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giovedì 23 agosto 2012

Chi non ha testa, ha gambe


Giorno 3

In questo nuovo giorno, volevo andare a visitare la riserva naturale di Bukit Timah, a nord della città. Così a nord che è fuori dalle mappe del centro. E puntualmente, io che mi perdo persino con una cartina, mi sono smarrita anche questa volta. Ma non è stata colpa mia, sono gli autisti degli autobus che mi davano informazioni errate. Oltretutto, se non mi fossi persa non sarei finita in quel posto fantascientifico che è l’area di Marina Bay.

Manco a farlo apposta, prendendo un autobus a caso (dopo il terzo bus errato, a un certo punto ho detto: “Sai che? Esploriamo la città con i mezzi pubblici, vediamo dove finisco!”) capito nella zona della baia, costellata di edifici che dire futuristici è riduttivo.

Sembrano cose tirate su a caso...

Ero contentissima, il ponte a forma di elica che attraversa la baia punta dritto dritto al mostruoso edificio che avevo visto due giorni prima dall’altro lato del fiume e che mi attira come il nuovo film di Joss Whedon. Più mi avvicino al colosso, più penso: “È mostruosamente grande. Chissà cos’è. Chissà se ci posso salire.” Non è certo l’unico edificio strano, in questa zona. A parte la banale ruota panoramica, lo stadio di calcio in costruzione sull’acqua, il centro commerciale a ciambella, il museo delle arti e delle scienze a forma di guantone da baseball...
Ho perso il filo del discorso. Attraverso il ponte, entro nella ciambella e cerco di salire il più possibile. Nella mia testa, è questa la chiave per arrivare a quel coso mostruosamente grande. Scopro che in cima alla ciambella, all’esterno, c’è una sorta di passeggiata che circonda tutto l’edificio e ti porta sempre più vicino al mostro. È piacevole, quassù, C’è silenzio, non c’è quasi nessuno, ed è gradevole passeggiare sotto il sole di mezzogiorno a 45° all’ombra. Circumnavigo la ciambella, e forse trovo la base del mostro. Di più, scopro che razza di creatura è: un fottutissimo hotel.

Oggi potrebbe finire male...
Mentre cerco una via d’entrata, continuo a ripetermi questo mantra: è un fottutissimo hotel. Santo dio è un fottutissimo hotel. Chi ha mai pensato di poter fare una cosa così grande e metterci dentro delle camere da letto? È una torre di Babele del XXI secolo, ecco che cos’è. Cerco disperatamente l’ingresso, e alla fine lo trovo, non prima di aver detto per l’ennesima volta: è un fottutissimo hotel. E si può salire in cima!!

Sorriso soddisfatto di chi ha appena avuto un'idea malsana
Faccio il biglietto, prendo l’ascensore e up in the sky! 57 piani, 200 metri, ed eccomi sulla prua di quella nave che corona i tre edifici del fottutissimo hotel. Scoprirò solo in seguito che il tratto della struttura che sporge dal tetto è il più lungo del suo genere. Stavo là sopra, sospesa nel vuoto, e non mi rendevo conto. Meglio così. Altra cosa che ho scoperto in seguito, è che in cima c’è anche la piscina più alta del mondo. Complimenti. Io mi accontento di girare da un lato all’altro della nave, e a tribordo scopro un’altra cosa curiosissima: un parco con delle strutture assolutamente eccentriche, sembrano alberi metallici incredibilmente grandi. Decido che, una volta scesa a terra, voglio esplorare quel luogo. Non prima però di aver visitato le mostre abbinate al tetto del fottutissimo hotel: Andy Wharol e il maledettissimo Harry Potter. Torno quindi alla base, e prima di recarmi al museo – il guantone da baseball – bighellono un po’ nella hall dell’hotel. Ormai vi sarete stufati di sentirmi dire che non ho mai visto una cosa del genere, ma è così. Sembra un ibrido fra una nave spaziale e un alveare, posto che non ho mai visitato nessuna di queste due cose.

Ogni "striscia" è un piano. Cose pazze.
Mentre passeggio, penso che voglio vedere come sono i cessi di un posto del genere, quindi mi infilo nella toilette… delusione, sono cessi appena sopra la media. All’estremità della hall c’è un ristorante rialzato con tanto di quartetto d’archi che suona, e la violinista ha la faccia divertita di quella che pensa: “Ma guarda sti allocchi, come si fanno abbindolare da un po’ di pailettes…” Io mi avvicino ai musicisti e mi metto ad ascoltare accanto a una panchina. Una panchina stranissima, d’altra parte come ogni cosa in questo posto: sembra il dorso di un dinosauro, è coperta da scaglie di plastica verde. Mi siedo per saggiarne la comodità, sono molto curiosa, magari è l’ultimo grido in termini di ergonomia. “Mi scusi, ma’am (davvero, qui ti chiamano tutti così), ma non può stare seduta lì… quella è un’opera d’arte.” …gag da film. Me ne vado un po’ mortificata, ma anche fiera di me per le mie figure barbine, e prendo il tunnel che porta al casinò, al teatro e al guantone da baseball. Inutile che vi racconti delle mostre (vi dico solo che sono entrata come Corvonero). Passiamo piuttosto al parco là davanti.

Un’attrazione nuovissima, Gardens by the Bay, che guarda al futuro in maniera impressionante, ma a me non faceva che ricordare Jurassic Park. Un’area che comprende una serra di fiori, un’altra serra che ricostruisce la foresta pluviale - addirittura con una cascata interna - un percorso con le palme di tutto il mondo, la ricostruzione di giardini asiatici vari, prati, stagni (con due inquietanti libellule metalliche che volano a pelo d’acqua) e il pezzo forte, il bosco dei super alberi. Sti catafalchi alti fra i 25 e i 50 metri sono strutture che hanno lo scopo di riciclare acqua e catturare l’energia solare. Non ci ho capito nulla di spiegazioni tecniche scientifiche, ma l’insieme è notevole. E, sullo sfondo, sempre il fottutissimo hotel.

Questa gente ama davvero i parchi. Mi incammino verso l’uscita e nelle zone meno battute dai turisti incontro singaporiani (?) dediti al più dolce far niente, a bivaccare, a cazzeggiare in questa domenica ormai arrivata al termine. È solo quando esco dai giardini e costeggio l’area portuale che incrocio frotte di operai indiani che staccano dal lavoro e tornano a casa. Neanche oggi hanno perso tempo; ci hanno pensato loro, a mandare avanti la baracca. Che a Singapore c’è ancora molto da costruire.
Giorno 4
Pochi cazzi, oggi devo andare a Bukit Timah! Parto anche prima del solito, esco di casa ben mezz’ora prima, che non voglio fare tardi. Ho addirittura controllato i mezzi per arrivare al parco. Stavolta non mi scappa.
E infatti, appena 2 ore dopo (e foto al KFC!), eccomi catapultata nel cuore della jungla di Lost. Oddio, all’inizio non è così selvaggia. C’è solo questo sentiero asfaltato ripidissimo che mi sfianca dopo pochi metri. In più mi sono messa in cammino che saranno le 11.30 passate: vi lascio immaginare il caldo. Bukit Timah è una collina ( = bukit) di Singapore, anzi con i suoi 164 metri scarsi è il punto più alto della città, ed è l’unica zona che ancora conserva la vegetazione originaria dell’isola. Insomma, per vedere com’era Singapore fino a 150 anni fa, bisogna salire a Bukit Timah.

Ci ho trovato una marea di persone in escursione: giovani, meno giovani, molto giovani, da soli, in gruppo, a camminare, a CORRERE… cose pazze, che coraggio! Nella riserva naturale ci sono 4 sentieri principali da percorrere, un sentiero dedicato ai ciclisti e dei sentierini minori. Il percorso più diretto per la vetta della collina è lungo circa 2 km… ma come ho già detto in passato, a me non piacciono le cose semplici, no? Quindi ho scelto di perdermi nei meandri della jungla. Anche perché speravo, andando nelle zone meno frequentate, di incontrare le scimmie che popolano la foresta. Vi dico subito che purtroppo non ne ho viste :( Ma l’esperienza è stata comunque interessante. Immensi alberi esotici avvolti da liane, vegetazione che non lascia scampo al più sottile raggio di sole, e un pensiero che mi perseguita: se cado e mi rompo una gamba qui, non mi troveranno mai più. D’accordo, sto esagerando. Se non altro perché c’è davvero molta gente a spasso per la foresta. Ma il rischio di cadute è verosimile: spesso i sentieri, quelli più selvatici, consistono in gradini scavati nella terra alti anche 40 cm, e se non hai un buon slancio rischi di non farcela a salire, e se ne hai troppo in discesa rischi di cadere rovinosamente lungo queste scale infinite. Il terreno è giallo e viscido per l’umidità, io stessa sono viscida per l’umidità, ma rossa anziché gialla. Per lo sforzo, si capisce. Per la prima volta in vita mia, ho la maglietta tutta chiazzata. Non pensavo di essere in grado di sudare.

A un certo punto, a forza di vedere solo piante, divento paranoica: gli insetti e gli uccelli sono fra le cose più chiassose in natura, o almeno quelli che sono a Butik Timah, e qualsiasi rumore che sento mi dice con certezza che sono inseguita da un mostro di fumo nero. Mi volto continuamente per essere sicura di essere sola. Questo posto non me la conta giusta. Sì, OK, quanto è bella la natura… ma se riesco a uscire di qui sarò più tranquilla. Quindi accolgo con gioia il momento in cui la scala della morte si ricongiunge al sentiero principale, quello che porta alla vetta! Tutta sta fatica per 164 metri, e mi sento come Reinhold Messner in cima all’Everest. O come Godo in cima al Monte Fatto.

Notare la latitudine
La discesa è molto più rapida. Avrei potuto allungare su un altro sentiero secondario… ma anche no. Visto un albero, visti tutti. E oggi ne ho visti parecchi. Devo tornare alla caoticissima città, ora ho i compiti da ultimo giorno da assolvere: shopping! Che a dire il vero si riduce a cartoline e poco più. E ho in mente una destinazione precisa per i miei acquisti: Chinatown e Little India! Che vi ho già raccontato con dovizia di particolari, quindi credo di fare cosa gradita a tutti se non mi dilungo eccessivamente. L'unica cosa degna di nota è che, a zonzo per Little India, sono finita in uno strano vicolo. All'inizio c'è un altare con un signore che prega. Poco dopo un gruppo di uomini fermo davanti a una porta, e penso che deve trattarsi di un altro luogo di preghiera. Ci passo davanti... e vedo una signorina in deshabillé che legge il giornale. Non ci posso credere: sono finita nella strada dei bordelli. Una casupola dopo l'altra con donnine che si affacciano appena aspettando i clienti, ma evidentemente la signorina al civico 1 è la più gettonata, sono tutti a fare la fila da lei. Passo anche davanti a un tristissimo negozio di articoli erotici. Mi sento veramente a disagio, chissà che pensano i locali vedendo una turista armata di macchina fotografica e cartina che vaga nel quartiere. La strada non è lunga, ma sembra non finire mai. Ma come faccio a finire sempre in queste situazioni assurde? Finalmente, sorpasso un water abbandonato per la strada, ed esco dall'imbarazzo immenso. Ecco un'altra cosa da raccontare.

Giorno 5
Intanto, la sera prima sono tornati Mary e Michael dal loro weekend, e stamattina è tornata anche Pantoufle! Che era stata mandata anche lei a fare qualche giorno di vacanza.
La giornata è stata abbastanza tranquilla, devo dire. Sveglia con estrema calma, chiacchiere per recuperare un po’ i giorni trascorsi, molte coccole a Pantoufle e il momento della temuta valigia. Fortunatamente sono il tipo che non disfa i bagagli neanche per la vacanza di due settimane, ma questo non vuol dire che sia stato semplice chiudere e assicurarsi di non aver lasciato indietro nulla. Ma ce l’ho fatta.
Spesa, pranzo e giretto in una enorme libreria (ormai l’avrete capito, qui tutto è enorme) vicino a casa, e infine il momento della partenza è arrivato.
Non ci vedevamo da 12 anni, e ci siamo incrociate solo per un paio di giorni scarsi… ma voi non sapete quanto mi ha fatto piacere rivedere la mia amica! Una di quelle cose che fanno bene al cuore, davvero. Essere accolta come mi ha accolto lei, soprattutto all’inizio di un viaggio del genere, è stato un modo meraviglioso per cominciare quest’avventura. Grazie infinite, Mary! Spero di poter ricambiare, un giorno!
E adesso? Adesso* (in Italia sono le 20.30) sono in volo sull’Oceano Indiano, con la compagnia low-cost Scoot. Una specie di Ryanair, ma un po’ più larga e più gentile. Naturalmente non riesco a dormire. Ho commesso l’errore fatale di prenotare un posto col sedile che non si può tirare indietro. Inoltre nella fila accanto alla mia c’è un gruppo di australiani – stimo – extralarge e soprattutto molto maleducati, col capofamiglia che ha ruttato ripetutamente durante la cena, ora ronfa di gusto, ogni tanto si sveglia per urlare due vaccate e poi si rimette a ronfare.
Ci vediamo in Australia.

Prima di lasciarvi, due cose:
per chiudere la pagina Singapore, qui trovate l'album delle foto che ho pubblicato su Facebook (che dovrebbe essere visibile anche per chi non ha un account).
Poi, giocando con il blog, ho scoperto il modo per farvi diventare accaniti lettori di Where is Swaggirl? e ho appiccicato il bottone in alto a destra: Compagni di viaggio. Cliccate, eh!
*ovviamente il post è pubblicato in differita.

mercoledì 22 agosto 2012

Sing-a-fusion


Datemi una mappa, e stenderò un programma di esplorazione coi fiocchi. Il giorno 2 è stato interamente dedicato alla Singapore etnica, e ha rivelato molte belle sorprese.

Partiamo da Chinatown, che si trova a sud della città, oltre il Central Business District che ho visitato il giorno prima. L’etnia cinese è la più numerosa della città, e pare che sia anche la più ricca. Ma la Cina che ho scoperto nel quartiere non fa pensare ai cinesi arricchiti che frequentano le boutique del centro, bensì a quelli di Grosso guaio a Chinatown. Appena uscita dalla metro, la seconda cosa che mi colpisce (la prima è l’afa) sono gli odori: fritto, incenso e qualcosa che mi fa pensare a medicine al mentolo. Finisco in una via affollatissima, decorata con un mucchio di lanterne rosse, costeggiata da bancarelle a destra e a manca. Curiosamente, le costruzioni non ricordano in alcun modo l’architettura cinese (argomento su cui sono estremamente ferrata, come vi lascio immaginare…), ma sono imparentate più da vicino con le costruzioni coloniali del XIX secolo, simili a quelle che ho visto anche a Little India la prima sera in città.

Già di norma il mio senso dell’orientamento fa difetto: qui mi ha praticamente chiesto la libera uscita e mi ha lasciato lì in mezzo alla via, senza la minima idea di dove andare. Nel dubbio, salgo verso il cielo, dove l’aria è più respirabile. Prendo un passaggio sopraelevato e attraverso la strada. Per finire dritta dritta in un mercato coperto. Giuro che il primo pensiero è stato: lasciate ogne speranza voi ch'entrate. O, a essere onesti: Ila, da qui non ne esci viva. C’è più spazio fra due file di sedili in aereo che fra una bancarella e l’altra. E quanti articoli! Gli aggeggi di elettronica vanno per la maggiore, ma anche tanto abbigliamento, cianfrusaglie varie, giocattoli… tutto coloratissimo e pacchiano.


Agenzie di viaggi, centri estetici, negozi di parrucche, cambiavalute (gestiti rigorosamente da indiani però). Qui sotto è tutto molto meno turistico, bensì indirizzato a una clientela soprattutto locale. Cosa ancora più vera quando finisco nella food hall, una specie di centro commerciale dedicato al cibo: un salone - piuttosto squallido - occupato al centro da un sacco di tavoli rotondi e delimitato da chioschi che offrono piatti delle cucine più diverse. Gli odori sono fortissimi, c’è poca aria (sembra di essere in uno scantinato), ma lo spettacolo è in qualche modo affascinante. Famiglie, anziani solitari, gruppetti di adolescenti, giovani professionisti sono qui a passare il sabato pomeriggio, e spendono parecchio del loro tempo davanti a un'enorme ciotola di zuppa dal contenuto se non altro dubbio, o dividendosi un piatto a base di pesce e verdure.


Credo di essere l’unica occidentale qua sotto. Avanzo con la mia macchina fotografica in mano, e temo di dare l’impressione scortese di essere in visita a uno zoo, da come mi aggiro curiosa fra i tavoli. Meglio affrettarsi verso l’uscita, che sembra non arrivare mai. Eccola invece. E che sorpresa! Sopra la porta che mi reintroduce all’interno del centro commerciale vero e proprio c’è il mio amico, il Colonnello Sanders, che mi sorride benevolo. Sapevo che ti avrei trovato qui, fuori dalle rotte più turistiche, in mezzo alla piccola gente! Apro la porta, ed ecco il KFC di Chinatown! Ovviamente devo fare la foto. Fermo una coppia di giovani cinesi e chiedo loro se possono farmi il favore. Il ragazzo si presta divertito, e intanto mi chiede: “Da dove vieni? Non c’è il KFC al tuo paese?” Eh no, caro mio. Se vogliamo fare un appunto all’Italia, non ci sono KFC (per inciso, ho scoperto che negli anni ’70 ce n’era uno a Napoli). Ringrazio, saluto, e tutta contenta proseguo il mio vagare. Ho voglia di uscire di nuovo all’aperto, voglio vedere cosa c’è a Chinatown oltre ai centri commerciali e ai ristoranti. La guida mi dice che, fra i punti di interesse, c’è un tempio induista, un tempio buddista e una delle più antiche farmacie tradizionali cinesi della città. Facendomi largo fra gli altri turisti e procedendo un po’ a caso, trovo il primo segno che mi suggerisce che forse sono sulla strada giusta: la statua di una vacca in cima a un muro, in compagnia di diversi piccioni.


Sarà mica il tempio induista? Risposta esatta!
Sfortunatamente è chiuso, o meglio: il complesso è aperto, ma gli edifici non sono visitabili. Poco male, è il mio primo tempio induista, non mi lascio sfuggire l’occasione. Mi levo le scarpe, che vanno lasciate fuori (ma non mi fido, me le infilo in borsa), e mi appresto alla porta d’ingresso, sormontata da una specie di piramide fatta di figure semi-umane e bestiali coloratissime. Sono emozionata, sul serio. È la prima volta che vedo una cosa del genere, un’opera dell’ingegno umano così diversa da quello cui sono abituata. All’interno ci sono diversi altri edifici, di cui solo uno, una sorta di portico, permette una vista che vada al di là dei semplici tetti (sempre popolatissimi di figure mostruose e titaniche). I soffitti del portico sono decorati con dipinti dai colori molto vivaci, che riportano scene di chissà quale ciclo mitologico, motivi circolari, fiori… Spesso le figure umane hanno un sacco di braccia. Inquietante. 
Giro fra un edificio e l’altro, scalza, e l’asfalto è a dir poco aggressivo: il sole picchia cattivo! Qui non c’è nient’altro da vedere, corro verso l’uscita, lavo i piedi alla fontana e saluto le divinità indiane. Curiosità: la strada su cui si affaccia il tempio, Pagoda Street, prende il suo nome proprio da questo edificio, perché in passato si tendeva a confonderlo con una pagoda, appunto.

Comunque, a questo punto posso tornare in Cina. Sulla stessa strada c’è l’altro luogo che cercavo, la farmacia. Io pensavo di trovare una specie di museo, o almeno una cosa un po’ losca… e invece entro in un punto vendita modernissimo, con gli scaffali che però espongono sia prodotti farmaceutici classici sia articoli un po’ più esotici. All’ingresso c’è la statua del fondatore della farmacia e un angolo dedicato a illustrare i vantaggi della medicina basata sui nidi di rondine. Cioè, in inglese erano generici bird’s nest, nido di rondine lo dico io. Mentre mi avvicino, una gentile signora con l’aria da bidella mi offre un bicchiere di tè al ginseng. È solo un bicchierino, ma lo trovo corroborante, le gambe mi sembrano più leggere. Probabilmente è solo suggestione.
È ora di uscire dalla farmacia, che non offre molto, e andare alla ricerca del tempio buddista. Che trovo per caso pochi metri più in giù. A dire la verità, pensavo si trattasse di un hotel. Avvicinandomi però avverto un intensissimo odore di incenso e sento una cantilena insistente. L’odore proviene da un enorme braciere posto all’ingresso del tempio, dove la gente infila dei bastoncini di incenso dopo averli agitati un po’ per pregare. La cantilena proviene dall’interno, dove si svolge una cerimonia buddista. Sembra che dicano il rosario. 


Non so neanche da dove cominciare per descrivere il tempio. Posso dire solo rosso, oro e un po’ pacchiano. Pieno di statue del Buddha di ogni dimensione. È un tempio su più piani: in cima, al centro di un giardino, c’è un’enorme ruota di preghiera; al livello inferiore è custodita, al centro di una sala per la meditazione, la reliquia del Buddha, un dente. A me le reliquie hanno sempre fatto impressione e a dire il vero non le prendo neanche troppo sul serio, quindi non mi soffermo più di tanto. Certo che anche questo posto mi fa un certo effetto: dopo il mio primo tempio induista, questo è il mio primo tempio buddista. Che giornata impegnativa.
Ma è arrivato il momento di lasciare Chinatown e spostarsi verso Little India, che si trova molto più a nord, oltre il fiume. Mentre percorro una delle arterie principali del quartiere cinese, passo davanti a un negozio di sartoria, dove c’è un uomo che sta lavorando alla macchina da cucire. È questione di un secondo: alza un attimo lo sguardo mentre sto passando e mi rivolge un “Hola”, scambiandomi naturalmente per spagnola. Quasi in maniera automatica ricambio il saluto e lui si illumina, chiedendomi di dove sono. Mi spiace deluderlo: “Italiana”, ma evidentemente gli piace anche questa risposta. Mi avvicino alla sua postazione di lavoro e iniziano le domande di rito: sei qui in vacanza, dove vai, quanto ti fermi… Per il momento sono ancora indecisa se parlare in inglese o in spagnolo, confesso di essere un po’ incerta su entrambe le lingue. Però il sarto ha una voglia di chiacchierare così grande, che dopo pochi minuti dei soliti scambi di circostanza mi sciolgo e mi siedo a uno sgabello accanto a lui. Dopotutto, sono ore che cammino e non mi fermo un attimo. Ci presentiamo: si chiama Muhammed e viene dalla Turchia. Mi chiede se può offrirmi qualcosa. “Ce l’hai il caffè turco?” “Indonesiano.” “Andata!” Così è iniziata un’amicizia di una ventina di minuti, una delle più improbabili che mi siano capitate. Muhammed ha iniziato a raccontarmi della sua vita, della sua famiglia, dei suoi lavori precedenti, della diplomazia che serve nel mestiere del sarto, mi ha mostrato le foto di sua moglie e di sua figlia, e intanto si preparava una maglietta alla macchina da cucire. Da parte mia gli ho raccontato un po’ dei miei progetti, della mia famiglia, dei miei viaggi… Tutte cose che voi già sapete. Alla fine mi sono rimessa in cammino, ma più che camminare galleggiavo, dopo aver fatto questo bellissimo incontro.


Piena di entusiasmo per l’incontro con Muhammed, mi sento chiamare ancora. Stavolta è un indiano di una cinquantina d’anni con barba e turbante che mi dice qualcosa che faccio fatica a capire. Dopo diversi tentativi, credo mi abbia detto queste cose:
  •           Sono una che pensa troppo
  •           Sono una che parla poco
  •           Arrivo da 3 anni difficili
  •           Fra due mesi mi capiterà una grande fortuna
E mi consegna una perlina bianca (curiosità: in Oriente i doni vanno ricevuti con entrambe le mani). Nel momento in cui mi consegna la perlina, capisco l’antifona: “Non vorrei offenderla, ma vuole un’offerta?” “Solo quello che ti senti.” Caccio la mano in tasca, ho 2 dollari. “Eh, dai, almeno 10 dollari!” Capito il santone? Io non mi lascio turlupinare ulteriormente e quello si intasca i 2 dollari (e secondo me mi ha tirato una gufata che non finisce più. Vi faccio sapere fra due mesi).
Ma insomma, quanti incontri! E finalmente arrivo a Little India. Inizialmente non mi dice granché, solo una serie di condomini e strade un po’ desolate. Ma a forza di girare, capisco che l’avevo presa dalla parte sbagliata: nella via principale del quartiere c’è una sarabanda di botteghe, negozi, ristoranti con infiniti, coloratissimi articoli. Vi ho mai detto che penso che i costumi delle donne indiane siano stupendi? E li portano così bene, loro! Io farei ridere, eh… In tutto ciò, è pomeriggio inoltrato e non ho mangiato praticamente nulla. È l’occasione giusta per prendere una noce di cocco da passeggio. Una cosa grande come un pallone da calcio regolamentare, pesante come una boccia da bowling e contenente un litro e mezzo di latte di cocco. Eccola qui, la mia noce di cocco. L’ho chiamata Wilson.


Insieme, passeggiamo per le strade del quartiere, facciamo le foto, ci scambiamo opinioni sul percorso da effettuare, ci riposiamo sedute a un marciapiede. È in quel momento che, miracolosamente (avendo beccato una rete wi-fi a sbafo), ricevo un messaggio da Cecilia. Cecilia è una ragazza italiana che vive qui da qualche mese, amica della mia amica Irene. Quando Irene ha saputo della mia tappa a Singapore, mi ha subito parlato di lei, e quindi l’ho contattata per cercare di beccarci. Come con Mary, è sempre bello incontrare qualcuno che ti accolga in un posto nuovo, no?
Dicevo, il messaggio di Cecilia, che mi invita a raggiungerla in Arab Street intorno alle 17. La buona notizia è che sono a uno sputo dai quartieri arabi, che erano anche in programma. La cattiva notizia è che sono le 17.30. Fuck. Mi separo dolorosamente da Wilson e inizio a dirigermi a velocità sostenuta verso Arab Street, ma prima invio un nuovo messaggio chiedendo un punto di riferimento più preciso. I quartieri arabi sono davvero vicini, in 10 minuti sono lì. Ma c’è un nuovo problema: non riesco in nessun modo a mettermi in contatto con Cecilia. Non riesco a chiamarla, non riesco a mandare sms, non riesco a intercettare nessuna connessione di straforo. Inizio a percorrere le vie della zona su e giù, pensando più che altro alla colossale figura di merda che sto facendo con questa persona che è così gentile da dedicarmi parte del suo tempo, oltretutto pure con il fidanzato in visita.



Arrivo a un incrocio e penso che se riesco a ossigenare il cervello quel tanto che basta, magari troverò una soluzione. Mi siedo a una panchina di fronte a una coppia di occidentali. Dopo 30 secondi mi sento chiamare: “Ilaria?” “Cecilia???” Carramba!! Cioè, capito? Li ho beccati praticamente per caso!!! Forse il santone aveva ragione, e la fortuna è iniziata anche prima del previsto.

Siamo ormai in orario aperitivo, e ci sediamo a un tavolino di un locale del quartiere a berci una birra locale. Ci raccontiamo vicendevolmente di quello che facevamo in Italia e come siamo finite a Singapore, ma poi parliamo anche di libri e cinema, viaggi e studi universitari… Insomma, chiacchieriamo del più e del meno e trascorriamo un paio d’ore veramente piacevoli. Intorno alle 8, Cecilia e Matteo mi salutano perché devono recarsi a un appuntamento, e io decido che per oggi ne ho avuto abbastanza di girare e posso anche andare a casa. Ancora non posso credere  al culo che ho avuto: credo che in una sola giornata sia stato anche troppo, meglio non sfidare la sorte.

Prima di lasciarvi, ecco i nomi dei fortunati vincitori che hanno indovinato la citazione cinematografica: Davide, Edo eWeaver-Ant, che ci fornisce anche il link.

Ciao!