estetici, negozi di parrucche, cambiavalute (gestiti rigorosamente da indiani però). Qui sotto è tutto molto meno turistico, bensì indirizzato a una clientela soprattutto locale. Cosa ancora più vera quando finisco nella food hall, una specie di centro commerciale dedicato al cibo: un salone - piuttosto squallido - occupato al centro da un sacco di tavoli rotondi e delimitato da chioschi che offrono piatti delle cucine più diverse. Gli odori sono fortissimi, c’è poca aria (sembra di essere in uno scantinato), ma lo spettacolo è in qualche modo affascinante. Famiglie, anziani solitari, gruppetti di adolescenti, giovani professionisti sono qui a passare il sabato pomeriggio, e spendono parecchio del loro tempo davanti a un'enorme ciotola di zuppa dal contenuto se non altro dubbio, o dividendosi un piatto a base di pesce e verdure.


Credo di essere l’unica occidentale qua sotto. Avanzo con la mia macchina fotografica in mano, e temo di dare l’impressione scortese di essere in visita a uno zoo, da come mi aggiro curiosa fra i tavoli. Meglio affrettarsi verso l’uscita, che sembra non arrivare mai. Eccola invece. E che sorpresa! Sopra la porta che mi reintroduce all’interno del centro commerciale vero e proprio c’è il mio amico, il Colonnello Sanders, che mi sorride benevolo. Sapevo che ti avrei trovato qui, fuori dalle rotte più turistiche, in mezzo alla piccola gente! Apro la porta, ed ecco il KFC di Chinatown! Ovviamente devo fare la foto. Fermo una coppia di giovani cinesi e chiedo loro se possono farmi il favore. Il ragazzo si presta divertito, e intanto mi chiede: “Da dove vieni? Non c’è il KFC al tuo paese?” Eh no, caro mio. Se vogliamo fare un appunto all’Italia, non ci sono KFC (per inciso, ho scoperto che negli anni ’70 ce n’era uno a Napoli). Ringrazio, saluto, e tutta contenta proseguo il mio vagare. Ho voglia di uscire di nuovo all’aperto, voglio vedere cosa c’è a Chinatown oltre ai centri commerciali e ai ristoranti. La guida mi dice che, fra i punti di interesse, c’è un tempio induista, un tempio buddista e una delle più antiche farmacie tradizionali cinesi della città. Facendomi largo fra gli altri turisti e procedendo un po’ a caso, trovo il primo segno che mi suggerisce che forse sono sulla strada giusta: la statua di una vacca in cima a un muro, in compagnia di diversi piccioni.


Sarà mica il tempio induista? Risposta esatta!
Sfortunatamente è chiuso, o meglio: il complesso è aperto, ma gli edifici non sono visitabili. Poco male, è il mio primo tempio induista, non mi lascio sfuggire l’occasione. Mi levo le scarpe, che vanno lasciate fuori (ma non mi fido, me le infilo in borsa), e mi appresto alla porta d’ingresso, sormontata da una specie di piramide fatta di figure semi-umane e bestiali coloratissime. Sono emozionata, sul serio. È la prima volta che vedo una cosa del genere, un’opera dell’ingegno umano così diversa da quello cui sono abituata. All’interno ci sono diversi altri edifici, di cui solo uno, una sorta di portico, permette una vista che vada al di là dei semplici tetti (sempre popolatissimi di figure mostruose e titaniche). I soffitti del portico sono decorati con dipinti dai colori molto vivaci, che riportano scene di chissà quale ciclo mitologico, motivi circolari, fiori… Spesso le figure umane hanno un sacco di braccia. Inquietante. 
Giro fra un edificio e l’altro, scalza, e l’asfalto è a dir poco aggressivo: il sole picchia cattivo! Qui non c’è nient’altro da vedere, corro verso l’uscita, lavo i piedi alla fontana e saluto le divinità indiane. Curiosità: la strada su cui si affaccia il tempio, Pagoda Street, prende il suo nome proprio da questo edificio, perché in passato si tendeva a confonderlo con una pagoda, appunto.

Comunque, a questo punto posso tornare in Cina. Sulla stessa strada c’è l’altro luogo che cercavo, la farmacia. Io pensavo di trovare una specie di museo, o almeno una cosa un po’ losca… e invece entro in un punto vendita modernissimo, con gli scaffali che però espongono sia prodotti farmaceutici classici sia articoli un po’ più esotici. All’ingresso c’è la statua del fondatore della farmacia e un angolo dedicato a illustrare i vantaggi della medicina basata sui nidi di rondine. Cioè, in inglese erano generici bird’s nest, nido di rondine lo dico io. Mentre mi avvicino, una gentile signora con l’aria da bidella mi offre un bicchiere di tè al ginseng. È solo un bicchierino, ma lo trovo corroborante, le gambe mi sembrano più leggere. Probabilmente è solo suggestione.
È ora di uscire dalla farmacia, che non offre molto, e andare alla ricerca del tempio buddista. Che trovo per caso pochi metri più in giù. A dire la verità, pensavo si trattasse di un hotel. Avvicinandomi però avverto un intensissimo odore di incenso e sento una cantilena insistente. L’odore proviene da un enorme braciere posto all’ingresso del tempio, dove la gente infila dei bastoncini di incenso dopo averli agitati un po’ per pregare. La cantilena proviene dall’interno, dove si svolge una cerimonia buddista. Sembra che dicano il rosario. 


Non so neanche da dove cominciare per descrivere il tempio. Posso dire solo rosso, oro e un po’ pacchiano. Pieno di statue del Buddha di ogni dimensione. È un tempio su più piani: in cima, al centro di un giardino, c’è un’enorme ruota di preghiera; al livello inferiore è custodita, al centro di una sala per la meditazione, la reliquia del Buddha, un dente. A me le reliquie hanno sempre fatto impressione e a dire il vero non le prendo neanche troppo sul serio, quindi non mi soffermo più di tanto. Certo che anche questo posto mi fa un certo effetto: dopo il mio primo tempio induista, questo è il mio primo tempio buddista. Che giornata impegnativa.
Ma è arrivato il momento di lasciare Chinatown e spostarsi verso Little India, che si trova molto più a nord, oltre il fiume. Mentre percorro una delle arterie principali del quartiere cinese, passo davanti a un negozio di sartoria, dove c’è un uomo che sta lavorando alla macchina da cucire. È questione di un secondo: alza un attimo lo sguardo mentre sto passando e mi rivolge un “Hola”, scambiandomi naturalmente per spagnola. Quasi in maniera automatica ricambio il saluto e lui si illumina, chiedendomi di dove sono. Mi spiace deluderlo: “Italiana”, ma evidentemente gli piace anche questa risposta. Mi avvicino alla sua postazione di lavoro e iniziano le domande di rito: sei qui in vacanza, dove vai, quanto ti fermi… Per il momento sono ancora indecisa se parlare in inglese o in spagnolo, confesso di essere un po’ incerta su entrambe le lingue. Però il sarto ha una voglia di chiacchierare così grande, che dopo pochi minuti dei soliti scambi di circostanza mi sciolgo e mi siedo a uno sgabello accanto a lui. Dopotutto, sono ore che cammino e non mi fermo un attimo. Ci presentiamo: si chiama Muhammed e viene dalla Turchia. Mi chiede se può offrirmi qualcosa. “Ce l’hai il caffè turco?” “Indonesiano.” “Andata!” Così è iniziata un’amicizia di una ventina di minuti, una delle più improbabili che mi siano capitate. Muhammed ha iniziato a raccontarmi della sua vita, della sua famiglia, dei suoi lavori precedenti, della diplomazia che serve nel mestiere del sarto, mi ha mostrato le foto di sua moglie e di sua figlia, e intanto si preparava una maglietta alla macchina da cucire. Da parte mia gli ho raccontato un po’ dei miei progetti, della mia famiglia, dei miei viaggi… Tutte cose che voi già sapete. Alla fine mi sono rimessa in cammino, ma più che camminare galleggiavo, dopo aver fatto questo bellissimo incontro.


Piena di entusiasmo per l’incontro con Muhammed, mi sento chiamare ancora. Stavolta è un indiano di una cinquantina d’anni con barba e turbante che mi dice qualcosa che faccio fatica a capire. Dopo diversi tentativi, credo mi abbia detto queste cose:
  •           Sono una che pensa troppo
  •           Sono una che parla poco
  •           Arrivo da 3 anni difficili
  •           Fra due mesi mi capiterà una grande fortuna
E mi consegna una perlina bianca (curiosità: in Oriente i doni vanno ricevuti con entrambe le mani). Nel momento in cui mi consegna la perlina, capisco l’antifona: “Non vorrei offenderla, ma vuole un’offerta?” “Solo quello che ti senti.” Caccio la mano in tasca, ho 2 dollari. “Eh, dai, almeno 10 dollari!” Capito il santone? Io non mi lascio turlupinare ulteriormente e quello si intasca i 2 dollari (e secondo me mi ha tirato una gufata che non finisce più. Vi faccio sapere fra due mesi).
Ma insomma, quanti incontri! E finalmente arrivo a Little India. Inizialmente non mi dice granché, solo una serie di condomini e strade un po’ desolate. Ma a forza di girare, capisco che l’avevo presa dalla parte sbagliata: nella via principale del quartiere c’è una sarabanda di botteghe, negozi, ristoranti con infiniti, coloratissimi articoli. Vi ho mai detto che penso che i costumi delle donne indiane siano stupendi? E li portano così bene, loro! Io farei ridere, eh… In tutto ciò, è pomeriggio inoltrato e non ho mangiato praticamente nulla. È l’occasione giusta per prendere una noce di cocco da passeggio. Una cosa grande come un pallone da calcio regolamentare, pesante come una boccia da bowling e contenente un litro e mezzo di latte di cocco. Eccola qui, la mia noce di cocco. L’ho chiamata Wilson.


Insieme, passeggiamo per le strade del quartiere, facciamo le foto, ci scambiamo opinioni sul percorso da effettuare, ci riposiamo sedute a un marciapiede. È in quel momento che, miracolosamente (avendo beccato una rete wi-fi a sbafo), ricevo un messaggio da Cecilia. Cecilia è una ragazza italiana che vive qui da qualche mese, amica della mia amica Irene. Quando Irene ha saputo della mia tappa a Singapore, mi ha subito parlato di lei, e quindi l’ho contattata per cercare di beccarci. Come con Mary, è sempre bello incontrare qualcuno che ti accolga in un posto nuovo, no?
Dicevo, il messaggio di Cecilia, che mi invita a raggiungerla in Arab Street intorno alle 17. La buona notizia è che sono a uno sputo dai quartieri arabi, che erano anche in programma. La cattiva notizia è che sono le 17.30. Fuck. Mi separo dolorosamente da Wilson e inizio a dirigermi a velocità sostenuta verso Arab Street, ma prima invio un nuovo messaggio chiedendo un punto di riferimento più preciso. I quartieri arabi sono davvero vicini, in 10 minuti sono lì. Ma c’è un nuovo problema: non riesco in nessun modo a mettermi in contatto con Cecilia. Non riesco a chiamarla, non riesco a mandare sms, non riesco a intercettare nessuna connessione di straforo. Inizio a percorrere le vie della zona su e giù, pensando più che altro alla colossale figura di merda che sto facendo con questa persona che è così gentile da dedicarmi parte del suo tempo, oltretutto pure con il fidanzato in visita.



Arrivo a un incrocio e penso che se riesco a ossigenare il cervello quel tanto che basta, magari troverò una soluzione. Mi siedo a una panchina di fronte a una coppia di occidentali. Dopo 30 secondi mi sento chiamare: “Ilaria?” “Cecilia???” Carramba!! Cioè, capito? Li ho beccati praticamente per caso!!! Forse il santone aveva ragione, e la fortuna è iniziata anche prima del previsto.

Siamo ormai in orario aperitivo, e ci sediamo a un tavolino di un locale del quartiere a berci una birra locale. Ci raccontiamo vicendevolmente di quello che facevamo in Italia e come siamo finite a Singapore, ma poi parliamo anche di libri e cinema, viaggi e studi universitari… Insomma, chiacchieriamo del più e del meno e trascorriamo un paio d’ore veramente piacevoli. Intorno alle 8, Cecilia e Matteo mi salutano perché devono recarsi a un appuntamento, e io decido che per oggi ne ho avuto abbastanza di girare e posso anche andare a casa. Ancora non posso credere  al culo che ho avuto: credo che in una sola giornata sia stato anche troppo, meglio non sfidare la sorte.

Prima di lasciarvi, ecco i nomi dei fortunati vincitori che hanno indovinato la citazione cinematografica: Davide, Edo eWeaver-Ant, che ci fornisce anche il link.

Ciao!

lunedì 20 agosto 2012

Welcome to Singapore


Allora, allora, allora. Singapore. Da dove cominciare?
Magari qualche informazione, tanto per capire di cosa parliamo.
Un’isoletta sulla punta meridionale della Malesia, giusto sopra l’equatore (ne ho le prove: appena sbarcata, sono andata nel bagno dell’aeroporto a controllare, Bart Simpson docet). È una città-stato e ha circa 4 milioni di abitanti. Per l’estensione che ha, 4 milioni di persone sono un casino di gente. E infatti me li trovo sempre fra i piedi, ovunque vada.

Sono così tanti in uno spazio così ristretto, che beccatevi queste tre curiosità:
  1. La città si sviluppa in verticale. Ogni tanto i costruttori comprano palazzi vecchi, li buttano giù e ricostruiscono da capo.
  2. Per scoraggiare l’uso del mezzo privato, il governo ha fatto in modo che essere proprietari di un’auto sia estremamente costoso: serve un permesso speciale che ti costa una cifra. Ma una cifra grossa. Tipo che con quei soldi ti potresti comprare una Porsche. Eppure non mi pare che ci siano poche auto in giro, anzi non ho mai visto così tante Ferrari in così poco tempo.
  3. Singapore acquista la terra (nel senso di terriccio) dai paesi vicini per espandere il suo territorio.
In questo piccolo spazio (con la più alta concentrazione di miliardari del mondo) si intrecciano un sacco di etnie: cinesi, indiani e malesi soprattutto. In giro si trovano sempre i cartelli nelle rispettive lingue, e fortunatamente anche in inglese, dal momento che l’inglese è una delle lingue ufficiali a causa del retaggio coloniale. Mo’ non voglio stare qui ad annoiarvi con la lezione di storia, anche perché dovrei andare a verificare ciò che scrivo, ma non ho molta voglia, e rischierei così di fare brutte figure. Ergo, in caso vogliate approfondire l’argomento, vi rimando alla pagina di wikipedia. Tutto questo per dire che: tutti parlano anche inglese, oltre alla propria lingua d’origine. Come lo parlano… lasciamo stare. Ogni volta che mi rivolgono la parola, ho l’impressione che mi parlino in cinese (anche gli indiani e i malesi).
Bene, credo di avervi annoiati abbastanza con i dati di background. Vorrete sapere cosa ho fatto qui sull’equatore, no?

Partiamo dal giorno 0,5. Come vi dicevo, sono atterrata intorno alle 14. Riprendiamo da lì. Che ho fatto dopo? Dove sono andata? Chi mi ha accolto in questa impressionante città orientale?
Appena scesa dall’aereo ho preso il mio taxi e sono andata a casa di Mary Jo. La Mary è un’amica di vecchissima data delle sorelle Materassi - mia e di Isa, insomma - che non vedevo da 12 anni se non vado errata, da quando aveva lasciato Vanzago. Quando ho saputo che ora vive a Singapore con suo marito Michael e un’adorabile cagnolina di nome Pantoufle, ho pensato di contattarla per incontrarci. Lei non solo mi ha risposto con entusiasmo, ma mi ha addirittura invitato a stare a casa sua! Ora, andare in giro per il mondo e ritrovare i vecchi amici è una cosa che adoro. E non perché mi piace andare a scrocco. Poter vantare amicizie disseminate qua e là mi sembra quasi una prova della capacità di una persona di creare legami, una dichiarazione di… chiamiamola ricchezza relazionale. Che, come ho scoperto nel corso dei miei viaggi, è una cosa importantissima. Non lo dico per fare retorica, davvero. L’ho imparato sulla mia pelle, testato sul campo. Un giorno vi racconterò di quando me ne stavo sola e ammalata nel mio squallido appartamento di Dublino, e la mia amica Elisa andava e veniva per portarmi le medicine e i generi di prima necessità, facendo le veci della mia famiglia. Ma sto uscendo dal seminato.

Dicevo, la Mary. Sono passati 12 anni, e non è cambiata di una virgola! Che strano essersi salutate a Vanzago e rincontrarsi a Singapore, tornare a parlare della gente del paesello, delle c******e che si combinavano da adolescenti, e raccontarci il riassunto delle rispettive vite! Nel mentre, cercavo di sconfiggere gli effetti del jet lag. E c’è modo migliore per non pensare al sonno che andare a mangiare? Cena in un delizioso ristorante di Little India, senza scarpe, sedute per terra e mangiando cibo molto, molto piccante. Fanno anche le gare per vedere chi riesce a battere il record. Io mi sono attestata su un 3, che in una scala da 1 a 6 è dignitoso, no? Ed è stato anche faticoso, ve lo assicuro. Ma tutto molto buono.

La Hall of Fame dei mangiatori piccanti
Che dire, dopo la cena non è che abbia tirato ancora a lungo. Siamo tornate a casa (e dal taxi ho addocchiato un KFC!) e sono riuscita ad addormentarmi, come vi dicevo l’ultima volta, con il pc sulle gambe mentre chattavo con mia sorella. In Italia erano solo le 19.

Giorno 1

In teoria doveva iniziare con una corsetta al parco. In pratica, grazie Mary per avermi lasciato dormire! Inutile dire che ne avevo proprio bisogno. La giornata è partita qualche ora dopo con una bella colazione e quindi con un giretto ai giardini botanici, dove tra le altre cose c’è una serra per le piante che vivono in ambienti freddi. Quindi entri in magliettina e sbarbelli dal freddo, come dice mio padre, perché dentro ci saranno 15°,poi esci e svieni dal caldo per i 34° e l’umidità del 200%. Poi giardini con le orchidee e statue improbabili (è più fuori contesto il busto romano, le giraffe o l’unicorno?), sentierini che si immergono nella foresta tropicale, alberi colossali che ti avvolgono con radici che sembrano drappi, alberi preistorici che sono piante e rocce insieme.


Un gigantesco parco giochi per imparare un sacco di cose, che mi ha ricordato quei libri che avevo da piccola, I Quindici: un’enciclopedia per ragazzi, i cui volumi erano dedicati ognuno a un argomento diverso, come fiabe, piante, animali, luoghi del mondo… e mentre leggevo sognavo di vedere da grande le cascate del Niagara in America o il Sentiero del Gigante in Irlanda, e anche quegli alberi preistorici che sono piante e rocce insieme…  almeno un desiderio nella mia vita l’ho realizzato, in fin dei conti :)

Nel pomeriggio, Mary e Michael sono partiti per un weekend lungo, e Swaggirl ha iniziato le sue peregrinazioni in direzione del quartiere finanziario, a sud della città, oltre il fiume.

Central Business District

Come al solito io mi faccio i miei bei itinerari nel cervello, ma poi mi perdo, sbaglio a leggere le cartine, mi rifiuto di chiedere, se chiedo non capisco… Però così si scoprono un sacco di cose interessanti. Presempio, fra i palazzoni chilometrici del Central Business District, c’era un omino cinese accanto a un tavolo pieno di cose da mangiare, con due falò ai lati e un sacco di bastoncini di incenso accesi.


Ero troppo curiosa di sapere il perché e il percome, allora con la scusa di fare una foto gli ho chiesto di che si trattava. Mi ha spiegato che agosto è il mese in cui si celebrano gli spiriti, e l’altare era per le offerte all’aldilà, e chiunque voleva poteva fermarsi a pregare. Intanto era impegnato a bruciare dei foglietti: rappresentavano soldi, che venivano anch’essi offerti agli spiriti. Ringrazio il vecchietto per la spiegazione e me ne vado tutta contenta di aver scoperto questa tradizione original made in China; sono poi venuta a sapere (stavolta dalla mia guida) che a Singapore esiste un tempio dove si celebrano addirittura le nozze fra gli spiriti: se una ragazza muore nubile, i parenti possono mettersi in contatto con un’altra famiglia che magari ha perso un figlio non sposato e organizzare le nozze dell’altro mondo (ma, Bellaisa Fuse e Amico Fritz, il vostro matrimonio rimane insuperabile). Altrimenti, ci sono persone che si occupano di trovare lo spirito più adatto per la defunta. Una specie di agenzia matrimoniale per i cari estinti, non so se mi spiego. Non è una cosa incredibile? Evidentemente, rimanere single non è una scelta che gli spiriti approvano. Non è dato sapere quale sia la loro opinione in materia di unioni civili e matrimoni omosessuali.

Quanto mi sto dilungando! Comunque, di nuovo, cammina cammina, arrivo fino ai moli, dove sono accumulati un sacco di pub e locali per turisti.


Davvero tutto molto pittoresco, soprattutto alla luce del crepuscolo, ma ci sono passata in mezzo a testa bassa. Il mio obiettivo era il museo delle civiltà asiatiche! Che non riuscivo a trovare. Devo averlo cercato per tre ore almeno… colpa delle cartine, eh, che erano errate. Sì sì. E quando alla fine lo trovo, non era proprio quello che mi aspettavo. Da appassionata frequentatrice delle più rinomante gallerie d’arte occidentali (da leggere con la R moscia,seduti in poltrona e tenendo in mano un calice di vino rosso), pensavo di entrare in una pinacoteca con gli equivalenti asiatici di Picasso, Botticelli, Raffaello e così via. Invece trovo armature di guerrieri mori, tappeti persiani, utensili daiachi (e finalmente ho scoperto chi sono), divinità indù e demonesse infernali scintoiste. 

All your base are belong to us

Ho scoperto che l’inferno dantesco ha un sacco di cose in comune con l’aldilà di non so più quale credo orientale, anzi l’iconografia che usano da queste parti non ha nulla da invidiare alla nostra in quanto a fantasia e truculenza.

E qui finsice la mia giornata, le visite sono terminate. Ma c’è un ultima prova che mi attende: il labirinto infernale (giusto per rimanere in tema). Prendo la metro, scendo alla mia fermata trascinando stancamente i piedi e pensando al pezzo di strada che mi attende per arrivare a casa (non più di 10 minuti, ma a fine giornata sembrano tantissimi) e salgo in superficie. Dal lato sbagliato della strada. Come faccio ad attraversare? Cerco con lo sguardo un passaggio pedonale, un semaforo… niente. A quel punto mi tornano alla mente le parole di Mary: “Qui per attraversare la strada devi fare il sottopassaggio.” Shit. Torno di sotto, e… e mo da che parte vado? Che strada ho fatto stamattina? Inizio ad aggirarmi per il labirintico centro commerciale che c’è sottoterra. Uno potrebbe camminare per chilometri e chilometri senza mai vedere la luce del sole, a Singapore. C’è una vera e propria città sotterranea. Anzi, tutto il sottosuolo dell’isola dev’essere sforacchiato peggio di un groviera per far posto a negozi, ristoranti, gallerie… almeno 3 o 4 livelli sotto terra, da quello che ho visto.

Maledetto mostro. Ma ti ho domato!

Ma non è quello che mi interessa, ora. Ora voglio solo tornare a casa! Non so quante volte sono uscita, sempre dalla parte sbagliata. A un certo punto ho pensato di prendere un taxi solo per attraversare la strada (e chi mi becca la citazione cinematografica, vince una menzione speciale nel prossimo post). Ogni volta che uscivo, mi allontanavo sempre di più dal luogo che in realtà volevo raggiungere. Se non l’avessi presa sul ridere – quando sono molto stanca, rido – sarei scoppiata a piangere. A un certo punto ho persino beccato 50 persone che occupavano il marciapiede facendo balli di gruppo. Siete mitici!!! Ma fuori dai piedi, che voglio tornare a casa. Finché non metto in moto il cervello e mi sforzo per decifrare le indicazioni all’ingresso della metro. Tonta. Che Tonta che sono. Era così semplice! Inizio a ridere fra me e me – ma di sicuro avevo un gran ghigno stampato in faccia – e accorro finalmente verso l’uscita corretta. Sìììì! Ce l’ho fatta! Il labirinto si merita un bel dito medio, e io finalmente posso rientrare a casa.

Ma quanto ho parlato! Tranquilli, per oggi vi ho tediati abbastanza. Ciò che mi è successo nei giorni seguenti ve lo racconto al prossimo post. Ma mi devo sbrigare, è quasi ora di lasciare Singapore!

venerdì 17 agosto 2012

Il giorno più lungo


Quella mattina, era il 15 agosto, la famiglia Fusè si alzò di buona lena per accompagnare la figliuola prodiga in aeroporto.
That's us!
Fra valigie che non riescono a chiudersi, tagli di capelli dell’ultimo secondo, gatti indifferenti, finalmente i nostri partirono alla volta di Malpensa, non prima però di andare a raccogliere i De Francish al completo.
Quale fu la sorpresa di Swaggirl quando trovò in aeroporto anche i suoi amici Claudia e Mauro, accorsi a salutarla un’ultima volta, addirittura recando dei doni! Addirittura venuti per accompagnarla fino ai controlli!! Grazie davvero ragazzi!
E tanti, tanti baci alla mia famiglia e una stretta di mano all'Amico Fritz, grazie per avermi accompagnato!

Ora, voglio consigliare a tutti la Sri Lankan Airlines. Ho volato davvero bene, e le hostess hanno una divisa stupenda, una specie di sari tutto colorato. Il posto era azzeccatissimo, bello largo, e dopo la prima ora di volo e la prima ora e mezza di pausa a Roma ho fatto amicizia con David, il mio vicino di sedile. Eppure, le cose non erano cominciate molto bene. Intanto, siamo partiti da Milano con un’ora di ritardo. Dopodiché, altro ritardo di mezz’ora accumulato allo scalo tecnico a Roma. Inoltre, queste persone non devono avere le idee molto chiare sulla geografia italiana. Osservate dove posizionano Roma sulle brochure con le loro rotte.
Riuscirò ad arrivare a destinazione?
Fatto sta che le prime 4 ore del volo Roma-Colombo sono trascorse. Non dico velocemente, ma sono trascorse. Anche grazie alla prima cena, servita alle 18 ora italiana. La seconda cena è stata meno gradita, per svariati motivi. Già le tagliatelle con pollo e spinaci non sono sto gran piatto a casa mia.


Servirle alle 2 del mattino ora italiana è pazzia. Accendere le luci e svegliare i passeggeri è crudeltà. Ah ah ah, ma tanto io non dormivo, non mi avete colto di sorpresa, tiè! …Non ho dormito un minuto… Le mie occhiaie erano così v__v  Non so se rendo l’idea.

MA. Facciamo un salto in avanti nel tempo. Arriviamo al momento in cui atterro a Colombo. Volevo baciare la terra, finalmente! Finalmente posso imbarcarmi per altre 4 ore di volo. Che, dopo le 12 ore e mezza precedenti, mi parevano una bazzecola. Accolta da un clima afosissimo, supero i controlli di sicurezza, dimentico la cintura, mi accorgo di aver dimenticato la cintura, recupero la cintura, mi imbarco di nuovo. Tutto questo in 70 minuti. A proposito, ho sbagliato clamorosamente i fusi orari indicati nel post precedente: Colombo è a +3 ore e mezza rispetto all’Italia, mentre Singapore è a +6. Comunque, grazie al cielo questo secondo volo è semi-vuoto, ho la mia bella fila da 3 tutta per me, l’aereo è più che dignitoso, quindi non appena si possono slacciare le cinture di sicurezza mi svacco e provo a dormire. Invano, naturalmente, ma il mio corpo ci è cascato. Il mio cervello invece non si è fatto fregare, anzi ha anche detto al mio corpo: “Ehi, ma ti fai prendere in giro da questa qui??” “Hai ragione! Mo’ mi sveglio! Meglio, mo’ le faccio vedere io!” E voleva ripropormi le tagliatelle agli spinaci e pollo della colazione, proprio in fase di atterraggio, quando stavamo sorvolando il porto di Singapore (zona, ho scoperto in seguito, soggetta a micidiali turbolenze). Io però ho fatto vedere loro chi è che comanda e ho messo tutti al proprio posto. La bambina seduta nella fila dietro invece non è stata altrettanto perentoria, e ha macchiato tutto il corridoio, nel momento esatto in cui si sono spenti i motori. Benvenuti a Singapore!  Ora locale, 14.00.

L’aeroporto è così grande e la città così ricca, che ci sono persone pagate esclusivamente per agitare una mano guantata sotto il sensore delle porte automatiche all’uscita e indicarti il taxi su cui salire. Siano benedette, io a quel punto avevo a malapena la forza di dare l’indirizzo al tassista. Anche se devo dire che ho retto bene anche le ore seguenti. Nonostante la tentazione, ho evitato di dormire nel pomeriggio, anzi ho tirato quasi fino all’1. Ho capito che era finalmente arrivato il momento di andare a dormire per davvero quando mi sono assopita con il pc sulle ginocchia e le mani sulla tastiera.

Ricapitolando:

10.600 km. Più o meno.

34 ore senza dormire. Devo ancora recuperare del tutto... Quindi dei primi giorni in città vi racconterò la prossima volta. Buonanotte!

mercoledì 25 luglio 2012

Lo scopo del blog, ovvero mi presento


Sono Ilaria, ho quasi 30 anni e ho deciso di festeggiare l'importante traguardo in maniera singolare: licenziandomi e scappando in Australia. Il 15 agosto partirò alla volta dell'emisfero sud e pianifico di starci... non so, un mese, tre mesi, un anno, chissà. Per il momento ho in tasca un biglietto di sola andata e un preziosissimo visto vacanza lavoro, che mi permetterà di mantenermi con qualche lavoretto saltuario nell'economia globale del cazzeggio. O, per metterla in maniera più elegante, nel corso del mio anno sabbatico cercherò di non bruciare tutti i soldini faticosamente ammucchiati e punterò a lavorare - il meno possibile, si capisce - su e giù per il continente.

Dopo un primo momento di sorpresa, seguito da un secondo momento di sorpresa e un terzo momento di sorpresa, quindi in rapida successione stupore, meraviglia, confusione, WTF e via dicendo, diversi amici mi hanno consigliato di tenere un blog. "Così potremo seguire le tue avventure!" "Così saremo sempre aggiornati sui tuoi movimenti!" "Così, se un giorno scomparirai dai radar, almeno sapremo grosso modo dove cominciare a cercarti!" (Grazie, Claudia e Mauro, per la preoccupazione.)

Per semplificare, metto qui un elenco di FAQ per soddisfare le curiosità fondamentali del lettore AKA le domande più frequenti che mi sono state poste.

Australia? Perché in Australia?
Why not?
Va bene, cerchiamo di dare una spiegazione un po' più organica. Mi piace viaggiare, OK? Idealmente, vorrei vedere tutto il mondo. Un obiettivo importante, me ne rendo conto, ma da qualche parte bisogna attaccarlo 'sto obiettivo, o no? Mi sembrava il momento giusto di staccare dalla vita che ho vissuto negli ultimi 7 anni e approfittare dell'opportunità offerta dal VWH che, guarda un po', è riservato a giovani (e sottolineo: GIOVANI) fra i 18 e i 31 anni non compiuti. Ohibò, sta per scadere il tempo! Meglio darsi una mossa.

Che vai a fare in Australia?
Uhm, se non si è capito... cazzeggiare! Ma in maniera costruttiva. Viaggiare, vedere, assaggiare, scoprire, conoscere, imparare... A tempo perso cercherò di lavorare un po'.

Quindi hai già un lavoro in Australia?
Not at all. Niente. Sono comunque volenterosa a fare i lavori più svariati. Presempio, so che in Australia cercano un mucchio di manodopera per il lavoro nei campi. Ergo ho seguito un corso accelerato di guida di mezzi agricoli. 

C'è bisogno di autrotrasportatori? Si può fare anche quello.



 Se serve, sposto anche i muletti. 

Non è un fotomontaggio


Vado lì e poi vi dico che succede.

E dove starai di bello?
Ovunque e in nessun posto. Sembra una canzone... Atterrerò a Gold Coast, nel Queensland, a circa 70 km da Brisbane, città in cui passerò i primi tempi, giusto per capire da che parte girarmi.


Poi penso che mi sposterò in senso antiorario lungo la costa, così da poter visitare il nord prima della stagione delle piogge, che dovrebbe iniziare a novembre. Poi vedremo che succede.

E hai contatti? Conosci qualcuno?
Amici di amici di amici. Ogni volta che racconto a qualcuno di questa idea, subito viene menzionato un conoscente/cugino/ex collega che sta a Sydney/si è trasferito a Melbourne/ha trovato lavoro a Perth/è emigrato ad Alice Springs... Insomma le potenzialità sono parecchie. Sapete che vi dico? Vedremo che succede!

Vai da sola?
Yep.

Sei matta?
Sicuro. 'Ste cose si fanno rigorosamente in momenti di follia.

E quindi la prima tappa è Gold Coast?
No. Prima tappa: Singapore. 

È una città-stato, lo sapevate?

Perché spararsi subito 24 ore di viaggio, quando si può spezzare in due tranche da 17 + 7? Così da vedere un altro pezzettino di mondo e poi spiccare di nuovo il volo dopo qualche giorno di pausa. Per inciso, odio prendere l'aereo.

Con che frequenza aggiornerai il blog?
Boh. È la prima volta che tengo un blog... Si intuisce, eh? Prometto che via via imparerò a usare tutto per bene, a trovare il font più adatto, a postare al meglio foto e video... Vediamo che succede.