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martedì 12 febbraio 2013

Di canyon, mici e frutti proibiti



La giornata al King’s Canyon parte bene: cielo sereno, temperatura piacevole, un po’ di tempo speso scrivendo un post. Penso di condire il tutto con una passeggiatina, giro attorno al camper e mi accorgo che, dai e dai, parlare male degli aborigeni ha fatto arrabbiare il Serpente Arcobaleno, una delle loro divinità più cattive. Da vero dio vendicativo, il signor Serpente nella notte è strisciato fino al nostro camper e... ci ha bucato una gomma! Ma porc...

Così, mentre Ilaria dorme il sonno delle giuste, io mi cimento nel cambio dello pneumatico, che comprende lo scavare una buca sotto la gomma perché il cric non riesce a sollevare abbastanza tutto l’ambaradan.

Si sta di nuovo insinuando qualcosa sul mio peso? Comunque, in tutto ciò io avverto fra sonno e veglia che il camper ondeggia in maniera bizzarra. Indecisa se si tratta di un sogno o se è Davide che mi sta facendo uno scherzo, decido di ignorare la cosa con tutte le mie forze. E, quando mi alzo, c’è la gomma nuova!

Finisco giusto in tempo per la colazione, quindi per fortuna non abbiamo perso tempo, ma sembro un minatore appena sbucato dalle miniere del Sulcis, per cui come prima cosa si impone una doccia.
Salutata senza troppi rimpianti (e qualche vaffa) la King’s Creek Station procediamo verso nord per gli ultimi chilometri che ci separano dalla meta odierna. L’ambiente è ancora una volta incredibile: per oltre 30 km sulla nostra destra ci segue il margine roccioso di un altopiano che precipita nella pianura sottostante da un centinaio di metri d’altezza. La sera prima, con le rocce rosse rese lucide dalla pioggia, la vista era persino migliore, ma anche così non ci lamentiamo.
Come non ci lamentiamo quando arriviamo al canyon: anzi, facciamo che restiamo a bocca aperta! Ancora una volta ci addentriamo fra alte pareti rocciose, in mezzo a una vegetazione rigogliosa, camminando sul fondo della gola fino al termine del sentiero e scoprendo una pozza d’acqua dove nuotano centinaia di girini e altre creature assortite.

In fondo al King's Canyon, si posa per la foto di rito
Poi decidiamo di cimentarci anche nel tragitto più impegnativo (dopo i Monti Olga e Ayers Rock non ci spaventa niente), vale a dire il giro delle pareti del canyon, che inizia l’ascesa della Scala senza fine del Signore degli Anelli. 
Una volta giunti in cima iniziamo a camminare fra cupole rocciose fatte a strati, frutto della sedimentazione della sabbia – che strano, altrove le rocce diventano sabbia, qui avviene l’esatto contrario! Ancora una volta ci troviamo estasiati da un panorama diverso da tutti quelli che abbiamo visto finora e capace di lasciarci senza parole.

Pronto a spiccare il volo!
Quando poi il sentiero ti porta sul bordo del canyon, a un passo dal baratro e con una vista che spazia sulla lontana pianura, beh... la bellezza è troppa, non si può descrivere, dovete proprio andarci!
Il giro prosegue, fra infiniti saliscendi, portandoci prima ai Giardini dell’Eden, dove ancora vivono le piante dei tempi in cui l’Australia era un posto umido, e poi sull’altro lato del King’s Canyon, su rocce che non sono semplicemente a strapiombo: si protendono nel vuoto, sfidando la legge di gravità.

Saranno le fatiche dei due giorni precedenti, saranno i dislivelli, sarà il sole che oggi sembra particolarmente caldo, sarà l’acqua che qui fa veramente schifo, insomma ci stanchiamo parecchio e non vediamo l’ora di tornare al punto di partenza. Certo che il King’s Canyon è davvero un luogo straordinario: anche questo a parere mio e, credo, di Ilaria, riesce a superare in bellezza Ayers Rock.

Confermo.

Salutiamo con un certo dispiacere i suoi strapiombi e ci dirigiamo al resort che si trova lì a pochi chilometri: oggi niente panini al formaggio, cetrioli e carote, oggi vogliamo mettere nello stomaco qualcosa di sostanzioso! E cosa può esserci di meglio di un gustoso hamburger di cammello? Bene, dopo il coccodrillo e lo squalo abbiamo assaggiato anche questo, ora non mi resta che provare il canguro!

Incredibile: hanno infilato un cammello qui dentro!
Il tempo stringe (il limone pure N.d.R.): mentre si scatena il solito acquazzone pomeridiano facciamo una sosta dal gommista locale, che sistema la gomma bucata (viaggiare senza ruota di scorta da queste parti è poco raccomandabile) e poi via verso la Erldunda Station, dove torniamo di nuovo sulla Stuart Highway, pronti a svoltare verso sud in direzione del South Australia. Ma non oggi: la giornata lascia solo il tempo dell’ennesima piscina e di una buona cena con pasta allo zafferanno, mentre due simpatici micioni ci fanno compagnia. Miao!

La mattina seguente il micio fa colazione con noi, ma non possiamo perdere troppo tempo perché ci aspettano 1.200 km da percorrere in due giornate, per cui fatti armi e bagagli si parte e, dopo un centinaio di chilometri, si abbandona il Northern Territory per entrare nel South Australia.

Attraversi la strada e cambi fuso orario. Roba da matti.

Benvenuti!
Vicino al confine ci sono un sacco di cartelli che ci avvisano che, qualora venissimo sorpresi a importare frutta o simile dal nord, verremmo giustiziati con un colpo alla nuca al margine della strada. Visto che ne abbiamo parecchia, di frutta, decidiamo di mangiarla tutta – disponendola bene in vista sul cruscotto nel procedimento.

A ogni modo, stiamo entrando nella parte più desolata del viaggio, quella attraverso il vero “nulla”. Già la roadhouse di Marla ci sembra ai limiti delle possibilità di sopravvivenza umane, ma più si procede verso sud più l’ambiente va facendosi brullo e le querce del deserto che punteggiavano l’area di Ayers Rock lasciano il posto a... beh, a niente, a dire il vero.
Ma è solo quando, in serata, raggiungiamo Coober Pedy che ci rendiamo conto di aver definitivamente lasciato il pianeta Terra. Questo paesino multietnico (ci vivono persone di 44 nazionalità diverse) è il centro mondiale dell’estrazione degli opali, visto che da qui proviene il 90% di queste pietre, ed è anche un posto dove fa molto caldo, dove la gente vive sottoterra, dove il primo albero mai visto è stato realizzato con scarti metallici. Un posto unico, insomma, che io e Ilaria esploriamo a piedi, passando davanti al club dei minatori italo-australiani e al Big Winch, un grosso argano di cui qui vanno giustamente (???) fieri.

E si tratta pure di una copia! L'originale è andato distrutto... meno male che l'hanno ricostruito, eh.

Come se non bastasse tutto questo a renderlo un posto bizzarro, un matto ha pensato bene di aprire un museo a cielo aperto con le sue eccentriche opere d’arte. Uno scenario post-apocalittico nevvero.

Anche il campeggio che troviamo per la sera è particolare: ricavato in una vecchia miniera di opali è isolato, ventoso e spettacolare. Potremmo anche scendere a dormire sottoterra, ma dato che per andare sottoterra c’è sempre tempo, decidiamo di rimanere in superficie. Trovata la sistemazione per la notte, torniamo in città, per cenare al raffinato ristorante Umberto, dove un cliente scassamaroni tira un pippone di 20 minuti a un cuoco derelitto per un piatto venuto male. Quando torniamo al camping è ormai notte inoltrata e sopra di noi, in un cielo nero, brillano miliardi e miliardi di stelle – e passa pure un satellite. Emozioneee!

E non menzioni che hai anche assaggiato il canguro?

E poi, durante la notte: freddoooo! Dopo non aver dormito per il caldo, ecco che mi sveglio per il gelo del deserto – per fortuna riesco ad afferrare a tentoni uno dei sacchi a pelo che non avrei mai creduto di dover usare e mi riaddormento subito.
Il mattino dopo ci svegliamo infreddoliti – tanto che quando faccio la doccia apro addirittura il rubinetto dell’acqua calda! – e ce la prendiamo comoda prima di comprare un po’ di opali (mi arresteranno in frontiera, lo so) e di tornare a Coober Pedy per un ultimo saluto e soprattutto per vedere i set cinematografici abbandonati (qui hanno girato Mad Max III, Priscilla la Regina del Deserto, Pitch Black, Fino alla Fine del Mondo e molti altri) e fare spesa. Così sono quasi le 11 quando salutiamo la cittadina, che per ora vince la palma di posto più strano che io abbia mai visto.

Che modo di parcheggiare!
In teoria ci aspettano 540 chilometri di nulla fino a Port Augusta, dove finalmente rivedremo il mare! Invece questo nulla si riempie di tanti tipi di nulla diversi, che ci affascinano mentre chiacchieriamo del telefilm più bello delmondo, di cinema e di aborigeni sfaccendati. Le miniere di opali lasciano il posto a territori sconfinati, con l’orizzonte che si perde in ogni direzione. Gli alberi appaiono a tratti e per decine di chilometri viaggiamo in regioni dove crescono soltanto pochi ciuffi d’erba.

Nel pomeriggio, quando la meta si avvicina, le cose si fanno ancora più interessanti. Prima compare uno spettacolare lago salato, che io e Ilaria raggiungiamo a piedi, trovando un bel cartello che avvisa di non raccogliere nulla da terra perché potrebbero essere ordigni inesplosi (tutta l’area fa parte di un poligono militare). Poi arriviamo a Woomera, la base operativa da dove negli anni ’50 si gestivano i test atomici e missilistici che gli inglesi conducevano nel deserto lì vicino. La città, che è ancora una struttura militare operativa, mette i brividi tanto è vuota e bizzarra, così ci affrettiamo a visitare il suo museo all’aperto, pieno di missili, aerei e armi varie, e poi riprendiamo la strada verso sud.

Il progetto con cui Swaggirl ha vinto la Fiera della Scienza locale

A questo punto mi sembrava di essere in un episodio di, che so, Fringe, o X-Files. Mi aspettavo una comunità di polidattili, microcefali, gente che si scopa le proprie sorelle. Invece proprio il nulla assoluto. Una città fantasma.




In mezzo a panorami sempre mozzafiato, la Stuart Highway scende lentamente ma costantemente verso il mare e Port Augusta, dove arriviamo quando sono le sette di sera passate – grazie all’ora legale, entrata in vigore il 1 dicembre, il sole è però ancora alto e possiamo goderci un buon barbecue ristoratore. Niente piscina però, che fa freddo pure qui!

Ce lo dico da soli: quanta strada, quante cose... bravi!

1.278 km
 Km totali: 27.348. E siamo quasi arrivati!

martedì 5 febbraio 2013

It's a big rock



Dato che non può piovere per sempre, il mattino seguente ci accoglie con un cielo per lo più sereno, ma con il solito temporale in lontananza. Nel deserto i temporali si vedono a decine di chilometri di distanza, puoi scorgere le colonne d’acqua, capire come si spostano… insomma, è una bella cosa.

Bellissima! Io non avevo idea di come fossero i temporali a vederli da fuori…


A ogni modo, la mattinata prevede la scalata ad Ayers Rock, per cui abbiamo puntato la sveglia alle 5:30 e ci siamo diretti velocemente verso il sassone, che ci saluta attorniato da una folta comitiva di giapponesi, da qualche raggio di sole e da un cartello che annuncia che non si può salire perché si prevede pioggia.

Ora, in questo particolare caso è vero che pioverà e quindi hanno fatto bene a chiudere, ma in generale da queste parti cercano sempre di impedire alla gente di salirci e gli Anangu (gli aborigeni di questa regione) ti chiedono di evitare la scalata. Per rispetto. Ora, avessimo visto un aborigeno uno al lavoro nei parchi o impegnato in qualche forma di attività legata alla salvaguardia del territorio… Ma andiamo avanti.

Visto che su Ayers Rock non si sale e che è ancora molto presto, siamo costretti a cambiare programma su due piedi e decidiamo di visitare i Monti Olga, dove le escursioni dovrebbero essere aperte fino alle 11 del mattino, quando il caldo diventa troppo intenso. I cinquanta chilometri di strada che percorriamo vedono apparire lentamente questa spettacolare formazione di cime arrotondate – probabilmente chiamata così in onore di qualche formosa signorina dei tempi che furono – che arrivano a toccare i 550 metri (Ayers Rock si ferma a circa 348).

I Monti Olga rullano!

Zaino in spalla (non per vantarmi, ma sono fra i pochi escursionisti davvero preparati, dagli scarponcini allo zaino con k-way, kit di pronto soccorso, coltellino svizzero, cibarie e accessori vari) e via, in mezzo a un sentiero sassoso che costeggia queste enormi pareti che si innalzano prima scoscese per poi diventare più dolci in prossimità delle vette.

Una considerazione: Hayao Miyazaki dovrebbe fare causa all’Australia per plagio. A parte che ci sono insetti simili ai mostrotarli di Nausicaa, ci sono tantissimi elementi che rimandano all’opera del Maestro. L’osso di mucca che ho preso come souvenir è quasi identico all’Ala da guerra, queste enormi montagne ricordano da vicino le navi volanti di Conan, le cupole rocciose viste altrove sono identiche alle città di Dork e Tolmekia, e ci sono persino libellule uguali a quelle enormi che solcano i cieli dei mondi di Hayao. Cioè, più piccole, per fortuna. Ora, visto che è impossibile che il Maestro abbia copiato, è ovvio che è stata l’Australia a farlo.

Io vorrei tanto incontrare Totoro e il Castello errante!


Persi in questi discorsi di un certo spessore arranchiamo alle pendici dei monti, fino a quando il sentiero non svolta e inizia ad addentrarsi fra queste enormi muraglie, salendo verso una specie di valico. Siccome sappiamo rovinare tutto (il nostro karma diventa ogni giorno più sporco) riusciamo a vedere una splendida trollface scavata nella roccia.


La vedete?

Durante la salita arriviamo vicini al punto in cui l’acqua che bevi non basta a compensare quella che perdi con la sudorazione, ma per nostra fortuna la cima è vicina e possiamo guardarci attorno. Che posto! Personalmente, altro che Ayers Rock, questo sì che è spettacolare. E guardando in lontananza, verso ovest, dove dopo 2.500 km di niente si trovano Perth e l’Oceano Indiano, si vedono altri enormi monoliti all’orizzonte. Insomma, Ayers Rock è famoso perché è il primo che incontri, mi sa, non il più bello. De gustibus, naturalmente.

E perché è un’unica, grossa roccia, a differenza degli Olga. In ogni caso, Monti Olga tutta la vita!


Scendiamo e risaliamo e sostiamo e risostiamo e chiacchieriamo seduti all’ombra, per quasi cinque ore i Monti Olga ci ospitano da bravi padroni di casa. Camminiamo per sette chilometri, fino a riguadagnare il camper e soprattutto l’agognata aria condizionata.
Prima di tornare al resort però rimane ancora una gola da visitare, dopo il necessario rifornimento di cibo. Così di nuovo gambe in spalla e via verso un altro posto magico (che si chiama Valle del Vento!!! Visto? L’Australia ha copiato!!!).

La gola si addentra per circa un chilometro fra le due montagne più alte dei Monti Olga, così ci troviamo a camminare in mezzo a pareti a strapiombo rosse, percorse da venature nere, con l’ombra delle nuvole di passaggio a cambiare continuamente il panorama. C’è pure l’eco più netta che io abbia mai sentito in vita mia, e c’è pure una bambina con la faccia rossa come un’aragosta: colpo di sole garantito, roba da togliere la patria potestà ai genitori.

Da queste parti in effetti è pieno di cartelli che mettono in guardia sui cento pericoli della zona: sole, caldo, animali... Francamente basta usare un minimo di prudenza e non ci sono rischi. Le camminate non sono eccessivamente impegnative per chiunque sappia muovere un po’ i piedi, e il caldo si sopporta con l’ausilio di un buon cappello e tanta acqua. Certo che poi vedi in giro sessantenni americani sovrappeso con le ciabattine e una bottiglietta da mezzo litro (quando in un giro di 3-4 ore di litri se ne bevono circa 4) e capisci perché c’è gente che sta male. Come quelli con la bambina di cui sopra, insomma.

Allora vedi che gli aborigeni fanno bene a preoccuparsi? È gente che conosce i suoi polli!


Ridendo e scherzando siamo arrivati in fondo alla gola e siamo pure tornati al camper, per cui decidiamo di concederci un pomeriggio di meritatissimo riposo al resort. Prima però facciamo un giretto al supermercato, dove nonostante la guida dicesse di prepararsi ai prezzi folli, abbiamo trovato tutto abbastanza a buon mercato, e poi finiamo a mollo in piscina per un paio d’ore – che goduria – fino a quando le dita delle mani hanno minacciato di staccarsi.

Degna conclusione della giornata: la visita ad Ayers Rock al tramonto, uno spettacolo indimenticabile grazie anche a un arcobaleno giusto sopra la montagna, a nuvole dai cento colori illuminate dagli ultimi raggi del sole e alla luna piena che sorgeva in lontananza sul deserto. Non avrei potuto desiderare di essere in un altro luogo sulla faccia della Terra!

Ma una foto di sto sasso non ce la vogliamo mettere?

Ma le cose belle, si sa, finiscono. Per fortuna quando sei in vacanza lasciano il posto ad altre cose belle! Il mattino seguente, infatti, decidiamo di riprovarci con la scalata. Una sveglia un po’ meno baldanzosa ci permette comunque di essere sul posto verso le 7:30 (la salita viene chiusa alle 8), ma niente da fare: quest’oggi pare che il capo degli Anangu abbia dormito male e per questo hanno deciso di sbarrare la via con una banale scusa: il cartello oggi dice “Eh, ci saranno più di 38 °C”.

Ma noi ce ne sbattiamo!

Dato che ce l’aspettavamo (ormai sappiamo con chi abbiamo a che fare) avevamo già preparato il piano B: periplo della grande roccia a piedi, lungo un tragitto di circa 11 chilometri. Ora, la roccia è grande, bravi, è bella, sì, ma è una sola e non riesce a conquistarti come i Monti Olga. La ammiriamo sempre sulla nostra destra, camminiamo e parlottiamo per circa tre ore, scoprendo fra l’altro che se tu rispettassi i divieti di fotografare richiesti dagli aborigeni in pratica Ayers Rock non la potresti quasi riprendere e che da queste parti ballavano il Tuca Tuca per invocare la pioggia (per un loro difetto di pronuncia diventava Kuka Kuka, ma quello era, indossavano pure le parrucche per essere uguali alla Carrà).

Completiamo così il giro e torniamo al punto di partenza, per salutare definitivamente Ayers Rock. Che dire, sarà che io e Ilaria siamo persone grezze e non siamo riusciti a cogliere la spiritualità di questo luogo, ma per quanto lo abbia trovato meraviglioso non è stata quell’esperienza mistica descrittaci dagli amici che l’hanno visitato. Di queste migliaia di chilometri australiani altri ricordi resteranno molto più vividi dentro di me.

Siamo sicuramente due persone grezze. E ci piace anche la Carrà.


Prima di partire, ci affrettiamo a fare un giro alla Camel Farm del resort per vedere finalmente questi strambi animali e a fermarci dal meccanico locale per sistemare la pressione delle gomme, dato che alla stazione di servizio il self service è guasto (“Da più di un mese”, ci fa notare lo sconsolato meccanico). E poi via, iniziamo a macinare i 300 km che ci separano dal King’s Canyon, situato a nord-est fra Ayers Rock e Alice Springs, grossomodo.

Lo sapevate che l’Australia è l’unico paese al mondo dove si trovano i cammelli allo stato brado? Naturalmente importati da fuori ai tempi della costruzione della ferrovia, quindi liberati nel deserto. Ci sono pure le corse di cammelli! Ci sono pure gli hamburger di cammello! A me parevano più dromedari, comunque…

Secondo voi di che si tratta?

Prima di arrivarci finiamo dritti dritti nel mezzo di una tempesta e poi riusciamo a prenderci una bella fregatura. Consultando la guida: “Hai visto, Davide? Questo camping è a 35 km da King’s Canyon, ma costa solo 17 dollari! È un campeggio-avventura!” “Perfetto, allora ci fermiamo lì!”
L’avventura ci sta tutta, anche troppo, ma il prezzo, salito a 21 dollari fra l’altro, è a persona. Ci siamo rimasti davvero male, ecco.

Per non dire che si tratta del campeggio più sfigato, squallido e sporco in cui ci sia capitato di soggiornare. Bazzicano personaggi poco raccomandabili. La faccia più amichevole è quella del cane. Per me qui si scopano le loro sorelle.

Fra l’altro i tizi del campeggio ci cacciano nella piazzola più sfigata e dopo 10 minuti ricomincia a diluviare, allagando tutto. Me ne sto al finestrino con una faccia che deve sembrare da condannato a morte, tanto che un tizio che passa lì vicino mi nota e ci propone di spostarci in un posto più riparato, cosa che accettiamo più che volentieri. 


E così siamo pronti per la serata, con una cena molto veloce a base di cous cous  in busta e un film dello Studio Ghibli a chiudere. Non è il Maestro, ma si lascia sempre vedere.

Potrebbe esser peggio. Potrebbe essere Serghei M. Einstein. 

E anche oggi concludiamo con una citazione cinematografica
E il nostro solito riepilogo:

Poca strada, solo 450 km!
Km totali: 26.070

venerdì 25 gennaio 2013

Un cuore rosso



Nel programma originale che avevamo stilato per la nostra traversata australiana, Alice Springs si vedeva dedicare ben due giornate piene. Ora, è vero che tale programma riportava la speranzosa scritta “e dintorni” accanto al nome della cittadina, ma pure con tutta la buona volontà sarebbe difficile pensare di trascorrere 48 ore qui, sapendo cosa ti aspetta altrove.

Certo, c’è un KFC, ma per il resto... Comunque, procediamo con ordine! La nostra mattinata si apre all’insegna del “prendiamocela comoda”, cosa peraltro necessaria dopo quasi tre giorni dedicati a macinare chilometri, dopodiché partiamo dimenticandoci attaccato il cavo elettrico e rischiando di sradicare la colonnina.

Mentre Davide rompeva il campeggio, io ho fatto la conoscenza di Maureen, una pimpante signora sessantenne che con il marito Bruce e la ferocissima Miss Emma gira l’Australia a bordo di Moonshine, il loro camper. Da cinque anni! Chiedo se posso visitare la loro casa, e accedo a un’abitazione essenziale e caotica. Maureen sta preparando il ragù per la cena. Ci sono lattine e bottiglie di plastica vuote in ogni dove (10 cent per ogni bottiglia portata in un centro di raccolta), e il bucato appena ritirato è ammassato sul tavolo da pranzo. Hanno anche un TV 32 pollici incastonato sopra al posto dell’autista. Massima stima per il trio.

Hanno anche la piscina

Ma vabbeh, dicevo dei “dintorni”… ed è proprio da lì che iniziamo. Dopo una breve sosta per cercare di sistemare un problemino al camper (addio, pompa dell’acqua) imbocchiamo Larapinta Drive e percorriamo il West MacDonnall Range, un’ampia vallata contornata da speroni rocciosi. Sembra di vedere i segnali di fumo degli indiani sulle creste... La distanza è breve, ma sufficiente per ripiombare nel bel mezzo del nulla, fino alla deviazione per la meta mattutina, il Simpson Gap.

Qui parcheggiamo, interrompendo a quando pare uno scambio di droga e/o armi e/o denaro sporco fra aborigeni dalle facce poco raccomandabili (col senno di poi... stavano sicuramente bevendo birra, la criminalità è una cosa troppo impegnativa). Il gap è una piccola strozzatura fra due montagnone rosse abitate da wallaby dai piedi neri, sul cui fondo permane una piccola pozza d’acqua grazie all’ombra costante. Dal canyon si allontana il letto in secca di un fiume. Tutti i letti dei fiumi sono in secca da queste parti, se vogliamo essere precisi.

Al laghetto del Simpson Gap, scampati alla banda di spacciatori aborigeni

Dopo che Ilaria si è esibita in esercizi di equilibrismo su un albero torniamo al camper e ponderiamo il da farsi: lei è attratta da un posto a una trentina di chilometri, lo Standley Chasm, e il nome sembra promettente (citandola, “pare il nome di una location di Diablo III”).

Nego. Mai detta una cosa del genere.

Proseguiamo verso ovest fino a incrociare il secondo aborigeno operoso incontrato durante il nostro viaggio (la prima è una signora di Alice Springs che ha cercato di venderci una tela dipinta). Questo personaggio ha avuto la bella pensata di far pagare 10 dollari l’accesso a una meraviglia della natura in un paese dove le meraviglie della natura si sprecano e sono tutte gratuite – e noi abbiamo avuto l’ancora più bella pensata di darglieli, questi soldi.

Io voglio precisare che, una volta venuta a sapere del biglietto d’ingresso… io non ci volevo venire, ecco.

Sarà per la carogna di aver “sprecato” 20 dollari (equivalenti a circa 8 lattine di birra, non so se mi spiego!), sarà per il caldo soffocante in mezzo alla gola strettissima, sarà quel che sarà, ma di questo posto io non conservo un gran ricordo. OK, pareti verticali di pietra rossa che ti circondano, ma... dai, chi non si è mai trovato nel mezzo di un canyon rosso scavato dalla furia delle acque in milioni di anni? Roba banale.

Soprattutto nel Red Centre, dove pare non esserci altro.

Ora siamo accaldati, un filo stanchi e sempre con la fissa dei 20 verdoni andati, quindi puntiamo il muso del camper verso est e torniamo ad Alice Springs, dove abbiamo messo in programma una visita alla biblioteca comunale. Pensandoci, queste biblioteche comunali sono un po’ come i porti dove ripararsi dopo la tempesta: luoghi tranquilli, freschi, dove internet è veloce: oasi di pace in un paese difficile.
Se non fosse che lì, ovviamente, il wifi non funziona e quindi l’idea di caricare altre fotografie va a farsi benedire. Ma ho comunque apprezzato la tranquillità e la frescura.

E comunque internet si pagava in quella biblioteca… Che avidità…

Più tardi ci dedichiamo a un bel giro della città, che si rivela priva di qualsiasi attrattiva, allo shopping e alla spesa. 


Le affollate strade del centro di Alice Springs

E poi, visto che c’era il prezzo speciale, torniamo al campeggio della sera precedente, e ci prepariamo per la serata con una poderosa cena, proprio l’ideale nel mezzo del deserto con un caldo che non ti molla un secondo: salsicce e lenticchie in umido, in gran quantità. Bud Spencer e Terence Hill sarebbero stati molto orgogliosi di noi.

Sorprendentemente, la cena leggera non ha conseguenze sul nostro stomaco, e la mattina seguente ci svegliamo freschi e riposati, pronti per avviare di nuovo il camper e intraprendere la tappa che ci condurrà fino ad Ayers Rock. Si punta a sud, si sbaglia strada, si passa accanto ai Flying Doctors all’aeroporto di Alice Springs e poi si ritrova l’ormai famigliare Stuart, mentre Ilaria si mette al lavoro sul blog sul sedile del passeggero.

I chilometri da percorrere non sono molti, circa 440, ma a un centinaio di chilometri da Alice Springs è prevista una deviazione alla Henbury Meteorites Conservation Reserve, vale a dire un posto dove più o meno 4.500 anni fa sono caduti dei grossi sassi dal cielo, creando grande scompiglio e fermento fra le popolazioni aborigene locali (“Hai visto?” “Sì, è caduto qualcosa dal cielo.” “Chissà cos’era.” “Boh. Passami una birra.”).

Come credo di aver già detto il nostro mezzo è coperto da assicurazione soltanto su strade sealed (asfaltate eh, non ricoperte da pelli di foca): per raggiungere questi crateri bisogna però percorrere per 12 km la Ernest Giles Road e poi una stradina laterale per altri 5 km. E la Ernest Giles è una pista in terra rossa battuta larga 30 metri che si addentra dritta nel nulla.

Visto che è dalla prima volta che ho visto una pista del genere che sogno di percorrerla, questa è l’occasione giusta, anche perché non è che sia poi così sconnessa: si procede a 20-30 km/h e il camperino sobbalza un po’, ma per il resto è un’autentica meraviglia, ci si allontana in una pianura sconfinata, delimitata qua e là da costoni rocciosi, senza nulla a ostacolare la vista per centinaia di chilometri.

Zigzagando per evitare qualche buca e sopravvivendo al nuvolone di polvere lasciato dall’unico 4x4 che ci ha superato arriviamo infine ai crateri, dove una volta spento il motore restiamo affascinati. Ci troviamo davvero nel cuore rosso dell’Australia, lontano da ogni cosa. Raggiungiamo il ciglio dei crateri e osserviamo questi buchi causati da meteoriti neanche tanto vecchi, immaginando come deve’essere stato vederli cadere dal cielo. Si gira tutto intorno, sperando magari di vedere qualche animale (secondo i cartelli informativi dovremmo inciampare in bestie di vario tipo a ogni passo, ma devo dire che l’Australia centrale mi è sembrata quasi del tutto priva di forme di vita), sempre correndo con gli occhi a una linea dell’orizzonte lontana lontana.


Terreno sforacchiato

Il tempo passa e il caldo morde, per cui dopo aver raccolto un sasso da portare a casa come ricordo del luogo più isolato dove io mi sia mai trovato torniamo al Toyota Hiace e ripercorriamo al contrario la stupenda distesa rossa della strada, fermandoci per fare una capatina a un piccolo lago situato nel bel mezzo del niente. Quando torniamo sulla Stuart, che lì non è altro che una striscia d’asfalto con 100 km per lato prima di trovare qualcosa di umano, mi sembra di essere in tangenziale, tanto è stridente il contrasto con la terra, i sassi e le corrugazioni di sabbia che abbiamo appena lasciato.

Un’oretta dopo raggiungiamo la Erldunda Station e la sua echidna gigante. Da lì parte la Lasseter Highway che, dopo 240 km circa, ci condurrà a Yulara, il resort base per le visite al parco nazionale di Ayers Rock. In questo tragitto facciamo giusto in tempo a vedere di sfuggita una roadhouse gestita da aborigeni (piena di cartelli ospitali come “Niente benzina” “Niente informazioni” “Questa casa non è un albergo”) e un’altra dove l’ospitalità viene definita “leggendaria” dalla guida. Il tipo è simpatico, ma di leggendario c’è solo il prezzo della birra, 23 dollari per un 6-pack. E il bello (bello?) è che vedremo anche di peggio.

Ora, dato che non l’ha detto ancora nessuno, lo dico io: ma quanto sei fissato con la birra???

Poco più avanti il terreno diventa molto più sabbioso e di un rosso ancora più intenso, offrendoci panorami veramente marziani (d’altronde da queste parti vengono a fare training pure gli astronauti della NASA), mentre sullo sfondo incombe l’imponente Mount Conner, che sembra a portata di mano e invece è almeno a una ventina di chilometri di distanza.

Ilaria apre la filiale marziana di Banca Mediolanum

Un ultimo tratto di strada ed ecco che, in lontananza, compare l’inconfondibile sagoma di Ayers Rock, mentre raggiungiamo il campeggio, situato all’interno del resort. Qui un po’ di gente si incontra, nonostante siamo in bassa stagione – mi immagino durante l’alta stagione sia un bordello, anche se in fondo la roccia viene visitata da circa 400.000 persone l’anno, che non è che sia poi questa grande cifra.

La serata, oltre a un refrigerante bagno in piscina, ci vede impegnati nella preparazione di una spettacolare carbonara (stavolta pure con la pancetta a cubetti!) e nella caccia ai Like su Facebook. La foto della carbonara con Ilaria che sembra sbucare dall’oscurità riscuote grandissimo successo e ho stampata nella mente l’immagine di lei che corre a recuperare le stoviglie – sotto la consueta tempesta serale che ci perseguita – voltandosi verso di me e urlando “Abbiamo un Likeeeee!”

Che posso dire…giorni e giorni passati nel deserto mi hanno resa più sensibile anche al minimo contatto umano. Anche tramite Facebook.

Rimane solo il tempo per la visione de "Il buono, il brutto, il cattivo" - quindi parecchio tempo, a ben pensarci. Film grandioso! Ricordatevelo sempre: "Quando si spara, si spara, non si parla."

Vi sfido a contraddirlo

E quando si guida?

440 km


Km totali: 26.059