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martedì 24 gennaio 2017

I cahiers de doléances del flat sharing

Buon 2017!

E mi pare giusto celebrare il 24° giorno dell'anno con un nuovo post.

È da un po' che volevo parlare di una cosa banale ma fondamentale: la casa.

A Londra è molto molto molto difficile potersi permettere di vivere da soli, la soluzione che più va per la maggiore è la condivisione. Case spesso vecchie, umide, buie, sovraffollate, dove il padrone di casa non si fa scrupoli a trasformare il soggiorno in un'altra camera. tirare su muri e suddividere spazi, tutto per guadagnare un posto letto in più e infilarci l'ennesimo expat.

Durante il mio primo anno qui sono stata fortunata, ho trovato casa (tramite un losco italiano che millantava di essere una specie di agente immobiliare) presso una famiglia di origine pakistana, papà, mamma e tre figli, che aveva appena tirato su un nuovo piano alla loro villetta a schiera tipicamente inglese, recentemente restaurata. Ergo entro per prima in questo territorio vergine, con la moquette nuova di pacca, primissima inquilina che la famiglia decide di tenersi in casa. Il giorno in cui mi sono installata in casa era l'Eid, festività musulmana, ed era in corso un pranzo di famiglia (e le famiglie pakistane sono estese). Mi pareva di essere in Sognando Beckham, con tutti quegli abiti colorati, gli odori di cibi speziati provenienti dalla cucina, il vociare.

Saltiamo avanti di 12 mesi e più. I padroni di casa sono adorabili, sono diventati una specie di famiglia pure per me, ma sento il bisogno di una certa privacy. Decido di lasciare il nido pakinglese, e mi trasferisco - in realtà poco lontano - in un appartamento trovato tramite una collega, insieme ad altre due ragazze. Diminuire il numero di coinquilini a questo punto è diventato fondamentale, e tre abitanti per una casa mi sembra un buon numero. Le mie coinquiline sono Jessica, al secolo Jaroslawa, slovacca, ed Erika, svedese di origine coreana. Siamo grosso modo coetanee, Jessica è direttrice di un asilo mentre Erika lavora in una caffetteria. Coinquilino extra estemporaneo è il ragazzo di Jessica, un cuoco algerino. L'appartamento fa parte di un blocco denominato close che, come suggerisce il dizionario Cambridge, si tratta di una strada chiusa privata. Ha senso? Non lo so. Diciamo che a me ricorda un po' il concetto nostrano di cortile. Comunque, se ho capito bene queste un tempo erano case popolari, e in effetti sono abbastanza brutte. Accanto al complesso però c'è un campetto da basket, un asilo e un piccolo parco giochi. La popolazione è per lo più di origine caraibica, ma insomma c'è un po' di tutto. Credo che il nostro appartamento sia circondato da una famiglia italiana e una dell'Est Europa. La casa è disposta su due livelli, con la mia stanza e quella di Jess al piano rialzato, insieme al bagno (con la toilette separata), mentre sotto, al livello della strada, c'è il soggiorno che a un certo punto della sua storia è stato convertito in camera di Erika, la cucina abitabile, il bagnetto di Erika e un piccolo cortile posteriore.

È piccola, ma non è quello il problema. Il problema è che è vecchia. I serramenti fanno pietà (fuori dalla finestra c'è del muschio che tenta di farsi strada all'interno), sul soffitto compaiono macchie di muffa che manco la Sindone, ogni volta che apri i rubinetti l'impianto idraulico esige suppliche e preghiere per esprimere un po' di pressione. E non è neanche la casa peggiore che ho visto: almeno qui c'è dignità. Paul, il padrone di casa, tutto sommato non è male, generalmente se hai bisogno è sempre reperibile, e con le ragazze vado d'accordo - con Jessica più di Erika, che vedo più raramente e mi sembra un po' riservata.

Sono qui da pochi mesi, ed ecco il colpo di scena: Jessica è incinta. Lei e il suo ragazzo decidono di trasferirsi in una casa nella famosa zona 12, Hic Sunt Leones, e io ed Erika iniziamo a cercare un nuovo coinquilino. Quanti ne avremo visti, 3 o 4? La selezione è un processo che mi annoia molto, devi fidarti un po' della prima impressione, e qui la prima impressione ha fatto clamorosamente cilecca.

Decidiamo di prendere in casa Joana, portoghese che si è trasferita da poco a Londra e lavora come receptionist in un hotel. È un po' più giovane di noi, ma sembra matura, è tranquilla, chiacchiera volentieri. Per i primi due o tre mesi, tutto bene. Una sera di giugno torno a casa intorno a mezzanotte, e davanti alla porta di ingresso trovo Jo con un'amica. Ciao, ciao, buonanotte. Non ci penso più. Nelle settimane seguenti ogni tanto salta fuori sta amica, ma continuo a non pensarci. Finché un giorno incontro Erika in cucina, che mi dice: "Ma la ragazza di Jo... è una ragazza, vero?" E io: "Aaaaah, vuoi dire... sì, giusto. Comunque sì, è decisamente  una ragazza." "No perché l'altro giorno stavo parlando con Jo e mi ha menzionato il suo ragazzo..." Mah, faccia un po' come vuole. Pochi giorni dopo, in una delle forse ultime occasioni in cui abbiamo avuto una conversazione civile, Jo parla del suo partner che acquista solo un particolare tipo di pane - e io vanifico i suoi sforzi chiedendole: Oh, does she?

Non so quando le cose hanno iniziato a diventare bizzarre e soprattutto imbarazzanti, ma più o meno dal giorno alla notte la tizia smette di parlarci. Quando ci incrociamo in cucina mormora appena un ciao fra i denti, dopodiché il silenzio più impacciato cala. Io sono una che odia il silenzio, ho bisogno di riempirlo anche a costo di fare la figura dell'idiota lasciando andare i commenti più patetici sul tempo e la Brexit... eppure con quella non attacca. Ancora peggio quando sono in cucina entrambe, lei e la sua morosa, ti senti una terza incomoda a casa tua. Ed è una presenza che diventa ingombrante, a un certo punto l'altra praticamente si trasferisce qui, ovviamente senza che nessuno chieda nulla a me ed Erika. Che siamo due fesse, una più buona dell'altra, per andare a denunciare la cosa al padrone di casa. La cosa più ridicola è che per tutto il tempo l'altra rimarrà l'Innominata, dato che nessuna delle due ha avuto l'intelligenza e la decenza di fare le presentazioni. E si susseguono una meschinità dietro l'altra: uso della cucina a ore improponibili della notte senza il minimo riguardo per Erika che dorme lì accanto; coda per l'uso della lavatrice ignorata; turni delle pulizie saltati; avanzi di cibo abbandonati senza riguardo nel lavandino; urla d'amore filtrate da una ridicola parete di cartone (e mi dice Erika che la cosa è ben peggiore dal piano di sotto).

Ma l'oggetto epitome, la pietra dello scandalo, è la carta igienica.
Durante una delle chiacchierate conoscitive, Jo ci chiede se condividiamo le spese. Noi spieghiamo che condividiamo praticamente solo i prodotti per la casa, per il resto ognuno fa da sé. Dal momento che io e lei divideremo il bagno, mi chiede come si fa per la carta igienica. Io dico che con Jess non c'era una regola fissa, si andava a buonsenso, a volte la prendeva lei, a volte io.
Per i primi mesi, grosso modo finché ci parliamo, rimane in vigore una regola non scritta secondo la quale la prendiamo a turno. Succede un giorno che ho preso il rotolo dal bagno e me lo sono portato in camera, dimenticandomi poi di rimetterlo a posto e uscendo di casa. Apriti cielo! Mi arriva via messaggio un pippone sull'immoralità del mio gesto sconsiderato. Da quel momento, ognuno usa la carta igienica sua. Benissimo, se non fosse per il surrealismo di questa qui che si porta avanti e indietro la carta igienica dalla sua camera. La qual cosa mi offende, se devo dire la verità: pensi che io voglia rubarti la tua carta da culo? I rotoli finiti però si guarda bene dal portarseli via. Li lascia tutti lì belli allineati sul davanzale della finestra o sulla mensola dell'ingresso, forse pensando che si gettino da soli, o che ascendano al cielo, non so. Una volta ne ho contati 10. Quando sono partita per le vacanze di Natale ce n'erano due o tre caduti a terra, che erano diventati il simbolo di questa battaglia fra volontà d'acciaio: vediamo se quando torno, fra tre settimane, sono ancora a terra. (Al mio ritorno, erano in effetti spariti. Era stata Erika.)

Durante le vacanze ecco sopraggiungere un altro colpo di scena: arriva un messaggio di Paul per comunicarci che Jo se ne andrà a fine gennaio. Ho fatto letteralmente un salto sulla sedia. Il giorno dopo ricevo un'altra bella notizia, sebbene non pertinente: ho vinto dei biglietti per assistere a uno show televisivo con David Tennant a fine gennaio. Seguono numerosi salti sulla sedia, e questa conversazione con mia mamma:

Io: L'anno inizia proprio bene, quella che se ne va, e i biglietti per il Tennant...
Mamma: Chissà se vi saluta...
Io: Certo che ci saluta, lui è bravissimo, saluta tutti!
Mamma: Io parlavo della coinquilina...

A mia mamma: no, non ci ha salutato. Se n'è andata via oggi senza dire una parola ad Erika, che ha incrociato due minuti prima in cucina, e portandosi via tutte le sue cose, persino il deodorante per il bagno e l'ultimo rotolo quasi finito di carta igienica.

mercoledì 24 agosto 2016

Ufficio complicazione affari semplici

Oggi per la terza volta sono andata dall'ottico nel tentativo di ricominciare a utilizzare le lenti a contatto. Scomponiamo l'epopea:

0. Acchiappo un volantino dal ragazzo fuori dal negozio che promette visita gratis. Sotto! Fortunatamente penso bene di entrare a chiedere se posso andare quando mi pare. Ovviamente no. Mi prenotano la visita.

1. Vado a fare la prima visita. CHE SORPRESA, mi dicono che devo cambiare gli occhiali. Però i miei occhi sono giovani e sani, eh (mi hanno fatto anche la foto, a entrambi gli occhi). Un po' secchi, quindi già che ci sono mi prescrivono le gocce. Io spiego che sono lì perché voglio ricominciare a portare le lenti a contatto. Ma allora per questo dobbiamo prendere un altro appuntamento.

2. Nuovo appuntamento dove vogliono capire i perché e i percome voglio mettere le lenti a contatto. E comunque, by the way, guarda che non sostituiscono i nuovi occhiali che ti abbiamo prescritto! Mi ricontrollano gli occhi e ordinano le lenti che fanno per me. Non appena arrivano, posso tornare per provarle. Ti chiamiamo noi.

3. Oggi mi chiamano, sono arrivate le lenti. Vado al negozio in pausa pranzo, e mi abbandonano in una stanzetta dicendo: indossale, poi ti metti in sala d'attesa per una ventina di minuti e vediamo come va.
Ho passato solo venti minuti cercando di indossarle. Alla fine, la sinistra è entrata, la destra si è rifiutata. Io poi speravo che qualcuno si accorgesse della lungaggine dell'operazione, invece nulla. Mi affaccio un paio di volte sperando di intercettare qualcuno, ma è ovvio che sono tutti occupatissimi con la folla di clienti della pausa pranzo. Quando mi manca il mio ottico di fiducia al paesello. Ma tanto.
Finalmente un commesso mi chiede cosa c'è che non va; io, un occhio lentato (e chi porta le lenti sa che a volte ci mette un po' ad andare a posto) e l'altro ciecato, gli spiego che non riesco a mettere la seconda lente.

Allora ti dobbiamo prenotare un appuntamento per imparare a metterle.

Ho capito bene? No, me lo faccio ripetere.

Ho capito bene.

Mi piazzano su una sedia, in attesa di una gentile signorina che venga a fissarmi l'ennesimo appuntamento, Nel frattempo cerco di togliere la lente sinistra, che rischia di perdersi nell'occhio. Inizio a innervosirmi e mi immagino già di dover chiamare in ufficio spiegando che non posso tornare dopo la pausa, devo andare al pronto soccorso a farmi estrarre la lente dall'occhio. Fortunatamente, dopo qualche tentativo, mi sbarazzo del corpo estraneo, ed ecco che arriva la signora per fissarmi il nuovo appuntamento. Le uniche possibilità sono alle 10.45 o alle 16.10, "perché la persona addetta viene solo in quegli slot". Sempre più incredula, prendo appuntamento per un sabato pomeriggio.

La saga continua.

giovedì 18 agosto 2016

I'm gonna be (9.5 miles)

Alcuni sapranno che da un paio di anni ho sviluppato una certa passione per l'escursionismo. Il racconto lungo lo riservo a tempo migliori, qui invece descriverò una delle mie tipiche passeggiate domenicali, che da diversi mesi a questa parte sono diventate una tenace abitudine.

Armata di questo preziosissima guida a prova di idiota (che comunque non mi impedisce di perdermi)


ogni settimana scelgo una destinazione nei dintorni di Londra, preparo il mio zainetto, infilo gli scarponi e prendo il treno, che mi porta al punto di partenza della mia scarpinata e, se tutto va bene, mi raccoglie alla meta.

Dopo aver fatto praticamente tutto l'inverno a camminare per campagne (si può fare! L'unico rischio da mettere in conto sono le giornate cortissime, ahimè), mi sono presa una lunga pausa primaverile a causa di problemi non identificati alle gambe. Ma domenica scorsa aspettavamo un tempo splendido, e il richiamo dei sentieri è stato troppo forte... era il momento di mettere alla prova il cavallo di San Francesco!

Per non strafare, ho scelto un percorso breve e semplice, circa 16 km senza particolari dislivelli, da Gerrard Cross a Cookham, da qualche parte nel Berkshire. Facciamo che per capirci ci piazziamo una mappa:

È quello rosso (cit. Capitan Ovvio)
La giornata non è splendida come ci era stato promesso, ma almeno non piove, ed essere di nuovo per campagne, lontano dal caos cittadino (esclusi gli attraversamenti autostradali) mi gasa subito tantissimo.

Neanche quel manipolo di cavalli in lontananza mi inquieta. Neanche un po'. Neanche se dopo un po' spariscono nel folto della boscaglia in cima alla collina che mi appresto a scalare. Forse sono cavalli timidi, che fuggono la presenza dell'uomo. O della donna.
O forse sono perigliosissimi cavalli mannari che si sono appostati dietro agli alberi per tendermi un'imboscata.

Capito che tipo di pensieri mi si affollano nella testa quando vado a camminare da sola? Ogni curva del sentiero, ogni rumore fra gli alberi è il preludio di un film che, per fortuna, probabilmente non si realizzerà.

Tipo, alla fine questi erano solo cavalli timidi
A volte però capitano contrattempi che meritano di essere menzionati, che rendono giornate altrimenti tranquille un po' più frizzanti. Quest'oggi per esempio, sempre parlando di cinema, ho avuto un'esperienza... leoniana? leonina? nel momento del mio duello con la mucca.

Diamo un po' di contesto, perché altrimenti sembra che io sia affetta da una ridicola fobia dei bovini (tra l'altro ho cercato se esiste un termine tecnico, e pare di no. Cosa del tutto incomprensibile per me. Esiste un lessico immenso sul tema, ma nulla a proposito delle vacche.): non è fobia, è diffidenza reciproca. Vi rimando dunque a un antico post che ne illustrerà le origini.

È un po' lungo, ma ne vale la pena.

Ciò detto, la mucca odierna. LE mucche, in mezzo a questo campo che si trovava esattamente fra me e la pausa pranzo.

In foto sembrano piccole, eh
Io sempre gasatissima fino a quel punto: le gambe non davano segnali sospetti, ero perfettamente in linea con i miei tempi standard - 4 km/h - e insomma ero di buon umore per la giornata.

Scavalco lo steccato per entrare nel campo, e vedo signore mucche sparse di qua e di là. Ok, niente panico, le ho già fatte cose così. Le mucche sono timide, mi vedranno arrivare e si sposteranno. Uhm, ma ci sono in giro anche dei vitelli. Le mucche con i vitelli in giro diventano meno timide e più... non voglio dire aggressive, diciamo che stanno molto sulla difensiva. Va bene, non è che abbia alternative, inizio ad attraversare il campo. E vedo una mucca gigante - o forse è un toro? - che sta esattamente svaccata, è il caso di dirlo, sulla mia traiettoria. Mi vede. Tutte, mi vedono. E mi tengono d'occhio. C'è tensione nell'aria, o sono io? Un paio di vitelli, incuranti dell'atmosfera degna del miglior Hitchcock, bighellonano fra le mamme, piazzandosi proprio davanti al cancello che dovrò attraversare nell'altro angolo del campo. Mi incammino, piano piano. Mi avvicino all'ostacolo, la mucca gigante, e sono sempre più convinta che sia un toro. Ovviamente indosso una maglietta rossa. Mi sento come Atreyu all'Oracolo del Sud.



La mucca non mi leva gli occhi di dosso; io sono sempre più vicina, finché quella fa un movimento secco con la testona. Mi fermo. Considero. Parte un nuovo film, la mucca che in 0,3 secondi mi carica e mi fa volare in mezzo al campo.

Inizio a indietreggiare.

Continuiamo a fissarci. Retrocedo, forse per 50 metri: non mi sono mai sentita così ridicola e minacciata allo stesso tempo. È per miracolo che non pesto una scagazzata. Sarebbe la ciliegina sulla torta.
Torno al punto di partenza e rifletto sulla possibilità di sconfinare nel campo accanto e proseguire in parallelo. E se poi non riesco a tornare sul sentiero? E se il recinto è elettrificato? E se il contadino mi insegue con il fucile perché non ho diritto di passaggio?

Pausa.

Mi siedo sullo steccato, e mangio. Un tristissimo sandwich preso al volo in stazione prima di partire. Spero che nel frattempo la mucca si levi di mezzo e lasci libero il sentiero.
E, incredibilmente, nel giro di un panino che fa davvero pena, la mucca si alza! Non si allontana poi di tanto, ma almeno mi lascia un maggiore spazio di manovra. Raccolgo le mie cose, e proprio in quel momento sento arrivare qualcuno alle mie spalle. Una coppia, benissimo! Le vinceremo per superiorità numerica! Ma la coppia ha con sé un cane, un giovane labrador. La cosa non mi rende tranquilla, ma non posso restare qui per sempre. I signori non si fanno tutte le paturnie che mi faccio io, perché senza esitazione si dirigono verso l'altro lato del campo, mucche o non mucche. Faccio quasi fatica a star loro dietro, e nel frattempo cerco di offrire esili spiegazioni - pare più a me stessa che a loro - sul perché abbia esitato così tanto. La signora non sembra particolarmente colpita dal mio racconto, e il marito non è minimamente interessato. Ma poco importa, perché finalmente sono passata! Gioia e giubilo! Manco Mosè dopo il Mar Rosso!

Fortunatamente, dopo pranzo - sandwich triste n. 2 - i successivi incontri con la fauna locale sono tutti meno inquietanti, anzi decisamente più piacevoli. Attraverso infatti un boschetto vivacemente popolato da daini (credo), uno addirittura passeggia nel giardino di una villetta.



E poi alberi incisi in maniera bizzarra



 E alberi socievoli in maniera bizzarra

Vai avanti tu
E fiori


E altri incontri inquietanti

Gli amici whovian capiranno
E arriviamo infine a destinazione, ancora una volta sana e salva. A questo punto mi meriterei un casino una birra in uno dei pub di Cookham, che pare proprio un paesino carino. E, realizzo solo ora, ha per toponimo il nome di un affettato.
E invece, avendo deciso di sospendere il consumo di alcol fino alle vacanze, medito se ho voglia di altro... un tè? Un succo di frutta? Una coca cola? No, no e no. Non mi resta che incamminarmi alla stazione per prendere il treno, che acchiappo al volo. Approfittiamo del viaggio di ritorno per fornire qualche statistica:

- Distanza percorsa: 15,33 km
- Durata; 4 ore
- Velocità media: 3,8 km/h (è che mi lascio distrarre facilmente e rallento)
- Calorie bruciate: 1,252 (cifra sicuramente accurata)

Rispetto a precedenti camminate non è sta grande impresa. Ma, per essere la prima uscita della stagione dopo una luuuuuunga pausa, non mi lamento.

venerdì 5 luglio 2013

Nella vita ci sono cose meno stressanti che badare alle vacche




Chi si rivede! È passato un sacco di tempo, vero? E mi sa che molti avranno dubitato della mia buona volontà, pensando che avrei lasciato perdere il blog. Chi mi conosce bene però sa quanto odio non portare a termine quello che inizio, quindi ho deciso che devo assolutamente mettere mano alle mie memorie e raccontarvi la fine della storia. Preparatevi, che ci sono ancora un sacco di pagine da scrivere.

Facciamo un veloce riepilogo delle ultime puntate. Camden Springs, non lontano da Canberra, nella fattoria di Ric e Lexie, lo studente di italiano e la professoressa di matematica. 1.200 pecore, 150 mucche e 3 cani. Se ricordate, delle pecore abbiamo parlato due mesi fa. Oggi parliamo delle mucche.

Razza Angus Aberdeen, destinate al macello. Sono divise in tre grandi gruppi: giovenche, manzi (questi due sono i gruppi dei giovani), mucche adulte – e gravide.
Io, quando penso alle mucche, penso a questa 


o a questa 



No no no. Le mucche sono animali tremendi. Intanto, sono grosse. Sono timide, timidissime (non tanto quanto le pecore, ma sono sulla buona strada), ma con la giusta motivazione possono diventare estremamente minacciose. Su questo ci torneremo dopo, però. Iniziamo con la normale routine di gestione dei bovini.


Circospezione e discrezione

Uno dei primi compiti in cui assisto Ric è lo spostamento degli animali. Funziona un po’ come con le pecore, si accerchiano le mucche e si spingono nella direzione desiderata. Quindi montiamo in sella al quad – io, Ric e Fred – e iniziamo a spostare gli esemplari più giovani da un punto all’altro del pascolo. La meta è il recinto in cortile, dove nel pomeriggio arriverà Corey, che di mestiere fa lo station agent, un incrocio fra un veterinario e un piazzatore di animali: pesa le bestie, aggiorna gli allevatori sui prezzi del mercato, mette in contatto venditori e acquirenti, eccetera. Prima di tutto questo, però, dobbiamo radunarle. Fred è ben felice di viaggiare sul quad a tutta velocità; io un po’ meno. Non mi piacciono molto le moto. Per questo, quando Ric mi chiede di saltare a terra per “spingere” le mucche, sono ben felice di eseguire. Ci saranno 40 gradi, nell’erba alta potrebbero nascondersi serpenti e Dio solo sa cos’altro, rischio di essere investita dalle mandrie, ma tutto questo per me è molto meglio che essere costretta ad andare in moto.
Il mio lavoro in realtà non è così terribile, e nel giro di un’oretta le giovenche sono al loro posto; è ora di occuparsi dei maschietti. Ric mi assicura che i manzi sono molto più semplici da spostare (soliti discorsi dei maschi che lavorano con le donne: sono isteriche, sono mestruate, e via dicendo), quindi penso che nel giro di mezz’ora ce la caviamo. Ultime parole famose: terrorizzati all’ennesima potenza, i tapini fuggono in tutte le direzioni; perdiamo così tanto tempo che, quando finalmente arriviamo al recinto, Corey è già lì che ci aspetta. Missione del giorno: pesare gli animali. Maschi e femmine, sempre rigorosamente separati, vengono spinti in diversi recinti – divide et impera, si applica anche agli animali – e tramite cancelli e corridoi si fanno passare uno per uno sulla bilancia, fornita e montata dallo station agent. Se qualche bestia fa la timida, si persuade con dei grossi tubi di gomma usati a mo’ di bastone.

Vai avanti tu che mi viene da ridere

State (relativamente) tranquilli: tutto ciò non nuoce alla mucca. O meglio, l’operazione è ovviamente un’infinita fonte di stress, ma gli animali non vengono maltrattati in senso stretto. Hanno paura, fanno tanta cacca a destra e a manca, ma non vengono maltrattati. Potrete pensare che sono senza cuore, che anche solo far subire loro uno stress del genere è crudeltà. No. Non avete ancora letto niente.

Facciamo un salto in avanti nel tempo. Sono passati forse un paio di mesi dalla pesa di cui sopra. Manzi e giovenche sono stati ricombinati nei pascoli a seconda del peso, Ric si è fatto un’idea degli esemplari che vuole vendere. La sottoscritta ha preso un po’ più di confidenza con le tecniche di mastering. Oggi dobbiamo di nuovo spostare le vacche e portarle alla base per una nuova pesa. Anche stavolta il grosso del lavoro lo fa Ric in sella al quad, io però sono stata promossa alla guida del pick up, ovvero più che altro sosto con il mezzo agli incroci per assicurarmi che i bovini non prendano la strada sbagliata. Dopo pranzo mettiamo gli animali nel recinto, e procediamo a selezionare quelli possono essere venduti, indirizzandoli nel corridoio per l’etichettatura. Per la prima volta entro anche io nel recinto per aiutare Ric nella separazione dei buoni e dei cattivi (fa molto Vangelo). Ecco come deve sentirsi il torero nell’arena. Io sono armata solo di un tubo di plastica, però. D’altra parte, loro sembrano quelli più spaventati, ma scommetto che se ci prendiamo reciprocamente a calci farebbe più male a me. Uno dei torelli riesce eroicamente a scappare, scavalca due staccionate e si ritrova a fare visita a papino! E ora chi lo recupera… 

Lasciamo perdere, pensiamo al da farsi. Il primo bovino entra nel corridoio, pronto per farsi fare il piercing. Ancora una volta, prima le femmine, poi i maschi. Non sembra un lavoro lungo: le signorine, pur non essendo felici, lasciano fare con una certa indifferenza. Ma, quando passiamo all’altro sesso, la carica drammatica dell’operazione cresce esponenzialmente: muggiti di paura, testate a destra e a manca, scrollate di spalle, impennate, e chi più ne ha più ne metta. Alcuni puntano i piedi rifiutandosi di procedere, altri cercano di caricare la barriera e sfuggire al loro destino. Dopo circa un paio d’ore, tanta polvere e un po’ di sangue, anche questa è fatta.

Tutto bene? Pensate che le povere bestie siano trattate male? Aspettate.

Come dicevo all’inizio, oltre ai giovani esemplari, ci sono anche un centinaio di mucche in attesa. I lieti eventi sono attesi per fine gennaio. E infatti, proprio nei giorni e modi stabiliti dalla legge della natura, i vitellini iniziano a spuntare come funghi. Ogni volta che facciamo un giro di ricognizione per vedere come vanno le nascite, troviamo vitellini nuovi, alcuni nati solo da poche ore, ancora sporchi di robaccia amniotica, che neppure riescono a reggersi in piedi. Altri, quelli che hanno già qualche giorno, vanno appresso alle mamme e ogni tanto si attaccano a mangiare.


Sembra una comunità molto stretta, quella delle puerpere bovine, in cui le madri creano una sorta di  asilo nido per proteggere i loro bambini. Dove va la mamma, va anche il vitellino, non appena è in grado di camminare. Io sono già in brodo di giuggiole a vedere sti cosini piccoli e teneri e nuovi, ma le meraviglie della natura sono solo all’inizio. Arriva il momento di spostare madri e figli – per metterli in un pascolo più accogliente, per pesarli, e via dicendo – e ogni vitellino segue la sua mamma, ogni mamma aspetta con pazienza il suo vitellino. A volte capita di vedere una mucca seguita da due vitellini, e mi domando se si è trattato di un parto gemellare, o se un vitellino non riesce più a trovare la sua mamma. Un manipolo di vitelli più anziani e sgamati invece costituisce una specie di associazione a delinquere con la finalità di darci del filo da torcere, e si nascondono in fondo al ruscello, e la sottoscritta deve scendere a prenderli. Avete presente La Storia Infinita

Temo di fare la fine del cavallo

Oltretutto i pischellini non sono ancora spaventati dalla presenza umana, quindi o mi ignorano o mi prendono per il culo, risalendo da una parte per poi scendendo dall’altra. Santo cielo che fatica. Altrove, per ogni mucca che Ric riesce a muovere, 5 vitelli si danno alla macchia. È come cercare di afferrare l’acqua.

Decidiamo di prenderci una pausa, e nel tardo pomeriggio andiamo a recuperare i latitanti. Ci incamminiamo col pick up e scopriamo che molte vacche sono tornate indietro alla ricerca dei loro vitellini. Una, poverina, cerca ma non lo trova, e Ric sospetta che il vitellino sia morto. Purtroppo ne troviamo uno annegato in uno stagno. Proseguiamo con la perlustrazione, e quasi alla fine del giro ne troviamo uno addormentato in mezzo al campo. Ric cerca di avvicinarsi di soppiatto per afferrarlo e metterlo sul pick up, ma quello si sveglia e inizia ad agitarsi. È solo con l’aiuto dei cani che riusciamo a circondarlo e atterrarlo. Ric lo afferra per le zampe davanti, io dovrei prenderlo per le zampe posteriori e quindi sollevarlo. Avete idea di quanto pesa uno di questi cosi? E quanto scalciano? 40 kg di materiale instabile. Lui ha paura, ma io di più. Proviamo a legarlo prima di caricarlo in macchina, e nonostante le difficoltà, si rivela essere la strategia vincente. Il salamino si agita e muggisce, ma non ce n’è: ti portiamo dalla mamma, piccolo. Facciamo appena in tempo a entrare nel nuovo recinto, che lo scalmanato si libera e salta giù dal pick up. E dietro a un tronco a terra vediamo un altro orfanello. Con l’aiuto dei cani, Ric cerca di indirizzarli verso il resto della mandria, ma se il primo prigioniero non vede l’ora di andarsene e dimenticarsi di noi, l’altro non si lascia convincere così facilmente. Non ho mai visto i suoi fratelli maggiori opporre molta resistenza, ma questo addirittura carica i cani! Ric mi chiede di placcarlo, ma io non ci penso neanche ad avvicinarmi! Quindi lo blocca lui e lo mette sul pick up. Stavolta però niente corde: “Sali, siediti sopra il vitello e tienigli la testa schiacciata.” Prego?? Faccio un timido tentativo, ma no, questa roba è troppo hardcore per me. “Io guido. Tu ti siedi sul vitellino.” Ed è con estrema fatica che li riportiamo a casa. Una delle vacche sta evidentemente cercando il suo vitellino, dato che non smette più di annusare i piccolini che le girano intorno. 


Chissà se alla fine ha trovato il suo. Io, che c’ho la lacrima facile, davanti a queste cose mi commuovo. Ma le mie doti emotive sono ancora da mettere alla prova.

Prima di tutto, un bello spavento. Ric e Lexie devono andare in città per qualche ora, quindi Ric mi lascia i compiti da fare: liberare i cani, andare a controllare che le mucche e i vitelli siano a posto, finire di interrare un tubo che corre proprio nel pascolo dove attualmente sono stanziate le nostre mucche. Io, che non c’ho tempo da perdere, prendo il quad (ormai sono una perfetta centaura!), i cani, la vanga, faccio un giro di ricognizione e poi mi fermo al tubo. Per il momento la maggior parte delle mucche sono divise in due grossi gruppi, e io sono proprio nel mezzo. Ogni tanto una coppia madre-figlio si stacca da un gruppo per unirsi all’altro, e quando mi passano accanto rallentano, mi considerano per qualche minuto, quindi mi aggirano con cautela. C’è un’atmosfera strana, tipo Gli Uccelli, ma meno bella. Mi rincuoro pensando che i cani dovrebbero tenere eventuali malintenzionate alla larga. Finisco in quattro e quattr’otto il lavoro, monto in moto e faccio per tornare a casa, quando accade. Le mucche iniziano ad agitarsi, si alzano, vengono verso di me. Mi circondano. Io rallento, mi fermo. I cani fanno i pirlotti in giro e mi urlano: “Ci vediamo su, eh!” Prego che perdano in fretta interesse nei miei confronti e tornino a godersi il fresco, sotto l’albero. Invece continuano a controllarmi, in silenzio. Il boss è una mucca guercia. Io tengo un occhio su di lei, l’altro sul resto della mandria. Lentamente, cerco di prenderle alla larga e allontanarmi sempre di più, ma se non sto attenta rischio di volare giù dalla scarpata. 


Mi domando, qualora dovessi veramente darmela a gambe, in quanto tempo il quad può fare da 0 alla velocità massima. Non abbastanza per evitare una testata, temo. Quindi proseguo piano piano, per gradi. Il tutto avviene in 5 minuti, ma immaginerete che sembrano un’eternità. I cani in cima alla collina mi guardano come per dire: “Beh, non vieni?” Metro dopo metro riesco ad allontanarmi, ma quelle continuano a fissarmi, sento i loro occhi sulla nuca. Ancora un tratto a rallentatore, e… via! Velocità massima! Arrivo in cima alla collina con il cuore in gola e qualche capello bianco in più, ne sono sicura. Ma le emozioni forti non sono ancora finite.

Dunque, si fissa il giorno fatale e Ric contatta Bruce, un vicino di casa cowboy, che con il suo cavallo ci aiuterà a portare mamme e figli al recinto in cortile per la castrazione. Lo spostamento è uno stress per tutti, noi e loro, ed è quasi mezzogiorno quando arriviamo a destinazione. Ora dobbiamo separare le mucche dai vitelli. Io sono moooolto a disagio, c’è una cagnara tremenda, tutti che urlano, le mamme non vogliono staccarsi dai piccoli; c’è pure una mucca mezza matta che carica e salta, la numero 18. Con molta fatica e gran urto dei nervi, le mucche rimangono chiuse fuori dal recinto e i vitellini sono dentro. E qui inizia lo strazio. Le mucche restano tutto il tempo vicine al recinto, chiamando i vitellini, che dall’altra parte piangono disperati, tremano, sono spaventatissimi. 


Abbiamo – hanno, ché io mi adeguo a quello che mi dicono di fare – un’idea brillante: andare a pranzo e cominciare il lavoro vero e proprio solo nel pomeriggio. Questo vuol dire che per tutta l’ora seguente le bestie urlano e piangono e si stracciano le vesti. Se ci ripenso, non so come ho fatto ad arrivare alla fine di quella giornata. Per adesso siamo solo a metà. È ora di impugnare le forbici. Uno per uno, i vitellini vengono infilati nel solito corridoio, Bruce controlla se sono maschi o femmine, e a seconda del sesso Ric fa il piercing sull’orecchio destro o sinistro. Non vengono ancora etichettati, ma si recide un pezzetto di cartilagine con un affare che funziona tipo la macchinetta per fare i buchi ai fogli. Le femmine sono quindi libere di andare, mentre i maschietti ricevono anche un elastichino lì; nel giro di un paio di settimane ci saranno palline di vitello sparse per tutto il pascolo. E, 70 vitelli dopo, abbiamo finito. Si aprono i cancelli, e i nuclei familiari sono ricomposti. Le mucche si coccolano i loro piccini, che hanno ancora tutto il musetto rigato di lacrime. I poveretti si sono pianti l’anima.


lunedì 8 aprile 2013

A volte faccio bene a odiare la gente




Come vi ho raccontato, ho passato un buon Natale, ma ora mi prudono i piedi: credo sia l’ora di accumulare altri giorni per ottenere il secondo visto.
Dopo le feste inizio a sfogliare il mio WWOOF book per individuare una possibile area di interesse. New South Wales. Ma perché no? Mando mail a nastro, e la prima risposta che mi arriva è da tale Peter. La sua mail è molto dettagliata, mi spiega che tipo di farm gestisce con la sua famiglia, mi racconta degli altri wwoofer che hanno avuto e mi chiede qualcosa di me. Ricevo anche una mail da un altro farmer, che dice semplicemente: puoi venire a partire dal 2 gennaio. Beh, la mail di Peter mi ha colpito molto di più: voglio fidarmi del mio istinto, e prendiamo accordi. Volerò a Sydney, quindi da lì prenderò il bus per Canberra, dove Peter verrà a prendermi.

Devo però passare una notte nella capitale del NSW, e quindi decido di appoggiarmi a uno dei miei contatti: Francesco, esule vanzaghese (!!!) che è arrivato in Australia pochi mesi prima di me e si è stabilito a Sydney. Pensate che a casa ci siamo rivolti la parola forse 2-3 volte, ci siamo conosciuti solo dopo aver saputo dei rispettivi piani di viaggio, eppure da quando sono arrivata, pur essendo rimasti in contatto in maniera molto sporadica, è sempre stato davvero gentile e disponibile. E questa volta non è da meno: “Arrivo a Sydney! Non è che hai qualche metro quadrato dove posso passare la notte?” “Certo! Basta che ti accontenti… la nostra casa è un porto di mare.” Vi pare che mi faccio scoraggiare da una cosa del genere? Soprattutto davanti ai prezzi esorbitanti di Sydney, soprattutto in questo periodo dell’anno (a quanto pare, tutti vogliono essere a Sydney per capodanno). 


Mi faccio dare l’indirizzo e arrivo al porto di mare. Mi accoglie un ragazzo argentino: “Ciao, sono l’amica di Francesco, tu sei il suo coinquilino?” “Sì, sì, prego, entra.” In cucina trovo altre 4 persone, che non mi rivolgono la minima attenzione, come se fosse normalissimo ritrovarsi un’estranea in salotto con borse e valigie. Beh, mi metto sul divano e aspetto, Francesco mi ha detto che sarebbe rientrato tardi dopo aver passato il capodanno fuori città. Nelle ore seguenti c’è un via vai di gente che non vi potete immaginare, fino alla sconvolgente rivelazione: in casa vivono 10 persone. E credo di non averle neanche incontrate tutte.

E continua ad arrivare gente

Intorno alle 9 ecco rientrare Francesco, con tanto di cena thai. Il tempo per lui di posare la valigia, sistemarsi, e iniziamo a chiacchierare delle rispettive esperienze in Italia e in Australia. Chiacchieriamo, chiacchieriamo, che tiriamo forse l’una di notte. Mi pare un’ora più che dignitosa per andare a dormire: la mia camera per stanotte è una specie di sala da pranzo adibita a sgabuzzino, con un tavolo, un caminetto, una mensola per i libri e un frigorifero (con tutta quella gente in casa, non basta certo il frigo in cucina). Stendo a terra un materasso da campeggio, e buonanotte.

Il giorno dopo, con lo spauracchio che la padrona di casa si presenti per un controllo, mi sveglio presto, smonto il letto e mi preparo. Mentre faccio colazione, ricevo una sgradita sorpresa: una mail da The Hostel. L’ostello delle pulci. La mail mi chiede di cancellare le recensioni negative che ho scritto su diversi siti di viaggio. In questi termini: “cease and desist your defaming actions. OR LEGAL ACTION WILL FOLLOW”. Il maiuscolo è loro. Se non cancellerò le recensioni e non firmerò la dichiarazione che mi allegano (in cui mi impegno a non scrivere più nulla del genere), mi denunceranno per diffamazione. Non ci posso credere. Maledetti bastardi. Giusto questo mi mancava. Ancora incredula, chiedo consiglio a Max, che mi suggerisce di ignorarli, probabilmente stanno solo bluffando. Me lo auguro. Passiamo quindi a cose più piacevoli. L’autobus per Canberra parte solo a mezzogiorno, ma questa mattina ho un appuntamento importante: la mia cara amica Luciana! Lei e il suo ragazzo hanno passato il capodanno a Sydney, e prima di concludere il suo anno australiano vuole godersi questi ultimi giorni Downunder. Francesco mi accompagna alla stazione della metro – e non posso fare a meno di apprezzare il quartiere in cui vive, davvero un posto pittoresco, per nulla turistico – ci salutiamo e come di consueto ci auguriamo buona fortuna. Lascio un amico, e ne trovo un’altra. Appuntamento davanti a Woolworth’s, ecco Luciana! L’ultima volta che ci siamo viste è stato a Byron Bay, ricordate? Come al solito siamo di fretta, abbiamo giusto il tempo di raccontarci le ultime settimane mentre andiamo verso la stazione degli autobus, ma è sempre un piacere incontrarla. Oggi però siamo tutte e due un po’ più tristi, chissà quando sarà la prossima volta che ci vedremo. Ci abbracciamo e salto sull’autobus con le lacrime agli occhi. Ora è meglio pensare alla prossima tappa.

Stazione degli autobus di Canberra, attendo Peter. Che si presenta poco dopo, un signore di circa 50 anni vestito in maniera un po’ eccentrica, tipo contabile di inizio secolo (scorso). Come al solito sono molto nervosa quando incontro un nuovo ospite, cerco di capire il più possibile dai minimi dettagli. Lui invece è molto meno discreto, e inizia a bombardarmi di domande, e a ogni mia risposta emette uno strano “Mmm…”. Cerco di fare anche io qualche domanda, ma è molto parco di parole e informazioni. Nel frattempo, guida, guida, fra le colline che circondano la capitale, finché non attraversiamo il confine dell’ACT (Australian Capital Territory) ed entriamo in New South Wales. Ispirata dal paesaggio, gli chiedo se ci sono molti vigneti nella zona, e mi risponde: “Mmm… sì. Ma noi non beviamo alcolici.” Mmm, cominciamo bene. E guida, e guida… alla fine la sua farm non è così distante dalla città, forse 40 minuti, eppure sono sembrati un’eternità. Mi mostra la mia stanza, una camera piuttosto grande ma piuttosto spartana ricavata dal capanno degli attrezzi, e mi porta a conoscere Lynn, la moglie. L’impressione che ho di lei è leggermente migliore, anche se pare una donna un po’ troppo sulle sue, con la testa fra le nuvole. In seguito decido che la signora è succube del marito. Comunque, appena il tempo di riposarmi un attimo, e già Peter mi assegna una missione: aiutarlo a piantare le zucchine. Durante il lavoro iniziamo a parlare per conoscerci meglio, e devo dire che mi pare sì un po’ strambo, ma tutto sommato ok. Ahimè il mio istinto ultimamente fa cilecca.

Il giorno seguente si comincia alle 7.30, e bisogna riparare l’impianto di irrigazione. Peter dà qualche direttiva, poi mi lascia a lavorare con Christine, la figlia minore. Finalmente incontro un membro della famiglia sano di mente! Il lavoro comunque è infame, e per fortuna dopo un po’ vengo indirizzata nell’orto a strappare le erbacce insieme a David: trattasi di ragazzone diciassettenne, figlio del pastore della parrocchia che la coppia frequenta, che lavora qui durante le vacanze di Natale. Il ragazzo è molto amichevole, chiacchieriamo che è un piacere, spettegoliamo sul boss. Gli chiedo che ne pensa: “Beh, non so se l’hai notato. Sono… strani, tutti e due.


Sono proprio loro!

Si vede che gli fischiavano le orecchie, e il boss arriva. Come una furia: “Chi ha calpestato la barbabietola?! Volete fare attenzione? Non è possibile, volete proprio farmi arrabbiare!!” Io così °____° Sono incredula, ma quello continua: “Cercate di parlare di meno e lavorare di più! David, pensavo che fossi un ragazzo sveglio!” e via dicendo, finché non si calma e finalmente se ne va a lavorare in città (dove fa il consulente finanziario per il governo, o qualcosa del genere). “Oggi per fortuna è il mio ultimo giorno. La ragazza che c’era prima di te è stata qui un paio di mesi. Tu quanto ti fermi?” “Circa tre settimane.” “Coraggio, ce la puoi fare!” Mi pare un ottimo inizio.

Ma che dico ottimo… splendido! Secondo i patti, devo lavorare 6 ore al giorno, grosso modo dalle 7.30 alle 13.30. Per qualche motivo, una volta che il pazzo torna dal lavoro nel pomeriggio, mi intercetta e mi dà un nuovo incarico: occuparmi del mulching dei pomodori. In italiano si dice pacciamare. Non vi è d’aiuto, vero? Prima di questo momento non sapevo neanche che esistesse questa parola, capirete quindi che mi trovo un po’ in difficoltà, voglio capire esattamente cosa devo fare, e mi permetto di fargli una domanda. “Devo spargere ‘sta roba solo intorno alle piante, o su tutto il terreno?” Non gli ho chiesto di vendere sua madre, annegare i suoi figli e sventrare il suo cane, giusto? La sua reazione quindi mi pare un filo spropositata: “Vieni a vedere. Dimmi, come ho fatto io il lavoro? COME TI SEMBRA CHE L’ABBIA FATTO? Io ti ho fatto vedere come va fatto, e adesso tu mi chiedi come devi fare? Ti ho dato una dimostrazione, tuttavia mi chiedi cosa devi fare. Mi prendi in giro? Non farmi arrabbiare! Ora torna indietro e rifallo per bene!” Giuro, il vaffanculo era sulla punta della lingua. Invece mi sono trattenuta, mentre in testa mi balenava un pensiero: lascia immediatamente sta gabbia di matti.

Dovete sapere che fra le risposte che avevo ricevuto quando cercavo una nuova farm c’era anche la mail di Ric, un allevatore la cui fattoria sta poco distante da qui. Ric studia italiano, quindi naturalmente quando ha ricevuto la mia mail si è dimostrato ben contento di avere una wwoofer italiana in casa, anche se può accogliermi solo a fine mese. Piano piano si fa strada l’idea di chiedergli di anticipare un po’ l’inizio dei lavori, perché qui non so quanto ci resisto. Per il momento però decido di perseverare, odio lasciare le cose a metà. Oltretutto ho saputo che fra una settimana arriverà un altro wwoofer italiano, quindi se non altro sarò meno sola. 

Però i coinquilini sono simpatici, eh

Perché infatti è questa la cosa peggiore dello stare qui, non tanto il matto, quanto non avere nessuno con cui sparlarne. Sono in fase malinconoia, e trovarmi a vivere insieme a persone del genere non mi aiuta. Inoltre passo tutte le ore in cui non lavoro chiusa in camera, un po’ perché non c’è niente da fare (almeno a Cordalba c’era il paese! Qui non c’è nulla), un po’ per non farmi trovare dal pazzo, che altrimenti mi appioppa altri lavori fuori orario. Quindi, stringo i denti e aspetto almeno quella manciata di giorni, fino all’arrivo del connazionale. Nel frattempo, l’unica cosa che faccio, tutti i giorni per 5-6 ore al giorno, è strappare le erbacce. Pomodori, cipolle, zucche, zucchine, cetrioli, carote… Il pirla ogni sera mi dice: “Mmm, mi ha detto Lynn che oggi hai fatto un buon lavoro con le zucchine…” che ti devo dire, avrò un talento per le erbacce. Ma ti sembra un buon motivo per farmi fare questo lavoro ogni santo giorno?

Domenica, deo gratias, non si lavora. Si offrono di portarmi in città. Lo aveva scritto anche in mail, la domenica pomeriggio puoi goderti le meraviglie della città. Io pensavo a un bel momento tutti insieme – è bello visitare un posto insieme ai locali, no? – invece non fanno altro che parcheggiarmi nella zona dei musei, e mi fanno sapere che torneranno a prendermi alle 5. Beh, meglio soli che male accompagnati. Certo, avrei qualcosa da dire sulle meraviglie della città… Ma sull’argomento tornerò in seguito.

Ora, non so se ho dato idea delle altissime aspettative nei confronti del nuovo arrivo. Si è capito che lo aspetto con ansia? Quindi accolgo il lunedì con un gran sorriso, mi metto a strappare le mie erbacce di buona lena, finché non è l’ora di pranzo. Lynn mi comunica che a breve tornerà Peter con il nuovo ragazzo. Infatti pochi minuti dopo si apre la porta. “Questo è Antonio, starà con noi per pranzo, poi lo riaccompagno in stazione.” Come?! Io penso di aver capito male, muoio dalla voglia di chiedere spiegazioni. Per tutta la durata del pranzo interrogo il nuovo arrivato con lo sguardo, finché finalmente non rimaniamo da soli e gli domando: “WTF???” Quello che mi racconta mi lascia incredula, ma allo stesso tempo mi immagino esattamente come sono andate le cose. “Appena salito in macchina mi ha bombardato di domande… Io che ne sapevo che questo lavora per il governo? Pare uno straccione… E gli ho detto che la mia ragazza lavora in nero in un ristorante. Sai, non vorrei rischiare brutte sorprese…” “Ma hai paura che la denunci? Dai, non credo!” “Beh, mi ha fatto intendere che non è bene che non lavori in regola, potrebbero chiudere il ristorante, potrebbero buttarla fuori dal paese… in auto è sceso il gelo. Non appena siamo arrivati qui, gli ho detto che forse non è il caso che mi fermi, e lui era d’accordo. Meglio andare via.




Immaginate come mi sono sentita non appena l’auto è ripartita? Morte nera che più nera non si può. Ma è un segno: devo scappare da sto posto. La prima cosa che faccio è mandare una mail a Ric, lo studente di italiano, per chiedergli se posso andare da loro il prima possibile. Ric mi fa sapere che possono accogliermi il lunedì successivo. Beh, meglio di niente, ora devo solo pensare come mettergliela giù all’impiastro. Mentre rifletto sul da farsi, arrivano novità in merito alla vicenda di The Hostel. Ricordate che avevo deciso di ignorare le loro minacce, vero? Beh, il loro era proprio un bluff, perché sti infami hanno risposto alla mia recensione su Tripadvisor ringraziandomi per il feedback e scusandosi per l’inconveniente! Io non ho parole…

Ok, archiviato il problema facce di merda, concentriamoci sull’attuale questione: come lasciare questo posto con classe. Che si rivela poi essere un non problema: il giorno seguente, a cena, il pirla con molta nonchalance mi dice che possono ospitarmi solo fino a domenica. Io penso di aver capito male, e chiedo di ripetere 2-3 volte. Gli domando se ci sono problemi. “No, ma settimana prossima avremo qui gente.” Eccerto, e hai bisogno della mia stanza perché li farai dormire nella stalla, vero? Che paraculo! Ma tutti io li trovo in questo periodo? Ma, caro mio, non sei tu che mi licenzi, sono io che me ne vado! “Puoi riportarmi in città venerdì anziché domenica?” Ed è fatta, giovedì sarà il mio ultimo giorno di lavoro. Ho perso fin troppo tempo con 'sta gentaglia. L’ultima sera gli chiedo di riempire il modulo per attestare i giorni per il visto, e lui in cambio mi chiede di compilare il loro guest book. “Ecco, vedi, abbiamo questa usanza, lo facciamo compilare a tutti i wwoofer.” E mo’ che cazzo gli scrivo? Inizio a sfogliare le pagine per scopiazzare un po’, me la cavo con due moine alla cucina della moglie, e mi auguro di non trovare mai più gente simile, falsa come una moneta da 3 €.


E vediamo quanto ho camminato questa volta:

1.010 km

Km totali percorsi: 30.480