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martedì 12 febbraio 2013

Di canyon, mici e frutti proibiti



La giornata al King’s Canyon parte bene: cielo sereno, temperatura piacevole, un po’ di tempo speso scrivendo un post. Penso di condire il tutto con una passeggiatina, giro attorno al camper e mi accorgo che, dai e dai, parlare male degli aborigeni ha fatto arrabbiare il Serpente Arcobaleno, una delle loro divinità più cattive. Da vero dio vendicativo, il signor Serpente nella notte è strisciato fino al nostro camper e... ci ha bucato una gomma! Ma porc...

Così, mentre Ilaria dorme il sonno delle giuste, io mi cimento nel cambio dello pneumatico, che comprende lo scavare una buca sotto la gomma perché il cric non riesce a sollevare abbastanza tutto l’ambaradan.

Si sta di nuovo insinuando qualcosa sul mio peso? Comunque, in tutto ciò io avverto fra sonno e veglia che il camper ondeggia in maniera bizzarra. Indecisa se si tratta di un sogno o se è Davide che mi sta facendo uno scherzo, decido di ignorare la cosa con tutte le mie forze. E, quando mi alzo, c’è la gomma nuova!

Finisco giusto in tempo per la colazione, quindi per fortuna non abbiamo perso tempo, ma sembro un minatore appena sbucato dalle miniere del Sulcis, per cui come prima cosa si impone una doccia.
Salutata senza troppi rimpianti (e qualche vaffa) la King’s Creek Station procediamo verso nord per gli ultimi chilometri che ci separano dalla meta odierna. L’ambiente è ancora una volta incredibile: per oltre 30 km sulla nostra destra ci segue il margine roccioso di un altopiano che precipita nella pianura sottostante da un centinaio di metri d’altezza. La sera prima, con le rocce rosse rese lucide dalla pioggia, la vista era persino migliore, ma anche così non ci lamentiamo.
Come non ci lamentiamo quando arriviamo al canyon: anzi, facciamo che restiamo a bocca aperta! Ancora una volta ci addentriamo fra alte pareti rocciose, in mezzo a una vegetazione rigogliosa, camminando sul fondo della gola fino al termine del sentiero e scoprendo una pozza d’acqua dove nuotano centinaia di girini e altre creature assortite.

In fondo al King's Canyon, si posa per la foto di rito
Poi decidiamo di cimentarci anche nel tragitto più impegnativo (dopo i Monti Olga e Ayers Rock non ci spaventa niente), vale a dire il giro delle pareti del canyon, che inizia l’ascesa della Scala senza fine del Signore degli Anelli. 
Una volta giunti in cima iniziamo a camminare fra cupole rocciose fatte a strati, frutto della sedimentazione della sabbia – che strano, altrove le rocce diventano sabbia, qui avviene l’esatto contrario! Ancora una volta ci troviamo estasiati da un panorama diverso da tutti quelli che abbiamo visto finora e capace di lasciarci senza parole.

Pronto a spiccare il volo!
Quando poi il sentiero ti porta sul bordo del canyon, a un passo dal baratro e con una vista che spazia sulla lontana pianura, beh... la bellezza è troppa, non si può descrivere, dovete proprio andarci!
Il giro prosegue, fra infiniti saliscendi, portandoci prima ai Giardini dell’Eden, dove ancora vivono le piante dei tempi in cui l’Australia era un posto umido, e poi sull’altro lato del King’s Canyon, su rocce che non sono semplicemente a strapiombo: si protendono nel vuoto, sfidando la legge di gravità.

Saranno le fatiche dei due giorni precedenti, saranno i dislivelli, sarà il sole che oggi sembra particolarmente caldo, sarà l’acqua che qui fa veramente schifo, insomma ci stanchiamo parecchio e non vediamo l’ora di tornare al punto di partenza. Certo che il King’s Canyon è davvero un luogo straordinario: anche questo a parere mio e, credo, di Ilaria, riesce a superare in bellezza Ayers Rock.

Confermo.

Salutiamo con un certo dispiacere i suoi strapiombi e ci dirigiamo al resort che si trova lì a pochi chilometri: oggi niente panini al formaggio, cetrioli e carote, oggi vogliamo mettere nello stomaco qualcosa di sostanzioso! E cosa può esserci di meglio di un gustoso hamburger di cammello? Bene, dopo il coccodrillo e lo squalo abbiamo assaggiato anche questo, ora non mi resta che provare il canguro!

Incredibile: hanno infilato un cammello qui dentro!
Il tempo stringe (il limone pure N.d.R.): mentre si scatena il solito acquazzone pomeridiano facciamo una sosta dal gommista locale, che sistema la gomma bucata (viaggiare senza ruota di scorta da queste parti è poco raccomandabile) e poi via verso la Erldunda Station, dove torniamo di nuovo sulla Stuart Highway, pronti a svoltare verso sud in direzione del South Australia. Ma non oggi: la giornata lascia solo il tempo dell’ennesima piscina e di una buona cena con pasta allo zafferanno, mentre due simpatici micioni ci fanno compagnia. Miao!

La mattina seguente il micio fa colazione con noi, ma non possiamo perdere troppo tempo perché ci aspettano 1.200 km da percorrere in due giornate, per cui fatti armi e bagagli si parte e, dopo un centinaio di chilometri, si abbandona il Northern Territory per entrare nel South Australia.

Attraversi la strada e cambi fuso orario. Roba da matti.

Benvenuti!
Vicino al confine ci sono un sacco di cartelli che ci avvisano che, qualora venissimo sorpresi a importare frutta o simile dal nord, verremmo giustiziati con un colpo alla nuca al margine della strada. Visto che ne abbiamo parecchia, di frutta, decidiamo di mangiarla tutta – disponendola bene in vista sul cruscotto nel procedimento.

A ogni modo, stiamo entrando nella parte più desolata del viaggio, quella attraverso il vero “nulla”. Già la roadhouse di Marla ci sembra ai limiti delle possibilità di sopravvivenza umane, ma più si procede verso sud più l’ambiente va facendosi brullo e le querce del deserto che punteggiavano l’area di Ayers Rock lasciano il posto a... beh, a niente, a dire il vero.
Ma è solo quando, in serata, raggiungiamo Coober Pedy che ci rendiamo conto di aver definitivamente lasciato il pianeta Terra. Questo paesino multietnico (ci vivono persone di 44 nazionalità diverse) è il centro mondiale dell’estrazione degli opali, visto che da qui proviene il 90% di queste pietre, ed è anche un posto dove fa molto caldo, dove la gente vive sottoterra, dove il primo albero mai visto è stato realizzato con scarti metallici. Un posto unico, insomma, che io e Ilaria esploriamo a piedi, passando davanti al club dei minatori italo-australiani e al Big Winch, un grosso argano di cui qui vanno giustamente (???) fieri.

E si tratta pure di una copia! L'originale è andato distrutto... meno male che l'hanno ricostruito, eh.

Come se non bastasse tutto questo a renderlo un posto bizzarro, un matto ha pensato bene di aprire un museo a cielo aperto con le sue eccentriche opere d’arte. Uno scenario post-apocalittico nevvero.

Anche il campeggio che troviamo per la sera è particolare: ricavato in una vecchia miniera di opali è isolato, ventoso e spettacolare. Potremmo anche scendere a dormire sottoterra, ma dato che per andare sottoterra c’è sempre tempo, decidiamo di rimanere in superficie. Trovata la sistemazione per la notte, torniamo in città, per cenare al raffinato ristorante Umberto, dove un cliente scassamaroni tira un pippone di 20 minuti a un cuoco derelitto per un piatto venuto male. Quando torniamo al camping è ormai notte inoltrata e sopra di noi, in un cielo nero, brillano miliardi e miliardi di stelle – e passa pure un satellite. Emozioneee!

E non menzioni che hai anche assaggiato il canguro?

E poi, durante la notte: freddoooo! Dopo non aver dormito per il caldo, ecco che mi sveglio per il gelo del deserto – per fortuna riesco ad afferrare a tentoni uno dei sacchi a pelo che non avrei mai creduto di dover usare e mi riaddormento subito.
Il mattino dopo ci svegliamo infreddoliti – tanto che quando faccio la doccia apro addirittura il rubinetto dell’acqua calda! – e ce la prendiamo comoda prima di comprare un po’ di opali (mi arresteranno in frontiera, lo so) e di tornare a Coober Pedy per un ultimo saluto e soprattutto per vedere i set cinematografici abbandonati (qui hanno girato Mad Max III, Priscilla la Regina del Deserto, Pitch Black, Fino alla Fine del Mondo e molti altri) e fare spesa. Così sono quasi le 11 quando salutiamo la cittadina, che per ora vince la palma di posto più strano che io abbia mai visto.

Che modo di parcheggiare!
In teoria ci aspettano 540 chilometri di nulla fino a Port Augusta, dove finalmente rivedremo il mare! Invece questo nulla si riempie di tanti tipi di nulla diversi, che ci affascinano mentre chiacchieriamo del telefilm più bello delmondo, di cinema e di aborigeni sfaccendati. Le miniere di opali lasciano il posto a territori sconfinati, con l’orizzonte che si perde in ogni direzione. Gli alberi appaiono a tratti e per decine di chilometri viaggiamo in regioni dove crescono soltanto pochi ciuffi d’erba.

Nel pomeriggio, quando la meta si avvicina, le cose si fanno ancora più interessanti. Prima compare uno spettacolare lago salato, che io e Ilaria raggiungiamo a piedi, trovando un bel cartello che avvisa di non raccogliere nulla da terra perché potrebbero essere ordigni inesplosi (tutta l’area fa parte di un poligono militare). Poi arriviamo a Woomera, la base operativa da dove negli anni ’50 si gestivano i test atomici e missilistici che gli inglesi conducevano nel deserto lì vicino. La città, che è ancora una struttura militare operativa, mette i brividi tanto è vuota e bizzarra, così ci affrettiamo a visitare il suo museo all’aperto, pieno di missili, aerei e armi varie, e poi riprendiamo la strada verso sud.

Il progetto con cui Swaggirl ha vinto la Fiera della Scienza locale

A questo punto mi sembrava di essere in un episodio di, che so, Fringe, o X-Files. Mi aspettavo una comunità di polidattili, microcefali, gente che si scopa le proprie sorelle. Invece proprio il nulla assoluto. Una città fantasma.




In mezzo a panorami sempre mozzafiato, la Stuart Highway scende lentamente ma costantemente verso il mare e Port Augusta, dove arriviamo quando sono le sette di sera passate – grazie all’ora legale, entrata in vigore il 1 dicembre, il sole è però ancora alto e possiamo goderci un buon barbecue ristoratore. Niente piscina però, che fa freddo pure qui!

Ce lo dico da soli: quanta strada, quante cose... bravi!

1.278 km
 Km totali: 27.348. E siamo quasi arrivati!

venerdì 25 gennaio 2013

Un cuore rosso



Nel programma originale che avevamo stilato per la nostra traversata australiana, Alice Springs si vedeva dedicare ben due giornate piene. Ora, è vero che tale programma riportava la speranzosa scritta “e dintorni” accanto al nome della cittadina, ma pure con tutta la buona volontà sarebbe difficile pensare di trascorrere 48 ore qui, sapendo cosa ti aspetta altrove.

Certo, c’è un KFC, ma per il resto... Comunque, procediamo con ordine! La nostra mattinata si apre all’insegna del “prendiamocela comoda”, cosa peraltro necessaria dopo quasi tre giorni dedicati a macinare chilometri, dopodiché partiamo dimenticandoci attaccato il cavo elettrico e rischiando di sradicare la colonnina.

Mentre Davide rompeva il campeggio, io ho fatto la conoscenza di Maureen, una pimpante signora sessantenne che con il marito Bruce e la ferocissima Miss Emma gira l’Australia a bordo di Moonshine, il loro camper. Da cinque anni! Chiedo se posso visitare la loro casa, e accedo a un’abitazione essenziale e caotica. Maureen sta preparando il ragù per la cena. Ci sono lattine e bottiglie di plastica vuote in ogni dove (10 cent per ogni bottiglia portata in un centro di raccolta), e il bucato appena ritirato è ammassato sul tavolo da pranzo. Hanno anche un TV 32 pollici incastonato sopra al posto dell’autista. Massima stima per il trio.

Hanno anche la piscina

Ma vabbeh, dicevo dei “dintorni”… ed è proprio da lì che iniziamo. Dopo una breve sosta per cercare di sistemare un problemino al camper (addio, pompa dell’acqua) imbocchiamo Larapinta Drive e percorriamo il West MacDonnall Range, un’ampia vallata contornata da speroni rocciosi. Sembra di vedere i segnali di fumo degli indiani sulle creste... La distanza è breve, ma sufficiente per ripiombare nel bel mezzo del nulla, fino alla deviazione per la meta mattutina, il Simpson Gap.

Qui parcheggiamo, interrompendo a quando pare uno scambio di droga e/o armi e/o denaro sporco fra aborigeni dalle facce poco raccomandabili (col senno di poi... stavano sicuramente bevendo birra, la criminalità è una cosa troppo impegnativa). Il gap è una piccola strozzatura fra due montagnone rosse abitate da wallaby dai piedi neri, sul cui fondo permane una piccola pozza d’acqua grazie all’ombra costante. Dal canyon si allontana il letto in secca di un fiume. Tutti i letti dei fiumi sono in secca da queste parti, se vogliamo essere precisi.

Al laghetto del Simpson Gap, scampati alla banda di spacciatori aborigeni

Dopo che Ilaria si è esibita in esercizi di equilibrismo su un albero torniamo al camper e ponderiamo il da farsi: lei è attratta da un posto a una trentina di chilometri, lo Standley Chasm, e il nome sembra promettente (citandola, “pare il nome di una location di Diablo III”).

Nego. Mai detta una cosa del genere.

Proseguiamo verso ovest fino a incrociare il secondo aborigeno operoso incontrato durante il nostro viaggio (la prima è una signora di Alice Springs che ha cercato di venderci una tela dipinta). Questo personaggio ha avuto la bella pensata di far pagare 10 dollari l’accesso a una meraviglia della natura in un paese dove le meraviglie della natura si sprecano e sono tutte gratuite – e noi abbiamo avuto l’ancora più bella pensata di darglieli, questi soldi.

Io voglio precisare che, una volta venuta a sapere del biglietto d’ingresso… io non ci volevo venire, ecco.

Sarà per la carogna di aver “sprecato” 20 dollari (equivalenti a circa 8 lattine di birra, non so se mi spiego!), sarà per il caldo soffocante in mezzo alla gola strettissima, sarà quel che sarà, ma di questo posto io non conservo un gran ricordo. OK, pareti verticali di pietra rossa che ti circondano, ma... dai, chi non si è mai trovato nel mezzo di un canyon rosso scavato dalla furia delle acque in milioni di anni? Roba banale.

Soprattutto nel Red Centre, dove pare non esserci altro.

Ora siamo accaldati, un filo stanchi e sempre con la fissa dei 20 verdoni andati, quindi puntiamo il muso del camper verso est e torniamo ad Alice Springs, dove abbiamo messo in programma una visita alla biblioteca comunale. Pensandoci, queste biblioteche comunali sono un po’ come i porti dove ripararsi dopo la tempesta: luoghi tranquilli, freschi, dove internet è veloce: oasi di pace in un paese difficile.
Se non fosse che lì, ovviamente, il wifi non funziona e quindi l’idea di caricare altre fotografie va a farsi benedire. Ma ho comunque apprezzato la tranquillità e la frescura.

E comunque internet si pagava in quella biblioteca… Che avidità…

Più tardi ci dedichiamo a un bel giro della città, che si rivela priva di qualsiasi attrattiva, allo shopping e alla spesa. 


Le affollate strade del centro di Alice Springs

E poi, visto che c’era il prezzo speciale, torniamo al campeggio della sera precedente, e ci prepariamo per la serata con una poderosa cena, proprio l’ideale nel mezzo del deserto con un caldo che non ti molla un secondo: salsicce e lenticchie in umido, in gran quantità. Bud Spencer e Terence Hill sarebbero stati molto orgogliosi di noi.

Sorprendentemente, la cena leggera non ha conseguenze sul nostro stomaco, e la mattina seguente ci svegliamo freschi e riposati, pronti per avviare di nuovo il camper e intraprendere la tappa che ci condurrà fino ad Ayers Rock. Si punta a sud, si sbaglia strada, si passa accanto ai Flying Doctors all’aeroporto di Alice Springs e poi si ritrova l’ormai famigliare Stuart, mentre Ilaria si mette al lavoro sul blog sul sedile del passeggero.

I chilometri da percorrere non sono molti, circa 440, ma a un centinaio di chilometri da Alice Springs è prevista una deviazione alla Henbury Meteorites Conservation Reserve, vale a dire un posto dove più o meno 4.500 anni fa sono caduti dei grossi sassi dal cielo, creando grande scompiglio e fermento fra le popolazioni aborigene locali (“Hai visto?” “Sì, è caduto qualcosa dal cielo.” “Chissà cos’era.” “Boh. Passami una birra.”).

Come credo di aver già detto il nostro mezzo è coperto da assicurazione soltanto su strade sealed (asfaltate eh, non ricoperte da pelli di foca): per raggiungere questi crateri bisogna però percorrere per 12 km la Ernest Giles Road e poi una stradina laterale per altri 5 km. E la Ernest Giles è una pista in terra rossa battuta larga 30 metri che si addentra dritta nel nulla.

Visto che è dalla prima volta che ho visto una pista del genere che sogno di percorrerla, questa è l’occasione giusta, anche perché non è che sia poi così sconnessa: si procede a 20-30 km/h e il camperino sobbalza un po’, ma per il resto è un’autentica meraviglia, ci si allontana in una pianura sconfinata, delimitata qua e là da costoni rocciosi, senza nulla a ostacolare la vista per centinaia di chilometri.

Zigzagando per evitare qualche buca e sopravvivendo al nuvolone di polvere lasciato dall’unico 4x4 che ci ha superato arriviamo infine ai crateri, dove una volta spento il motore restiamo affascinati. Ci troviamo davvero nel cuore rosso dell’Australia, lontano da ogni cosa. Raggiungiamo il ciglio dei crateri e osserviamo questi buchi causati da meteoriti neanche tanto vecchi, immaginando come deve’essere stato vederli cadere dal cielo. Si gira tutto intorno, sperando magari di vedere qualche animale (secondo i cartelli informativi dovremmo inciampare in bestie di vario tipo a ogni passo, ma devo dire che l’Australia centrale mi è sembrata quasi del tutto priva di forme di vita), sempre correndo con gli occhi a una linea dell’orizzonte lontana lontana.


Terreno sforacchiato

Il tempo passa e il caldo morde, per cui dopo aver raccolto un sasso da portare a casa come ricordo del luogo più isolato dove io mi sia mai trovato torniamo al Toyota Hiace e ripercorriamo al contrario la stupenda distesa rossa della strada, fermandoci per fare una capatina a un piccolo lago situato nel bel mezzo del niente. Quando torniamo sulla Stuart, che lì non è altro che una striscia d’asfalto con 100 km per lato prima di trovare qualcosa di umano, mi sembra di essere in tangenziale, tanto è stridente il contrasto con la terra, i sassi e le corrugazioni di sabbia che abbiamo appena lasciato.

Un’oretta dopo raggiungiamo la Erldunda Station e la sua echidna gigante. Da lì parte la Lasseter Highway che, dopo 240 km circa, ci condurrà a Yulara, il resort base per le visite al parco nazionale di Ayers Rock. In questo tragitto facciamo giusto in tempo a vedere di sfuggita una roadhouse gestita da aborigeni (piena di cartelli ospitali come “Niente benzina” “Niente informazioni” “Questa casa non è un albergo”) e un’altra dove l’ospitalità viene definita “leggendaria” dalla guida. Il tipo è simpatico, ma di leggendario c’è solo il prezzo della birra, 23 dollari per un 6-pack. E il bello (bello?) è che vedremo anche di peggio.

Ora, dato che non l’ha detto ancora nessuno, lo dico io: ma quanto sei fissato con la birra???

Poco più avanti il terreno diventa molto più sabbioso e di un rosso ancora più intenso, offrendoci panorami veramente marziani (d’altronde da queste parti vengono a fare training pure gli astronauti della NASA), mentre sullo sfondo incombe l’imponente Mount Conner, che sembra a portata di mano e invece è almeno a una ventina di chilometri di distanza.

Ilaria apre la filiale marziana di Banca Mediolanum

Un ultimo tratto di strada ed ecco che, in lontananza, compare l’inconfondibile sagoma di Ayers Rock, mentre raggiungiamo il campeggio, situato all’interno del resort. Qui un po’ di gente si incontra, nonostante siamo in bassa stagione – mi immagino durante l’alta stagione sia un bordello, anche se in fondo la roccia viene visitata da circa 400.000 persone l’anno, che non è che sia poi questa grande cifra.

La serata, oltre a un refrigerante bagno in piscina, ci vede impegnati nella preparazione di una spettacolare carbonara (stavolta pure con la pancetta a cubetti!) e nella caccia ai Like su Facebook. La foto della carbonara con Ilaria che sembra sbucare dall’oscurità riscuote grandissimo successo e ho stampata nella mente l’immagine di lei che corre a recuperare le stoviglie – sotto la consueta tempesta serale che ci perseguita – voltandosi verso di me e urlando “Abbiamo un Likeeeee!”

Che posso dire…giorni e giorni passati nel deserto mi hanno resa più sensibile anche al minimo contatto umano. Anche tramite Facebook.

Rimane solo il tempo per la visione de "Il buono, il brutto, il cattivo" - quindi parecchio tempo, a ben pensarci. Film grandioso! Ricordatevelo sempre: "Quando si spara, si spara, non si parla."

Vi sfido a contraddirlo

E quando si guida?

440 km


Km totali: 26.059

venerdì 18 gennaio 2013

Pipistrelli, palle giganti e alieni



Nuovo episodio della traversata del continente! Quali incredibili avventure ci aspettano?

La mattina seguente si apre con la prospettiva di iniziare a muoversi verso sud, una tappa di tre giorni che si concluderà in quel di Alice Springs. Il tempo si è rimesso al bello e ci concediamo un’abbondante colazione, dopo aver imparato nuovi e creativi modi per bruciare, storpiare e umiliare i pancake (più tardi quella stessa mattina abbiamo ricevuto una diffida ufficiale dall’Associazione Amici del Pancake, da oggi in poi li dovremo comprare già pronti).

Si carica il camper, ormai con una certa maestria, e si parte, salutando prima Cooinda e, dopo una cinquantina di chilometri, l’intero parco di Kakadu. Che luogo magico! Abbiamo visto un sacco di cose ma altrettante sono rimaste da scoprire, dalle Jim Jim Falls alle lunghe camminate nel bush. Sarebbe quasi da tornarci in inverno!

Ma non divaghiamo. Ilaria procede sicura al volante. Ormai abbiamo definito i ruoli: lei è l’autista del mattino, quando può aggredire la strada e investire tutto ciò che incontra. Lei sfreccia al mattino, dicevo, mentre io subentro nel pomeriggio per portare pigramente il mezzo a destinazione. Un po’ Alonso-Massa, per ribadire la metafora ferrarista. Comunque, dopo circa 200 chilometri di paesaggi cangianti, che ci vedono fra l’altro superare la soglia dei primi 1.000 percorsi, torniamo sulla Stuart Highway nei pressi del paesino di Pine Creek.

In teoria dovremmo tirare dritto, ma si decide sul momento per una visita e la cosa ci premia con un luogo piuttosto affascinante, pieno di vestigia della corsa all’oro: binari della ferrovia abbandonati, vecchie locomotive ed enormi macchinari industriali arrugginiti, tutti provenienti dalla vecchia Inghilterra o dalla Scozia. Visto che si è quasi fatta l’una, facciamo un’ulteriore sosta al Lazy Lizard, il pub del paese, dove fra cameriere tutte inquietantemente bionde (avete presente “I bambini venuti dal Brasile”, sì?), selle, teschi e cappellacci consumiamo un lauto pasto a base di hamburger.

La cosa più vecchia in tutta l'Australia. La cosa a sinistra, intendo.
Una novantina di chilometri più a sud si trova l’ultima “città” prima di Alice Springs, vale a dire Katherine, dove hanno deciso di trascorrere la propria vita circa 9.000 persone, per motivi che francamente non riusciamo a comprendere. Il posto è piccolo ma si può trovare di tutto, per cui riforniamo la dispensa in vista delle future grigliate, compriamo un po’ di birra e facciamo un giretto sulla main street. Katherine è una città dove la popolazione aborigena raggiunge percentuali superiori al 50% (e infatti la guida australiana ricorda che è spesso agli onori della cronaca per problemi legati ad alcolismo e violenza). Noi non riusciamo proprio a comprendere come la maggioranza degli esponenti di questo popolo sia composta da individui così evidentemente allo sbando... il mistero è davvero grande.

Lasciatemi puntualizzare che per noi 9.000 abitanti sono 4 gatti, ma per gli standard australiani è una città di dimensioni ragguardevoli!

Teoricamente avremmo già raggiunto la destinazione odierna, ma visto che rimangono un paio di ore di sole e visto che Katherine non ci offre nulla decidiamo di percorrere un altro centinaio di chilometri della Stuart, fino a Mataranka. Qui troviamo un campeggio davvero particolare, nel senso che al suo interno vivono decine di canguri tascabili che sfrecciano ai margini del nostro campo visivo mentre ci occupiamo delle faccende serali. Ma che carini che sono, sembrano delle caprette, si appoggiano sulle zampette anteriori quando avanzano piano e poi via, balzellon balzelloni, quando hanno deciso che ti sei avvicinato troppo.

Cangurino che ci dà il buongiorno

Io però sti canguri a volte li trovo un po’ inquietanti… vanno in fissa, non ti perdono d’occhio un momento e sembrano essere lì lì per attaccarti senza preavviso, in massa. E meno male che sono paciosi erbivori…

La mattinata seguente, dopo un fallito tentativo di collegamento intercontinentale con Vanzago, in occasione della presentazione del calendario bandistico 2013 orchestrato da Ilaria, ci regala una doppia immersione: la prima è quella nella spettacolare pozza termale delle Mataranka Pools, dove si resta a mollo un bel po’, la seconda è quella in un tratto di foresta letteralmente infestato dalle volpi volanti (che dette così sembrano carine, ma in realtà sono pipistrelli, bleargh). Il refrigerio mattutino è necessario perché oggi la strada è lunga.

Hai tralasciato la parte più buffa della faccenda: mentre percorriamo il sentiero che si snoda nella foresta e arriva alla piscina, sentiamo strani rumori intermittenti e di tanto in tanto scrosci d’acqua cadono a terra. Ci vuole un po’ per capire di che si tratta: enormi spruzzatori, alti forse una decina di metri (non sono molto brava a stimare pesi e misure) che girano su se stessi lanciando getti d’acqua. E perché mai? Ma per tenere lontani i pipistrelli! Ma mentre avanziamo sul sentiero, cercando di schivare le pisciatine – sembra di stare in un videogiuoco – ci rendiamo conto che i pipistrelli se ne sbattono altamente di questo accorgimento.

La prima, veloce tappa è all’orribile roadhouse dedicata alla Pantera Rosa – tutto questo kitsch in mezzo al deserto è di una bruttezza notevole. A seguire una veloce sosta a Daly Waters, dove oltre a un vecchio aeroporto si trova un pub decisamente più carino, tappezzato di biglietti da visita e amenità varie: anche noi andiamo ad arricchire la collezione, mentre sul portico fuori dal locale, in un calore allucinante, un paio di aussie si godono le loro birre ghiacciate.

Il pub più famoso della Stuart Highway

Di fronte a loro, un cartello indica dove potete trovare il McDonald’s più vicino.

A soli 286 km

A proposito di birra, voglio sfatare un mito, quello che Ilaria beva da mattino a sera: è tutto falso! Persona estremamente morigerata, Swaggirl in realtà beve pochissimo: figuratevi che bevo più birra io di lei, il che è tutto dire. Della serie: non credete alle leggende metropolitane.

Io non so chi è che sparge certe voci sul mio conto…

Ripresa la marcia puntiamo sempre verso sud, attraversando distese affascinanti dove il panorama cambia di minuto in minuto, e a volte è persino radicalmente diverso a seconda del lato della strada. Le uniche costanti sono gli spazi infiniti e il colore rosso della terra (dovuto al fatto che l’acqua contenuta nel terreno, evaporando, porta in superficie ferro e manganese. Sapevatelo!).

Una deviazione di qualche chilometro dalla Stuart Highway ci porta a Newcastle Waters, città fantasma abbandonata dopo la solita corsa all’oro locale, mentre la tappa seguente è la roadhouse di Renner Springs, dove per convenzione finisce il Top End caldo e umido (ovvero il Northern Territory settentrionale) e inizia il Red Centre caldo e secco. La parola “caldo” permane, come avrete notato.

Siamo ormai a 666 km da Alice Springs e stiamo per raggiungere la meta odierna, Tennant Creek, dopo aver superato Three Ways, il punto in cui dalla Stuart parte la strada che porta nel Queensland, centinaia di chilometri più a est. Tennant Creek ha 3.800 abitanti, e guardandoli capisco che i 9.000 di Katherine hanno fatto bene a stabilirsi là. Avrebbe potuto andargli molto peggio, avrebbero potuto ritrovarsi qui.

Desolazione totale, l’unica cosa che si salva è la piscina del campeggio, che complice un acquazzone pomeridiano è bella fresca (pure troppo per Ilaria, che manco entra).
Il mattino seguente sghignazziamo mentre leggiamo su un cartello “Thank you for visiting Tennant Creek, come back soon”. Aspettateci, eh. Chiamiamo noi.

Anche oggi si viaggia, ma dopo soli cento chilometri, e dopo il cippo dei 2.000 km percorsi, arriviamo in un altro di quei posti che puoi trovare solo qui, vale a dire il luogo dove la natura si è divertita a creare le Devil’s Marbles.

Che cosa sono, direte voi? Enormi palle di pietra, rispondo io – e fin qui niente di eccezionale. Solo che queste palle di pietra sono appoggiate in bilico sopra altre palle di pietra, andando a creare improbabili costruzioni che ora sembrano la casa dei Barbapapà e ora sembrano sfidare le leggi della fisica. I sentierini le percorrono in lungo e in largo e ancora una volta, grazie alla bassa stagione, siamo soli in mezzo a questa meraviglia (che, con grande disappunto di Ilaria, non è compresa nell’elenco del patrimonio UNESCO).

Per chi non lo sapesse, uno dei miei scopi nella vita è visitare tutte le meraviglie UNESCO. Qui in Australia le ho quasi viste tutte!

Le palle del diavolo in tutta la loro gloria

Oltre alle pallone ci sono altre cose interessanti: pezzi di un pickup arrugginito, arrivato chissà come in mezzo alle rocce e sforacchiato da un sacco di proiettili, e lo scheletro rinsecchito di una mucca (o di un alieno, siamo ancora indecisi al riguardo). Studiamo per un po’ le ossa e decidiamo persino di portarcene via un paio come souvenir, sperando di non attirarci addosso qualche strana maledizione aborigena.

Qui abbiamo appena finito di fare colazione
 
Infine, per quanto il posto sia magico, il caldo e la sete vincono a mani basse, e si torna al camper.

Ma il prossimo tratto di strada è breve però, perché ora bisogna fare attenzione, procediamo piano e scrutiamo preoccupati il cielo. Perché, direte voi? Ma perché siamo vicini alla Wycliffe Well Service Station! E allora, direte voi? Come, allora?! Wycliffe Well è la famosissima “UFO Capital of Australia”. Vabbè, togliete il famosissima, ma il resto è vero, almeno secondo loro.

Arredamento a tema, pupazzetti e magliette, un sacco di articoli appesi alle pareti (“Ufo a forma di melograno vaporizza turista tedesco” – giuro) e un ottimo hamburger. Sembra di essere finiti in mezzo a una puntata di X-Files, e a guardarsi attorno, immaginandosi magari queste distese di nulla nel cuore della notte, non sembra così improbabile che qualche alieno scavezzacollo venga da queste parti a fare le penne con la sua motonavetta spaziale.

Alieni poco credibili e italiani in visita
Il paesaggio intanto va facendosi sempre più brullo: gli alberi si diradano, arrivano a tratti a sparire, e lo sguardo può spaziare a 360 gradi sull’orizzonte, ma l’attenzione è sempre alta perché ogni tanto qualche mucca si diverte a camminare esattamente sulla linea della mezzeria. I chilometri che ci separano da Alice Springs scendono: 300, 200, 100. Arriva il primo temporale che ci investe per un breve tratto di strada, per poi regalare un bel doppio arcobaleno. E alla fine avvistiamo il cartello che ci dà il benvenuto ad Alice Springs, la città in mezzo al nulla, il cuore del Red Centre.

Sì, va bene, la vediamo domani: per adesso ci interessa di più il campeggio, la cena alla taverna annessa con tris di carni e una tranquilla serata di relax, disturbata solo dal passaggio del vecchietto che controlla se abbiamo pagato i 20 dollari dovuti. Fino all’ultimo centesimo, maledetto vecchiaccio!

E siamo arrivati anche ad Alice Springs. Quanta strada... ma ne sarà valsa la pena? Stay tuned!

1.490 km, e siamo quasi a metà alfabeto


Km totali percorsi: 25.619