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martedì 24 gennaio 2017

I cahiers de doléances del flat sharing

Buon 2017!

E mi pare giusto celebrare il 24° giorno dell'anno con un nuovo post.

È da un po' che volevo parlare di una cosa banale ma fondamentale: la casa.

A Londra è molto molto molto difficile potersi permettere di vivere da soli, la soluzione che più va per la maggiore è la condivisione. Case spesso vecchie, umide, buie, sovraffollate, dove il padrone di casa non si fa scrupoli a trasformare il soggiorno in un'altra camera. tirare su muri e suddividere spazi, tutto per guadagnare un posto letto in più e infilarci l'ennesimo expat.

Durante il mio primo anno qui sono stata fortunata, ho trovato casa (tramite un losco italiano che millantava di essere una specie di agente immobiliare) presso una famiglia di origine pakistana, papà, mamma e tre figli, che aveva appena tirato su un nuovo piano alla loro villetta a schiera tipicamente inglese, recentemente restaurata. Ergo entro per prima in questo territorio vergine, con la moquette nuova di pacca, primissima inquilina che la famiglia decide di tenersi in casa. Il giorno in cui mi sono installata in casa era l'Eid, festività musulmana, ed era in corso un pranzo di famiglia (e le famiglie pakistane sono estese). Mi pareva di essere in Sognando Beckham, con tutti quegli abiti colorati, gli odori di cibi speziati provenienti dalla cucina, il vociare.

Saltiamo avanti di 12 mesi e più. I padroni di casa sono adorabili, sono diventati una specie di famiglia pure per me, ma sento il bisogno di una certa privacy. Decido di lasciare il nido pakinglese, e mi trasferisco - in realtà poco lontano - in un appartamento trovato tramite una collega, insieme ad altre due ragazze. Diminuire il numero di coinquilini a questo punto è diventato fondamentale, e tre abitanti per una casa mi sembra un buon numero. Le mie coinquiline sono Jessica, al secolo Jaroslawa, slovacca, ed Erika, svedese di origine coreana. Siamo grosso modo coetanee, Jessica è direttrice di un asilo mentre Erika lavora in una caffetteria. Coinquilino extra estemporaneo è il ragazzo di Jessica, un cuoco algerino. L'appartamento fa parte di un blocco denominato close che, come suggerisce il dizionario Cambridge, si tratta di una strada chiusa privata. Ha senso? Non lo so. Diciamo che a me ricorda un po' il concetto nostrano di cortile. Comunque, se ho capito bene queste un tempo erano case popolari, e in effetti sono abbastanza brutte. Accanto al complesso però c'è un campetto da basket, un asilo e un piccolo parco giochi. La popolazione è per lo più di origine caraibica, ma insomma c'è un po' di tutto. Credo che il nostro appartamento sia circondato da una famiglia italiana e una dell'Est Europa. La casa è disposta su due livelli, con la mia stanza e quella di Jess al piano rialzato, insieme al bagno (con la toilette separata), mentre sotto, al livello della strada, c'è il soggiorno che a un certo punto della sua storia è stato convertito in camera di Erika, la cucina abitabile, il bagnetto di Erika e un piccolo cortile posteriore.

È piccola, ma non è quello il problema. Il problema è che è vecchia. I serramenti fanno pietà (fuori dalla finestra c'è del muschio che tenta di farsi strada all'interno), sul soffitto compaiono macchie di muffa che manco la Sindone, ogni volta che apri i rubinetti l'impianto idraulico esige suppliche e preghiere per esprimere un po' di pressione. E non è neanche la casa peggiore che ho visto: almeno qui c'è dignità. Paul, il padrone di casa, tutto sommato non è male, generalmente se hai bisogno è sempre reperibile, e con le ragazze vado d'accordo - con Jessica più di Erika, che vedo più raramente e mi sembra un po' riservata.

Sono qui da pochi mesi, ed ecco il colpo di scena: Jessica è incinta. Lei e il suo ragazzo decidono di trasferirsi in una casa nella famosa zona 12, Hic Sunt Leones, e io ed Erika iniziamo a cercare un nuovo coinquilino. Quanti ne avremo visti, 3 o 4? La selezione è un processo che mi annoia molto, devi fidarti un po' della prima impressione, e qui la prima impressione ha fatto clamorosamente cilecca.

Decidiamo di prendere in casa Joana, portoghese che si è trasferita da poco a Londra e lavora come receptionist in un hotel. È un po' più giovane di noi, ma sembra matura, è tranquilla, chiacchiera volentieri. Per i primi due o tre mesi, tutto bene. Una sera di giugno torno a casa intorno a mezzanotte, e davanti alla porta di ingresso trovo Jo con un'amica. Ciao, ciao, buonanotte. Non ci penso più. Nelle settimane seguenti ogni tanto salta fuori sta amica, ma continuo a non pensarci. Finché un giorno incontro Erika in cucina, che mi dice: "Ma la ragazza di Jo... è una ragazza, vero?" E io: "Aaaaah, vuoi dire... sì, giusto. Comunque sì, è decisamente  una ragazza." "No perché l'altro giorno stavo parlando con Jo e mi ha menzionato il suo ragazzo..." Mah, faccia un po' come vuole. Pochi giorni dopo, in una delle forse ultime occasioni in cui abbiamo avuto una conversazione civile, Jo parla del suo partner che acquista solo un particolare tipo di pane - e io vanifico i suoi sforzi chiedendole: Oh, does she?

Non so quando le cose hanno iniziato a diventare bizzarre e soprattutto imbarazzanti, ma più o meno dal giorno alla notte la tizia smette di parlarci. Quando ci incrociamo in cucina mormora appena un ciao fra i denti, dopodiché il silenzio più impacciato cala. Io sono una che odia il silenzio, ho bisogno di riempirlo anche a costo di fare la figura dell'idiota lasciando andare i commenti più patetici sul tempo e la Brexit... eppure con quella non attacca. Ancora peggio quando sono in cucina entrambe, lei e la sua morosa, ti senti una terza incomoda a casa tua. Ed è una presenza che diventa ingombrante, a un certo punto l'altra praticamente si trasferisce qui, ovviamente senza che nessuno chieda nulla a me ed Erika. Che siamo due fesse, una più buona dell'altra, per andare a denunciare la cosa al padrone di casa. La cosa più ridicola è che per tutto il tempo l'altra rimarrà l'Innominata, dato che nessuna delle due ha avuto l'intelligenza e la decenza di fare le presentazioni. E si susseguono una meschinità dietro l'altra: uso della cucina a ore improponibili della notte senza il minimo riguardo per Erika che dorme lì accanto; coda per l'uso della lavatrice ignorata; turni delle pulizie saltati; avanzi di cibo abbandonati senza riguardo nel lavandino; urla d'amore filtrate da una ridicola parete di cartone (e mi dice Erika che la cosa è ben peggiore dal piano di sotto).

Ma l'oggetto epitome, la pietra dello scandalo, è la carta igienica.
Durante una delle chiacchierate conoscitive, Jo ci chiede se condividiamo le spese. Noi spieghiamo che condividiamo praticamente solo i prodotti per la casa, per il resto ognuno fa da sé. Dal momento che io e lei divideremo il bagno, mi chiede come si fa per la carta igienica. Io dico che con Jess non c'era una regola fissa, si andava a buonsenso, a volte la prendeva lei, a volte io.
Per i primi mesi, grosso modo finché ci parliamo, rimane in vigore una regola non scritta secondo la quale la prendiamo a turno. Succede un giorno che ho preso il rotolo dal bagno e me lo sono portato in camera, dimenticandomi poi di rimetterlo a posto e uscendo di casa. Apriti cielo! Mi arriva via messaggio un pippone sull'immoralità del mio gesto sconsiderato. Da quel momento, ognuno usa la carta igienica sua. Benissimo, se non fosse per il surrealismo di questa qui che si porta avanti e indietro la carta igienica dalla sua camera. La qual cosa mi offende, se devo dire la verità: pensi che io voglia rubarti la tua carta da culo? I rotoli finiti però si guarda bene dal portarseli via. Li lascia tutti lì belli allineati sul davanzale della finestra o sulla mensola dell'ingresso, forse pensando che si gettino da soli, o che ascendano al cielo, non so. Una volta ne ho contati 10. Quando sono partita per le vacanze di Natale ce n'erano due o tre caduti a terra, che erano diventati il simbolo di questa battaglia fra volontà d'acciaio: vediamo se quando torno, fra tre settimane, sono ancora a terra. (Al mio ritorno, erano in effetti spariti. Era stata Erika.)

Durante le vacanze ecco sopraggiungere un altro colpo di scena: arriva un messaggio di Paul per comunicarci che Jo se ne andrà a fine gennaio. Ho fatto letteralmente un salto sulla sedia. Il giorno dopo ricevo un'altra bella notizia, sebbene non pertinente: ho vinto dei biglietti per assistere a uno show televisivo con David Tennant a fine gennaio. Seguono numerosi salti sulla sedia, e questa conversazione con mia mamma:

Io: L'anno inizia proprio bene, quella che se ne va, e i biglietti per il Tennant...
Mamma: Chissà se vi saluta...
Io: Certo che ci saluta, lui è bravissimo, saluta tutti!
Mamma: Io parlavo della coinquilina...

A mia mamma: no, non ci ha salutato. Se n'è andata via oggi senza dire una parola ad Erika, che ha incrociato due minuti prima in cucina, e portandosi via tutte le sue cose, persino il deodorante per il bagno e l'ultimo rotolo quasi finito di carta igienica.

giovedì 28 luglio 2016

Yujin

Dopo Yi, rimaniamo in Oriente. Oggi vi racconto della mia amica Yujin.

Ho conosciuto Yujin tre anni fa, nell'ultima parte del mio viaggio australiano - quella che non è mai finita nel blog. Ero a Perth, da lì sarei partita per Bali, ma prima avrei passato una settimana in città. Yujin era in camera con me nell'ostello. Lei era appena arrivata dalla Corea del Sud con il suo working-holiday visa, io stavo per andarmene. Nonostante i pochi giorni passati insieme, abbiamo legato immediatamente e in una maniera sorprendente, abbiamo scoperto un'incredibile affinità su più livelli; la cosa che più mi fa specie se ci penso è quanto avessimo in comune in termini di percorsi di vita.

Pochi giorni dopo esserci incontrate, lei è partita alla scoperta del continente australiano, piena di entusiasmo, io tornavo a casa un po' con la coda fra le gambe. Da allora, ci siamo sentite ogni tanto su Facebook, ma nulla di più.

Qualche giorno fa, posto una delle mie foto del KFC su Facebook, e Yujin mi contatta, chiedendomi se fossi a Londra. E Facebook fa il miracolo! In quattro e quattr'otto organizziamo per incontrarci dopo il lavoro. Il lavoro gentilmente mi concede di uscire in orario, il meteo è piacevolmente benigno nonostante una mattinata pessima, e come da programma ci troviamo a Camden Town. 

Che bellissima sorpresa! Esitiamo un attimo a riconoscerci, ma solo un attimo, ci corriamo incontro, ci abbracciamo, e subito sembra di essere ieri che ci siamo viste l'ultima volta; ma le cose da raccontarci sono tantissime, quello che ci è successo da quando ci siamo separate, ma anche ritornare con la memoria alle storie che ci siamo scambiate in quei giorni. Passeggiamo per il mercato di Camden, che a quest'ora di un mercoledì si sta svuotando in fretta - è la prima volta che noto la sua struttura a bazaar - prendo da mangiare a una bancarella malese, andiamo a sederci lungo il canale, senza mai smettere di parlare. L'impressione di aver avuto due vite così diverse, eppure con tanti punti in comune, è ancora viva dopo 3 anni; ascoltiamo le rispettive storie, ci raccontiamo i traguardi raggiunti - così diversi da quelli delle nostre coetanee, così intangibili, eppure Yujin mi aiuta a capire che pur sempre di traguardi si tratta. Andiamo a toccare esperienze passate difficili, che entrambe abbiamo cercato di nascondere o dimenticare, e invece oggi ne parliamo non con facilità, ma almeno con un certo senso di liberazione, anche se per quanto mi riguarda c'è ancora tanto lavoro da fare. Però parlare e confrontarmi con lei mi ha fatto almeno intuire quanta strada ho fatto fino ad oggi.

Mentre parliamo sedute sul canale, passano due singolari individui (donne? uomini? boh) che fanno cosplay, un incrocio fra Minnie, le guardie della Regina di Alice e Harley Quinn. Non penso di aver dato l'idea. Ma Londra è anche questo, e Camden soprattutto. I due non possono fare a meno di attirare l'attenzione di tutti i presenti; io penso che stiano andando a una festa, e invece li vedo sedersi in un caffè sull'altra riva del canale, a livello della strada, da dove arriva musica acustica. Dal momento che ho finito di mangiare e Yujin ha voglia di prendersi un dolce, decidiamo di andare proprio in quel caffè, che ho visto così tante volte e avevo sempre evitato con sospetto date le vibrazioni hipster che emanava. E insomma, non mi sbagliavo. Ma in fin dei conti ci stava tutto: open mic night, finestroni sul canale coperto dalle foglie degli alberi, la ferrovia che corre parallela all'acqua, le narrow boat ormeggiate, un cielo plumbeo che però non spaventa più, tanto la pioggia ha già dato.

Sono le 9 quando ci salutiamo, scorrendo i rispettivi impegni per le prossime settimane e concludendo che probabilmente settembre sarà un buon mese per vedersi. Per una volta la distanza nel tempo non mi spaventa né mi frustra. Un po' perché settembre è dietro l'angolo (ansia), un po' perché, con certe persone, è sempre come se le avessi viste ieri. E ritrovarle sulla mia strada è un po' come essere a casa.


lunedì 18 marzo 2013

Matrimonio all'australiana

È mattina presto, ancora buio, quando mi sveglio per salutare Davide. Sono un po’ assonnata, e soprattutto sono negata per i saluti, ho sempre una gran fretta di concludere. Ecco la fine di 3 settimane intense e ricche di esperienze! Rivedrò il mio amico fra un numero imprecisato di mesi. Gli lascio un po’ di zavorra da riportare in Italia, e soprattutto saluti e affetto per tutti gli amici che mi aspettano a casa.

E dopo pochi minuti sono di nuovo da sola. Sono le 5 del mattino, devo liberare la stanza alle 10, quindi direi che posso prendermi ancora qualche ora di sonno. Però non è facile, un po’ per la malinconia dell’addio, un po’ per il pensiero della valigia da sistemare per l’ennesima volta, infine per la nuova incognita alle porte: chi saranno i miei nuovi ospiti? Max, quando ha saputo che il mio viaggio con Davide avrebbe avuto come meta finale Adelaide, mi ha raccomandato di fargli sapere quando sarei arrivata nella capitale del South Australia, perché lì ha degli amici che avrebbero potuto ospitarmi. Quindi alle 10, con tutti i miei averi miracolosamente impacchettati, mi reco alla reception per il check out e attendo l’arrivo di Andrew e Wendy, che si presentano venti minuti dopo. Una coppia molto cordiale, sulla cinquantina, che vive in un sobborgo sulle colline, in una casa circondata dal bush. Starò da loro qualche giorno, prima di partire un’altra volta. Non appena arriviamo a casa, mi mettono in guardia: “Occhio ai serpenti.” “Ce ne sono molti?” “Un po’, ma niente di cui preoccuparsi.” “Velenosi?” “Sì, ma niente di cui preoccuparsi.” Mi sembrano affermazioni discordanti. “Ora andiamo a portare a spasso il cane, se ti va puoi venire anche tu! Faremo un po’ di koala sighting!” “Ma se devo guardare in alto per avvistare i koala, come faccio a vedere i serpenti…?” Fortunatamente la mia apprensione si rivela infondata, e alla fine del velocissimo giro (non perché sia breve, ma perché Andrew e Wendy sono camminatori rapidissimi! Da mettere in imbarazzo la mia andatura da pendolare) i koala vincono contro i serpenti per 23 a 0. Se penso che a Kangaroo Island ho pagato per vedere 4 striminziti esemplari…


A parte questa avventura nel bush, passo il resto del tempo a ciondolare per la casa, con due eccezioni: il giro in città per fare gli acquisti di Natale e darmi una sistemata dopo le 3 settimane on the road (specie in vista del prossimo evento mondano), e il concerto di Natale organizzato dalla parrocchia frequentata da Wendy. Un concerto particolare: si tratta del Messia di Haendel (quello di Aaaalleluia!Aaaalleluia! Alleluia! Alleluia! Allee-luia!) eseguito da coro, solisti e pubblico! All’ingresso si ritira il libretto, si viene indirizzati dalla direttrice del coro a destra o sinistra, a seconda di quello che ti senti di essere, e poi si canta tutti insieme. Jesus Christ Sing Along. Io mi sono limitata ad ascoltare, ma è stata un’esperienza interessante. Non mi sono neanche addormentata. E nell’intervallo ci è stato offerto il rinfresco!
Per il resto, non ho molto altro da dire su Adelaide. Non sembra una brutta città, circondata com’è da un parco gigantesco e da belle colline coperte di vigneti. Ma ero davvero troppo stanca per godermela, quindi mi riservo il diritto di ritornarci in futuro. Adesso, come dicevo, si riparte: c’è da prendere l’aereo che mi riporterà a Brisbane. Tuttavia la mia prossima tappa non è nel Queensland, bensì qualche chilometro più a sud: si ritorna a Byron Bay! E perché ritorni a Byron Bay? Per il matrimonio di Bellapasta e Night Watcher!

Ve li ricordate, vero? Il mio primo weekend australiano! Allora mi annunciarono la decisione di convolare a nozze proprio in quel luogo, con una cerimonia sulla spiaggia, e mi invitarono alla cerimonia. Per l’occasione mi sono fatta mandare dall’Italia mezzo corriere – Davide – non uno ma tre abiti, e le mie scarpe rosse tacco 25. Io arrivo la sera prima del matrimonio, giusto in tempo per l’addio al nubilato. Mi reco all’ormai familiare YHA, dove gli sposi hanno prenotato la camerata per gli invitati, ed ecco i miei amici! Che bello vederli di nuovo, soprattutto in una simile occasione. Faccio inoltre la conoscenza di due invitati giunti apposta dall’Italia, Paola e Alessio il quale, per il potere conferito dalla più stretta necessità, è stato dichiarato padre della sposa. L’atmosfera è un po’ agitata, e non nel senso più comune del giorno che precede un grande evento: pare infatti che la spiaggia prescelta per la cerimonia sia… scomparsa. Mangiata dalle onde. Bisogna individuare una nuova location. Bellapasta nel frattempo deve ancora scegliere cosa indossare, se andare sul classico abito bianco o se optare per un azzurro mare. La sposa però sembra la più tranquilla di tutti. Io stessa devo ancora decidere cosa mettermi, e sembro più agitata di lei! 

Opzione #1


Opzione #2
Intanto gli invitati si palesano alla spicciolata: Dominik, il pilota, che ovviamente sarà l’autista della sposa, Silvia, una delle testimoni, che ho mancato per un soffio a Cairns, e infine anche la mia amica “toccata-e-fuga” Luciana! Come promesso a Cairns, ci rivediamo esattamente un mese dopo l’eclissi. Lei sarà l’altra testimone: con Silvia ha avuto la pazienza e la fortuna di trovare due abiti identici. Va’ come stanno bene!


L’addio al nubilato scorre in maniera molto sobria: kebab, acquazzone e birra. Siamo tutte stanche, all’1 siamo già a letto. Mi è giunta voce che l’addio al celibato abbia preso tutta un’altra piega…

Ed è la mattina del grande giorno. Il mio pensiero fisso fin dal risveglio è che devo stirarmi l’abito. Alla fine ho scelto il più sbarazzino, eccomi.


La cerimonia è alle 12, in teoria c’è tutto il tempo per prepararsi. Dobbiamo andare a fare la spesa, comprare le ultime cose per il pranzo di nozze, che sarà un barbecue sulla spiaggia. Io, Paola e Alessio ci incarichiamo degli acquisti. Mentre siamo al supermercato, Paola ha una grande idea: “La sposa ha il bouquet dei cinesi… perché non gliene prepariamo uno noi?” ed è venuto fuori un LA-VO-RO-NE! La lotta per accaparrarselo sarà senza esclusione di colpi! Alle 11 lo sposo parte per la spiaggia insieme agli amici per andare a preparare la location e per incontrare la celebrante. Poco dopo però arriva una telefonata angosciante da parte dello sposo: “È sparita la spiaggia!” “DI NUOVO???” E, all’ultimo minuto, tocca scegliere un nuovo punto per la cerimonia. In tutto questo, la sposa è rimasta serafica. La più serena di tutti. Ha infine scelto il vestito, è andata sulla tradizione. Mentre dà tranquille direttive, Luciana e Silvia le sistemano l’acconciatura. Nel frattempo arriva l’ultima invitata, Genny da Brisbane, e insieme io e lei ci facciamo dare un passaggio in spiaggia da Dominik.

Lo spettacolo è stupendo: due bandiere bianche segnalano l’inizio della “navata”, tracciata sulla sabbia con delle pietre. Da un lato Alberto, l’invitato addetto alla colonna sonora, traffica con l’impianto audio; dall’altro lato è stato sistemato un tavolino con il registro da compilare alla fine della cerimonia. Il percorso termina in un cerchio, dove prenderanno posto gli sposi e la celebrante.

E c'è anche la tavola da surf
Gli invitati, in tutto una quindicina di persone provenienti letteralmente da ogni parte del mondo (io sono l’australiana che ha fatto più chilometri per essere qui), ingannano l’attesa chiacchierando e chiedendo gentilmente ai bagnanti intorno di levarsi dal campo della macchina fotografica. Lo sposo, il più agitato di tutti, discute con la celebrante, quarantenne rampante che pare uscita da Dynasty. A un certo punto, tutti gli invitati si mettono a lanciare grida d’entusiasmo e a indicare un punto nell’oceano: delfini! Quattro delfini che giocano e saltano fra le onde! Peccato non abbiano aspettato ancora un po’, sarebbe stato un effetto speciale meraviglioso. Poco dopo, non paga dello spettacolo che ci ha già offerto, la giornata ci manda un aereo che solca il cielo in stile Frecce Tricolore. Ok, ora manca solo la sposa. Che giunge preceduta dalle sue testimoni, recanti le ampolle per la cerimonia della sabbia che concluderà il matrimonio. Alberto fa quindi partire la musica, e la sposa scende in spiaggia accompagnata da papà.



Ora, io ai matrimoni piango. Sempre. In genere all’inizio, quando arriva la sposa. Al matrimonio della mia amica Francesca, sono crollata quando lo sposo ha cambiato la formula di rito e l’ha resa un po’ più speciale. Al matrimonio di mia sorella è stato tutto così veloce che non ho fatto neanche in tempo a piangere, ma ci ho provato. Qui ho pianto dall’inizio alla fine. Dalla sposa che passa fra le bandiere mosse dal vento sulle note di One Love (ottima scelta, Night Watcher!), al saluto di papi agli sposi, alle parole della celebrante. Attimo di pausa, vedi lo sposo che piange anche lui, vedi gli invitati che piangono tutti, e giù di nuovo a piangere. Gli anelli! Oddio dove sono gli anelli, che dovrebbero essere nelle mani di Silvia? Grazie al cielo gli anelli in qualche maniera saltano fuori, e la cerimonia richiede che tutti gli invitati li ricevano e li consegnino infine a Luciana, che al momento giusto li darà agli sposi. Qualcuno (ehm…) cita addirittura uno dei 7.000 matrimoni di Beautiful, quello in cui Brooke arriva a cavallo sulla spiaggia per sposare – di nuovo – Ridge. E poi il momento dei voti. Il momento in cui pure la sposa cede e versa una lacrima. Il pubblico si scioglie. Mi commuovo ancora solo a scrivere. E finalmente sposi.



Applausi, musica, baci e abbracci. E, con un tempismo perfetto, di nuovo l’aereo! Quindi ci si sposta tutti verso il tavolino, dove con orrore scopriamo che il certificato riporta i nomi pieni di errori di ortografia. E pensare che il giorno prima la celebrante aveva chiamato Bellapasta per farsi ripetere nomi e cognomi corretti… Vabbeh, non sarà questo a rovinarci la giornata! C’è ancora la cerimonia della sabbia da eseguire. Silvia e Luciana consegnano le loro ampolle agli sposi, piene di sabbia azzurra e rosa, e insieme marito e moglie le vuotano in un vaso più grande, a forma di cuore. Poi tutti i partecipanti sono invitati a prendere un po’ di sabbia da terra e versarla nel cuore. Infine, la celebrante festeggia gli sposi con una bottiglia di champagne.

Ma sto fotobomber?
E che la festa abbia inizio! Ancora foto sulla spiaggia, qualcuno entra in acqua, e… oh! E il lancio del bouquet? Tutte in fila dietro la sposa, con la componente non italiana del gruppo particolarmente agguerrita, mentre noi si nicchia ai margini. Parte il bouquet, partono gomitate e spintoni...



e il premio se lo aggiudica una ragazza inglese di cui ahimè non so il nome. So che si era offerta di suonare l’ukulele durante la festa, ma credo che la gioia del bouquet le abbia fatto dimenticare l’impegno preso. È giunta l’ora di spostarsi nella zona barbecue, 10 metri più in su. Zona particolarmente affollata, data l’ora, ma in un modo o nell’altro ricaviamo lo spazio necessario per le nostre salsicce, consumate nel giardinetto lì vicino. Una grigliata proprio come si deve! Peccato che l’alcol vada consumato un po’ in sordina… Un amico della coppia, un tipo tedesco di cui ahimè non so il nome, si presenta alla fine della cerimonia con due involti di carta stagnola che hanno tutta l’aria di essere dei kebab. E invece sono birre, doni per gli sposi! Svaccata nell’erba con panino e patatine, penso che si tratta del pranzo di nozze più rilassato cui abbia mai preso parte. Anzi, tutto il matrimonio è il matrimonio più rilassato, incredibile e indimenticabile (con l’eccezione di quello di una certa parente stretta) cui abbia mai preso parte. Un raduno di amici che, così lontani da casa, rappresentano gli uni per gli altri la famiglia che sta a migliaia di chilometri di distanza. Un momento di vera gioia nel ritrovarsi e nel celebrare insieme la felicità di Bellapasta e Night Watcher.
Ma purtroppo anche le cose belle finiscono, spesso molto prima di quelle brutte. Alcuni invitati già si ritirano a metà pomeriggio, qualcuno neanche fa in tempo a mangiare il dolce, un buonissimo tiramisù proveniente da una pasticceria francese di Byron.

La torta nuziale

Silvia e Paola, coraggiose, vanno a fare il bagno, ma il tempo, così clemente durante la mattinata, inizia a fare i capricci. Piove per 10 minuti e tira un vento freddo. L’unico riparo che abbiamo sono gli asciugamani che abbiamo portato come tovaglie. È proprio ora di tornare in ostello. Dove, nella migliore tradizione italiana delle giornate dei pranzi luculliani, qualcuno chiede: “E per cena che facciamo?” “Ma che, sei matto, vuoi mangiare ancora?” “Potremmo prendere una pizza…” “Beh, perché no…” e la combriccola finisce la giornata nella maniera più italiana possibile, come un sabato sera casalingo: pizza e coca cola. Poco importa se qui la pizza è coperta di pollo e ananas…
E il giorno seguente è di nuovo l’ora dei saluti: Luciana parte prestissimo per Cairns, Genny è tornata a Brisbane addirittura poche ore dopo la cerimonia, Silvia partirà fra poco. E pure io ho la valigia pronta per la prossima tappa. All’ingresso dell’ostello auguro a Paola e Alessio un piacevole proseguimento in Australia e un buon rientro in Italia; abbraccio gli sposi, li saluto e li ringrazio per avermi voluto al loro fianco in questa splendida giornata. “E ci vediamo presto, ok?

Oggi sposi!
E vediamo quanti chilometri ho macinato per poter prendere parte a questa giornata:

1.600 km








Km totali percorsi: 29.470


venerdì 25 gennaio 2013

Un cuore rosso



Nel programma originale che avevamo stilato per la nostra traversata australiana, Alice Springs si vedeva dedicare ben due giornate piene. Ora, è vero che tale programma riportava la speranzosa scritta “e dintorni” accanto al nome della cittadina, ma pure con tutta la buona volontà sarebbe difficile pensare di trascorrere 48 ore qui, sapendo cosa ti aspetta altrove.

Certo, c’è un KFC, ma per il resto... Comunque, procediamo con ordine! La nostra mattinata si apre all’insegna del “prendiamocela comoda”, cosa peraltro necessaria dopo quasi tre giorni dedicati a macinare chilometri, dopodiché partiamo dimenticandoci attaccato il cavo elettrico e rischiando di sradicare la colonnina.

Mentre Davide rompeva il campeggio, io ho fatto la conoscenza di Maureen, una pimpante signora sessantenne che con il marito Bruce e la ferocissima Miss Emma gira l’Australia a bordo di Moonshine, il loro camper. Da cinque anni! Chiedo se posso visitare la loro casa, e accedo a un’abitazione essenziale e caotica. Maureen sta preparando il ragù per la cena. Ci sono lattine e bottiglie di plastica vuote in ogni dove (10 cent per ogni bottiglia portata in un centro di raccolta), e il bucato appena ritirato è ammassato sul tavolo da pranzo. Hanno anche un TV 32 pollici incastonato sopra al posto dell’autista. Massima stima per il trio.

Hanno anche la piscina

Ma vabbeh, dicevo dei “dintorni”… ed è proprio da lì che iniziamo. Dopo una breve sosta per cercare di sistemare un problemino al camper (addio, pompa dell’acqua) imbocchiamo Larapinta Drive e percorriamo il West MacDonnall Range, un’ampia vallata contornata da speroni rocciosi. Sembra di vedere i segnali di fumo degli indiani sulle creste... La distanza è breve, ma sufficiente per ripiombare nel bel mezzo del nulla, fino alla deviazione per la meta mattutina, il Simpson Gap.

Qui parcheggiamo, interrompendo a quando pare uno scambio di droga e/o armi e/o denaro sporco fra aborigeni dalle facce poco raccomandabili (col senno di poi... stavano sicuramente bevendo birra, la criminalità è una cosa troppo impegnativa). Il gap è una piccola strozzatura fra due montagnone rosse abitate da wallaby dai piedi neri, sul cui fondo permane una piccola pozza d’acqua grazie all’ombra costante. Dal canyon si allontana il letto in secca di un fiume. Tutti i letti dei fiumi sono in secca da queste parti, se vogliamo essere precisi.

Al laghetto del Simpson Gap, scampati alla banda di spacciatori aborigeni

Dopo che Ilaria si è esibita in esercizi di equilibrismo su un albero torniamo al camper e ponderiamo il da farsi: lei è attratta da un posto a una trentina di chilometri, lo Standley Chasm, e il nome sembra promettente (citandola, “pare il nome di una location di Diablo III”).

Nego. Mai detta una cosa del genere.

Proseguiamo verso ovest fino a incrociare il secondo aborigeno operoso incontrato durante il nostro viaggio (la prima è una signora di Alice Springs che ha cercato di venderci una tela dipinta). Questo personaggio ha avuto la bella pensata di far pagare 10 dollari l’accesso a una meraviglia della natura in un paese dove le meraviglie della natura si sprecano e sono tutte gratuite – e noi abbiamo avuto l’ancora più bella pensata di darglieli, questi soldi.

Io voglio precisare che, una volta venuta a sapere del biglietto d’ingresso… io non ci volevo venire, ecco.

Sarà per la carogna di aver “sprecato” 20 dollari (equivalenti a circa 8 lattine di birra, non so se mi spiego!), sarà per il caldo soffocante in mezzo alla gola strettissima, sarà quel che sarà, ma di questo posto io non conservo un gran ricordo. OK, pareti verticali di pietra rossa che ti circondano, ma... dai, chi non si è mai trovato nel mezzo di un canyon rosso scavato dalla furia delle acque in milioni di anni? Roba banale.

Soprattutto nel Red Centre, dove pare non esserci altro.

Ora siamo accaldati, un filo stanchi e sempre con la fissa dei 20 verdoni andati, quindi puntiamo il muso del camper verso est e torniamo ad Alice Springs, dove abbiamo messo in programma una visita alla biblioteca comunale. Pensandoci, queste biblioteche comunali sono un po’ come i porti dove ripararsi dopo la tempesta: luoghi tranquilli, freschi, dove internet è veloce: oasi di pace in un paese difficile.
Se non fosse che lì, ovviamente, il wifi non funziona e quindi l’idea di caricare altre fotografie va a farsi benedire. Ma ho comunque apprezzato la tranquillità e la frescura.

E comunque internet si pagava in quella biblioteca… Che avidità…

Più tardi ci dedichiamo a un bel giro della città, che si rivela priva di qualsiasi attrattiva, allo shopping e alla spesa. 


Le affollate strade del centro di Alice Springs

E poi, visto che c’era il prezzo speciale, torniamo al campeggio della sera precedente, e ci prepariamo per la serata con una poderosa cena, proprio l’ideale nel mezzo del deserto con un caldo che non ti molla un secondo: salsicce e lenticchie in umido, in gran quantità. Bud Spencer e Terence Hill sarebbero stati molto orgogliosi di noi.

Sorprendentemente, la cena leggera non ha conseguenze sul nostro stomaco, e la mattina seguente ci svegliamo freschi e riposati, pronti per avviare di nuovo il camper e intraprendere la tappa che ci condurrà fino ad Ayers Rock. Si punta a sud, si sbaglia strada, si passa accanto ai Flying Doctors all’aeroporto di Alice Springs e poi si ritrova l’ormai famigliare Stuart, mentre Ilaria si mette al lavoro sul blog sul sedile del passeggero.

I chilometri da percorrere non sono molti, circa 440, ma a un centinaio di chilometri da Alice Springs è prevista una deviazione alla Henbury Meteorites Conservation Reserve, vale a dire un posto dove più o meno 4.500 anni fa sono caduti dei grossi sassi dal cielo, creando grande scompiglio e fermento fra le popolazioni aborigene locali (“Hai visto?” “Sì, è caduto qualcosa dal cielo.” “Chissà cos’era.” “Boh. Passami una birra.”).

Come credo di aver già detto il nostro mezzo è coperto da assicurazione soltanto su strade sealed (asfaltate eh, non ricoperte da pelli di foca): per raggiungere questi crateri bisogna però percorrere per 12 km la Ernest Giles Road e poi una stradina laterale per altri 5 km. E la Ernest Giles è una pista in terra rossa battuta larga 30 metri che si addentra dritta nel nulla.

Visto che è dalla prima volta che ho visto una pista del genere che sogno di percorrerla, questa è l’occasione giusta, anche perché non è che sia poi così sconnessa: si procede a 20-30 km/h e il camperino sobbalza un po’, ma per il resto è un’autentica meraviglia, ci si allontana in una pianura sconfinata, delimitata qua e là da costoni rocciosi, senza nulla a ostacolare la vista per centinaia di chilometri.

Zigzagando per evitare qualche buca e sopravvivendo al nuvolone di polvere lasciato dall’unico 4x4 che ci ha superato arriviamo infine ai crateri, dove una volta spento il motore restiamo affascinati. Ci troviamo davvero nel cuore rosso dell’Australia, lontano da ogni cosa. Raggiungiamo il ciglio dei crateri e osserviamo questi buchi causati da meteoriti neanche tanto vecchi, immaginando come deve’essere stato vederli cadere dal cielo. Si gira tutto intorno, sperando magari di vedere qualche animale (secondo i cartelli informativi dovremmo inciampare in bestie di vario tipo a ogni passo, ma devo dire che l’Australia centrale mi è sembrata quasi del tutto priva di forme di vita), sempre correndo con gli occhi a una linea dell’orizzonte lontana lontana.


Terreno sforacchiato

Il tempo passa e il caldo morde, per cui dopo aver raccolto un sasso da portare a casa come ricordo del luogo più isolato dove io mi sia mai trovato torniamo al Toyota Hiace e ripercorriamo al contrario la stupenda distesa rossa della strada, fermandoci per fare una capatina a un piccolo lago situato nel bel mezzo del niente. Quando torniamo sulla Stuart, che lì non è altro che una striscia d’asfalto con 100 km per lato prima di trovare qualcosa di umano, mi sembra di essere in tangenziale, tanto è stridente il contrasto con la terra, i sassi e le corrugazioni di sabbia che abbiamo appena lasciato.

Un’oretta dopo raggiungiamo la Erldunda Station e la sua echidna gigante. Da lì parte la Lasseter Highway che, dopo 240 km circa, ci condurrà a Yulara, il resort base per le visite al parco nazionale di Ayers Rock. In questo tragitto facciamo giusto in tempo a vedere di sfuggita una roadhouse gestita da aborigeni (piena di cartelli ospitali come “Niente benzina” “Niente informazioni” “Questa casa non è un albergo”) e un’altra dove l’ospitalità viene definita “leggendaria” dalla guida. Il tipo è simpatico, ma di leggendario c’è solo il prezzo della birra, 23 dollari per un 6-pack. E il bello (bello?) è che vedremo anche di peggio.

Ora, dato che non l’ha detto ancora nessuno, lo dico io: ma quanto sei fissato con la birra???

Poco più avanti il terreno diventa molto più sabbioso e di un rosso ancora più intenso, offrendoci panorami veramente marziani (d’altronde da queste parti vengono a fare training pure gli astronauti della NASA), mentre sullo sfondo incombe l’imponente Mount Conner, che sembra a portata di mano e invece è almeno a una ventina di chilometri di distanza.

Ilaria apre la filiale marziana di Banca Mediolanum

Un ultimo tratto di strada ed ecco che, in lontananza, compare l’inconfondibile sagoma di Ayers Rock, mentre raggiungiamo il campeggio, situato all’interno del resort. Qui un po’ di gente si incontra, nonostante siamo in bassa stagione – mi immagino durante l’alta stagione sia un bordello, anche se in fondo la roccia viene visitata da circa 400.000 persone l’anno, che non è che sia poi questa grande cifra.

La serata, oltre a un refrigerante bagno in piscina, ci vede impegnati nella preparazione di una spettacolare carbonara (stavolta pure con la pancetta a cubetti!) e nella caccia ai Like su Facebook. La foto della carbonara con Ilaria che sembra sbucare dall’oscurità riscuote grandissimo successo e ho stampata nella mente l’immagine di lei che corre a recuperare le stoviglie – sotto la consueta tempesta serale che ci perseguita – voltandosi verso di me e urlando “Abbiamo un Likeeeee!

Che posso dire…giorni e giorni passati nel deserto mi hanno resa più sensibile anche al minimo contatto umano. Anche tramite Facebook.

Rimane solo il tempo per la visione de "Il buono, il brutto, il cattivo" - quindi parecchio tempo, a ben pensarci. Film grandioso! Ricordatevelo sempre: "Quando si spara, si spara, non si parla."

Vi sfido a contraddirlo

E quando si guida?

440 km


Km totali: 26.059

venerdì 18 gennaio 2013

Pipistrelli, palle giganti e alieni



Nuovo episodio della traversata del continente! Quali incredibili avventure ci aspettano?

La mattina seguente si apre con la prospettiva di iniziare a muoversi verso sud, una tappa di tre giorni che si concluderà in quel di Alice Springs. Il tempo si è rimesso al bello e ci concediamo un’abbondante colazione, dopo aver imparato nuovi e creativi modi per bruciare, storpiare e umiliare i pancake (più tardi quella stessa mattina abbiamo ricevuto una diffida ufficiale dall’Associazione Amici del Pancake, da oggi in poi li dovremo comprare già pronti).

Si carica il camper, ormai con una certa maestria, e si parte, salutando prima Cooinda e, dopo una cinquantina di chilometri, l’intero parco di Kakadu. Che luogo magico! Abbiamo visto un sacco di cose ma altrettante sono rimaste da scoprire, dalle Jim Jim Falls alle lunghe camminate nel bush. Sarebbe quasi da tornarci in inverno!

Ma non divaghiamo. Ilaria procede sicura al volante. Ormai abbiamo definito i ruoli: lei è l’autista del mattino, quando può aggredire la strada e investire tutto ciò che incontra. Lei sfreccia al mattino, dicevo, mentre io subentro nel pomeriggio per portare pigramente il mezzo a destinazione. Un po’ Alonso-Massa, per ribadire la metafora ferrarista. Comunque, dopo circa 200 chilometri di paesaggi cangianti, che ci vedono fra l’altro superare la soglia dei primi 1.000 percorsi, torniamo sulla Stuart Highway nei pressi del paesino di Pine Creek.

In teoria dovremmo tirare dritto, ma si decide sul momento per una visita e la cosa ci premia con un luogo piuttosto affascinante, pieno di vestigia della corsa all’oro: binari della ferrovia abbandonati, vecchie locomotive ed enormi macchinari industriali arrugginiti, tutti provenienti dalla vecchia Inghilterra o dalla Scozia. Visto che si è quasi fatta l’una, facciamo un’ulteriore sosta al Lazy Lizard, il pub del paese, dove fra cameriere tutte inquietantemente bionde (avete presente “I bambini venuti dal Brasile”, sì?), selle, teschi e cappellacci consumiamo un lauto pasto a base di hamburger.

La cosa più vecchia in tutta l'Australia. La cosa a sinistra, intendo.
Una novantina di chilometri più a sud si trova l’ultima “città” prima di Alice Springs, vale a dire Katherine, dove hanno deciso di trascorrere la propria vita circa 9.000 persone, per motivi che francamente non riusciamo a comprendere. Il posto è piccolo ma si può trovare di tutto, per cui riforniamo la dispensa in vista delle future grigliate, compriamo un po’ di birra e facciamo un giretto sulla main street. Katherine è una città dove la popolazione aborigena raggiunge percentuali superiori al 50% (e infatti la guida australiana ricorda che è spesso agli onori della cronaca per problemi legati ad alcolismo e violenza). Noi non riusciamo proprio a comprendere come la maggioranza degli esponenti di questo popolo sia composta da individui così evidentemente allo sbando... il mistero è davvero grande.

Lasciatemi puntualizzare che per noi 9.000 abitanti sono 4 gatti, ma per gli standard australiani è una città di dimensioni ragguardevoli!

Teoricamente avremmo già raggiunto la destinazione odierna, ma visto che rimangono un paio di ore di sole e visto che Katherine non ci offre nulla decidiamo di percorrere un altro centinaio di chilometri della Stuart, fino a Mataranka. Qui troviamo un campeggio davvero particolare, nel senso che al suo interno vivono decine di canguri tascabili che sfrecciano ai margini del nostro campo visivo mentre ci occupiamo delle faccende serali. Ma che carini che sono, sembrano delle caprette, si appoggiano sulle zampette anteriori quando avanzano piano e poi via, balzellon balzelloni, quando hanno deciso che ti sei avvicinato troppo.

Cangurino che ci dà il buongiorno

Io però sti canguri a volte li trovo un po’ inquietanti… vanno in fissa, non ti perdono d’occhio un momento e sembrano essere lì lì per attaccarti senza preavviso, in massa. E meno male che sono paciosi erbivori…

La mattinata seguente, dopo un fallito tentativo di collegamento intercontinentale con Vanzago, in occasione della presentazione del calendario bandistico 2013 orchestrato da Ilaria, ci regala una doppia immersione: la prima è quella nella spettacolare pozza termale delle Mataranka Pools, dove si resta a mollo un bel po’, la seconda è quella in un tratto di foresta letteralmente infestato dalle volpi volanti (che dette così sembrano carine, ma in realtà sono pipistrelli, bleargh). Il refrigerio mattutino è necessario perché oggi la strada è lunga.

Hai tralasciato la parte più buffa della faccenda: mentre percorriamo il sentiero che si snoda nella foresta e arriva alla piscina, sentiamo strani rumori intermittenti e di tanto in tanto scrosci d’acqua cadono a terra. Ci vuole un po’ per capire di che si tratta: enormi spruzzatori, alti forse una decina di metri (non sono molto brava a stimare pesi e misure) che girano su se stessi lanciando getti d’acqua. E perché mai? Ma per tenere lontani i pipistrelli! Ma mentre avanziamo sul sentiero, cercando di schivare le pisciatine – sembra di stare in un videogiuoco – ci rendiamo conto che i pipistrelli se ne sbattono altamente di questo accorgimento.

La prima, veloce tappa è all’orribile roadhouse dedicata alla Pantera Rosa – tutto questo kitsch in mezzo al deserto è di una bruttezza notevole. A seguire una veloce sosta a Daly Waters, dove oltre a un vecchio aeroporto si trova un pub decisamente più carino, tappezzato di biglietti da visita e amenità varie: anche noi andiamo ad arricchire la collezione, mentre sul portico fuori dal locale, in un calore allucinante, un paio di aussie si godono le loro birre ghiacciate.

Il pub più famoso della Stuart Highway

Di fronte a loro, un cartello indica dove potete trovare il McDonald’s più vicino.

A soli 286 km

A proposito di birra, voglio sfatare un mito, quello che Ilaria beva da mattino a sera: è tutto falso! Persona estremamente morigerata, Swaggirl in realtà beve pochissimo: figuratevi che bevo più birra io di lei, il che è tutto dire. Della serie: non credete alle leggende metropolitane.

Io non so chi è che sparge certe voci sul mio conto…

Ripresa la marcia puntiamo sempre verso sud, attraversando distese affascinanti dove il panorama cambia di minuto in minuto, e a volte è persino radicalmente diverso a seconda del lato della strada. Le uniche costanti sono gli spazi infiniti e il colore rosso della terra (dovuto al fatto che l’acqua contenuta nel terreno, evaporando, porta in superficie ferro e manganese. Sapevatelo!).

Una deviazione di qualche chilometro dalla Stuart Highway ci porta a Newcastle Waters, città fantasma abbandonata dopo la solita corsa all’oro locale, mentre la tappa seguente è la roadhouse di Renner Springs, dove per convenzione finisce il Top End caldo e umido (ovvero il Northern Territory settentrionale) e inizia il Red Centre caldo e secco. La parola “caldo” permane, come avrete notato.

Siamo ormai a 666 km da Alice Springs e stiamo per raggiungere la meta odierna, Tennant Creek, dopo aver superato Three Ways, il punto in cui dalla Stuart parte la strada che porta nel Queensland, centinaia di chilometri più a est. Tennant Creek ha 3.800 abitanti, e guardandoli capisco che i 9.000 di Katherine hanno fatto bene a stabilirsi là. Avrebbe potuto andargli molto peggio, avrebbero potuto ritrovarsi qui.

Desolazione totale, l’unica cosa che si salva è la piscina del campeggio, che complice un acquazzone pomeridiano è bella fresca (pure troppo per Ilaria, che manco entra).
Il mattino seguente sghignazziamo mentre leggiamo su un cartello “Thank you for visiting Tennant Creek, come back soon”. Aspettateci, eh. Chiamiamo noi.

Anche oggi si viaggia, ma dopo soli cento chilometri, e dopo il cippo dei 2.000 km percorsi, arriviamo in un altro di quei posti che puoi trovare solo qui, vale a dire il luogo dove la natura si è divertita a creare le Devil’s Marbles.

Che cosa sono, direte voi? Enormi palle di pietra, rispondo io – e fin qui niente di eccezionale. Solo che queste palle di pietra sono appoggiate in bilico sopra altre palle di pietra, andando a creare improbabili costruzioni che ora sembrano la casa dei Barbapapà e ora sembrano sfidare le leggi della fisica. I sentierini le percorrono in lungo e in largo e ancora una volta, grazie alla bassa stagione, siamo soli in mezzo a questa meraviglia (che, con grande disappunto di Ilaria, non è compresa nell’elenco del patrimonio UNESCO).

Per chi non lo sapesse, uno dei miei scopi nella vita è visitare tutte le meraviglie UNESCO. Qui in Australia le ho quasi viste tutte!

Le palle del diavolo in tutta la loro gloria

Oltre alle pallone ci sono altre cose interessanti: pezzi di un pickup arrugginito, arrivato chissà come in mezzo alle rocce e sforacchiato da un sacco di proiettili, e lo scheletro rinsecchito di una mucca (o di un alieno, siamo ancora indecisi al riguardo). Studiamo per un po’ le ossa e decidiamo persino di portarcene via un paio come souvenir, sperando di non attirarci addosso qualche strana maledizione aborigena.

Qui abbiamo appena finito di fare colazione
 
Infine, per quanto il posto sia magico, il caldo e la sete vincono a mani basse, e si torna al camper.

Ma il prossimo tratto di strada è breve però, perché ora bisogna fare attenzione, procediamo piano e scrutiamo preoccupati il cielo. Perché, direte voi? Ma perché siamo vicini alla Wycliffe Well Service Station! E allora, direte voi? Come, allora?! Wycliffe Well è la famosissima “UFO Capital of Australia”. Vabbè, togliete il famosissima, ma il resto è vero, almeno secondo loro.

Arredamento a tema, pupazzetti e magliette, un sacco di articoli appesi alle pareti (“Ufo a forma di melograno vaporizza turista tedesco” – giuro) e un ottimo hamburger. Sembra di essere finiti in mezzo a una puntata di X-Files, e a guardarsi attorno, immaginandosi magari queste distese di nulla nel cuore della notte, non sembra così improbabile che qualche alieno scavezzacollo venga da queste parti a fare le penne con la sua motonavetta spaziale.

Alieni poco credibili e italiani in visita
Il paesaggio intanto va facendosi sempre più brullo: gli alberi si diradano, arrivano a tratti a sparire, e lo sguardo può spaziare a 360 gradi sull’orizzonte, ma l’attenzione è sempre alta perché ogni tanto qualche mucca si diverte a camminare esattamente sulla linea della mezzeria. I chilometri che ci separano da Alice Springs scendono: 300, 200, 100. Arriva il primo temporale che ci investe per un breve tratto di strada, per poi regalare un bel doppio arcobaleno. E alla fine avvistiamo il cartello che ci dà il benvenuto ad Alice Springs, la città in mezzo al nulla, il cuore del Red Centre.

Sì, va bene, la vediamo domani: per adesso ci interessa di più il campeggio, la cena alla taverna annessa con tris di carni e una tranquilla serata di relax, disturbata solo dal passaggio del vecchietto che controlla se abbiamo pagato i 20 dollari dovuti. Fino all’ultimo centesimo, maledetto vecchiaccio!

E siamo arrivati anche ad Alice Springs. Quanta strada... ma ne sarà valsa la pena? Stay tuned!

1.490 km, e siamo quasi a metà alfabeto


Km totali percorsi: 25.619