Visualizzazione post con etichetta hotel. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta hotel. Mostra tutti i post

giovedì 10 gennaio 2013

Houston, abbiamo un problema



Un camper scassato, due piloti overseas, migliaia di chilometri. E tanto, tanto caldo. Se il buongiorno si vede dal mattino, che piega prenderà questo viaggio, considerato quello che succede appena lasciata Darwin?

La seconda notte trascorre insonne – il camper è troppo caldo, la testa non vuole saperne di spegnersi, i lampi illuminano ancora l’orizzonte e gli aerei del vicino aeroporto ogni tanto fanno sentire la loro voce. Eppure non sono stanco: che il mio corpo abbia finalmente iniziato a sintetizzare la sostanza antisonno di cui favoleggio da tempo? Chissà!

Io ho dormito benissimo… No, non è vero. Il mio letto consiste in tre assi incastrate a 70 cm dal soffitto del camper. Ogni sera per salire e ogni mattina per scendere devo esibirmi in mosse da contorsionista. Ogni mattina per scendere. Capito? Io la mattina non so neanche come mi chiamo! E il mio inconscio ogni notte mi sussurra: “Sei proprio certa di poterti abbandonare a sonni tranquilli? E se le assi dovessero spezzarsi?” Al che rispondo mugugnando: “Credo che debba preoccuparsi di più Davide!

Un mattino...

Comunque, già alle 6 del mattino il sole sa picchiare già duro. Lavoricchio sul blog in attesa del risveglio di Ilaria, che fa capolino un’ora più tardi, e poi ci dedichiamo a una bella colazione a base di pancake, che vengono proprio come quelli ammericani (ovviamente siamo già muniti di sciroppo d’acero). Una delizia per iniziare con il piede giusto la giornata!

Ma tu che pancake hai mangiato? Io me li ricordo o sottili come carta velina, immangiabili perché rimasti attaccati alla piastra, o grumi di pasta bruciati fuori e crudi dentro.

E credetemi, c’era proprio bisogno di una partenza lanciata, perché la giornata ha poi preso una pessima piega. Primo, la mia macchina fotografica non è riparabile, non qui almeno: va spedita alla Canon, che in Australia sta “esattamente dalla parte opposta del continente” (a prescindere da dove ci si trovi, credo). Niente da fare, dovrò passare 3 settimane in crisi d’astinenza. Per fortuna potrò usare la macchina di Ilaria, ma mi viene comunque da piangere. Avevo pure preso batteria e scheda di memoria extra... cavolo... mi sa che mi toccherà tornare! :-D

A ogni modo, si gioca con le carte che passa il destino, per cui riposta mestamente la macchina fotografica si risale a bordo del camper e si saluta definitivamente (spero) Darwin, reimboccando la Stuart Highway fino al bivio con la Arnhem, la strada che conduce a Kadadu. 230 km, prevedo un paio d’ore e mezza di strada tranquilla.

Un raro esemplare di uomo-portello, foriero di sventure

Prevedo male... quando siamo all’altezza di un luogo dal pittoresco nome di Humpty Doo, all’improvviso tutte le spie del cruscotto si illuminano che paiono un albero di Natale, accosto subito e diamo inizio a una lunga attesa alla stazione di servizio in attesa del meccanico prima (alternatore rotto) e poi di Pam e Sheldon dell’All Rural Repairs, che dovranno rimettere in sesto il nostro mezzo.

E qui gli australiani danno prova di essere fallibili, iniziando un rimpallo di telefonate fra Darwin, Sidney e Humpty Doo su chi deve mandarci ‘sto benedetto carro attrezzi. Per farla breve, la risposta ben stampata nella mente di tutti i soggetti coinvolti è “lo mandano gli altri”, e così alla fine della giornata ci troviamo con James, il parrucchino del noleggio di Darwin, che si scusa per il disguido, ci dice di prenotare un posto per la notte e aggiunge che rimorchio e riparazione avverranno la mattina seguente.

Nella sfortuna, siamo però fortunati (in fondo il camper s’è fermato a 100 metri da una stazione di servizio e a 150 da un hotel, “world famous” addirittura, non in mezzo a 200 km di deserto). Prendiamo armi e bagagli e ci presentiamo alla reception dell’Humpty Doo Hotel, che si vanta per l’appunto di essere famoso in tutto il mondo. La cosa è così curiosa (perché motivi per vantarsi non ne avrebbe molti, a guardarlo) che chiediamo alla receptionist il perché di tale affermazione: beh, pare che qui sia vissuto un bovino molto particolare, in grado di tracannare birra e altri alcolici in compagnia del nerboruto proprietario, arrivando a superarlo come quantità pure (guarda caso, alla fine è morto per problemi al fegato – il bovino. O il proprietario. O entrambi?). Ora, due considerazioni: uno, come ti viene in mente di far bere la prima birra al tuo bufalo? Due, world famous? Come on...

No, davvero... world famous?

La storia merita più dettagli: il bovino, Norman, è tuttora detentore del record del minor tempo necessario per scolare una stubby, una bottiglia di birra da 2 lt, orgogliosamente prodotta a Darwin. 44 secondi per due litri di birra. Per anni è stato l’ospite d’onore di fiere e manifestazioni, dove si esibiva insieme al suo padrone e a una cassa di bottiglie gigantesche. Attirava gente da tutti gli angoli del paese. Faceva beneficenza e firmava autografi. Questa gente non ha proprio nulla da fare…

A ogni modo il posto è a suo modo piacevole – il tipico motel cadente che vedi in tutti i film dove capita qualcosa di brutto, quello dove alloggia Anton Chigurh, insomma, oppure dove sta Faith.

Io avrei citato Norman Bates, ma sarei banale.

La cena inoltre ci offre la possibilità di mangiare del coccodrillo – cosa decisamente più piacevole del contrario – in un locale dove siamo gli unici clienti, non so se perché sia ancora troppo presto (saranno le 19:30) o troppo tardi, dato che da queste parti vanno tutti a dormire con le galline. Buono il coccodrillo comunque, sa pochissimo di pesce e ha un’ottima consistenza. La prossima volta che vado all’Esselunga vedo se ne hanno.

Dopo una deludente mudcake (ci aspettavamo un tortino di “fanghiglia” da buzzurri del bush e invece arriva una torta al cioccolato con panna e gelato presentata pure in modo raffinato) ci ritiriamo in camera: veri letti!!! Aria condizionata!!! Sembra di stare in galera!!! 

Una galera dell'Alacazzobama

Quindi nell’ordine combatto contro un bacherozzo grosso quanto la mia mano, facciamo il bucato, ci vediamo l’ultimo episodio dello Svarione e chiacchieriamo fino all’assopimento, nella speranza che il mattino seguente Pam e Sheldon si ricordino di noi.

Pam e Sheldon non lo so, ma alla fine qualcuno ha pietà di due poveri camperisti abbandonati al bordo della strada e, verso le 10, vediamo finalmente arrivare il soccorso stradale, guidato da un tizio con un braccio solo (non perché l’altro non lo avesse, ma perché tanto lo usava solo per reggere il cellulare) che in pochi minuti ci porta all’All Rural Repairs, officina attrezzata di tutto punto. 

Chiamate, chiamate... tanto non rispondiamo

Ci vorrà tempo, ovviamente, e i meccanici ci consigliano due luoghi per l’attesa, un caffè e una biblioteca. Free internet? Ovviamente scegliamo la seconda.

Carichi di materiali informatici vaghiamo per le deserte strade di Humpty Doo – dove il sole non è come a Chattanooga, Tennessee, che ti spacca in quattro: qui fa direttamente la divisione ai minimi termini. La biblioteca però è bella fresca ed è quella del college della piccola cittadina: ci ritroviamo attorniati da studenti in divisa, che ci avranno scambiato per dotti luminari in visita dall’estero, grazie alla nostra aria seria e professionale. Non ho dubbi a riguardo!

Dopo aver scritto e pubblicato foto a profusione, è il momento di pensare al nutrimento del corpo: la bibliotecaria mi parla tutta orgogliosa di un centro commerciale che offre ogni genere di cibo noto all’uomo e lì ci dirigiamo, mentre una prodigiosa telefonata ci annuncia che il camper dovrebbe essere pronto entro un paio d’ore. Al centro commerciale (io non ne andrei tanto fiero, signora) mi sfamo mangiando una bella bistecca di squalo, poi una veloce capatina al super e finalmente si torna dal meccanico. Abbiamo l’alternatore nuovo e pagherà tutto JJ (e vorrei pure vedere)! Nel frattempo Travel Wheels, l’agenzia di noleggio, ci ha prolungato di 2 giorni il noleggio aggratis, così recupereremo il tempo perso. Bravi bravi!

Ma se non fossimo rimasti bloccati qui, non avremmo mangiato questo eccellente pasto!

Così, finalmente, riprendiamo la marcia (rigorosamente nella corsia sbagliata per i primi metri) e torniamo sulla Arnhem Higway, dopo aver recuperato i bagagli dal mitico Humpty Doo Hotel. Ora, dal paese a Kakadu ci sono 240 km e in tutto questo tragitto non c’è alcun altro centro abitato, solo una road house ogni 90-100 km. Col senno di poi, ci è andata di stralusso che il guasto sia avvenuto davanti a stazione di servizio e albergo!

La strada è praticamente deserta, la musica fa compagnia (ci hanno pure riparato la cassa destra che non andava!) e Ilaria sonnecchia, oggi il volante tocca a me. Sforiamo di nuovo sui limiti dell’assicurazione, percorrendo gli ultimi 40 km al buio, ma alla fine raggiungiamo la meta, non senza aver notato che ogni rigagnolo d’acqua qui è accompagnato da un cartello che dice qualcosa tipo: “Ma che vuoi bagnarti i piedi? Non lo sai che ci sono i coccodrilli, pirla?

Tramonto sull'Alligator River

Ci infiliamo nel primo caravan park che troviamo e... spettacolo, bar a bordo piscina! Parcheggio veloce, ci si infila il costume e splash – dopo una giornata come questa ci voleva proprio l’immersione totale in una bella pozza d’acqua fresca e nella vasca “finto idromassaggio”! 

Ogni giornata dovrebbe finire così

Si comprano un paio di birre e si torna verso casa, pronti per la mini-grigliata serale in mezzo a giapponesi, tedeschi e (il mondo è piccolo) alle due inglesi che stavano in camera con Ilaria nell’ostello a Darwin.

A riprova del fatto che l’Australia è un paese piccolissimo.

Il resto della serata scorre via tranquillo, disturbato solamente da uccelli troppo rumorosi, evidentemente discendenti dei velociraptor visto che quando li abbagli con la luce si mettono a sibilare e spalancano le ali con aria minacciosa (attenti, belli, che abbiamo appena finito la carne da grigliare...). E così anche il quarto giorno giunge alla sua conclusione.

PS: Amici australiani, una nota. Se non avete l’acqua fredda, è inutile che mettiate i rubinetti con scritto “cold” nei bagni. Uno si illude, arriva lì, la apre sperando di trovare acqua di fonte di montagna e invece scende un liquido pronto per prepararci il tè. Mi chiedo cosa accada ai poveri disgraziati che per errore aprono il rubinetto “hot”.

Incredibile! Dopo tanto peregrinare, ce l'abbiamo fatta, siamo a Kakadu! Nell'immagine sotto, notare la lunghisssssima strada che abbiamo fatto prima di bloccarci ad Humpty Doo (punto B).

255 km
 Km totali percorsi: 24.129

martedì 27 novembre 2012

Due settimane di pausa

A volte mi rendo conto di essere invecchiata per alcuni comportamenti che fino a pochi anni fa non avrei mai contemplato. Per esempio, tornare sui miei passi, ritrovare luoghi già visitati e cambiare i miei piani repentinamente. E invece adesso, alla fine di queste due settimane di viaggio, mi sposto di nuovo verso sud con Shane, che mi lascia a Bundaberg prima di tornare al lavoro. Raccogliamo le idee: cosa fare ora? Trovare un'altra farm dove fare WWOOFing? Ripercorrere la strada verso nord, fermandomi in altri posti? Ho pur sempre il biglietto dell’autobus per Cairns. Cercare un lavoro vero e proprio, per quanto casual, che mi permetta di integrare le finanze? 


La risposta arriva dalla vetrina di un fast-food, resort di Bargara cerca lavoratori. Bargara è la spiaggia di Bundaberg. Mi presento, e mi dicono che in cambio di vitto, alloggio e l’uso delle strutture del resort chiedono 4 ore di lavoro giornaliere. La spiaggia con le bellissime rocce vulcaniche è a 3,4 minuti di cammino. Sai cosa? Affare fatto! Mi presento con tutte le mie valigie, mi danno la chiave del bungalow, la maglietta del team, e domani comincio! L’appartamento è in condivisione con tre backpacker francesi, Claire, Florent e Jessica, che sono arrivati solo ieri dopo essere scappati da una farm dove raccoglievano pomodori. Il resort è immerso nel verde, e si registrano già numerosi incontri con la fauna locale: rane, goanna e opossum! Un opossum grande come un micione, curioso e socievole, che passa da un ramo all’altro dondolandosi con la coda per raggiungere le nostre mani tese.


Il lavoro è diviso in tre turni, colazione, cena e giardino, e un enigmatico turno extra. Visto che i tre turni principali sono già occupati dai tre ragazzi francesi, cosa farò io nei primi giorni di lavoro? “Sai cambiare le batterie?” … “…Sì…” “Hai problemi con le scale?” “…No…” “Ecco, prendi la scala e cambia le batterie nelle stanze che ti ho segnato.” “Cambio le batterie a cosa?” “Oh. L’allarme antincendio.” Ho capito, a me è rimasto il lavoro di merda. Molto gentilmente Florent, che è un campione di parkour e non ha problemi ad arrampicarsi, si è offerto di fare cambio di turno, ma prima di rinunciare voglio raccogliere la sfida. Scala sulle spalle, due guanti da mano destra e la piantina con le 25 camere da visitare, quelle libere. Ora non voglio dire che soffro di vertigini, ma devo confessare che ho mentito a proposito della scala. Non sono perfettamente a mio agio lì in cima. Gli allarmi poi non collaborano, attivandosi quando meno me lo aspetto direttamente nel mio orecchio; e la temperatura lì in cima è ridicolmente alta. Questo è il primo giorno di lavoro. Il classico primo giorno alla fine del quale ti domandi se riuscirai ad arrivare alla fine.

Il bello del turno extra è che ogni giorno è una sorpresa. Cosa farò oggi? “Oggi devi potare i rami lungo i sentieri.” Uhm, ok, non può essere peggio degli allarmi antincendio. Dopo la prima ora scopro che da un lato no, non è peggio degli allarmi antincendio. Posso stare al fresco in mezzo alle piante, e con queste cesoie mi sento come Edward Mani di Forbice ed esprimo il mio estro sulle fronde. Il rovescio della medaglia implica però l’esposizione a bestie di ogni forma e dimensione. E con bestie non intendo i lucertoloni stesi a prendere il sole, che mi stanno tutto sommato simpatici  - e appena mi sentono arrivare si affrettano a togliersi dai piedi. Ragni e insetti di vario tipo, ecco cosa intendo. Ogni volta che riesco a individuare un ragnetto (e chissà quanti non ne ho visti), mi domando se si tratta di una specie velenosa, giusto per stare sul sicuro mi allontano nella direzione opposta e trascorro il successivo quarto d’ora a passare in rassegna me medesima, per accertarmi che non ci siano ospiti indesiderati. Finalmente termino il mio compito di giardiniere, torno alla reception per riporre gli attrezzi e mi preparo a staccare, ma manca ancora mezz’ora alla fine del turno: “So io cosa farle fare: c’è da pulire il laghetto.


Chi ha parlato è una strana Vecchia che gironzola per la hall con un cagnetto in braccio. Nei giorni seguenti, incrociando informazioni e intuizioni con gli altri ragazzi, arriviamo a concludere che si tratti della madre di Loni, la proprietaria. Mi mettono in mano una pertica e inizio a dragare il laghetto, o meglio la palude. La Vecchia mi tallona e mi indica i rifiuti: “Guarda, se ti metti in bilico lì, puoi prendere quella cosa rossa laggiù.” Per fortuna dopo un po’ si stufa e se ne va col suo cagnolino. A questo punto, recuperato il recuperabile e senza nessuna voglia di cadere nella fetida acqua, inizio a mettere in pratica una tecnica più efficace per far sparire i rifiuti: li affondo. E arrivo così alla fine del turno.

Il terzo giorno è pressoché uguale al secondo, si torna a potare i rami. A questo punto è chiaro che i proprietari sono inclini al fancazzismo e a corto di buonsenso: nel corso del turno, Pip detto il Marito (notare che nessuno di loro ha mai sentito il bisogno di presentarsi alla forza lavoro) mi dà continuamente indicazioni diverse: pota i rami e strappa le erbacce. Non serve che strappi le erbacce nel mezzo del giardino, fai solo lungo i bordi dei sentieri. Non serve che strappi tutte le erbacce lungo i bordi dei sentieri, strappa solo quelle che si arrampicano sui muri. Lascia stare le erbacce lungo i sentieri, ci penso io col tosaerba. Beh, meglio per me. Ormai padroneggio le cesoie e mi pare ovvio che nessuno verrà a controllare la scrupolosità del mio lavoro: il Marito sparisce col suo tosaerba dall’altra parte del resort, mentre la moglie e presumibilmente la sorella, che presto battezziamo la Stupida (“Sì, ma sembrano tutti stupidi! A chi ti riferisci?” “Alla più stupida!”), passano la mattinata chiacchierando e fumando in veranda. Oggi però a fine turno abbiamo deciso di sfruttare ‘sti benedetti benefit e, dopo un giro in spiaggia, occupiamo piscina e sauna. Un buon modo per finire la giornata.

Avrete capito che il lavoro qui non è dei migliori; per fortuna la compagnia è molto buona. I miei coinquilini sono personaggi in gamba, socievoli e assortiti in maniera bizzarra. Claire e Jessica sono partite insieme dalla Francia solo un mese dopo essersi conosciute e aver scoperto che avevano la stessa destinazione. Florent, il ragazzo di Claire, le ha raggiunte un mese dopo. A Melbourne si sono aggregati ad altri sei connazionali e hanno comprato un furgone, con cui sono miracolosamente arrivati da queste parti. Miracolosamente perché il furgone non è immatricolato, viaggia con una targa finta e con i freni rotti. Anche Florent si è messo alla guida; Florent non ha la patente. Florent ha attraversato le Blue Mountains. Ho visto personalmente quel furgone, ci sono salita e ci ho anche viaggiato. Naturalmente tutti i dettagli che vi ho riportato li ho scoperti dopo. Comunque, i ragazzi hanno trovato lavoro in una fattoria a raccogliere pomodori, ma i miei tre amici sono scappati dopo una settimana date le condizioni assurde, sono finiti nel resort di Bargara, e mi assicurano che qualsiasi lavoro è meglio che raccogliere pomodori. Jessica è metà inglese e parla molto bene, mentre Claire e Florent hanno più difficoltà con la lingua, quindi mi sono ritrovata a usare un po’ del mio francese. Ma abbiamo tutti molta voglia di raggiungerci e conoscerci, quindi le cose in qualche modo funzionano, e la comunicazione faticosa viene ripagata con nuove storie.

Squadra fortissimi!

Florent per esempio mi racconta che ha viaggiato per tutta Europa per praticare il parkour, e Milano gli è piaciuta molto, in particolare la metro di Romolo, che pare essere un ottimo posto per il parkour. Da un lato fa sorridere che una città che conosco bene e che in genere non brilla come polo turistico sia lodata per una stazione metropolitana (dove tra l’altro non sono mai scesa). Questo però è un aspetto perfettamente in linea con la filosofia della disciplina così come me l’ha spiegata lui: chi pratica il parkour, il tracer, cerca di aprire percorsi nuovi e inesplorati nel paesaggio urbano, trova strade che per gli altri non esistono, in competizione con gli altri tracer ma soprattutto con se stessi, per diventare ogni giorno migliori di ieri. Al di là poi di questi aspetti filosofici, il parkour può tornare utile in situazioni delicate: ad Amsterdam si è trovato nel mezzo di una rissa fra spacciatori che se lo contendevano come cliente, e si è messo in salvo scappando su per un muro. “Uhm, questo potrebbe servirmi. Pensi che io possa imparare qualcosa, o sono troppo vecchia?” “Certo che puoi imparare! Ho insegnato anche a persone più grandi!” Buono a sapersi. Per ora non mi ci metto, ma è bello sapere di poterlo fare.

Per il momento però lasciamo queste storie di vita vissuta e torniamo al prosaico mondo del lavoro. Domenica mattina non sanno assolutamente cosa farmi fare, mi fanno bighellonare in giro in attesa di trovare la missione del giorno. Infine la Vecchia si consulta con la Stupida che le dice: “Potrebbe fare le pulizie di primavera…” “Uhm, è un lavoro disgustoso… Ok. Vieni con me.” Prende gli attrezzi di lavoro e ci dirigiamo verso la 15. “Qui c’erano persone molto sporche… Ecco, metti lenzuola e asciugamani da lavare.” “Posso avere i guanti?” “Ma no, non ti servono.” … “Per lavare i vetri, inumidisci il panno con un po’ d’acqua e passi.” “Niente sapone?” “No, noi non crediamo nel sapone. Attira i germi.Non credono nel sapone.Poi fai la polvere, pulisci le imposte, il filtro dell’aria condizionata… Sono solo due stanze, hai tutto il tempo del mondo.” Arrivo alla fine del turno nera nel corpo e nell’anima. Mi ci vuole tutta la giornata per smaltire la rogna, ma è uno sforzo sisifico: il giorno seguente mi presento alla reception, dove la Stagista (l’unica persona qui dentro che sembra percepire uno stipendio sebbene appartenga a un diverso ceppo genetico) mi accoglie con un sorriso: “Come va?” “Eh, insomma… il lavoro di ieri  è stato terribile.” “Oh. Allora non sarai felice di sapere che è lo stesso lavoro di oggi.” *espressione indescrivibile di Ilaria* “Ma la buona notizia è che oggi siete in due! La ragazza alta ti aiuterà. Glielo dici tu?” Vado a chiamare la ragazza alta – Jessica – e cerco di dissimulare il sorriso che dice a mal comune mezzo gaudio. Il lavoro in effetti scorre molto più velocemente, terminiamo con una buona ora di anticipo e, dal momento che ora non riescono a trovare altri lavori di merda per oggi, ci congedano. Prima di andare a pranzo però controlliamo i nuovi turni. Io passo in cucina alla sera, mentre Jessica prende il mio turno extra del mattino.

Il turno serale consiste fondamentalmente in mansioni di lavapiatti. Molto semplice. La cosa più complicata è imparare a usare la lavastoviglie, ma dopo un giro di lavaggio non ho più problemi: la lavastoviglie si rompe. “Dovrai lavare a mano.” Che prospettiva meravigliosa. Lavo, asciugo e metto via. Noterete che manca il passaggio risciacquo. Sulle padelle va spruzzato il famoso olio spray, che ha qualità antiossidanti. La cucina è stretta, Al il cuoco enorme. La seconda cosa più complicata (che, senza lavastoviglie, balza al primo posto come livello di difficoltà) è sgusciare fra i ripiani e le mensole per riporre le stoviglie, ma mi scopro sorprendentemente agile, e anche veloce. Incredibilmente, riesco a star dietro ai ritmi della cucina. Tutto questo mi sarà utile il giorno seguente quando, a partire dalle 17.30, il telefono inizia a squillare e le prenotazioni fioccano senza sosta. Un mercoledì atipico: Loni si mette in cucina ad aiutare il cuoco, io non alzo la testa dall’acqua marcia neanche per un secondo. Come se il lavoro non fosse abbastanza, la Vecchia mi chiede di mettere da parte qualcosa per il cane. Tutto quello che credete di sapere sulle cucine dei ristoranti è vero: il cibo che cade viene prontamente risistemato nei piatti, gli scarafaggi viaggiano paciosi sul pavimento, gli attrezzi vengono frettolosamente sciacquati nell’immonda acqua di fogna che uso per lavare le stoviglie. E la gente fa schifo, mandano indietro interi piatti che finiscono nel sacco dei rifiuti. Non appena gli ultimi clienti lasciano la sala, la Stupida viene in cucina ad aiutarmi. “Posso avere un caffè?” le domando. Lei mi porta un cappuccino “Spero di non averlo fatto troppo forte.” Apprezzo lo sforzo. Pulisco i pavimenti, spegno le luci e mi trascino a casa.

Il giorno seguente le cose vanno decisamente meglio. Meno gente in sala e mi faccio amico il Vecchio, personaggio che non sono riuscita a collocare sull’albero genealogico del resort ma che ha abbastanza autorità per rimediarmi una birra dal bar. Inoltre a fine turno mi si avvicina la Vecchia: “Ieri e oggi hai fatto un ottimo lavoro, voglio offrirti da bere.” E me ne vado a casa meno stanca e con una XXXX Gold e una Vodka Lemon in mano. Altra cosa che mi solleva lo spirito è il pensiero che domani è l’ultima sera.

E, nel rispetto più ortodosso della legge di Murphy, venerdì sera si scatena l’inferno. In maniera del tutto inaspettata: il telefono tace per tutto il pomeriggio, sono ormai le 19.30 passate e la gente inizia ad andare via. Notare che per tutti questi giorni la lavastoviglie è stata inutilizzabile. Ma ho quasi finito, ce la posso fare. Vedo la luce in fondo al tunnel. Il pensiero finisce immediatamente nel cestino dei rifiuti quando entra in sala un gruppo. Uno, due, tre… non finiscono più di entrare. Sedici (16) persone. Il cuoco mastica qualche insulto fra i denti. “Arrivano dal ristorante dove lavora mia moglie. Lì non li hanno voluti perché non hanno prenotato. Qui invece non si dice di no a nessuno. Stronzi.” Mi cadono le braccia nel pantano del lavandino. La luce nel tunnel è stata spenta. Ricomincio a lavare. La Stupida entra continuamente in cucina con pile di piatti e con un volto costernato. Ho i crampi ai pollici a forza di maneggiare piatti e padelle. Quando penso che non ce la farò mai, le luci in sala si abbassano e la Stupida entra con un altro carico di piatti dicendomi: “Questi lasciali qui, li farà la ragazza domattina.” Passo a pulire per terra. “Lascia stare il pavimento del bar. Lo farà la ragazza domani mattina.” La ragazza, Claire, non sarà contenta, ma sono troppo stanca ora per essere altruista. Spengo le luci, e spunta di nuovo la Vecchia: “Allora domani vai via?” “Eh già.” “E dove andrai?” “Prima a Cairns per l’eclissi, poi a Darwin.” “Brava! Dammi il cinque! Darwin è bellissima! Lì c’è la vera Australia. E mi raccomando, vai a Kakadu; se non hai visitato Kakadu, non hai visitato l’Australia. Te lo scrivo.” Prendo il foglietto che mi allunga, ringrazio, saluto gli scarafaggi, e ho finito di lavorare.

1.360 km

Km totali percorsi: 20.450

giovedì 23 agosto 2012

Chi non ha testa, ha gambe


Giorno 3

In questo nuovo giorno, volevo andare a visitare la riserva naturale di Bukit Timah, a nord della città. Così a nord che è fuori dalle mappe del centro. E puntualmente, io che mi perdo persino con una cartina, mi sono smarrita anche questa volta. Ma non è stata colpa mia, sono gli autisti degli autobus che mi davano informazioni errate. Oltretutto, se non mi fossi persa non sarei finita in quel posto fantascientifico che è l’area di Marina Bay.

Manco a farlo apposta, prendendo un autobus a caso (dopo il terzo bus errato, a un certo punto ho detto: “Sai che? Esploriamo la città con i mezzi pubblici, vediamo dove finisco!”) capito nella zona della baia, costellata di edifici che dire futuristici è riduttivo.

Sembrano cose tirate su a caso...

Ero contentissima, il ponte a forma di elica che attraversa la baia punta dritto dritto al mostruoso edificio che avevo visto due giorni prima dall’altro lato del fiume e che mi attira come il nuovo film di Joss Whedon. Più mi avvicino al colosso, più penso: “È mostruosamente grande. Chissà cos’è. Chissà se ci posso salire.” Non è certo l’unico edificio strano, in questa zona. A parte la banale ruota panoramica, lo stadio di calcio in costruzione sull’acqua, il centro commerciale a ciambella, il museo delle arti e delle scienze a forma di guantone da baseball...
Ho perso il filo del discorso. Attraverso il ponte, entro nella ciambella e cerco di salire il più possibile. Nella mia testa, è questa la chiave per arrivare a quel coso mostruosamente grande. Scopro che in cima alla ciambella, all’esterno, c’è una sorta di passeggiata che circonda tutto l’edificio e ti porta sempre più vicino al mostro. È piacevole, quassù, C’è silenzio, non c’è quasi nessuno, ed è gradevole passeggiare sotto il sole di mezzogiorno a 45° all’ombra. Circumnavigo la ciambella, e forse trovo la base del mostro. Di più, scopro che razza di creatura è: un fottutissimo hotel.

Oggi potrebbe finire male...
Mentre cerco una via d’entrata, continuo a ripetermi questo mantra: è un fottutissimo hotel. Santo dio è un fottutissimo hotel. Chi ha mai pensato di poter fare una cosa così grande e metterci dentro delle camere da letto? È una torre di Babele del XXI secolo, ecco che cos’è. Cerco disperatamente l’ingresso, e alla fine lo trovo, non prima di aver detto per l’ennesima volta: è un fottutissimo hotel. E si può salire in cima!!

Sorriso soddisfatto di chi ha appena avuto un'idea malsana
Faccio il biglietto, prendo l’ascensore e up in the sky! 57 piani, 200 metri, ed eccomi sulla prua di quella nave che corona i tre edifici del fottutissimo hotel. Scoprirò solo in seguito che il tratto della struttura che sporge dal tetto è il più lungo del suo genere. Stavo là sopra, sospesa nel vuoto, e non mi rendevo conto. Meglio così. Altra cosa che ho scoperto in seguito, è che in cima c’è anche la piscina più alta del mondo. Complimenti. Io mi accontento di girare da un lato all’altro della nave, e a tribordo scopro un’altra cosa curiosissima: un parco con delle strutture assolutamente eccentriche, sembrano alberi metallici incredibilmente grandi. Decido che, una volta scesa a terra, voglio esplorare quel luogo. Non prima però di aver visitato le mostre abbinate al tetto del fottutissimo hotel: Andy Wharol e il maledettissimo Harry Potter. Torno quindi alla base, e prima di recarmi al museo – il guantone da baseball – bighellono un po’ nella hall dell’hotel. Ormai vi sarete stufati di sentirmi dire che non ho mai visto una cosa del genere, ma è così. Sembra un ibrido fra una nave spaziale e un alveare, posto che non ho mai visitato nessuna di queste due cose.

Ogni "striscia" è un piano. Cose pazze.
Mentre passeggio, penso che voglio vedere come sono i cessi di un posto del genere, quindi mi infilo nella toilette… delusione, sono cessi appena sopra la media. All’estremità della hall c’è un ristorante rialzato con tanto di quartetto d’archi che suona, e la violinista ha la faccia divertita di quella che pensa: “Ma guarda sti allocchi, come si fanno abbindolare da un po’ di pailettes…” Io mi avvicino ai musicisti e mi metto ad ascoltare accanto a una panchina. Una panchina stranissima, d’altra parte come ogni cosa in questo posto: sembra il dorso di un dinosauro, è coperta da scaglie di plastica verde. Mi siedo per saggiarne la comodità, sono molto curiosa, magari è l’ultimo grido in termini di ergonomia. “Mi scusi, ma’am (davvero, qui ti chiamano tutti così), ma non può stare seduta lì… quella è un’opera d’arte.” …gag da film. Me ne vado un po’ mortificata, ma anche fiera di me per le mie figure barbine, e prendo il tunnel che porta al casinò, al teatro e al guantone da baseball. Inutile che vi racconti delle mostre (vi dico solo che sono entrata come Corvonero). Passiamo piuttosto al parco là davanti.

Un’attrazione nuovissima, Gardens by the Bay, che guarda al futuro in maniera impressionante, ma a me non faceva che ricordare Jurassic Park. Un’area che comprende una serra di fiori, un’altra serra che ricostruisce la foresta pluviale - addirittura con una cascata interna - un percorso con le palme di tutto il mondo, la ricostruzione di giardini asiatici vari, prati, stagni (con due inquietanti libellule metalliche che volano a pelo d’acqua) e il pezzo forte, il bosco dei super alberi. Sti catafalchi alti fra i 25 e i 50 metri sono strutture che hanno lo scopo di riciclare acqua e catturare l’energia solare. Non ci ho capito nulla di spiegazioni tecniche scientifiche, ma l’insieme è notevole. E, sullo sfondo, sempre il fottutissimo hotel.

Questa gente ama davvero i parchi. Mi incammino verso l’uscita e nelle zone meno battute dai turisti incontro singaporiani (?) dediti al più dolce far niente, a bivaccare, a cazzeggiare in questa domenica ormai arrivata al termine. È solo quando esco dai giardini e costeggio l’area portuale che incrocio frotte di operai indiani che staccano dal lavoro e tornano a casa. Neanche oggi hanno perso tempo; ci hanno pensato loro, a mandare avanti la baracca. Che a Singapore c’è ancora molto da costruire.
Giorno 4
Pochi cazzi, oggi devo andare a Bukit Timah! Parto anche prima del solito, esco di casa ben mezz’ora prima, che non voglio fare tardi. Ho addirittura controllato i mezzi per arrivare al parco. Stavolta non mi scappa.
E infatti, appena 2 ore dopo (e foto al KFC!), eccomi catapultata nel cuore della jungla di Lost. Oddio, all’inizio non è così selvaggia. C’è solo questo sentiero asfaltato ripidissimo che mi sfianca dopo pochi metri. In più mi sono messa in cammino che saranno le 11.30 passate: vi lascio immaginare il caldo. Bukit Timah è una collina ( = bukit) di Singapore, anzi con i suoi 164 metri scarsi è il punto più alto della città, ed è l’unica zona che ancora conserva la vegetazione originaria dell’isola. Insomma, per vedere com’era Singapore fino a 150 anni fa, bisogna salire a Bukit Timah.

Ci ho trovato una marea di persone in escursione: giovani, meno giovani, molto giovani, da soli, in gruppo, a camminare, a CORRERE… cose pazze, che coraggio! Nella riserva naturale ci sono 4 sentieri principali da percorrere, un sentiero dedicato ai ciclisti e dei sentierini minori. Il percorso più diretto per la vetta della collina è lungo circa 2 km… ma come ho già detto in passato, a me non piacciono le cose semplici, no? Quindi ho scelto di perdermi nei meandri della jungla. Anche perché speravo, andando nelle zone meno frequentate, di incontrare le scimmie che popolano la foresta. Vi dico subito che purtroppo non ne ho viste :( Ma l’esperienza è stata comunque interessante. Immensi alberi esotici avvolti da liane, vegetazione che non lascia scampo al più sottile raggio di sole, e un pensiero che mi perseguita: se cado e mi rompo una gamba qui, non mi troveranno mai più. D’accordo, sto esagerando. Se non altro perché c’è davvero molta gente a spasso per la foresta. Ma il rischio di cadute è verosimile: spesso i sentieri, quelli più selvatici, consistono in gradini scavati nella terra alti anche 40 cm, e se non hai un buon slancio rischi di non farcela a salire, e se ne hai troppo in discesa rischi di cadere rovinosamente lungo queste scale infinite. Il terreno è giallo e viscido per l’umidità, io stessa sono viscida per l’umidità, ma rossa anziché gialla. Per lo sforzo, si capisce. Per la prima volta in vita mia, ho la maglietta tutta chiazzata. Non pensavo di essere in grado di sudare.

A un certo punto, a forza di vedere solo piante, divento paranoica: gli insetti e gli uccelli sono fra le cose più chiassose in natura, o almeno quelli che sono a Butik Timah, e qualsiasi rumore che sento mi dice con certezza che sono inseguita da un mostro di fumo nero. Mi volto continuamente per essere sicura di essere sola. Questo posto non me la conta giusta. Sì, OK, quanto è bella la natura… ma se riesco a uscire di qui sarò più tranquilla. Quindi accolgo con gioia il momento in cui la scala della morte si ricongiunge al sentiero principale, quello che porta alla vetta! Tutta sta fatica per 164 metri, e mi sento come Reinhold Messner in cima all’Everest. O come Godo in cima al Monte Fatto.

Notare la latitudine
La discesa è molto più rapida. Avrei potuto allungare su un altro sentiero secondario… ma anche no. Visto un albero, visti tutti. E oggi ne ho visti parecchi. Devo tornare alla caoticissima città, ora ho i compiti da ultimo giorno da assolvere: shopping! Che a dire il vero si riduce a cartoline e poco più. E ho in mente una destinazione precisa per i miei acquisti: Chinatown e Little India! Che vi ho già raccontato con dovizia di particolari, quindi credo di fare cosa gradita a tutti se non mi dilungo eccessivamente. L'unica cosa degna di nota è che, a zonzo per Little India, sono finita in uno strano vicolo. All'inizio c'è un altare con un signore che prega. Poco dopo un gruppo di uomini fermo davanti a una porta, e penso che deve trattarsi di un altro luogo di preghiera. Ci passo davanti... e vedo una signorina in deshabillé che legge il giornale. Non ci posso credere: sono finita nella strada dei bordelli. Una casupola dopo l'altra con donnine che si affacciano appena aspettando i clienti, ma evidentemente la signorina al civico 1 è la più gettonata, sono tutti a fare la fila da lei. Passo anche davanti a un tristissimo negozio di articoli erotici. Mi sento veramente a disagio, chissà che pensano i locali vedendo una turista armata di macchina fotografica e cartina che vaga nel quartiere. La strada non è lunga, ma sembra non finire mai. Ma come faccio a finire sempre in queste situazioni assurde? Finalmente, sorpasso un water abbandonato per la strada, ed esco dall'imbarazzo immenso. Ecco un'altra cosa da raccontare.

Giorno 5
Intanto, la sera prima sono tornati Mary e Michael dal loro weekend, e stamattina è tornata anche Pantoufle! Che era stata mandata anche lei a fare qualche giorno di vacanza.
La giornata è stata abbastanza tranquilla, devo dire. Sveglia con estrema calma, chiacchiere per recuperare un po’ i giorni trascorsi, molte coccole a Pantoufle e il momento della temuta valigia. Fortunatamente sono il tipo che non disfa i bagagli neanche per la vacanza di due settimane, ma questo non vuol dire che sia stato semplice chiudere e assicurarsi di non aver lasciato indietro nulla. Ma ce l’ho fatta.
Spesa, pranzo e giretto in una enorme libreria (ormai l’avrete capito, qui tutto è enorme) vicino a casa, e infine il momento della partenza è arrivato.
Non ci vedevamo da 12 anni, e ci siamo incrociate solo per un paio di giorni scarsi… ma voi non sapete quanto mi ha fatto piacere rivedere la mia amica! Una di quelle cose che fanno bene al cuore, davvero. Essere accolta come mi ha accolto lei, soprattutto all’inizio di un viaggio del genere, è stato un modo meraviglioso per cominciare quest’avventura. Grazie infinite, Mary! Spero di poter ricambiare, un giorno!
E adesso? Adesso* (in Italia sono le 20.30) sono in volo sull’Oceano Indiano, con la compagnia low-cost Scoot. Una specie di Ryanair, ma un po’ più larga e più gentile. Naturalmente non riesco a dormire. Ho commesso l’errore fatale di prenotare un posto col sedile che non si può tirare indietro. Inoltre nella fila accanto alla mia c’è un gruppo di australiani – stimo – extralarge e soprattutto molto maleducati, col capofamiglia che ha ruttato ripetutamente durante la cena, ora ronfa di gusto, ogni tanto si sveglia per urlare due vaccate e poi si rimette a ronfare.
Ci vediamo in Australia.

Prima di lasciarvi, due cose:
per chiudere la pagina Singapore, qui trovate l'album delle foto che ho pubblicato su Facebook (che dovrebbe essere visibile anche per chi non ha un account).
Poi, giocando con il blog, ho scoperto il modo per farvi diventare accaniti lettori di Where is Swaggirl? e ho appiccicato il bottone in alto a destra: Compagni di viaggio. Cliccate, eh!
*ovviamente il post è pubblicato in differita.