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lunedì 14 gennaio 2013

Mr Crocodile



Quante meraviglie nel parco di Kakadu! Quindi non perdiamo tempo, e passiamo subito la parola a Davide!

Al mattino presto è l’ora della mia solita passeggiata solitaria per il campeggio. Solitaria per i primi dieci metri, perché poi un’allegra, piccola mosca viene a farmi compagnia. Siccome le sto simpatico, chiama le sue due sorelle. Che passano la parola alle cugine. Che, già che ci sono, invitano le vicine di casa e delle amiche in visita per il weekend. Dov’è il repellenteee? Ci sono oltre 1.000 specie di mosche, da queste parti, tutte fermamente decise a rompervi l’anima.

Dopo colazione ci rendiamo finalmente conto di essere a Kakadu, una delle mete naturalistiche più famose al mondo! Per capire cosa fare, raggiungiamo subito il visitor centre, dove il Ranger Smith ci istruisce sui luoghi da visitare e sulle passeggiate da fare: Ubirr, Alligator River, Nourlangie... si prospetta una giornata piena! E meno male che abbiamo riempito tutte le nostre 24 bottiglie d’acqua da 60 cl (24, ricordate questo numero).

La prima tappa ci conduce verso nord per una quarantina di chilometri, in direzione del sito di arte aborigena di Ubirr, dell’East Alligator River e del Cahill Crossing. La strada si snoda in un paesaggio spettacolare, dal quale all’improvviso sbucano strane formazioni rocciose sedimentarie, che fanno un po’ Far West e un po’ India. Avvolti da una cappa di caldo soffocante, ci incamminiamo in un jungle walk sulle sponde del fiume, dove non fa capolino neppure un coccodrillo per ora (il tipo che ha scoperto l’Alligator River l’ha chiamato così pensando di aver visto alligatori e non coccodrilli... e l’errore è rimasto nel nome). 

Il Cahill Crossing sull'East Alligator River

In compenso ci sono tanti pipistrelloni sopra di noi e un luogo “sacro” riservato alle donne, dove io non potrei entrare. Ilaria però mi dà il permesso: nel caso, sig.ra divinità aborigena, la colpa è sua.

Appena più a nord di questo luogo si trova Ubirr (bel nome), dove parecchi giovinastri aborigeni dei millenni passati si sono divertiti a rovinare le pareti rocciose verniciate di fresco disegnandoci sopra la qualunque. Scherzi a parte i graffiti sono interessanti e i pannelli informativi esaurienti, ma quello che resterà per sempre impresso nella mia mente è il panorama che si gode dalla sommità di uno sperone roccioso: ai nostri piedi si estende verso nord una sconfinata savana, punteggiata da pozze d’acqua e, all’orizzonte, da una fitta foresta. Alle nostre spalle, una vallata piena di alberi viene chiusa da lontani pendii rossastri, creando quello che sembra essere uno scorcio della Terra com’era ai tempi dei dinosauri.

In cima all'Ubirr Lookout, dove lo spazio è senza confini
Dopo alcuni minuti di contemplazione riscendiamo il sentiero roccioso e iniziamo la marcia di ritorno verso Jabiru, visto che è ora di pranzo. Questa cittadina, l’unica nel raggio di 250 chilometri come ho già detto, è piuttosto desolata e, soprattutto, assolutamente immobile nel caldo delle 2 del pomeriggio. Gli aborigeni qui sono un po’ più attivi di quelli visti a Darwin (dopotutto Kakadu è casa loro e sono direttamente coinvolti nella gestione del parco), ma mantengono un elemento di fondo che li fa sembrare “strani”, perfette comparse in un film di zombi. Jabiru è soltanto una tappa veloce, comunque: un (pessimo) hamburger, un giro al supermercato e poi via, verso sud.

La destinazione, ad altri 40 chilometri di distanza, è Nourlangie, che ci accoglie con una spettacolare formazione rocciosa alta circa 200 metri che torreggia su di noi. Dopo aver letto l’immancabile introduzione di Bill Neidjie, un aborigeno che scrive in modo sgrammaticato ma è uno dei padroni delle terre del parco, ci incamminiamo in un silenzio surreale (rumori di animali a parte). Siamo nel cuore della bassissima stagione, in giro non c’è quasi nessuno e in questo momento siamo quasi sicuramente gli unici due esseri umani nel raggio di una ventina di chilometri.

Altra arte aborigena (ragazzacci: pure i disegni sconci!) e un’arrampicata su e giù per i roccioni, con panorami che compaiono all’improvviso e ti sembra di ritrovarti sull’isola di Lost. Altra cosa che compare all’improvviso è un simpatico serpente, che attraversa il sentiero a un paio di metri da noi, fermandosi giusto nel mezzo per permetterci di ammirarlo al meglio. Non credo sia velenoso (non mortale, almeno), visto che era tutto verde e qui quelli pericolosi pare siano marroni: comunque meglio non approfondire e lasciarlo andare per la sua strada, mentre noi completiamo la camminata tornando verso il parcheggio.

Ecco un esempio di arte aborigena

Ora ci aspetta l’ultima tappa della giornata. Siamo a Kakadu, terra dei coccodrilli, e ancora non ne abbiamo visto uno: direi che è semplicemente intollerabile. Per questo scelgo di percorrere la Anbangbang Billabong Walk, un itinerario circolare che si snoda attorno a un lago dove i coccodrilli sono così numerosi che sui cartelli non c’è scritto “attenzione”, ma “troppo tardi”.
Non nascondo il fatto che l’idea che magari a pochi metri da noi ci sia una creatura in grado di farci fuori senza troppi problemi è strana, decisamente inusuale per un europeo. Si procede guardinghi, in fila indiana, lontani dall’erba alta e controllando ogni passo manco fossimo dei marine in esplorazione nel delta del Mekong.

Il lago (ancora poco più che una pozza, la “stagione umida” finora è stata insolitamente secca da queste parti) è meraviglioso, popolato da ogni genere di uccelli, e sulle sue rive saltellano piccoli wallaby e canguri, piccoli pure loro peraltro. Siamo molto stanchi, le soste per bere sono frequenti e la soglia dell’attenzione è sempre alta, anche perché la luce diurna ha ormai lasciato il posto a quella serale. Altri canguri e un tronco che sembra un coccodrillo con la bocca spalancata, ma nulla più: purtroppo (dico io) o per fortuna (dice Ilaria) manco qui abbiamo visto il nostro primo rettilone.

Non si direbbe, ma questo luogo ameno è pieno di insidie

Cotti dal sole e dalle camminate riguadagniamo il camper e raggiungiamo in una mezzoretta Cooinda, la tappa odierna. Dopo aver salvato una tedesca smarrita in campeggio (che vince il premio Mrs. Ansia 2012 – memorabile il mio “Be quiet!” con cui la zittisco involontariamente), è il momento di un altro tuffo in piscina e di una bella razione di pasta. La stanchezza presenta il conto e le zanzare sono fin troppo insistenti, per cui ancor prima della mezzanotte arriva l’ora di ritirarsi nel camper (bollente, accidenti a lui), mentre sopra di noi splende Orione. Orione... Con che fa rima Orione?

Quasi dimenticavo... delle 24 bottiglie d’acqua mattutine, alla conta serale ne sopravvivono 4. Fanno 12 litri d’acqua consumati in due, senza contare le numerose soste a tutte le fontanelle incontrate!

Anche la giornata seguente sarà improntata al segno dell’acqua. Per iniziare perché oltre alla nuotatina serale aggiungiamo anche quella mattutina, preludio all’abbondante colazione. Prima di ogni altra cosa però prenoto la crociera al tramonsto sullo Yellow River. Poi mi faccio quattro chiacchiere con il Ranger Smith locale, che mi informa che la passeggiata da lì al fiume è chiusa per pericolo coccodrilli (e una parte di me non gli crede, vista la penuria di rettili del giorno precedente). Decidiamo quindi di andarcene a qualche chilometro da lì, in uno dei tanti billabong che punteggiano la zona.

E qui, meraviglia delle meraviglie, Ilaria riesce a vedere occhi e narici di un coccodrillo, che subito dopo si inabissa per non riapparire più (quelle bestiacce possono restare sott’acqua per più di un’ora, senza respirare). Tempus fugit e caldus picchiat, per cui torniamo dalle parti di Cooinda che è già quasi ora di pranzo, dico quasi perché prima ci si tuffa di nuovo in piscina, dove l’acqua è così rovente che diventiamo bolliti e, visto il sole a picco, riusciamo pure a rimediare una leggera scottatura.

Fra una cosa e l’altra si avvicina l’ora del giro in barca, così mettiamo qualcosa sotto i denti e saltiamo sul pullmino che ci condurrà all’imbarcadero, guidato da uno spilungone vissuto per sette anni con gli aborigeni che sarà anche il capitano del nostro barcone. Eccoci sistemati a bordo, dove fra l’altro ci sono anche altri tre italiani. Si parte!

Ora, purtroppo le mie parole non potranno mai descrivere neppure la metà della bellezza della crociera sullo Yellow River. Un acquazzone improvviso. Un coccodrillo che compie un balzo per afferrare al volo un uccello, fallendo. Minuscoli uccelli dai colori sgargianti che ci osservano dai rami degli alberi. Il Jesus Bird con le sue lunghe zampette che cammina sulle ninfee. Coccodrilli stesi a riva, a respirare con la bocca aperta o a sgranocchiare un pesce, su uno sfondo delle più diverse tonalità di verde e accompagnati dai rumori di cento animali, che si fanno assordanti quando il pilota spegne il motore e lascia che sia la corrente a trascinare in silenzio la barca.

Ilaria e un coccodrillo insieme in una foto non li vedrete tanto spesso

La chiatta segue le anse del fiume, facendosi strada fra infinite meraviglie. I coccodrilli esistono davvero, è ufficiale, e qui sembra quasi di poterli toccare: per lo più si fanno i fatti loro, ma ogni tanto si avvicinano e guardano il barcone, si immergono e ci passano sotto, lasciando una scia di bollicine. Poi incrociamo il boss di questo tratto di fiume, un bestione lungo quasi cinque metri che nuota tranquillo a pelo d’acqua, con la tipica aria del ras del quartiere, per nulla intimidito dalla nostra presenza. Ecco, forse è questo quello che intimorisce di più di questi dinosauri: quando li guardi sembrano dirti “Me ne sbatto di te, mica ho paura. Sei tu che dovresti averne.”

Pigro e letale

Cala la sera e i rettili si fanno più attivi, ora ne vediamo a decine. I colori del cielo diventano spettacolari, complici i nuvoloni dell’acquazzone, e arriva il momento di tornare all’imbarcadero. Non mi ero mai sentito così “immerso” nella natura in tutta la mia vita, è stata veramente un’esperienza incredibile. Altre volte, per esempio in alta montagna, mi ero sentito “solo”, isolato, ma qui è diverso, sei isolato ma non sei solo con te stesso, sei in compagnia di un sacco di animali e animaletti, che ti fanno capire che sei un intruso dalle loro parti.

Ancora con i coccodrilli in mente ci immergiamo nella vasca idromassaggio della piscina (si sarà capito che le piscine sono ormai una costante delle nostre giornate – anzi ho deciso che quando avrò la mia megavilla ne vorrò almeno un paio). Pasta al pesto reloaded e film serale ci accompagnano verso la conclusione della giornata, mentre una grossa tempesta ci inonda di lampi per poi schivarci abilmente quando si tratta di versare a terra un po’ di pioggia. Iniziano i rumori della notte e noi si va a letto.

E grazie Davide per il resoconto puntuale e colorato! Certo, potevi risparmiarmi gli attimi di terrore intorno al billabong dei coccodrilli... Ma anche questa volta siamo sopravvissuti! E siamo pronti e pimpanti per un'altra avventura, prossimamente sui vostri PC! 

lunedì 19 novembre 2012

Ragni, serpenti, scorpioni, zanzare e cetrioli di mare



Ora, con tutta la roba che ho da raccontare in questo nuovo post, penso che non sia necessario soffermarsi sul mango gigante di Bowen 


o sulla cena consumata in mezzo alle zanzare sul retro dell’UT sul ciglio di un anonimo campo di canna da zucchero in fuga da quella tristissima cittadina fantasma che è Ingham.


Addentriamoci invece nel Queensland settentrionale, ricco di coralli rossi e foreste verdi. Ci avviciniamo sempre di più a Cairns, e il paesaggio cambia drasticamente: senza preavviso spuntano fuori colline coperte da una giungla fitta fitta, alcune vette sono avvolte da una leggera foschia, il cielo è coperto. Una visione tropicale. Cairns è il capoluogo del Far North Queensland, si affaccia sul mare e alcuni di voi potrebbero averne sentito parlare ultimamente per via di un’eclissi totale di sole. Ricordatemi di tornare in seguito sull’argomento. Shane ha appuntamento con un suo ex-collega nel tardo pomeriggio, quindi prima di arrivare in città abbiamo tempo per fare una deviazione: Josephine Falls e Golden Hole. Il bello è che l’Australia è disseminata di attrazioni del genere e le distanze sono talmente vaste che decidere all’ultimo minuto di allungare il giro di una ventina di km è completamente ininfluente sullo svolgersi dei vostri programmi, anzi è raccomandabile. Se non altro avrete qualcosa da raccontare oltre a: deserto, bush, strada, autotreno, canguro morto. Non hanno neanche i caselli a interrompere un po’ la monotonia della guida. Che paese disgraziato, eh?
 
Dunque, Josephine Falls, oltre a essere un posto bellissimo, va segnalato anche come il luogo dove per la prima volta ho visto un serpente. Non che l’abbia visto proprio bene bene. Impegnata a chiacchierare, non noto che due turisti si sono fermati pochi metri più avanti a noi sul sentiero che porta alle cascate. Shane invece lo vede subito e attira la mia attenzione: “Serpente!” Io salto dalla parte opposta, per quanto possibile stacco disperatamente i piedi dal suolo e faccio in tempo a vedere una cordicella che striscia via lentamente e minacciosamente. Mi sono sempre immaginata che i serpenti si muovessero rapidi, a scatti (e probabilmente lo possono fare), ma questo lento serpentello smonta le mie aspettative ed è in qualche modo ancora più spaventoso. Come se fosse talmente pericoloso da non doversi neanche preoccupare di mettersi al sicuro in maniera repentina. In breve però scompare, e sono sollevata. O forse non dovrei essere sollevata, perché adesso non lo vedo più e potrebbe attaccarmi ancora più facilmente? “Fossi in te non mi preoccuperei troppo del serpente. I drop bears sono molto più pericolosi.” “I che?” “Drop bears. Attaccano i bambini che si allontanano dal sentiero. E i turisti. Stai camminando tranquillamente nella foresta, e quando meno te l’aspetti… bam! Ti piombano sulle spalle e non hai più scampo.” Sono scettica, ma Shane continua: “Il mese scorso una coppia di tedeschi è scomparsa da queste parti. Si pensava a un coccodrillo…” “Coccodrillo?!” “…invece erano drop bears.” “Mi prendi in giro.” “Pensa quello che vuoi. Io però resterei sul sentiero, se fossi in te.” Che gente, gli australiani. Non gli bastano tutte le cose potenzialmente letali che già si ritrovano in casa, sentono anche il bisogno di inventarsi leggende metropolitane su fantomatiche creature killer. “Così i bambini imparano a non allontanarsi da soli nella foresta.” Una specie di uomo nero, insomma. “E ci divertiamo un po’ alle spalle degli overseas.” Overseas sono tutti coloro che arrivano dall’altra parte dell’oceano, come avrete intuito. Che veniate dal Brasile, dal Belgio o dal Burkina Faso, sarete tutti overseas.

Rimettiamoci lesti in cammino, che è tempo di arrivare a Cairns e, leggenda o meno, non vorrei indugiare nella foresta più del necessario. A Cairns però c’è un cambio di programma: l’amico di Shane ci dà buca, quindi ora abbiamo qualche ora libera, che decidiamo di impiegare per decidere il da farsi. E per fare il bucato. Davanti al movimento ipnotico del cestello della lavatrice, stabiliamo le prossime mosse: siamo a Cairns, l’imperativo categorico comanda l’escursione sulla barriera corallina e nella foresta tropicale. Un po’ meno d’obbligo, ma Shane mi assicura che ne vale la pena, è il giro sul Kuranda Scenic Railway. Il piano è fatto. Ritiriamo il bucato, impacchettiamo tutto e abbiamo ancora un sacco di tempo libero! Di fronte alla lavanderia c’è una sala giochi: è arrivato il momento della grande sfida Australia-Italia. Le discipline previste sono: corsa automobilistica, hockey da tavolo, danza libera e tiro allo zombie.

E nel tardo pomeriggio, esecuzione del clown!
Modestamente, ho eccelso in tutto escluse le macchine. L’onore del paese è salvo. Ora possiamo anche spostarci a Port Douglas, centro turistico VIP poco più a nord di Cairns, punto di partenza per la gita in mare.

Che si svolge nel seguente modo: alla marina di Port Douglas ci imbarchiamo sulla Quicksilver, imbarcazione che ci porta su una piattaforma a circa un’ora e mezzo dalla costa, proprio sulla barriera. Durante la traversata i membri dello staff distribuiscono bevande, biscotti e pastiglie per il mal di mare. Fortunatamente questa volta la barca è molto più stabile e il vomitino è scongiurato. Sfortunatamente, il tempo è davvero inclemente: vento e pioggia. Ma vabbè, ci saremmo bagnati comunque, dal momento che vogliamo rifare snorkeling. Anzi, di più: fra le attività incluse nell’escursione c’è la camminata sottacqua. Ti piazzano in testa uno scafandro e scendi su una passerella sommersa, in mezzo a pesci, coralli e altre creature bizzarre  


ti fanno le foto, assisti al fish feeding e cerchi disperatamente di non mollare il corrimano, per evitare questo:


E senza bagnarvi i capelli! Se non sono già fradici per via della pioggia che vi siete presi sulla piattaforma. La passeggiata dura circa 40 minuti, poi si torna in superficie ed è il momento del giro in sottomarino. Semi-sottomarino. Una struttura che viaggia sommersa per metà, la cui parte inferiore, dove prendono posto i passeggeri, è costituita da una camera con le pareti di vetro. Non adatto a chi soffre di claustrofobia. Ma ancora una volta un po’ di patimenti sono ripagati da uno spettacolo eccezionale: ecco la famosa barriera corallina. Difficile stimare la profondità in acqua, ma sotto di noi si estende un sottobosco di piante, coralli, pareti rocciose, un labirinto coloratissimo e che si estende all’infinito.

La cosa che preferisco in assoluto è il corallo blu, un colore così vivace e brillante che risalta come poche altre cose qui sotto. I pesci sembrano avvezzi al sottomarino (che, in effetti, passando ogni 45 minuti, è più frequente di certi altri spettacoli), mentre noi poveri umani rimaniamo sbalorditi da tutto: “Foto, lì!” “Guarda che meraviglia!” “Tartaruga, tartaruga!” E la guida: “Alla vostra sinistra potete vedere uno squalo…” “Squalo?! Dove???” A ogni colonia di coralli penso che sia la cosa più bella che abbia visto qua sotto, ma mi tocca puntualmente ritrattare per tutta la durata del giro. 45 minuti dopo riemergiamo un po’ sballottolati (ma mai ai livelli della Blizzard) e ci prepariamo alla nostra parte preferita: lo snorkeling. Stavolta siamo pronti ad affrontare il livello di difficoltà maggiore, snorkeling in alto mare con condizioni meteo avverse. Che angoscia. Il boccaglio è sempre pieno d’acqua, fa freddo e la maschera va un po’ dove le pare. Le onde mi trasportano oltre le boe che stabiliscono il limite delle acque sicure, e spesso vado a cozzare contro gli altri snorkelisti. In più, i pesci ci sfottono e stanno tutti vicini al trampolino di lancio: insomma ne vedremmo di più e più facilmente rimanendo con i piedi saldi sulla piattaforma. E fa freddo. Decidiamo di uscire, tanto è quasi ora di tornare sulla Quicksilver e rientrare a Port Douglas.



Dove non ci fermiamo a lungo: appena sbarcati, montiamo in macchina e partiamo per raggiungere Cape Tribulation, il punto più a nord d’Australia raggiungibile senza 4x4. Il nome non promette molto bene, vero? Confesso che non ho studiato la lezione e non so esattamente cosa accadde al Capitano Cook quando arrivò da queste parti… Noi ci inoltriamo molto tranquillamente nella foresta pluviale, lungo una strada che si chiama appunto Cook Highway, ogni tanto ci affacciamo su spettacolari spiagge che alla luce del tramonto diventano se possibile ancora più belle, incrociamo un sacco di cartelli che ci assicurano che la zona è popolata di cassowary, una specie di struzzo coloratissimo e molto aggressivo (pare che nel recente passato un ragazzo di 16 anni sia stato sgozzato dagli artigli di un esemplare piuttosto irritato). Infine eccoci al Daintree River, un buon posto se siete alla ricerca di coccodrilli. Attraversiamo il fiume a bordo di una chiatta e procediamo nella foresta. Ormai è buio, la strada è tortuosa e mi chiedo se troveremo mai il Cow Bay Motel. Per fortuna dopo una decina di minuti i cartelli che incontriamo ci rassicurano: siamo nella comunità di Cow Bay. Mi domando come dev’essere aspettare il pullman per andare a scuola sul ciglio di una strada che si snoda nella giungla. La questione assorbe così tanto la mia attenzione, che a momenti manco l’insegna del motel; per fortuna, Shane no. Scarichiamo la macchina, ceniamo al pub del motel e ce ne andiamo a dormire, ché domani sarà impegnativa.

Impegnativa perché stiamo visitando un luogo particolarmente impervio e ostile del paese: passeggi nella giungla e ci sono in agguato serpenti, ragni e drop bears; ti avvicini alla spiaggia, abbondantemente percorsa da torrenti che si gettano in mare, e i cartelli ti suggeriscono di non nuotare lì perché potrebbero esserci i coccodrilli;


ti avvicini ancora di più al mare e pensi di essere al sicuro, e ti fanno sapere che stiamo entrando nella stagione delle meduse.


Paesaggi meravigliosi come sempre, eh. Ma non so se potrei reggere a lungo tutto questo. “Ok, ok ci spostiamo. Torniamo verso sud, tanto più in su non si può salire. E domani dobbiamo andare a Kuranda.
Kuranda è un ex villaggio minerario in mezzo alla foresta (ma va’), raggiungibile con un trenino panoramico che viaggia sulla stessa linea usata dai minatori fino a non troppi anni fa. Il punto di partenza è Kuranda Station, una pittoresca stazione situata una decina di km fuori da Cairns, che riesce a catturare l’atmosfera del passato senza sembrare un’attrazione di Disneyland. 


Il viaggio in treno dura circa un’ora (su panche in legno stile Antiche Ferrovie Nord - ahia) e, a costo di sembrare banale, devo dire che è spettacolare. I vagoni sono piccoli, i binari strettissimi, quindi la foresta entra prepotentemente dai finestrini. Quando la vegetazione si apre, è per mostrarci una vista eccezionale, le cascate di Kuranda.



A dire il vero il nome me lo sono inventato adesso, ma mi sembra calzante. Quando finalmente arriviamo a destinazione, scopriamo che il villaggio non è chissà quale reperto storico, ma è più simile a un’attrazione di Disneyland. Ci facciamo largo fra i turisti ammassati intorno alle bancarelle, considero la possibilità di prendere un hot dog di coccodrillo (ma finisco per prendere un gelato alla crema al rum in un tipico negozio australiano)



ci guardiamo, e: “Skyrail?” e iniziamo la discesa con la funivia sulla foresta. Non mi sento molto a mio agio, ogni volta che la cabina supera un pilone e tutti i suoi tralicci sobbalza fin troppo per i miei gusti, allora chiudo gli occhi e mi reggo alle maniglie. All’improvviso i motori si fermano: “Ommioddio!” e già mi immagino ore e ore di attesa sospesi nel vuoto ad attendere i soccorsi. Ma no, le fermate sono programmate, così che i passeggeri possano godersi il panorama. Da quassù di volta in volta vediamo il villaggio, le cascate di prima, la ferrovia e il trenino che fa la spola, una distesa di alberi tropicali, altissimi, rigogliosi, che lottano per arrivare alla luce, e che nella loro scalata verso il cielo portano con sé delle orchidee antichissime e gigantesche.


Ci rendiamo conto che il viaggio è quasi terminato quando, superata l’ultima altura, avvistiamo la città e l’oceano. Scendiamo a terra e rieccoci al punto di partenza, Kuranda Station. Ma la discesa non è ancora finita; anzi è appena cominciata. Abbiamo visto la barriera corallina, abbiamo esplorato le foreste tropicali del Queensland, abbiamo percorso le vie dei minatori del secolo scorso e abbiamo toccato il punto più settentrionale che i nostri mezzi ci permettono di raggiungere. 

740 km

Km totali percorsi: 19.090
È il momento di rimettersi in strada e tornare verso sud.

domenica 2 settembre 2012

Nel primo giorno di primavera


Il 1° settembre in Australia inizia la primavera. Pare che gli australiani abbiano qualche difficoltà a ricordare le date di equinozi e solstizi, quindi hanno stabilito arbitrariamente che il 1° settembre inizi la primavera, il 1° dicembre l’estate (mentre lo scrivo, mi pare una cosa assurda) e via dicendo. Convenzioni a parte, queste giornate nell’emisfero sud sono così luminose, così brillanti che passeggiando per la città uno non può fare a meno di pensare: oggi è un buon giorno. Per andare a zonzo, perdersi (cosa in cui, lo sappiamo, sono bravissima), vedere e sentire tante cose.
Immaginiamo allora una tipica giornata di Swaggirl a Brisbane.

Suona la sveglia, e finalmente il sonno agitato dagli stridori degli uccelli notturni giunge al termine. Sono molto fresca e riposata. 

Camera da letto di Swaggirl

A tentoni, con gli occhi socchiusi, raggiungo la cucina e mi preparo la mia bella colazione, muesli e yogurt greco. Sai che? Mi metto anche in veranda a mangiare. Ammiro il giardino posteriore, un giardino con una spiccata personalità. Il filo del bucato, qualche albero da frutto, il piccolo orto, le casette delle api. Max si diletta anche a produrre miele, fra le altre cose. 


Controllo la posta, leggo il giornale locale per darmi un tono. Mentre mangio, arrivano alla carica Molly, Mefi e Fluffy, che sperano di ottenere qualcosa dalla sottoscritta. Nossignore, care mie, ho precise istruzioni, si mangia solo due volte al giorno. Max a questo punto rientra a casa dalla palestra e si mette al lavoro, non prima di avermi chiesto cosa ho intenzione di fare oggi. Uhm, vediamo un po’… oggi mi sento da giro in centro nella city. Mi sembra un buon programma. Preparo lo zainetto con l’attrezzatura da turista e mi incammino per le strade del quartiere, direzione Toowong Tower, ovvero un grattacielo quasi cubico di uffici e centri commerciali, dove si trova anche la stazione ferroviaria. Ci vuole circa una mezz’oretta di cammino sostenuto per arrivare lì, ma io riesco a metterci quasi un’ora, dal momento che sono una navigatrice creativa e ogni volta mi invento percorsi diversi. Su e giù per le strade collinose del quartiere, una casa dopo l’altra in qualche modo particolari ognuna a modo suo, eppure per me tutte uguali. Eppure così graziose che spesso mi fermo a fare foto. Ma con discrezione. Non vorrei essere presa per una persona losca che sta preparando cose non belle. Cancelletto basso, praticello ben curato, bambini occasionali che vanno con i pattini su e giù per il sentiero. 


A volte si trova qualche ridicola combinazione di attività commerciali fra un isolato e l’altro. Per esempio, tripletta di parrucchiere, toelettatore per cani e lavanderia. Le persone più anziane ti salutano quando ti incrociano, mi mette di ottimo umore questa abitudine. Anche il postino saluta! Chissà che sorriso ebete devo avere, chissà se si vede che sono una furesta, al di là del fatto che ho la macchina fotografica appesa al collo e la cartina in mano. Bello, passo persino davanti al club di bowling locale e ci sono un mucchio di vecchietti che giocano. Ma quale bowling, giocano a bocce! Mi fermo a guardare, mi notano e mi salutano. Domando se non gli scoccia se scatto qualche foto. “Ma perché vuoi fotografare dei vecchi?” “Why not?” come dico sempre io. 


Saluto e proseguo. Fa caldo, l’ho detto? Saranno le 10, e fa caldo. Finalmente (e non so se vi siete resi conto dell’ellissi estrema) arrivo alla torre e vado a prendere il treno.
In 15 minuti scarsi arrivo a Roma Street Station, diciamo ai margini del centro. Dal momento che mi piacerebbe essere una persona molto metodica, penso di iniziare il mio giro dall’attrazione più vicina alla stazione, ovvero Roma Street Parkland, uno dei parchi cittadini. Dal momento che non tutti i desideri sono ahimè realizzabili, sono una delle persone meno metodiche che io conosca, e questo è stato il risultato del mio peregrinare quel giorno: 

Da qui forse non si capisce, ma sono 11,5 km

Comunque, Roma Street Parkland. Non sto qui a raccontarvi nei dettagli, vi rimando alle foto; in ogni caso, un posto devo dire notevole, soprattutto per i coloratissimi tappeti floreali e la fauna che ospita. A parte i soliti uccelli, la sorpresa più grande è stato individuare fra i cespugli un rettilone, lungo forse 40 cm, chiamato drago d’acqua. I rettili non sono fra i miei animali preferiti, ma questo coso è oggettivamente una bella creatura. E quando corre è buffissimo! Hop hop hop hop, saltella da una zampetta tozza all’altra con fare baldanzoso, ondeggiando con tutto il corpo. Non so come reagireste voi, ma la prima volta che mi sono trovata davanti questo coso (ne ho visti parecchi quel giorno) mi sono sentita come la povera europea abituata al massimo alle lucertoline che porta in casa la Micia. Questo coso la Micia se la mette in tasca.


Vabbè, non voglio annoiarvi con la zoologia. Abbandoniamo il giardino e puntiamo verso il centro del centro. Le strade da queste parti intrecciano un reticolo: le vie che corrono in direzione NO-SE hanno nomi maschili (William, George, Albert…), le vie che si stendono in senso NE-SO prendono invece nomi femminili (Adelaide, Ann, Elizabeth…). Fatene quel che volete di questa piccola curiosità: io la trovo semplicemente divertente. Oltre ai giardini botanici e agli antichissimi palazzi storici - il più vecchio dev’essere posteriore al 1850, e di tanto anche - non c’è molto che attiri la mia attenzione, a parte Hungry Jack’s. Un fast food noto nel resto del mondo come Burger King. Il fatto è che in Australia c’era già un signor Burger King che vendeva panini, e ha rifiutato di cedere il nome al colosso. È seguita lotta in tribunale e il piccolo signor King ha vinto! Ergo il grande King ha perso il nome e la faccia. Una cosa del genere non capiterebbe mai al Colonnello. Percorriamo Queen St andando verso il fiume: più che altro un susseguirsi di negozi e centri commerciali. Attraversiamo il Victoria Bridge e finiamo in quella che è la parte che mi è piaciuta di più della città, il South Bank. 

Una specie di Idroscalo, ma molto più bello. Intanto, è un gran bel polo culturale: a un tiro di schioppo ci sono due biblioteche, pinacoteche, teatri e la ruota panoramica. Che, ora che ci rifletto, penso sia un’attrazione esteticamente piuttosto brutta, non capisco perché ogni città voglia avere la sua. In ogni caso, fra questi edifici e il fiume c’è un bel tratto di terreno dedicato allo svago dei cittadini: lungofiume per correre e andare in bicicletta, prati per prendere il sole, mercatini, chioschi, gli immancabili barbecue (il comune ti dà la piastra, il gas e a volte anche la paletta per girare le salcicce), una pagoda nepalese nascosta in mezzo a una macchia di giungla. Ma la cosa che risveglia il mio entusiasmo da bambina è la spiaggia artificiale che è stata ricreata sul fiume. 


Fontane, piscine, sabbia bianchissima, giochi d’acqua, proprio in faccia ai grattacieli dell’altra riva. Potrebbe sembrare brutto, e invece l’insieme funziona a meraviglia. C’è anche il bagnino. C’è persino – questo paese è civile da far schifo – un punto riparazione biciclette.   

In Italia si rubavano tutto subito

Insomma, sono stata a Brisbane in diverse occasioni. E se al primo impatto mi ha lasciato un po’ delusa, confesso che ogni volta che ci tornavo la trovavo sempre più piacevole. A misura d’uomo, con molti spazi tranquilli, quasi piccola. Probabilmente la prima visita non era quella destinata a fare colpo perché non mi sono data il tempo di conoscere la città, perché avevo un sacco di altre cose per la testa. In primis: ora che sono qui, che cosa combino? Qual è il masterplan? E devo dire che quel primo incontro mi ha aiutato a capire che non ho intenzione di passare il mio tempo qui in Australia vivendo in una città; non per il momento, almeno. Ho vissuto in città tutta la vita, e adesso vorrei vedere cosa c’è fuori, in un paese che, diciamocelo, non è celebre per le sue metropoli.

Non è un punto di vista interessante?

Ergo, è ora di mettersi in cammino e lasciare Brisbane.