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lunedì 5 settembre 2016

La vida es un carnaval

Mo non voglio dire, ma lo scorso weekend c'è stato il Carnevale di Notting Hill.
Giustamente, qualcuno mi ha fatto notare: Ma il Carnevale? Adesso?

Sì.

Il Carnevale di Notting Hill, dai. Non ho controllato le fonti, quanto sono pigra?
Onestamente non so se ci andrei se fossi solo parte del pubblico - una bolgia del genere non penso di averla mai vista, si mormora un milione di presenze. Il festival di strada più grande d'Europa, e il secondo carnevale più grande del mondo, pare.

Ed ecco come i residenti si preparano all'evento:


Praticamente un assedio.

Far parte della sfilata e stare nel gruppo offre una certa sicurezza, e i tappi nelle orecchie aiutano a preservare l'udito. Si vedono in giro camion carichi di casse e altoparlanti che con un giro di bassi potrebbero farti saltare le otturazioni. Allineati lungo le strade furgoncini e bancarelle vendono cibo di strada caraibico. Spazzatura si accumula a ogni angolo e l'asfalto diventa di mille colori (non ho capito per quale strana tradizione i partecipanti al carnevale sembrano arrivare dalla Colour Run).

La nostra marcia è iniziata intorno a mezzogiorno di domenica, e abbiamo suonato e camminato più o meno ininterrottamente fino alle 5 del pomeriggio. Non appena siamo partiti, ha iniziato a piovere - fortunatamente eravamo preparati all'evenienza e avevamo equipaggiato le alfaia (ho deciso che si tratta di un sostantivo femminile) con un telo antipioggia, ovvero un sacco della spazzatura attaccato con lo sputo al tamburo. Che ha fatto il suo sporco lavoro. Altro pezzo fondamentale e immancabile del buon percussionista: i cerotti preventivi. O rischi di ritrovarti le mani tutte bucate.

Evidentemente non mi sono equipaggiata abbastanza
Il pomeriggio è passato fra una scrosciatina di pioggia e l'altra, sfilando per le strade di Notting Hill fra una folla quanto mai eterogenea, evitando i camion, gli ubriaconi, le bottiglie rotte.
Detta così sembra una guerra. Ma se siamo tornati qui anche quest'anno (il secondo per me, il quinto per Estrela do Norte), vorrà dire che ne vale la pena. A me basta solo il fatto di far parte di un gruppo e suonare insieme (banda di Vanzago, mi manchi!); ma essere al centro di un evento del genere, con fiumi di energia che scorrono, nel bene e nel male, da e verso di te, è un'esperienza fantastica. Nonostante il peso dell'alfaia, il mal di schiena, di spalle, di braccia, i lividi che lo sa il Signore se spunteranno il giorno dopo sulle gambe, i decibel assassini, le vesciche sulle mani, le scene poco edificanti che diventano sempre più numerose con il passare delle ore (tipo più tardi la sera, il muro del piscio), le scene da apocalisse zombi dell'indomani... Poi incontri un bimbetto alto 60 cm che ti chiede se può fare la foto con te e se può provare a suonare il tamburo, una ragazza in sedia a rotelle che balla lungo la sfilata, una sciura settantenne seduta ai margini della strada che si unisce al nostro canto, i ballerini più o meno (o molto meno) professionisti che volevano prendersi una pausa, ma poi iniziamo a suonare e loro ricominciano a ballare.

Siamo finiti anche in TV

È come essere in un quadro di Bosch, scegliete voi se Il Giardino delle delizie o Il Giudizio universale. Impressione che si fa sempre più forte quando la nostra parte è finita, la sfilata si è conclusa, e dobbiamo ritornare al punto di partenza, attraversando la bolgia. Io ho avuto l'idea infelice, pensando che prima di ripartire avremmo avuto un attimo di tregua, di prendere un baslotto (come chiamate quei contenitori di polistirolo per il take away?) di ackee and saltfish, ovvero baccalà e ackee, un frutto tropicale di cui ignoro il nome italiano, ammesso che esista. Dicevo, baslotto in mano, Sam (il maestro... vi ho mai parlato di Sam? Mi sa di no) ci dà l'ordine di partire. Non mi resta che lasciar andare un sospiro rassegnato, cedere la mia alfaia Anastacia - ogni strumento ha un nome proprio - a un gentile collega, e per non fare proprio una figura meschina io trasporto un(a?) gongue, ovvero la cosa che ha in mano il signore nella foto di sotto


In pratica è una massiccia e pesantissima arma da difesa, o almeno io così l'ho usata per poter tagliare la folla. Hyeronimus Bosch, ricordate? La densità per metro quadro è uguale a quella sulla Northern Line la mattina alle 8.00. Ora non siamo più protetti dal nostro status di musicisti, siamo solo dei disgraziati che alla spicciolata cercano di tornare al VIA portando con sé bagagli molto ingombranti. Io ho anche il baslotto. Ogni tanto, quando la folla si dirada un po' - tipo stazione Cadorna alle 7.30 - Sam si ferma e si assicura che ci siamo tutti. A ogni sosta io ne approfitto per mangiare un po' della mia cena. Finalmente, Sam prende una decisione: "Rimettiamoci a suonare, è il modo più veloce e sicuro per arrivare alla meta." L'idea piace a tutti, e in formazione piuttosto sgangherata riprendiamo a suonare. Come Mosè davanti al Mar Rosso, vediamo che effettivamente la folla si apre per farci passare. Avessero avuto dei tamburi, i Guerrieri della notte avrebbero avuto vita molto più facile.

Per fortuna non eravamo così lontani dal nostro furgone. Una volta lì, non so da chi o come sia partita l'iniziativa, ma qualcuno riprende a suonare. O forse non abbiamo mai smesso, non ricordo. Il fatto è che proprio lì, ai margini della festa, sotto un cavalcavia, riparte il ritmo in un movimento circolare. La Regina e un re succedaneo entrano nel cerchio e si mettono a ballare. Chi sta venendo via dal Carnevale si ferma e riprende a ballare e cantare. Si raccoglie una folla di una cinquantina di persone, forse di più. È una festa nella festa e dopo la festa. La gente ci chiede di continuare a suonare. Lì accanto ci sono due poliziotti morti di noia il cui compito è bloccare l'accesso a una stradina laterale. Uno è seduto in macchina, l'altro appoggiato alla transenna si sporge per seguire lo spettacolo. Quando finiamo e ci prepariamo per tornare a casa, non la smette più di farci domande, chiama il suo collega, facciamo una foto tutti insieme. Sospetto che il nostro concerto spontaneo sia stato il momento più bello della sua giornata. Sicuramente, per me lo è stato.


mercoledì 24 agosto 2016

Ufficio complicazione affari semplici

Oggi per la terza volta sono andata dall'ottico nel tentativo di ricominciare a utilizzare le lenti a contatto. Scomponiamo l'epopea:

0. Acchiappo un volantino dal ragazzo fuori dal negozio che promette visita gratis. Sotto! Fortunatamente penso bene di entrare a chiedere se posso andare quando mi pare. Ovviamente no. Mi prenotano la visita.

1. Vado a fare la prima visita. CHE SORPRESA, mi dicono che devo cambiare gli occhiali. Però i miei occhi sono giovani e sani, eh (mi hanno fatto anche la foto, a entrambi gli occhi). Un po' secchi, quindi già che ci sono mi prescrivono le gocce. Io spiego che sono lì perché voglio ricominciare a portare le lenti a contatto. Ma allora per questo dobbiamo prendere un altro appuntamento.

2. Nuovo appuntamento dove vogliono capire i perché e i percome voglio mettere le lenti a contatto. E comunque, by the way, guarda che non sostituiscono i nuovi occhiali che ti abbiamo prescritto! Mi ricontrollano gli occhi e ordinano le lenti che fanno per me. Non appena arrivano, posso tornare per provarle. Ti chiamiamo noi.

3. Oggi mi chiamano, sono arrivate le lenti. Vado al negozio in pausa pranzo, e mi abbandonano in una stanzetta dicendo: indossale, poi ti metti in sala d'attesa per una ventina di minuti e vediamo come va.
Ho passato solo venti minuti cercando di indossarle. Alla fine, la sinistra è entrata, la destra si è rifiutata. Io poi speravo che qualcuno si accorgesse della lungaggine dell'operazione, invece nulla. Mi affaccio un paio di volte sperando di intercettare qualcuno, ma è ovvio che sono tutti occupatissimi con la folla di clienti della pausa pranzo. Quando mi manca il mio ottico di fiducia al paesello. Ma tanto.
Finalmente un commesso mi chiede cosa c'è che non va; io, un occhio lentato (e chi porta le lenti sa che a volte ci mette un po' ad andare a posto) e l'altro ciecato, gli spiego che non riesco a mettere la seconda lente.

Allora ti dobbiamo prenotare un appuntamento per imparare a metterle.

Ho capito bene? No, me lo faccio ripetere.

Ho capito bene.

Mi piazzano su una sedia, in attesa di una gentile signorina che venga a fissarmi l'ennesimo appuntamento, Nel frattempo cerco di togliere la lente sinistra, che rischia di perdersi nell'occhio. Inizio a innervosirmi e mi immagino già di dover chiamare in ufficio spiegando che non posso tornare dopo la pausa, devo andare al pronto soccorso a farmi estrarre la lente dall'occhio. Fortunatamente, dopo qualche tentativo, mi sbarazzo del corpo estraneo, ed ecco che arriva la signora per fissarmi il nuovo appuntamento. Le uniche possibilità sono alle 10.45 o alle 16.10, "perché la persona addetta viene solo in quegli slot". Sempre più incredula, prendo appuntamento per un sabato pomeriggio.

La saga continua.

lunedì 8 agosto 2016

Brazil in London

Giuro che ieri, con un minimo sforzo di immaginazione, poteva anche sembrare di essere da qualche parte nel mar dei Caraibi. Musica latinoamericana, sole picchiaduro, un paio di palme, perché no un mojito.

La location era Southbank, che autoesplicandosi si trova sulla riva sud del Tamigi; per la precisione, l'arena all'aperto che c'è davanti allo Scoop, bizzarro edificio emisferico o quasi, fra London Bridge e Tower Bridge, di fronte alla Torre di Londra. Tali punti di riferimento sono quei dettagli che tradiscono la vera location in cui ha luogo l'evento, cioè il festival a tema brasiliano per celebrare l'apertura dei Giochi Olimpici.

Con Maracatu Estrela do Norte, che ora conoscete, abbiamo suonato in due sessioni, quella di apertura alle 11 e una seconda volta alle 13, per 30 minuti. C'erano poi altri gruppi culturali brasiliani che rappresentavano le varie sfumature dello spettro del samba e del carnevale.

Per darvi un'idea dell'atmosfera che si respirava, ecco qualche foto (anche perché stasera mi manca la forza, ieri ho speso troppe energie):

Alfaias
Colleghi di una band rivale (ma no, che ci vogliamo tutti bene)




Re e Regina del carnevale

Vabbè basta


Per concludere, video! Gentilmente offerto da Yi (di cui potete ammirare il dito indice), la collega di cui vi ho parlato qualche post fa.



A questo proposito, un sentito ringraziamento - che andrà almeno in parte perso nello scambio linguistico - a lei e agli altri colleghi, ex colleghi ed amici che sono venuti a fare pubblico!

Questo post è veramente grezzo, ma spero apprezzerete comunque!

L'ora del post stupido

Come misurare 50 gr di quinoa senza avere una bilancia:


  1. Prendi il pacchetto da 500 gr di quinoa.
  2. Ne versi metà in una tazza;
  3. Versi metà di quello che rimane nel pacchetto in un'altra tazza;
  4. Versi metà di quello che rimane nel pacchetto in un'altra tazza.
I più sgamati in matematica avranno calcolato che ora nel pacchetto ci rimangono 62.5 gr di quinoa. A questo punto,

     5. Gettare x grammi di quinoa nel lavandino nel tentativo di lavarla.


Domani parleremo di come cucinare la quinoa così faticosamente calcolata.

domenica 28 aprile 2013

Il silenzio degli agnelli di 'sta cippa



Allora, mettiamo in ordine le idee e cerchiamo di capire qual è il miglior modo di raccontare i due mesi e mezzo passati a Camden Springs. Ci ho riflettuto assai, e credo che sia meglio affrontare la questione per settori produttivi: pecore, mucche, varie ed eventuali. Iniziando dalle pecore.

Ho scoperto che le pecore sono animali timidissimi. No, aspettate, questa è la scoperta dell’acqua calda. La pecora è l’animale mansueto per definizione, c’è fior fiore di iconografia religiosa che ce lo ricorda. Fate il minimo movimento verso la pecora, e lei subito si sposterà nella direzione opposta con grande fretta, seguita con fretta ancora più grande da tutte le sue sorelle. 

Noi ce ne andiamo

Magari un attimo prima sono tutte sdraiate all’ombra di un eucalipto a riposare, o intorno all’abbeveratoio a rinfrescarsi… ma nell’attimo stesso in cui avvertono che uno sgradito bipede o il suo servo canino si avvicina, nulla al mondo potrebbe farle rimanere al loro posto. A meno che… a meno che non sia l’ora del pranzo.

Dal momento che quest’anno la siccità è stata davvero spietata, nei campi l’erba scarseggia, quindi Ric è costretto a integrare la dieta degli ovini con i cereali. Ogni tre giorni distribuiamo una striscia di orzo nel pascolo, e allora apriti cielo! Non ho mai visto una cosa del genere: non appena le avanguardie vedono arrivare il pick up, iniziano a gridare eccitate, e in pochi secondi una fiumana di pecore corre nella nostra direzione. E che belati esigenti! “Allora, ti sembra questa l’ora di arrivare? Abbiamo fame! Dacci da mangiare! Fame! Fame!” Non so se riesco a darvi un’idea della scena. Facciamo così: avete presente un qualsiasi film di zombi? 


Ecco. C’è persino la pecora tripode, che conferisce il giusto tono gore alla situazione. Pecore zombi. Questa sì che è un’idea accattivante… Beh, capisco che potrei non aver suggestionato a sufficienza la vostra immaginazione. Ergo ho pensato bene di girare un nuovo capolavoro in 3D per documentare il mio vissuto. 



Come dite? Non è in 3D? Ma avete messo gli occhialini? Sempre solo 2D, capisco. Beh, meglio così. Il 3D è sopravvalutato.

Comunque, le pecore sono così affamate che dimenticano tutta la loro timidezza, se ne sbattono del rischio di finire sotto le ruote del pick up e arrivano anche a calpestarsi l’una con l’altra. La striscia di orzo diventa sempre più lunga, e loro mollano il pezzetto che si erano guadagnate a suon di spintoni perché sono avide di sapere se il nuovo segmento a terra nasconde qualche sorpresa. Finché non ce ne andiamo, continuano a correrci dietro. E questo è il primo segnale che mi suggerisce che quando si parla di masse di pecoroni… beh, non sono proprio parole dette a caso.

Sul serio, più passa il tempo, più vedo crescere le somiglianze fra pecore e persone. Per esempio, al momento della vaccinazione degli ovini. Non si tratta proprio di un vaccino, piuttosto di fermenti lattici/integratori minerali o qualcosa di simile. Una roba color fango dall’odore di melassa. Si fanno entrare le pecore in un recinto, collegato a un altro recinto da uno stretto corridoio, quindi si fanno passare nel corridoio, ammassate il più possibile, e con una specie di pistola si spara in bocca una per una le buone vitamine.
Naturalmente le pecore non hanno idea che tutto ciò è volto al loro bene. Loro capiscono solo che ci sono tre cani che abbaiano furiosamente e cercano di evitarli per quanto possibile. Per un po’ corrono ripetutamente in tondo nel recinto di partenza, cercando disperatamente una via di fuga; poi basta che una sola capisca qual è la direzione da prendere, il corridoio, che subito la massa la segue. Quindi, dicevo, si ammucchiano le pecore strette strette – è il principio del controllo delle folle, no? – finché non hanno più spazio di manovra, e sono bloccate le une dalle altre. 

Embee?

In caso stiano troppo larghe, i cani le spingono nella direzione desiderata. Spingere è una parola grossa: non è neanche necessario il contatto fisico, basta la mera presenza per impaurirle. Una pecora poveretta era così spaventata che ha iniziato a correre avanti e indietro per il recinto, finché non ha sbattuto la testa contro la staccionata e si è spezzata il collo. Ma la povera bestia era ancora viva! Ovviamente non è durata a lungo… 

A questo proposito, mi sembra opportuno sfiorare un argomento che, ahimè, messo per iscritto non darà mai un’idea adeguata della realtà dei fatti: la puzza di morte. Non so quanti di voi hanno avuto modo di vivere questa esperienza sensoriale. Io, prima di arrivare qui, mai. Potreste pensare che il pesce che avete dimenticato in frigorifero prima di partire per le vacanze sia ambasciatore degno della puzza di morte. Neanche per sogno. Avete presente quando, nelle serie tv, trovano un cadavere vecchio di qualche giorno, e si coprono naso e bocca con la mano? Balle. L’unica, realistica reazione è scappare il più lontano possibile, mentre si tenta di trattenere i conati. Una pecora morta da un giorno è quanto di più terribile possa registrare il vostro olfatto. Un odore dolciastro, pesante – ok, col retrogusto di pesce – che, giuro, toglie letteralmente il respiro, e ci vuole un po’ di tempo (e parecchi metri di distanza fra voi e la carogna) per tornare a respirare liberamente.

In mancanza di un'immagine adeguata...

Ma! Passiamo a un argomento un po’ più piacevole. Per noi, non per le pecore. Le abbiamo sfamate, la abbiamo vaccinate, ora sono pronte per andare incontro al loro destino di pecore: la tosatura. Che avviene una volta all’anno (in questa fattoria, almeno), in qualsiasi periodo dell’anno. Ma ci sono dei requisiti da rispettare: le pecore devono essere ben asciutte, perché la lana umida è difficile da maneggiare, e devono essere portate nel capanno della tosatura almeno un paio di ore prima dell’inizio dei lavori, altrimenti sono troppo accaldate. I turni di lavoro sono organizzati in round di 2 ore l’uno, intervallati da mezz’ora di pausa (un’ora per il pranzo). Il sindacato dei tosatori è molto esigente, e gli iscritti prendono anche dei bei soldi. Il tosatore capo per noi è Doug, che gira gli allevamenti della zona per tosare pecore e alpaca e a seconda delle necessità è coadiuvato da altri due tosatori. Quindi, si comincia.

Giorno 1
Il programma prevede di cominciare alle 7.30. Io mi presento alle 7.32, e Doug è già all’opera, alle prese con la primissima pecorella. La afferra per le zampe anteriori, la trascina alla postazione, si appoggia con il busto al gancio che serve a sostenere l’operatore e inizia a tosarla. Prima di tutto, via il manto che ricopre la pancia, che va in una borsa a parte. Poi zampa posteriore destra, fianco, sposta la pecora, gira la pecora, capelli sfumatura alta, grazie. La povera bestia mi guarda, non so se rassegnata o implorante. Col passare dei giorni, ho codificato tre diverse espressioni che possono apparire sul muso della pecora:

  1. Espressione: Non so cosa ti hanno detto, ma hai preso la pecora sbagliata.
  2. Espressione: Ma cosa stai facendo? Ti sembra il modo?
  3. Espressione: Ti pregotipregotiprego non farmi del male.
In ogni caso, quello che sta accadendo ora è comunque infinitamente meglio di quello che si aspettassero quando sono state cacciate nel recinto adibito alla tosatura. Mentre io mi immagino i pensieri delle sventurate, Doug ha già finito: un buon tosatore impiega circa 2 minuti a tosare una pecora. Mentre Ric raccoglie il manto, un pezzo unico, io spazzo via i brandelli che si sono staccati nel mentre, e Doug senza troppi complimenti spinge la pecorella attraverso la porticina che dà sullo scivolo che finisce in un recinto separato, la zona dei nudisti.

 
Dopo la cura

E avanti la prossima! Intanto Ric mi mostra cosa si fa con la lana: stesa sul tavolo da lavoro, si libera dei grumi più grossi di sporcizia e – povera pecora – dei pezzi di pelle viva che sono venuti via. Per fortuna non sono molti, e ancora una volta credo che le pecore si considerino fortunate a cavarsela tutto sommato con così poco. Dopodiché la lana viene messa in un sacco all’interno della pressatrice, che oltre a pressare la lana ci fa sapere anche il peso. In media una di queste pecore (merino) si porta addosso 4 kg di lana. Morbidissima! E un po’ oleosa, a maneggiarla le mani rimangono unticce.

Mi sembra di correre come una matta per tutto il capanno, mi fanno addirittura provare a raccogliere la lana. Non è un lavoro scontato come si potrebbe pensare. Così come per tosare, anche per raccogliere la lana c’è una tecnica particolare: prima si afferra la zampa posteriore destra dal lato sporco, che sarebbe il lato esterno, quindi la zampa sinistra, si accumula il manto con i piedi, si fa su con le mani indietreggiando, quindi si avvolge tutto intorno alle prime zampe che avete raccolto. Ora con un gesto ampio e deciso si stende sul tavolo, come una tovaglia. Se avete fatto le cose per bene, dovreste avere ben distesa sul tavolo, con il lato sporco che guarda in su, la vostra pelliccia di lana merino. Io naturalmente mando lana da tutte le parti.

Ecco come dovrebbe finire

Giorno 2
In cui mi rendo conto che la sporcizia che eliminiamo con la prima sgrossata consiste in cacca di pecora secca.

Altri eventi salienti della giornata:

·         Una povera pecora ha ricevuto un taglio troppo corto. Così corto che le hanno bucato il pancino… Fiotto di sangue rosso scuro che cola senza fermarsi, ma Doug afferra ago e filo e sutura su due piedi la ferita. Io guardo incuriosita e giro la testa dall’altra parte impressionata, più volte, mentre Ric mi chiede se ho intenzione di svenire.
·         Una pecora particolarmente agguerrita riesce a scappare dal recinto e mi carica! O meglio, io mi sono coraggiosamente messa fra lei e la porta del capanno, sperando che come al solito lei si fermasse spaventata. Invece questa qui ha deciso che Doug le fa più paura di me, e mi finisce addosso. Bilancio finale: 0 feriti, 1 tosata.
·         Ho scoperto con immensa gioia, salendo sulla bilancia per pesare la lana, che non ho preso un kg da quando ho lasciato l’Italia!

Come vedete, una giornata ricca di avvenimenti. E ancora solo un tosatore.

Giorno 3
In cui arrivano i rinforzi: il tosatore n. 2, Kel, e una raccoglitrice, Jacintha. Sono molto sollevata che qualcun altro abbia il compito di tirare su la lana, ero davvero preoccupata al pensiero di doverlo fare io. A parte che non lo so fare, ma è anche un lavoro tremendo: la lana pesa, la terra è bassa e il lancio sul tavolo richiede una certa forza! Io invece me la cavo solo col mal di schiena di chi sta in piedi troppo a lungo e male ai pollici (ebbene sì) per via della sgrossatura. Ma anche questa giornata arriva al termine, abbastanza velocemente devo ammettere. I lavoratori se ne vanno, e io e Ric ci fermiamo a sistemare il capanno. Al lavoro sull’ultima balla dilana, scopro che questo settore è fortemente regolamentato: per chiudere la balla si devono utilizzare necessariamente 9 ganci, non uno di più, non uno di meno.
Parlando di cose meno ridicole, Ric mi spiega delle differenti qualità di lana, che si classifica in base alla “lunghezza d’onda” del filo, allo spessore, alla resistenza. Oh, e l’altra scoperta della giornata: non è solo la cacca a inzaccherare il manto delle pecore. La lana giallastra non è di quel colore per via dell’usura, e non è umida per via del sudore.

Tosatori all'opera

Giorno  4
Oggi Kel e Jacintha sono sostituiti da Bruce e Josh. Quest’ultimo non ha l’esperienza e la velocità di Jacintha, ma ancora una volta ringrazio il cielo di non dover fare io il suo lavoro. A parte questo, nulla di particolare da segnalare. La giornata si conclude senza incidenti; luci spente, ultima balla chiusa, reciproca pacca sulla spalla.

Giorno 5
Ed eccoci arrivati al giorno di chiusura! Devo dire che all’inizio ero molto, molto incuriosita dall’argomento tosatura. Ora, 850 pecore dopo… basta, vi prego. Non ne voglio più sapere. Almeno fino a marzo, quando si toseranno gli agnelli.

Non ha una faccia felice, vero?

sabato 22 dicembre 2012

And now for something completely different



Swaggirl non ce la può fare da sola. Nonostante si sforzi di lavorare il meno possibile, non riesce a stare appresso al blog e a tenerlo aggiornato come si deve. È quindi con immenso piacere che ospita sulle sue pagine il primo di una non definita lista di special guest: Davide! Ma dal momento che il blog è mio e me lo gestisco io, e ho velleitarie pretese dittautoriali, non mancherò di intervenire, modificare, se necessario censurare i post del mio ospite. Quindi quando vedrete scritto così... beh, quella è Swaggirl che cerca di imporsi.

"Ciao Ila, ci sei domani per una birra?" "Eh no, domani non posso. Sabato?" "Ok, dove?" "Ci vediamo a Darwin?" "Perfetto!"
Questo è grossomodo il succo, il perché e il percome sto qui a scrivere queste parole: in fondo la cosa importante è la birra in compagnia, l'Australia è un accessorio – un signor accessorio, intendiamoci! – ma poteva essere il Guatemala, il Canada o il Gabon. E conoscendo Ilaria, non escludo che prima o poi si arrivi pure là.

In Gabon ci stanno già aspettando

Dopo l’Australia, qualsiasi altro posto sulla faccia della terra è dietro l’angolo, in confronto.

Così un progetto nato mesi fa (l'organizzazione è stata un filo più complessa di quanto riportato sopra) si è pian piano concretizzato e 36 lunghe ore di viaggio hanno portato anche me – o quel che ne restava – dall'altra parte del mondo.
Inizialmente pensavo di raccontare le avventure australiane con una serie di note su Facebook – sono affezionato a Facebook, anche perché Mark ci tiene davvero tanto che io pubblichi da lui – ma Ilaria mi ha proposto di partecipare come guest star direttamente sul suo blog e l'idea mi è sembrata ottima. Pertanto, da adesso e fino alla conclusione del resoconto della nostra avventura avrò l'onore di farle compagnia su queste pagine.

Scusa, Mark, ma a un invito di Swaggirl non si può dire di no

Insomma, tutto questo per dirvi che presto potrete leggere l'entusiasmante resoconto di un “viaggio nel viaggio” che farà sembrare la missione quinquennale dell'Enterprise una gita fuori porta, la Lunga Marcia di Mao un salto dal tabacchino a prendere le sigarette e i viaggi di Ulisse un sedentario soggiorno al Club Med. O giù di lì.

L'idea originale era quella di raccontarvi giorno per giorno gli avvenimenti in presa diretta, con post e tante immagini; poi abbiamo preferito nasconderci dietro comode scuse, come la mancanza di connessione nel bel mezzo del deserto australiano, per sfuggire al nostro dovere e fare tutto con un po' di differita.

Bello, sì, però com'è che il wifi non prende?

Nessuna scusa, per quanto mi riguarda: sapevo da subito come sarebbe andata a finire.

Dunque, dicevamo... l'itinerario si preannuncia intenso: da Darwin, capitale del Northern Territory, fino ad Adelaide, nel South Australia. Taglieremo l’intero continente da nord a sud (con qualche deviazione a est e a ovest), per un totale previsto di oltre 6.000 km da percorrere nell’arco di 21 giorni, nel mezzo di una stagione delle piogge incombente a nord e di una primavera-quasi-estate nelle regioni desertiche. Perché non ci piace vincere facile.

Devo puntualizzare: i km previsti erano molti meno, circa 4.000. Poi, fra deviazioni e imprevisti di percorso, abbiamo allungato la strada di quell’inezia che sono 2.000 km. E per essere ancora più pignola… ma è corretto parlare di primavera ed estate nel deserto?

Ma cosa succederà esattamente nei prossimi post? Presto detto: i vostri intrepidi esploratori partiranno da Darwin, ridente cittadina che si affaccia sul mare di Timor, per spostarsi al Parco Nazionale di Kakadu, famoso per offrire infinite possibilità di essere punti, morsicati o stritolati dalla più vasta gamma di animali letali che vi possano venire in mente. Ovviamente non potevamo perdercelo!

“Enter the water at your own risk” sembra quasi un imperativo
  
Ma di che ti preoccupi… Io ormai sono una veterana della sopravvivenza in questo paese ostile, stai in una botte di ferro!

Dopo qualche giorno, bestie permettendo, proseguiremo verso sud lungo la mitica Stuart Highway, viaggiando per oltre 1.500 km fino a raggiungere Alice Springs, la città sperduta in mezzo al nulla, dove nel cuore del deserto pare ci sia un interessantissimo parco sul deserto – ah, questi australiani!
A sud-ovest di Alice Springs arriveremo dalle parti dell’iconica roccia di Uluru (o Ayers Rock, se siete amanti del colonialismo come noialtri) e degli altrettanto spettacolari Kata Tjuta (altrimenti detti Monti Olga, vedi sopra), dove potremo finalmente fare la conoscenza con altri ragni, scorpioni, lucertole e altre bestie immonde.

Come sono fatti i Kata Tjuta e Uluru? Sapevatelo!

Appena più a sud di Ayers Rock c’è un’interessantissima area piena del niente più assoluto per altri 1.500 km, che si conclude finalmente con il ritorno al mare, nelle più miti e ospitali terre della regione di Port Augusta e Adelaide. Si torna alla civiltà, più o meno. E dico più o meno perché prima dell’epilogo faremo tappa a Kangaroo Island, che immagino sappiate tutti perché si chiama così.

Perché è un'isola, ovviamente

Tornati da Kangaroo Island sarà quasi l’ora dei saluti, in quanto dopo un paio di giorni ad Adelaide io mi involerò sulla rotta del ritorno, mentre Swaggirl proseguirà l’esplorazione del continente. Ma ne deve passare di acqua sotto i ponti, prima di allora! Ma speriamo non troppa, almeno sotto i ponti che dobbiamo attraversare noi.

Da qualche parte dev'esserci un ponte

Ah, quasi scordavo... prima di partire, sincronizziamo gli orologi: +8,5 ore rispetto all’Italia. Che assurde perversioni riesce a partorire la mente umana, eh?

+8,5 finché si rimane nel Northern Territory. Una volta in South Australia, diventa tutto più surreale…

Per il momento vi saluto, ma non prima di essermi degnamente presentato a tutti i lettori con una mia recente immagine!

Non dovrei aver dimenticato niente. Credo.
 
Hai preso lo spazzolino da denti? La macchina fotografica? Hai letto e accettato il disclaimer? Bene, benvenuto nel magico mondo di Oz!


giovedì 23 agosto 2012

Chi non ha testa, ha gambe


Giorno 3

In questo nuovo giorno, volevo andare a visitare la riserva naturale di Bukit Timah, a nord della città. Così a nord che è fuori dalle mappe del centro. E puntualmente, io che mi perdo persino con una cartina, mi sono smarrita anche questa volta. Ma non è stata colpa mia, sono gli autisti degli autobus che mi davano informazioni errate. Oltretutto, se non mi fossi persa non sarei finita in quel posto fantascientifico che è l’area di Marina Bay.

Manco a farlo apposta, prendendo un autobus a caso (dopo il terzo bus errato, a un certo punto ho detto: “Sai che? Esploriamo la città con i mezzi pubblici, vediamo dove finisco!”) capito nella zona della baia, costellata di edifici che dire futuristici è riduttivo.

Sembrano cose tirate su a caso...

Ero contentissima, il ponte a forma di elica che attraversa la baia punta dritto dritto al mostruoso edificio che avevo visto due giorni prima dall’altro lato del fiume e che mi attira come il nuovo film di Joss Whedon. Più mi avvicino al colosso, più penso: “È mostruosamente grande. Chissà cos’è. Chissà se ci posso salire.” Non è certo l’unico edificio strano, in questa zona. A parte la banale ruota panoramica, lo stadio di calcio in costruzione sull’acqua, il centro commerciale a ciambella, il museo delle arti e delle scienze a forma di guantone da baseball...
Ho perso il filo del discorso. Attraverso il ponte, entro nella ciambella e cerco di salire il più possibile. Nella mia testa, è questa la chiave per arrivare a quel coso mostruosamente grande. Scopro che in cima alla ciambella, all’esterno, c’è una sorta di passeggiata che circonda tutto l’edificio e ti porta sempre più vicino al mostro. È piacevole, quassù, C’è silenzio, non c’è quasi nessuno, ed è gradevole passeggiare sotto il sole di mezzogiorno a 45° all’ombra. Circumnavigo la ciambella, e forse trovo la base del mostro. Di più, scopro che razza di creatura è: un fottutissimo hotel.

Oggi potrebbe finire male...
Mentre cerco una via d’entrata, continuo a ripetermi questo mantra: è un fottutissimo hotel. Santo dio è un fottutissimo hotel. Chi ha mai pensato di poter fare una cosa così grande e metterci dentro delle camere da letto? È una torre di Babele del XXI secolo, ecco che cos’è. Cerco disperatamente l’ingresso, e alla fine lo trovo, non prima di aver detto per l’ennesima volta: è un fottutissimo hotel. E si può salire in cima!!

Sorriso soddisfatto di chi ha appena avuto un'idea malsana
Faccio il biglietto, prendo l’ascensore e up in the sky! 57 piani, 200 metri, ed eccomi sulla prua di quella nave che corona i tre edifici del fottutissimo hotel. Scoprirò solo in seguito che il tratto della struttura che sporge dal tetto è il più lungo del suo genere. Stavo là sopra, sospesa nel vuoto, e non mi rendevo conto. Meglio così. Altra cosa che ho scoperto in seguito, è che in cima c’è anche la piscina più alta del mondo. Complimenti. Io mi accontento di girare da un lato all’altro della nave, e a tribordo scopro un’altra cosa curiosissima: un parco con delle strutture assolutamente eccentriche, sembrano alberi metallici incredibilmente grandi. Decido che, una volta scesa a terra, voglio esplorare quel luogo. Non prima però di aver visitato le mostre abbinate al tetto del fottutissimo hotel: Andy Wharol e il maledettissimo Harry Potter. Torno quindi alla base, e prima di recarmi al museo – il guantone da baseball – bighellono un po’ nella hall dell’hotel. Ormai vi sarete stufati di sentirmi dire che non ho mai visto una cosa del genere, ma è così. Sembra un ibrido fra una nave spaziale e un alveare, posto che non ho mai visitato nessuna di queste due cose.

Ogni "striscia" è un piano. Cose pazze.
Mentre passeggio, penso che voglio vedere come sono i cessi di un posto del genere, quindi mi infilo nella toilette… delusione, sono cessi appena sopra la media. All’estremità della hall c’è un ristorante rialzato con tanto di quartetto d’archi che suona, e la violinista ha la faccia divertita di quella che pensa: “Ma guarda sti allocchi, come si fanno abbindolare da un po’ di pailettes…” Io mi avvicino ai musicisti e mi metto ad ascoltare accanto a una panchina. Una panchina stranissima, d’altra parte come ogni cosa in questo posto: sembra il dorso di un dinosauro, è coperta da scaglie di plastica verde. Mi siedo per saggiarne la comodità, sono molto curiosa, magari è l’ultimo grido in termini di ergonomia. “Mi scusi, ma’am (davvero, qui ti chiamano tutti così), ma non può stare seduta lì… quella è un’opera d’arte.” …gag da film. Me ne vado un po’ mortificata, ma anche fiera di me per le mie figure barbine, e prendo il tunnel che porta al casinò, al teatro e al guantone da baseball. Inutile che vi racconti delle mostre (vi dico solo che sono entrata come Corvonero). Passiamo piuttosto al parco là davanti.

Un’attrazione nuovissima, Gardens by the Bay, che guarda al futuro in maniera impressionante, ma a me non faceva che ricordare Jurassic Park. Un’area che comprende una serra di fiori, un’altra serra che ricostruisce la foresta pluviale - addirittura con una cascata interna - un percorso con le palme di tutto il mondo, la ricostruzione di giardini asiatici vari, prati, stagni (con due inquietanti libellule metalliche che volano a pelo d’acqua) e il pezzo forte, il bosco dei super alberi. Sti catafalchi alti fra i 25 e i 50 metri sono strutture che hanno lo scopo di riciclare acqua e catturare l’energia solare. Non ci ho capito nulla di spiegazioni tecniche scientifiche, ma l’insieme è notevole. E, sullo sfondo, sempre il fottutissimo hotel.

Questa gente ama davvero i parchi. Mi incammino verso l’uscita e nelle zone meno battute dai turisti incontro singaporiani (?) dediti al più dolce far niente, a bivaccare, a cazzeggiare in questa domenica ormai arrivata al termine. È solo quando esco dai giardini e costeggio l’area portuale che incrocio frotte di operai indiani che staccano dal lavoro e tornano a casa. Neanche oggi hanno perso tempo; ci hanno pensato loro, a mandare avanti la baracca. Che a Singapore c’è ancora molto da costruire.
Giorno 4
Pochi cazzi, oggi devo andare a Bukit Timah! Parto anche prima del solito, esco di casa ben mezz’ora prima, che non voglio fare tardi. Ho addirittura controllato i mezzi per arrivare al parco. Stavolta non mi scappa.
E infatti, appena 2 ore dopo (e foto al KFC!), eccomi catapultata nel cuore della jungla di Lost. Oddio, all’inizio non è così selvaggia. C’è solo questo sentiero asfaltato ripidissimo che mi sfianca dopo pochi metri. In più mi sono messa in cammino che saranno le 11.30 passate: vi lascio immaginare il caldo. Bukit Timah è una collina ( = bukit) di Singapore, anzi con i suoi 164 metri scarsi è il punto più alto della città, ed è l’unica zona che ancora conserva la vegetazione originaria dell’isola. Insomma, per vedere com’era Singapore fino a 150 anni fa, bisogna salire a Bukit Timah.

Ci ho trovato una marea di persone in escursione: giovani, meno giovani, molto giovani, da soli, in gruppo, a camminare, a CORRERE… cose pazze, che coraggio! Nella riserva naturale ci sono 4 sentieri principali da percorrere, un sentiero dedicato ai ciclisti e dei sentierini minori. Il percorso più diretto per la vetta della collina è lungo circa 2 km… ma come ho già detto in passato, a me non piacciono le cose semplici, no? Quindi ho scelto di perdermi nei meandri della jungla. Anche perché speravo, andando nelle zone meno frequentate, di incontrare le scimmie che popolano la foresta. Vi dico subito che purtroppo non ne ho viste :( Ma l’esperienza è stata comunque interessante. Immensi alberi esotici avvolti da liane, vegetazione che non lascia scampo al più sottile raggio di sole, e un pensiero che mi perseguita: se cado e mi rompo una gamba qui, non mi troveranno mai più. D’accordo, sto esagerando. Se non altro perché c’è davvero molta gente a spasso per la foresta. Ma il rischio di cadute è verosimile: spesso i sentieri, quelli più selvatici, consistono in gradini scavati nella terra alti anche 40 cm, e se non hai un buon slancio rischi di non farcela a salire, e se ne hai troppo in discesa rischi di cadere rovinosamente lungo queste scale infinite. Il terreno è giallo e viscido per l’umidità, io stessa sono viscida per l’umidità, ma rossa anziché gialla. Per lo sforzo, si capisce. Per la prima volta in vita mia, ho la maglietta tutta chiazzata. Non pensavo di essere in grado di sudare.

A un certo punto, a forza di vedere solo piante, divento paranoica: gli insetti e gli uccelli sono fra le cose più chiassose in natura, o almeno quelli che sono a Butik Timah, e qualsiasi rumore che sento mi dice con certezza che sono inseguita da un mostro di fumo nero. Mi volto continuamente per essere sicura di essere sola. Questo posto non me la conta giusta. Sì, OK, quanto è bella la natura… ma se riesco a uscire di qui sarò più tranquilla. Quindi accolgo con gioia il momento in cui la scala della morte si ricongiunge al sentiero principale, quello che porta alla vetta! Tutta sta fatica per 164 metri, e mi sento come Reinhold Messner in cima all’Everest. O come Godo in cima al Monte Fatto.

Notare la latitudine
La discesa è molto più rapida. Avrei potuto allungare su un altro sentiero secondario… ma anche no. Visto un albero, visti tutti. E oggi ne ho visti parecchi. Devo tornare alla caoticissima città, ora ho i compiti da ultimo giorno da assolvere: shopping! Che a dire il vero si riduce a cartoline e poco più. E ho in mente una destinazione precisa per i miei acquisti: Chinatown e Little India! Che vi ho già raccontato con dovizia di particolari, quindi credo di fare cosa gradita a tutti se non mi dilungo eccessivamente. L'unica cosa degna di nota è che, a zonzo per Little India, sono finita in uno strano vicolo. All'inizio c'è un altare con un signore che prega. Poco dopo un gruppo di uomini fermo davanti a una porta, e penso che deve trattarsi di un altro luogo di preghiera. Ci passo davanti... e vedo una signorina in deshabillé che legge il giornale. Non ci posso credere: sono finita nella strada dei bordelli. Una casupola dopo l'altra con donnine che si affacciano appena aspettando i clienti, ma evidentemente la signorina al civico 1 è la più gettonata, sono tutti a fare la fila da lei. Passo anche davanti a un tristissimo negozio di articoli erotici. Mi sento veramente a disagio, chissà che pensano i locali vedendo una turista armata di macchina fotografica e cartina che vaga nel quartiere. La strada non è lunga, ma sembra non finire mai. Ma come faccio a finire sempre in queste situazioni assurde? Finalmente, sorpasso un water abbandonato per la strada, ed esco dall'imbarazzo immenso. Ecco un'altra cosa da raccontare.

Giorno 5
Intanto, la sera prima sono tornati Mary e Michael dal loro weekend, e stamattina è tornata anche Pantoufle! Che era stata mandata anche lei a fare qualche giorno di vacanza.
La giornata è stata abbastanza tranquilla, devo dire. Sveglia con estrema calma, chiacchiere per recuperare un po’ i giorni trascorsi, molte coccole a Pantoufle e il momento della temuta valigia. Fortunatamente sono il tipo che non disfa i bagagli neanche per la vacanza di due settimane, ma questo non vuol dire che sia stato semplice chiudere e assicurarsi di non aver lasciato indietro nulla. Ma ce l’ho fatta.
Spesa, pranzo e giretto in una enorme libreria (ormai l’avrete capito, qui tutto è enorme) vicino a casa, e infine il momento della partenza è arrivato.
Non ci vedevamo da 12 anni, e ci siamo incrociate solo per un paio di giorni scarsi… ma voi non sapete quanto mi ha fatto piacere rivedere la mia amica! Una di quelle cose che fanno bene al cuore, davvero. Essere accolta come mi ha accolto lei, soprattutto all’inizio di un viaggio del genere, è stato un modo meraviglioso per cominciare quest’avventura. Grazie infinite, Mary! Spero di poter ricambiare, un giorno!
E adesso? Adesso* (in Italia sono le 20.30) sono in volo sull’Oceano Indiano, con la compagnia low-cost Scoot. Una specie di Ryanair, ma un po’ più larga e più gentile. Naturalmente non riesco a dormire. Ho commesso l’errore fatale di prenotare un posto col sedile che non si può tirare indietro. Inoltre nella fila accanto alla mia c’è un gruppo di australiani – stimo – extralarge e soprattutto molto maleducati, col capofamiglia che ha ruttato ripetutamente durante la cena, ora ronfa di gusto, ogni tanto si sveglia per urlare due vaccate e poi si rimette a ronfare.
Ci vediamo in Australia.

Prima di lasciarvi, due cose:
per chiudere la pagina Singapore, qui trovate l'album delle foto che ho pubblicato su Facebook (che dovrebbe essere visibile anche per chi non ha un account).
Poi, giocando con il blog, ho scoperto il modo per farvi diventare accaniti lettori di Where is Swaggirl? e ho appiccicato il bottone in alto a destra: Compagni di viaggio. Cliccate, eh!
*ovviamente il post è pubblicato in differita.