Visualizzazione post con etichetta special guest. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta special guest. Mostra tutti i post

domenica 10 marzo 2013

Q&A on the road


Ormai il viaggio da Darwin ad Adelaide è terminato. Prima però di passare alla prossima tappa, i due viaggiatori disperati si sono fatti una chiacchierata per sapere… beh, insomma, le solite cose che vuoi sapere quando un amico torna da un viaggio: cosa gli è piaciuto di più, se ha qualche aneddoto da raccontare, quali posti consiglierebbe, in quali posti manderebbe il suo peggior nemico… Iniziamo con le domande di Davide a Swaggirl.

DAVIDE: Per prima cosa una domanda su un singolo episodio: ma avevi davvero paura quando ci siamo ritrovati a fare il giro del lago a Kakadu? E se non ne hai avuta lì, ti sei mai trovata ad averne, nel continente australe?
SWAGGIRL: Sì che avevo davvero paura! Tu no? Ricordiamo che l’Australia è un paese affollato di creature che vogliono la tua morte, sia nel regno animale sia nel regno vegetale. Lo sprovveduto turista overseas, e soprattutto lo sprovveduto turista overseas che viene dalla città, non è abituato a una natura tanto potente; IO non sono abituata a trovarmi in situazioni potenzialmente letali di questo tipo. Ti dico la verità, avevo paura anche durante la crociera sul fiume infestato di coccodrilli. A essere onesti, dove mi giro, ci sono cose che mi fanno paura. Ok, lasciamo stare la mia paura dei ragni (che comunque qui può anche essere giustificata), ma ho avuto paura a Fraser Island quando stavo in cima a un picco a osservare gli squali che nuotavano sotto; ho avuto paura alle Whitsundays, quando vedevo meduse da tutte le parti (effettivamente c’erano meduse da tutte le parti, ma a quanto pare non pericolose); ho avuto paura nell’ultima farm in cui ho lavorato, quando abbiamo trovato un brownsnake in una cisterna dell’acqua; ho paura quando mi ritrovo per qualche motivo a meno di 20 metri dai tori, che sono veramente bestie mostruose (ed è incredibile pensare che si tratta di animali erbivori… per me quelli mangiano carne umana, e anche con immenso gusto); infine, e capirete che sono proprio pusillanime, ho paura persino ad avere a che fare con mucche e vitellini: avete idea di come sia pericolosa una mamma se le tocchi il suo bambino?


D: Questa è stata la tua prima vacanza in camper. Cosa ne dici dell’esperienza itinerante, col senno di poi? Dopo questo viaggio su quattro ruote, la bilancia pende sui più o sui meno?
S: Il viaggio in sé lo promuovo a pieni voti, è stata proprio una bella esperienza. Questo è il mio ideale di vacanza, spostarsi continuamente, vedere tante cose, cambiare itinerario secondo ispirazione, imbambolarsi con lo sguardo al finestrino (solo se non guido). So di dire una cosa scontata, ma davvero il viaggio non è la destinazione, bensì quello che c’è in mezzo, e questa esperienza è stata perfetta. Per quanto riguarda il mezzo di trasporto… Ho sempre avuto un’idea un po’ romantica del camper; ogni tanto ho anche pensato di comprarmene uno al posto di una casa vera e propria. Ma ora… Poco spazio, poca aria, troppo sbattimento a montare e smontare ogni giorno. Il nostro camper poi era anche sfigatissimo, ogni 3x2 aveva una magagna! Però forse un camper un po’ più figo, un po’ più grande… Naturalmente sempre per una vacanza itinerante, perché credo di avere abbandonato definitivamente l’idea di viverci in pianta stabile. E comunque penso che la prossima vacanza la passerò sulla spiaggia per due settimane!

D: Nel corso del nostro viaggio abbiamo attraversato luoghi diversissimi fra loro… quali sono i tre che ti sono rimasti più impressi e per quale motivo?
S: Il primo che mi viene in mente è il lago di sale in South Australia. Forse perché sembrava che da Coober Pedy a Port Augusta ci fosse solo un sacco di nulla, avevamo zero aspettative. Poi però abbiamo attraversato la ferrovia, i cartelli che avvisavano del pericolo mine… e ci siamo trovati in un luogo simile. Un posto davvero surreale, una distesa di bianco e di silenzio, sembrava di stare su un altro pianeta, in un luogo che non può esistere davvero.
Poi mi sono innamorata delle colline della Fleurieu Peninsula. Dopo tanto rosso, giallo e blu del deserto, quelle colline sono state un’apparizione miracolosa. Il verde è il colore più bello del mondo, specie se combinato in pascoli, foreste, siepi, e decorato da laghetti e corsi d’acqua. Dietro a ogni collina c’era un paesaggio ancora più bello del precedente. Poi quando abbiamo fatto il nostro ingresso in questa regione era ormai il tramonto, quindi tutto ancora più suggestivo e colorato. I canguri e le mucche insieme, e le occasionali fattorie, gli steccati… A parte i canguri, mi ha ricordato molto l’Irlanda. O la Contea degli Hobbit.
Perbacco, mi manca ancora il terzo luogo… direi King’s Canyon. Sembrava di stare sulla luna.


D: Gli australiani, che ne pensi? In cosa differiscono principalmente da un europeo, secondo te, magari prendendo come esempio un inglese, che dovrebbe essere il loro “parente diretto”? E gli aborigeni?
S: Domanda difficile, più che altro perché faccio molta fatica a generalizzare. Da quello che ho visto, gli australiani sono un popolo estremamente gentile e amichevole, sempre pronti a scambiare due parole, non importa se hai a che fare con l’impiegato delle poste, il controllore sull’autobus o il commesso di un negozio. L’australiano medio è ben disposto verso il viaggiatore e molto curioso, vuole sapere da dove vieni, cosa ti ha portato così lontano, cosa hai visitato dell’Australia e dove andrai. Avvicina l’europeo – a maggior ragione, l’italiano – con un misto di riverenza e accondiscendenza: l’australiano è affascinato da qualsiasi cosa abbia più di 200 anni, ma è felice di barattare la Storia con la pace sociale, il benessere e la natura sconfinata; è lusingato che tu abbia lasciato le rovine romane e i palazzi rinascimentali per le foreste e il deserto, ed è lieto di condividere queste ricchezze con te. Però c’è un altro lato del paese un po’ meno benevolo verso lo straniero, ed è proprio quello che con lo straniero ha più a che fare. Mi riferisco al mondo degli ostelli, delle agenzie turistiche, delle agenzie di lavoro per backpackers… Sulla carta tutti felici di accoglierti e di farti vivere l’esperienza più bella della tua vita, di regalarti soldi e farti divertire… Nella realtà, spesso gli ostelli sono strutture fatiscenti e sporche che non valgono certo il prezzo che paghi, i viaggi organizzati sono trappole per turisti e molti datori di lavoro non fanno altro che sfruttarti con il ricatto del secondo visto, magari a volte neanche ti pagano, ti sistemano in accomodation spesso non degne di questo nome, fregandosene di igiene e sicurezza.
Questione aborigena. Come ho detto prima, odio generalizzare, e odio avere pregiudizi quando viaggio, eppure con immenso dispiacere sono fondamentalmente d’accordo con chi non ha una buona opinione di loro. Non so molto della loro storia, capisco che sono stati vittime di persecuzioni e intolleranze tremende nel corso degli anni, eppure sembra che non ci sia il minimo desiderio di riscatto. Come hai detto tu, un popolo svuotato. Tuttavia non è semplice crearsi un’opinione equilibrata: ho sentito dagli australiani bianchi un sacco di storie poco edificanti a proposito degli aborigeni, ma in tutti questi mesi ho avuto modo solo una volta di parlare con un aborigeno, una chiacchierata cordiale ma che non è andata al di là del solito come ti chiami e da dove vieni. 
    
D: E per concludere, ti chiedo cosa ti resta di questi 6.300 chilometri di asfalto e terra rossa? Qual è stata la cosa più strana che abbiamo incontrato sulla nostra strada, qual è stata quella più buffa, quale quella più brutta?
S: Una cosa che è insieme strana, buffa e brutta: il turd-lizard®, l’incrocio fra una lucertola e uno stronzo! 



Ora le domande le fa Swaggirl! Come vedete, sono a corto di fantasia… D’altra parte, che cappio vuoi chiedere a uno che si è attraversato tutta l’Australia?

S: Iniziamo con una domanda banale: la cosa che ti è piaciuta di più in questo viaggio. E la cosa più buona che hai mangiato?
D: È difficile trovare una cosa sola. Se proprio devo scegliere, direi il giro che abbiamo fatto attorno al King's Canyon. Come luogo in sé voterei i Monti Olga, ma sul King's Canyon la sensazione di essere completamente soli e tagliati fuori dal resto del mondo era maggiore... e il panorama era comunque stupendo. Pure il caldo atroce mi è piaciuto, quel giorno!
Riguardo alla cosa più buona che ho mangiato... spero di non deludere i lettori scegliendo le nostre carbonare al posto di canguro, squalo, emù e coccodrillo (fra le cose "esotiche", però, scelgo quest'ultimo)!



S: Che idea ti sei fatto degli australiani?
D: Uhm... posto che non è che ci abbia poi avuto molto a che fare, devo dire che li ho trovati sempre molto cordiali e pronti a darti una mano, in modo forse più "sincero" di quello che puoi riscontrare in America, per fare un esempio.
Certo sono piuttosto tagliati fuori dal mondo e non so quanto siano "aggiornati" su quanto capita nel resto del pianeta. C'è anche da dire che ho visto quasi soltanto paesini sperduti in mezzo al nulla, probabilmente chi ci abita è strano anche agli occhi di un australiano di Sidney!
Discorso a parte per gli aborigeni, che sono veramente in una situazione triste. E la cosa più triste ancora è che molti di quelli che ho visto sembrano essere "a posto così".
Però i ragazzini aborigeni del college di Humpty Doo mi fanno pensare che pian piano la situazione cambierà!

S: A posteriori, cosa avresti preferito evitare e cosa ti spiace di non aver visto?
D: Avrei preferito evitare che si rompesse la macchina fotografica! No, scherzo... forse l'unica cosa che avrei evitato, in tutto il viaggio, è stato il tempo dedicato alla visita delle città, che però è stato comunque poco e, me ne rendo conto, necessario a riprendersi dalle fatiche del viaggio.
Mi spiace non aver visto... tante, tantissime cose. Se ripenso alle tappe del nostro viaggio, vorrei poterle estendere tutte quante, da ogni giorno tirare fuori una settimana!
In particolare, vorrei aver avuto il tempo per puntare dritto dentro al deserto. Quel cartello "Warning: no fuel for 500 km" mi è rimasto impresso.


S: Devi organizzare un altro viaggio in Australia: quali sono le nuove tappe?
D: E qui mi riallaccio alla risposta precedente. In un nuovo viaggio in Australia vorrei scoprire il deserto, viaggiandoci ancora più in mezzo di quanto non abbiamo fatto. Puntare su Perth partendo da Ayers Rock, magari, con 2.500 km di vuoto, oppure percorrere l'Oodnadatta Track nell'area di Coober Pedy. Però non dimentico che abbiamo macinato tutta la Stuart Highway, eh, mica bruscolini!
Per il resto, mi piacerebbe molto fare un salto in Tasmania, che immagino essere bellissima, e nell'area di Perth, la città e tutto l'angolo sud-ovest del continente. Poca roba, eh? E mancherebbe ancora il Queensland!

S: E soprattutto: lo faresti di nuovo in camper? Consiglieresti questo metodo di viaggio?
D: Sì, lo rifarei in camper. Magari con un camper diverso, sicuramente 4x4 e più "robusto", in modo da poter affrontare gli itinerari nel deserto di cui ho parlato.
Questo metodo di viaggio mi piace molto, ti permette di spostarti nel modo che preferisci, scegliendo la velocità di marcia che ti si addice, creandoti le tue tappe, cambiandole come e quando ti pare in base a quello che ti gira per la testa. Insomma hai una partenza e un arrivo fissi e in mezzo ci fai quello che vuoi!
Lo consiglio sicuramente... non sarà il massimo della comodità, ma credo sia il mezzo migliore per andare davvero "dentro" i luoghi che vuoi visitare, con la massima libertà possibile, senza staccare neppure per un minuto.



D: Chiudo salutando tutti i lettori del blog, che hanno avuto la pazienza di sopportare i fin troppo dettagliati resoconti della traversata vista con i miei occhi. E chiudo ringraziando di nuovo la mia ospite per avermi accolto su queste pagine e, soprattutto, per le indimenticabili tre settimane australiane vissute insieme a lei dall'altra parte del mondo. Au revoir!

S: Dal canto mio, saluto il mio compagno di viaggio e lo ringrazio per aver organizzato tutto in maniera ineccepibile, per aver sopportato le mie sclerate e per aver riempito le pagine del mio blog nelle ultime settimane.
Ma dal prossimo post si ricomincia a lavorare!

domenica 3 marzo 2013

Ringraziamento e... arrivederci



E siamo arrivati alla fine di questo lungo viaggio, all'ultimo racconto di Davide. A lui la tastiera.

La giornata inizia con un pallido sole che sorge sopra un mare così calmo che pare di trovarsi a Cesenatico. E con la solita colazione rinforzata, ché c’è bisogno di energie per tenere dietro agli ultimi passi del nostro programma!

In realtà oggi non prevediamo chissà che, tanto che la sveglia suona addirittura alle otto e possiamo fare tutto con calma olimpica, prima di salire sul mezzo e dirigerci verso l’estremità opposta dell’isola (qui ci sono due strade e ormai le conosco alla perfezione). Il sogno sarebbe proseguire fino alla punta nord-ovest, dove c’è uno splendido faro e a mezzogiorno e mezza sparano il cannone, ma la dura realtà vede 70 km di sterrato fra andata e ritorno, così puntiamo verso l’estremità sud-ovest: in fondo c’è un faro pure lì.

Prima di arrivarci però facciamo un giro nelle foreste dell’isola alla ricerca di un animale che sconfina nel mito: il platypus, altrimenti detto ornitorinco, altrimenti detto Agente P. Ora uno si aspetterebbe che un coso che finisce in “rinco” sia facilissimo da vedere: invece niente, quei cosetti se ne stanno nascosti chissà dove, nelle loro pozze, e ci fanno passare un’ora e mezza di inutile ricerca. Almeno vediamo una loro statuetta e una cangurina talmente abituata alla presenza umana da farsi fare i grattini sulla schiena.

Bella cangurina! Peccato che non ci entra nello zaino

Il faro dal canto suo è spettacolare, anche se seguendo la dovuta scaletta delle priorità, prima di andarci ci prepariamo il pranzo. Poi si scende, in un paesaggio decisamente irlandese, e si arriva a picco sulle rocce dove si frangono enormi ondate (le cui vibrazioni vengono rilevate dai sismografi posti nelle grotte che abbiamo visitato ieri, a 30 km da qui, mi sovviene ora!). Oltre alle ondate e alle rocce ci sono anche delle foche neozelandesi, a decine, che giocano, dormono, si tuffano, chiacchierano, insomma, ce n’è in abbondanza per passare una buona mezzora a bocca aperta davanti a tutto questo spettacolo.

Sulla via del ritorno si accende la spia della riserva e così decidiamo di evitare la deviazione per vedere le Remarkable Rocks (ma si può chiamarle così? E due giorni fa avevo visto pure un Mount Remarkable – un po’ come se noi avessimo Monte Sticazzi).
Al posto delle rocce ci fermiamo invece alla Koala Walk, dove in cambio di una modica cifra è possibile vedere Giles. Giles! Giles!!! O almeno credo fosse lui. Poi vabbè ci sono anche i koala, ne vediamo sette-otto abbarbicati sugli alberi e non sono niente male. Uno si muove pure, altrimenti avrei avuto il sospetto che fossero cadaveri fissati ai rami. Carini, eh, intendiamoci! E poi i soliti canguri, e anche questa è fatta.

Koala perplesso. O assonnato.

La giornata volge al termine: tempo per una capatina di 5-minuti-5 a Kingscote e poi eccoci all’imbarcadero e sul traghetto, dove compiamo la buona azione della giornata restituendo il portafoglio caduto a una coppia di italiani (è che lo avevano visto tutti, accidenti...). Poi si torna di nuovo verso Rapid Bay, perché ormai sono le otto e mezza, e ci si ritrova di nuovo in riva al mare, stavolta in compagnia di un’altra ottima carbonara e di nuovo del Dr. Horrible. Povero Dr. Horrible.

Il giorno seguente è dedicato alla visita della penisola di Fleurie, quella che da Adelaide va verso Kangaroo Island. Il programma prevede free roaming, anche per riposarci un po’, e così ci lasciamo guidare dal camper – più o meno – su e giù per le campagne inglesi di questa zona, scoprendo cascatelle dimenticate in fondo a strade rurali, scorci di panorama dove si vede il mare in fondo in fondo e, soprattutto, mosche. Tante mosche, troppe mosche, uber mosche.

Scesi di nuovo sul mare, a Victor Harbor, attraversiamo una lunga passerella per raggiungere l’isola di granito, dove dovremmo vedere dei pinguini. Il posto è bello: rocce, onde, la solita colonia di foche sull’isoletta al largo. Poi vediamo anche una strana lucertola (Turd Lizard ©2012 Swaggirl), cormorani e persino una manta, sulla via del ritorno. I pinguini invece stanno rinchiusi e per vederli bisogna pagare: grazie, allora vado a vedermeli all’acquario di Genova, così poi mangio pure una focaccia – e non una foccacia, come quelle che vendono qui.

Cosa vi ricorda?

Pasto veloce attorniati dai gabbiani e poi si riparte verso la McLaren Vale, una delle due zone vinicole che circondano Adelaide (questa sta a sud, mentre a nord c’è la Barossa Valley). Siccome io e Ilaria siamo astemi (ehm), ci limitiamo a fare un bel giro di una trentina di km guidando fra vigneti e colline che pare di essere in Toscana. Alla lontana, eh. In realtà avremmo potuto fermarci in 4-5 cantine per fare assaggini di cibo e di vini, come prevedeva il nostro programma iniziale, ma alla fine ci è passata la voglia, il nostro orgoglio di italiani ci ha impedito di alimentare l’industria vinicola locale.

Free roaming o meno, iniziamo a essere stanchi... ormai le fatiche si sono accumulate. Così svoltiamo decisi verso la città e verso il campeggio, vicino al noleggio dove rendere il camper e all’aeroporto. Eh sì, ormai manca poco, e inizia a spuntarmi la lacrimuccia...

Il campeggio ci accoglie con una bandiera dell’Unione Europea e con una spiaggia a 100 metri dal camper, così ci concediamo una bella passeggiata prima della pasta ai tre formaggi serale, accompagnata dal goon rimasto. La serata vede di nuovo il turno del Dr. Horrible (povero Dr. Horrible... però adesso basta!) e poi una bella notizia editoriale arrivare dall’Italia, così si va a dormire contenti, soprattutto la scrittrice del piano di sopra.

Che dire della giornata seguente? Poche cose: una corsa mattutina in riva all’oceano (non potevo non correre neppure una volta in Australia), una corsa per lavare e riconsegnare il camper, una corsa per visitare alla buona il centro di Adelaide, che non offre praticamente nulla da vedere se non le decorazioni natalizie, che continuo a trovare incredibilmente strane con questo caldo. 

Abbigliamento poco adatto al clima

Intendiamoci, sembra una città piacevole e vivibile, fra l'altro con un'area centrale stranamente isolata da tutto il resto da una specie di cintura di verde, però anche questa volta la città australiana non mi colpisce particolarmente. Uhm, in effetti togliamo "anche questa volta", visto che Adelaide è l'unica città degna di questo nome che ho avuto occasione di visitare.

Alla fine del giretto la stanchezza accumulata in tre settimane si fa sentire e torniamo in taxi al nostro campeggio, visto che oramai siamo orfani del camper. Per fortuna che il bungalow ha l’aria condizionata, così ci si può concedere un po’ di refrigerio.

Poi arriva la sera, il momento di far fuori le provviste, di chiudere la mia valigia... e di salutare Ilaria. Cosa che a dire il vero avviene alle cinque della mattina seguente, quando ha inizio il mio viaggio di ritorno. L'ultima levataccia, dai! Ancora poche ore e le ruote dell'aereo si staccano dalla pista di Adelaide, che sparisce velocemente alla vista sotto di me, e cala il sipario.

È stato meraviglioso!

Allora bisogna organizzare un altro viaggio! Ma magari aspettiamo un po', eh... prima riprendiamoci dalle fatiche di questo. Credo che un'immagine possa aiutarci a dare l'idea della portata della nostra impresa:



Secondo Google Maps sono 3.000 km. Ma fra deviazioni, strade smarrite e ripassa dal via ne abbiamo fatti più del doppio! E il van ha resistito miracolosamente e dignitosamente (più o meno). Cosa più importante: Davide è sopravvissuto all'Australia! Mi sembra un risultato di tutto rispetto.
Bene, ringrazio il mio compagno di viaggio per questa indimenticabile esperienza e per avermi portato un pezzetto di casa. Ma non è ancora il momento del congedo!

martedì 19 febbraio 2013

A grandi salti verso Kangaroo Island



In teoria il programma prevede un’intera giornata a Port Augusta e questo comporta il fatto che la sveglia per Ilaria sia fissata tardi, dove tardi è da intendersi con le ore 8. Mi immagino le maledizioni quando apro la porta del camper per avvisarla che è ora di svegliarsi (io, naturalmente, sono in piedi almeno dalle 6).

Dal momento che vogliamo prendercela comoda, la prima tappa è la biblioteca cittadina, dove si naviga un po’ su Internet: poco però, perché c’è il limite dei 50 MB, così non riesco neppure a caricare qualche fotografia. Quando ci decidiamo a muovere qualche passo per la cittadina, ormai è quasi mezzogiorno.

Veduta omnicomprensiva di Port Augusta

Port Augusta si rivela carina, pulita, con delle belle casette, tanti parchetti e soprattutto il mare, che non fa mai male. Approfittando di una mappa super-dettagliata mi improvviso guida turistica e conduco Ilaria nella carrellata degli edifici storici della città. Che, per inciso, comprendono anche la macelleria, il cui ingresso è sovrastato dalla testa di un toro macellato nel 1927. Provano a venderci dei materassi per strada, facciamo un po’ di palestra all’aperto e seguiamo una coppietta aborigena fan degli AC/DC. E questo è quanto, alle 14 scarse ci troviamo ad aver esaurito qualsiasi cosa si possa fare da queste parti, per cui prendiamo la decisione di iniziare il viaggio verso Adelaide, in modo da avere una tappa più corta il giorno seguente.

L’idea sarebbe quella di procedere lungo la costa, ma ben presto Ilaria chiude gli occhi sul sedile del passeggero. Quindi decido di prendere la strada interna, allontanandomi dalla costa, e inizio ad accarezzare l’idea di puntare direttamente verso l’imbarco per Kangaroo Island, 450 km più a sud.

Ma non ho capito, approfitti dei miei momenti di assenza per stravolgere i programmi di viaggio?

Quando la mia navigatrice si sveglia, siamo già a un centinaio di km da Adelaide e procediamo spediti, quindi decidiamo di prenotare il traghetto per l’isola. E qui inizia l’avventura, perché la linea cade, ricade, riricade, ririricade. Jacintha, la tizia del servizio clienti, diventa in pochi minuti la donna alla quale ho fatto più telefonate in tutta la mia vita. E, by the way, alla fine mi hanno fatto due prenotazioni, una a nome di Davide Solditi e Rlaia Sufè. No, dico: Rlaia Sufè.

Potrei riempirci un elenco del telefono con tutte le nuove versioni del mio nome. Ma questa le batte tutte.

Attraversiamo Adelaide nell’ora di punta, senza mai perderci una sola volta. Dovremmo provare a fare qualche rally, andremmo alla grande! E subito dopo il panorama si trasforma e pare di stare in Italia, fra vigneti, dolci colline, fattorie e cavalli. Poi però dai prati spuntano le testoline dei canguri, a decine, ovunque, e capisci che sei ancora in Australia. Ci troviamo nella penisola di Fleurie, in un paesaggio davvero stupendo, mentre la distanza da Cape Jervis e dal traghetto si accorcia. Visto che l’imbarco è la mattina seguente, però, decido di buttarmi in una stradina laterale verso Rapid Bay, per passare la notte da qualche parte vicino al mare.

E faccio centro, perché finiamo in un campground dove parcheggio a una decina di metri dall’oceano (e a oltre cento metri dai bagni, con grande disappunto di Ilaria). Arriva subito un vecchietto a riscuotere i 12 dollari per la nottata e poi ci chiudiamo dentro: fa freddo, tira vento e piove. Però soffritto, pasta al sugo e poi qualche bicchiere di goon fanno in modo che all’intero del camperino si stia molto bene, fino alla conclusione della serata. Povero Dottor Horrible...

E voglio aggiungere: niente docce né elettricità. Poveri noi…

Ma devo ammettere che tutto ciò ha un suo fascino

E che spettacolo la mattina seguente! Tiro la tenda e guardo direttamente le onde, esco e posso camminare sulla spiaggia deserta, quando ancora sta sorgendo il sole. Una di quelle cose che non ti dimentichi più, insomma. Un po’ come tutta questa vacanza.

Un paio d’ore dopo, alle 10, siamo pronti a salpare le ancore: pronti via e si balla, le onde sono molto alte e mi vedo costretto a rinunciare al proposito di restare all’aperto, aggrappato alle balaustre come un lupo di mare, visto che il vento minaccia di sollevarmi di peso. Insomma: poltrona in prima fila e si guarda il mare per 45 minuti dal finestrone della nave.

Siamo così a Kangaroo Island, l’ultima grande tappa del mio tour australiano. Appena si sbarca si parte filati per la prima destinazione, Seal Bay, ché non c’è tempo da perdere – questi ultimi giorni stanno scivolando sempre più nel turboturismo! Per fortuna le distanze su Kangaroo Island sono piuttosto brevi, così non ci vuole molto e il trasferimento scorre via senza nulla da segnalare se non un serpente probabilmente finito sotto la macchina (che dire... sembrava un bastone, se ne stava lì dritto senza muoversi, ‘sto pirla). A proposito di incidenti, ma gli australiani non potrebbero spostare le carcasse degli animali che tirano sotto? Almeno quelle di peso superiore ai 30 kg che restano in mezzo alla strada, su... sembra di guidare nel mezzo di un cimitero di creature pelose!

Iniziamo con un lungo giro sul boardwalk che sovrasta la costa, alta, spoglia e battuta da un vento freddo: a entrambi sembra di essere tornati indietro di tre anni e di trovarci a camminare sul margine delle scogliere del Donegal, nella lontana Irlanda. Sotto di noi, in lontananza, vediamo i primi leoni marini e lo scheletro di una megattera che è venuta qui a morire. Poi rientriamo al centro visitatori, dove l’addetta alla biglietteria è un’asiatica australiana che 20 anni fa ha vissuto a Cerchiate di Pero (posto che esista un posto dal nome simile) e parla ancora molto bene la nostra lingua. Della serie, piccolo il mondo, eh! Sborsiamo il dovuto e ci spostiamo sulla spiaggia in compagnia della nostra guida, Don, un simpatico signore sulla sessantina (che sembra essere alticcio), di poche altre persone e di un sacco di leoni marini, animali teneroni e pigri. A loro difesa, voglio specificare che trascorrono tre giorni a caccia in mare aperto, senza mai dormire, prima di tornare a spiaggiarsi per altrettanti giorni – diciamo che la loro pigrizia è più che giustificata, insomma! 

Uno degli esemplari più vispi

Fra cuccioletti pacioccosi, femmine aggraziate, maschi immaturi e ciccioni dominanti (devono mettere su grasso: quando arriva il momento di lottare per l’accoppiamento non mangiano per sei settimane. E la femmina “ci sta” per una sola giornata. Ogni anno e mezzo. Scusate, lo ripeto: un giorno ogni anno e mezzo.) trascorriamo un’oretta veramente piacevole, prima di spostarci al Little Sahara, vale a dire quattro grosse dune di sabbia capitate chissà come nel mezzo del bush dell’isola, tutte da scalare mentre attorno a noi sfrecciano i sandboarder. Il vento solleva un sacco di sabbia, che sicuramente ritroveremo ovunque nel corso delle prossime 3-4 settimane.

Dall'Irlanda al Sahara!

Dopo questa passeggiata scalzi fra le dune procediamo ancora, fino a raggiungere le Kelly Caves, dove riusciamo a prenotare l’ultima visita della giornata. Facciamo un giretto e poi aspettiamo all’ingresso delle grotte, per renderci conto che il gruppo è costituito soltanto da me e da Ilaria e che la nostra guida sarà il simpatico nerd che ci aveva staccato i biglietti un’oretta prima. Si apre la porta, si scende una scala dalla pendenza improbabile e ci si tuffa nelle viscere della terra.
Sinceramente in vita mia ho visto grotte molto più grandi e belle di queste. Anzi, credo che queste siano le grotte più miserine che io abbia mai visitato: ma è stata senza ombra di dubbio una delle visite più interessanti! Siamo solo in due e la nostra guida dopo un iniziale imbarazzo (è pur sempre un nerd) e alcune improbabili pose esplicative inizia a sciogliersi e a raccontarci tutti i segreti delle sue caverne. In quaranta minuti ci parla della loro storia, di turisti smarriti, di ragni sfigati che entrano credendo di trovare chissà che e finiscono per morire di fame. Poi spegne tutte le luci tranne una piccolissima candela e ci fa vedere come si esplorava ai tempi dei primi visitatori (un ambiente molto romantico, ma scommetto che loro non ci badavano), poi spegne anche la candela per farci capire cosa si prova quando ci si perde e tutte le fonti di luce si esauriscono. Credo che potrei impazzire nel giro di 30 secondi in quel buio totale!

Ma dobbiamo scendere là sotto?
 
Molto interessante davvero, ma ormai sono le 5, la sua giornata lavorativa è finita e, in un certo senso, è finita anche la nostra. Niente più visite per oggi, si punta in direzione di Kingscote, la “capitale” dell’isola. Ilaria recupera le fatiche delle visite dormendo lungo il tragitto e in un’oretta circa raggiungiamo il campeggio dal quale sto scrivendo in questo istante.

Chi non mi conosce deve pensare che io sia affetta da narcolessia.



La serata si conclude con salsicce di dubbia qualità, ancora tanto vino rosso, un po' di risate e parecchia stanchezza, al punto che finiamo per spegnere presto la luce.
Buonanotte!

Però abbiamo camminato tanto, oggi...

522 km
 Km totali percorsi: 27.870. E abbiamo pure preso il traghetto.