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lunedì 18 marzo 2013

Matrimonio all'australiana

È mattina presto, ancora buio, quando mi sveglio per salutare Davide. Sono un po’ assonnata, e soprattutto sono negata per i saluti, ho sempre una gran fretta di concludere. Ecco la fine di 3 settimane intense e ricche di esperienze! Rivedrò il mio amico fra un numero imprecisato di mesi. Gli lascio un po’ di zavorra da riportare in Italia, e soprattutto saluti e affetto per tutti gli amici che mi aspettano a casa.

E dopo pochi minuti sono di nuovo da sola. Sono le 5 del mattino, devo liberare la stanza alle 10, quindi direi che posso prendermi ancora qualche ora di sonno. Però non è facile, un po’ per la malinconia dell’addio, un po’ per il pensiero della valigia da sistemare per l’ennesima volta, infine per la nuova incognita alle porte: chi saranno i miei nuovi ospiti? Max, quando ha saputo che il mio viaggio con Davide avrebbe avuto come meta finale Adelaide, mi ha raccomandato di fargli sapere quando sarei arrivata nella capitale del South Australia, perché lì ha degli amici che avrebbero potuto ospitarmi. Quindi alle 10, con tutti i miei averi miracolosamente impacchettati, mi reco alla reception per il check out e attendo l’arrivo di Andrew e Wendy, che si presentano venti minuti dopo. Una coppia molto cordiale, sulla cinquantina, che vive in un sobborgo sulle colline, in una casa circondata dal bush. Starò da loro qualche giorno, prima di partire un’altra volta. Non appena arriviamo a casa, mi mettono in guardia: “Occhio ai serpenti.” “Ce ne sono molti?” “Un po’, ma niente di cui preoccuparsi.” “Velenosi?” “Sì, ma niente di cui preoccuparsi.” Mi sembrano affermazioni discordanti. “Ora andiamo a portare a spasso il cane, se ti va puoi venire anche tu! Faremo un po’ di koala sighting!” “Ma se devo guardare in alto per avvistare i koala, come faccio a vedere i serpenti…?” Fortunatamente la mia apprensione si rivela infondata, e alla fine del velocissimo giro (non perché sia breve, ma perché Andrew e Wendy sono camminatori rapidissimi! Da mettere in imbarazzo la mia andatura da pendolare) i koala vincono contro i serpenti per 23 a 0. Se penso che a Kangaroo Island ho pagato per vedere 4 striminziti esemplari…


A parte questa avventura nel bush, passo il resto del tempo a ciondolare per la casa, con due eccezioni: il giro in città per fare gli acquisti di Natale e darmi una sistemata dopo le 3 settimane on the road (specie in vista del prossimo evento mondano), e il concerto di Natale organizzato dalla parrocchia frequentata da Wendy. Un concerto particolare: si tratta del Messia di Haendel (quello di Aaaalleluia!Aaaalleluia! Alleluia! Alleluia! Allee-luia!) eseguito da coro, solisti e pubblico! All’ingresso si ritira il libretto, si viene indirizzati dalla direttrice del coro a destra o sinistra, a seconda di quello che ti senti di essere, e poi si canta tutti insieme. Jesus Christ Sing Along. Io mi sono limitata ad ascoltare, ma è stata un’esperienza interessante. Non mi sono neanche addormentata. E nell’intervallo ci è stato offerto il rinfresco!
Per il resto, non ho molto altro da dire su Adelaide. Non sembra una brutta città, circondata com’è da un parco gigantesco e da belle colline coperte di vigneti. Ma ero davvero troppo stanca per godermela, quindi mi riservo il diritto di ritornarci in futuro. Adesso, come dicevo, si riparte: c’è da prendere l’aereo che mi riporterà a Brisbane. Tuttavia la mia prossima tappa non è nel Queensland, bensì qualche chilometro più a sud: si ritorna a Byron Bay! E perché ritorni a Byron Bay? Per il matrimonio di Bellapasta e Night Watcher!

Ve li ricordate, vero? Il mio primo weekend australiano! Allora mi annunciarono la decisione di convolare a nozze proprio in quel luogo, con una cerimonia sulla spiaggia, e mi invitarono alla cerimonia. Per l’occasione mi sono fatta mandare dall’Italia mezzo corriere – Davide – non uno ma tre abiti, e le mie scarpe rosse tacco 25. Io arrivo la sera prima del matrimonio, giusto in tempo per l’addio al nubilato. Mi reco all’ormai familiare YHA, dove gli sposi hanno prenotato la camerata per gli invitati, ed ecco i miei amici! Che bello vederli di nuovo, soprattutto in una simile occasione. Faccio inoltre la conoscenza di due invitati giunti apposta dall’Italia, Paola e Alessio il quale, per il potere conferito dalla più stretta necessità, è stato dichiarato padre della sposa. L’atmosfera è un po’ agitata, e non nel senso più comune del giorno che precede un grande evento: pare infatti che la spiaggia prescelta per la cerimonia sia… scomparsa. Mangiata dalle onde. Bisogna individuare una nuova location. Bellapasta nel frattempo deve ancora scegliere cosa indossare, se andare sul classico abito bianco o se optare per un azzurro mare. La sposa però sembra la più tranquilla di tutti. Io stessa devo ancora decidere cosa mettermi, e sembro più agitata di lei! 

Opzione #1


Opzione #2
Intanto gli invitati si palesano alla spicciolata: Dominik, il pilota, che ovviamente sarà l’autista della sposa, Silvia, una delle testimoni, che ho mancato per un soffio a Cairns, e infine anche la mia amica “toccata-e-fuga” Luciana! Come promesso a Cairns, ci rivediamo esattamente un mese dopo l’eclissi. Lei sarà l’altra testimone: con Silvia ha avuto la pazienza e la fortuna di trovare due abiti identici. Va’ come stanno bene!


L’addio al nubilato scorre in maniera molto sobria: kebab, acquazzone e birra. Siamo tutte stanche, all’1 siamo già a letto. Mi è giunta voce che l’addio al celibato abbia preso tutta un’altra piega…

Ed è la mattina del grande giorno. Il mio pensiero fisso fin dal risveglio è che devo stirarmi l’abito. Alla fine ho scelto il più sbarazzino, eccomi.


La cerimonia è alle 12, in teoria c’è tutto il tempo per prepararsi. Dobbiamo andare a fare la spesa, comprare le ultime cose per il pranzo di nozze, che sarà un barbecue sulla spiaggia. Io, Paola e Alessio ci incarichiamo degli acquisti. Mentre siamo al supermercato, Paola ha una grande idea: “La sposa ha il bouquet dei cinesi… perché non gliene prepariamo uno noi?” ed è venuto fuori un LA-VO-RO-NE! La lotta per accaparrarselo sarà senza esclusione di colpi! Alle 11 lo sposo parte per la spiaggia insieme agli amici per andare a preparare la location e per incontrare la celebrante. Poco dopo però arriva una telefonata angosciante da parte dello sposo: “È sparita la spiaggia!” “DI NUOVO???” E, all’ultimo minuto, tocca scegliere un nuovo punto per la cerimonia. In tutto questo, la sposa è rimasta serafica. La più serena di tutti. Ha infine scelto il vestito, è andata sulla tradizione. Mentre dà tranquille direttive, Luciana e Silvia le sistemano l’acconciatura. Nel frattempo arriva l’ultima invitata, Genny da Brisbane, e insieme io e lei ci facciamo dare un passaggio in spiaggia da Dominik.

Lo spettacolo è stupendo: due bandiere bianche segnalano l’inizio della “navata”, tracciata sulla sabbia con delle pietre. Da un lato Alberto, l’invitato addetto alla colonna sonora, traffica con l’impianto audio; dall’altro lato è stato sistemato un tavolino con il registro da compilare alla fine della cerimonia. Il percorso termina in un cerchio, dove prenderanno posto gli sposi e la celebrante.

E c'è anche la tavola da surf
Gli invitati, in tutto una quindicina di persone provenienti letteralmente da ogni parte del mondo (io sono l’australiana che ha fatto più chilometri per essere qui), ingannano l’attesa chiacchierando e chiedendo gentilmente ai bagnanti intorno di levarsi dal campo della macchina fotografica. Lo sposo, il più agitato di tutti, discute con la celebrante, quarantenne rampante che pare uscita da Dynasty. A un certo punto, tutti gli invitati si mettono a lanciare grida d’entusiasmo e a indicare un punto nell’oceano: delfini! Quattro delfini che giocano e saltano fra le onde! Peccato non abbiano aspettato ancora un po’, sarebbe stato un effetto speciale meraviglioso. Poco dopo, non paga dello spettacolo che ci ha già offerto, la giornata ci manda un aereo che solca il cielo in stile Frecce Tricolore. Ok, ora manca solo la sposa. Che giunge preceduta dalle sue testimoni, recanti le ampolle per la cerimonia della sabbia che concluderà il matrimonio. Alberto fa quindi partire la musica, e la sposa scende in spiaggia accompagnata da papà.



Ora, io ai matrimoni piango. Sempre. In genere all’inizio, quando arriva la sposa. Al matrimonio della mia amica Francesca, sono crollata quando lo sposo ha cambiato la formula di rito e l’ha resa un po’ più speciale. Al matrimonio di mia sorella è stato tutto così veloce che non ho fatto neanche in tempo a piangere, ma ci ho provato. Qui ho pianto dall’inizio alla fine. Dalla sposa che passa fra le bandiere mosse dal vento sulle note di One Love (ottima scelta, Night Watcher!), al saluto di papi agli sposi, alle parole della celebrante. Attimo di pausa, vedi lo sposo che piange anche lui, vedi gli invitati che piangono tutti, e giù di nuovo a piangere. Gli anelli! Oddio dove sono gli anelli, che dovrebbero essere nelle mani di Silvia? Grazie al cielo gli anelli in qualche maniera saltano fuori, e la cerimonia richiede che tutti gli invitati li ricevano e li consegnino infine a Luciana, che al momento giusto li darà agli sposi. Qualcuno (ehm…) cita addirittura uno dei 7.000 matrimoni di Beautiful, quello in cui Brooke arriva a cavallo sulla spiaggia per sposare – di nuovo – Ridge. E poi il momento dei voti. Il momento in cui pure la sposa cede e versa una lacrima. Il pubblico si scioglie. Mi commuovo ancora solo a scrivere. E finalmente sposi.



Applausi, musica, baci e abbracci. E, con un tempismo perfetto, di nuovo l’aereo! Quindi ci si sposta tutti verso il tavolino, dove con orrore scopriamo che il certificato riporta i nomi pieni di errori di ortografia. E pensare che il giorno prima la celebrante aveva chiamato Bellapasta per farsi ripetere nomi e cognomi corretti… Vabbeh, non sarà questo a rovinarci la giornata! C’è ancora la cerimonia della sabbia da eseguire. Silvia e Luciana consegnano le loro ampolle agli sposi, piene di sabbia azzurra e rosa, e insieme marito e moglie le vuotano in un vaso più grande, a forma di cuore. Poi tutti i partecipanti sono invitati a prendere un po’ di sabbia da terra e versarla nel cuore. Infine, la celebrante festeggia gli sposi con una bottiglia di champagne.

Ma sto fotobomber?
E che la festa abbia inizio! Ancora foto sulla spiaggia, qualcuno entra in acqua, e… oh! E il lancio del bouquet? Tutte in fila dietro la sposa, con la componente non italiana del gruppo particolarmente agguerrita, mentre noi si nicchia ai margini. Parte il bouquet, partono gomitate e spintoni...



e il premio se lo aggiudica una ragazza inglese di cui ahimè non so il nome. So che si era offerta di suonare l’ukulele durante la festa, ma credo che la gioia del bouquet le abbia fatto dimenticare l’impegno preso. È giunta l’ora di spostarsi nella zona barbecue, 10 metri più in su. Zona particolarmente affollata, data l’ora, ma in un modo o nell’altro ricaviamo lo spazio necessario per le nostre salsicce, consumate nel giardinetto lì vicino. Una grigliata proprio come si deve! Peccato che l’alcol vada consumato un po’ in sordina… Un amico della coppia, un tipo tedesco di cui ahimè non so il nome, si presenta alla fine della cerimonia con due involti di carta stagnola che hanno tutta l’aria di essere dei kebab. E invece sono birre, doni per gli sposi! Svaccata nell’erba con panino e patatine, penso che si tratta del pranzo di nozze più rilassato cui abbia mai preso parte. Anzi, tutto il matrimonio è il matrimonio più rilassato, incredibile e indimenticabile (con l’eccezione di quello di una certa parente stretta) cui abbia mai preso parte. Un raduno di amici che, così lontani da casa, rappresentano gli uni per gli altri la famiglia che sta a migliaia di chilometri di distanza. Un momento di vera gioia nel ritrovarsi e nel celebrare insieme la felicità di Bellapasta e Night Watcher.
Ma purtroppo anche le cose belle finiscono, spesso molto prima di quelle brutte. Alcuni invitati già si ritirano a metà pomeriggio, qualcuno neanche fa in tempo a mangiare il dolce, un buonissimo tiramisù proveniente da una pasticceria francese di Byron.

La torta nuziale

Silvia e Paola, coraggiose, vanno a fare il bagno, ma il tempo, così clemente durante la mattinata, inizia a fare i capricci. Piove per 10 minuti e tira un vento freddo. L’unico riparo che abbiamo sono gli asciugamani che abbiamo portato come tovaglie. È proprio ora di tornare in ostello. Dove, nella migliore tradizione italiana delle giornate dei pranzi luculliani, qualcuno chiede: “E per cena che facciamo?” “Ma che, sei matto, vuoi mangiare ancora?” “Potremmo prendere una pizza…” “Beh, perché no…” e la combriccola finisce la giornata nella maniera più italiana possibile, come un sabato sera casalingo: pizza e coca cola. Poco importa se qui la pizza è coperta di pollo e ananas…
E il giorno seguente è di nuovo l’ora dei saluti: Luciana parte prestissimo per Cairns, Genny è tornata a Brisbane addirittura poche ore dopo la cerimonia, Silvia partirà fra poco. E pure io ho la valigia pronta per la prossima tappa. All’ingresso dell’ostello auguro a Paola e Alessio un piacevole proseguimento in Australia e un buon rientro in Italia; abbraccio gli sposi, li saluto e li ringrazio per avermi voluto al loro fianco in questa splendida giornata. “E ci vediamo presto, ok?

Oggi sposi!
E vediamo quanti chilometri ho macinato per poter prendere parte a questa giornata:

1.600 km








Km totali percorsi: 29.470


lunedì 19 novembre 2012

Ragni, serpenti, scorpioni, zanzare e cetrioli di mare



Ora, con tutta la roba che ho da raccontare in questo nuovo post, penso che non sia necessario soffermarsi sul mango gigante di Bowen 


o sulla cena consumata in mezzo alle zanzare sul retro dell’UT sul ciglio di un anonimo campo di canna da zucchero in fuga da quella tristissima cittadina fantasma che è Ingham.


Addentriamoci invece nel Queensland settentrionale, ricco di coralli rossi e foreste verdi. Ci avviciniamo sempre di più a Cairns, e il paesaggio cambia drasticamente: senza preavviso spuntano fuori colline coperte da una giungla fitta fitta, alcune vette sono avvolte da una leggera foschia, il cielo è coperto. Una visione tropicale. Cairns è il capoluogo del Far North Queensland, si affaccia sul mare e alcuni di voi potrebbero averne sentito parlare ultimamente per via di un’eclissi totale di sole. Ricordatemi di tornare in seguito sull’argomento. Shane ha appuntamento con un suo ex-collega nel tardo pomeriggio, quindi prima di arrivare in città abbiamo tempo per fare una deviazione: Josephine Falls e Golden Hole. Il bello è che l’Australia è disseminata di attrazioni del genere e le distanze sono talmente vaste che decidere all’ultimo minuto di allungare il giro di una ventina di km è completamente ininfluente sullo svolgersi dei vostri programmi, anzi è raccomandabile. Se non altro avrete qualcosa da raccontare oltre a: deserto, bush, strada, autotreno, canguro morto. Non hanno neanche i caselli a interrompere un po’ la monotonia della guida. Che paese disgraziato, eh?
 
Dunque, Josephine Falls, oltre a essere un posto bellissimo, va segnalato anche come il luogo dove per la prima volta ho visto un serpente. Non che l’abbia visto proprio bene bene. Impegnata a chiacchierare, non noto che due turisti si sono fermati pochi metri più avanti a noi sul sentiero che porta alle cascate. Shane invece lo vede subito e attira la mia attenzione: “Serpente!” Io salto dalla parte opposta, per quanto possibile stacco disperatamente i piedi dal suolo e faccio in tempo a vedere una cordicella che striscia via lentamente e minacciosamente. Mi sono sempre immaginata che i serpenti si muovessero rapidi, a scatti (e probabilmente lo possono fare), ma questo lento serpentello smonta le mie aspettative ed è in qualche modo ancora più spaventoso. Come se fosse talmente pericoloso da non doversi neanche preoccupare di mettersi al sicuro in maniera repentina. In breve però scompare, e sono sollevata. O forse non dovrei essere sollevata, perché adesso non lo vedo più e potrebbe attaccarmi ancora più facilmente? “Fossi in te non mi preoccuperei troppo del serpente. I drop bears sono molto più pericolosi.” “I che?” “Drop bears. Attaccano i bambini che si allontanano dal sentiero. E i turisti. Stai camminando tranquillamente nella foresta, e quando meno te l’aspetti… bam! Ti piombano sulle spalle e non hai più scampo.” Sono scettica, ma Shane continua: “Il mese scorso una coppia di tedeschi è scomparsa da queste parti. Si pensava a un coccodrillo…” “Coccodrillo?!” “…invece erano drop bears.” “Mi prendi in giro.” “Pensa quello che vuoi. Io però resterei sul sentiero, se fossi in te.” Che gente, gli australiani. Non gli bastano tutte le cose potenzialmente letali che già si ritrovano in casa, sentono anche il bisogno di inventarsi leggende metropolitane su fantomatiche creature killer. “Così i bambini imparano a non allontanarsi da soli nella foresta.” Una specie di uomo nero, insomma. “E ci divertiamo un po’ alle spalle degli overseas.” Overseas sono tutti coloro che arrivano dall’altra parte dell’oceano, come avrete intuito. Che veniate dal Brasile, dal Belgio o dal Burkina Faso, sarete tutti overseas.

Rimettiamoci lesti in cammino, che è tempo di arrivare a Cairns e, leggenda o meno, non vorrei indugiare nella foresta più del necessario. A Cairns però c’è un cambio di programma: l’amico di Shane ci dà buca, quindi ora abbiamo qualche ora libera, che decidiamo di impiegare per decidere il da farsi. E per fare il bucato. Davanti al movimento ipnotico del cestello della lavatrice, stabiliamo le prossime mosse: siamo a Cairns, l’imperativo categorico comanda l’escursione sulla barriera corallina e nella foresta tropicale. Un po’ meno d’obbligo, ma Shane mi assicura che ne vale la pena, è il giro sul Kuranda Scenic Railway. Il piano è fatto. Ritiriamo il bucato, impacchettiamo tutto e abbiamo ancora un sacco di tempo libero! Di fronte alla lavanderia c’è una sala giochi: è arrivato il momento della grande sfida Australia-Italia. Le discipline previste sono: corsa automobilistica, hockey da tavolo, danza libera e tiro allo zombie.

E nel tardo pomeriggio, esecuzione del clown!
Modestamente, ho eccelso in tutto escluse le macchine. L’onore del paese è salvo. Ora possiamo anche spostarci a Port Douglas, centro turistico VIP poco più a nord di Cairns, punto di partenza per la gita in mare.

Che si svolge nel seguente modo: alla marina di Port Douglas ci imbarchiamo sulla Quicksilver, imbarcazione che ci porta su una piattaforma a circa un’ora e mezzo dalla costa, proprio sulla barriera. Durante la traversata i membri dello staff distribuiscono bevande, biscotti e pastiglie per il mal di mare. Fortunatamente questa volta la barca è molto più stabile e il vomitino è scongiurato. Sfortunatamente, il tempo è davvero inclemente: vento e pioggia. Ma vabbè, ci saremmo bagnati comunque, dal momento che vogliamo rifare snorkeling. Anzi, di più: fra le attività incluse nell’escursione c’è la camminata sottacqua. Ti piazzano in testa uno scafandro e scendi su una passerella sommersa, in mezzo a pesci, coralli e altre creature bizzarre  


ti fanno le foto, assisti al fish feeding e cerchi disperatamente di non mollare il corrimano, per evitare questo:


E senza bagnarvi i capelli! Se non sono già fradici per via della pioggia che vi siete presi sulla piattaforma. La passeggiata dura circa 40 minuti, poi si torna in superficie ed è il momento del giro in sottomarino. Semi-sottomarino. Una struttura che viaggia sommersa per metà, la cui parte inferiore, dove prendono posto i passeggeri, è costituita da una camera con le pareti di vetro. Non adatto a chi soffre di claustrofobia. Ma ancora una volta un po’ di patimenti sono ripagati da uno spettacolo eccezionale: ecco la famosa barriera corallina. Difficile stimare la profondità in acqua, ma sotto di noi si estende un sottobosco di piante, coralli, pareti rocciose, un labirinto coloratissimo e che si estende all’infinito.

La cosa che preferisco in assoluto è il corallo blu, un colore così vivace e brillante che risalta come poche altre cose qui sotto. I pesci sembrano avvezzi al sottomarino (che, in effetti, passando ogni 45 minuti, è più frequente di certi altri spettacoli), mentre noi poveri umani rimaniamo sbalorditi da tutto: “Foto, lì!” “Guarda che meraviglia!” “Tartaruga, tartaruga!” E la guida: “Alla vostra sinistra potete vedere uno squalo…” “Squalo?! Dove???” A ogni colonia di coralli penso che sia la cosa più bella che abbia visto qua sotto, ma mi tocca puntualmente ritrattare per tutta la durata del giro. 45 minuti dopo riemergiamo un po’ sballottolati (ma mai ai livelli della Blizzard) e ci prepariamo alla nostra parte preferita: lo snorkeling. Stavolta siamo pronti ad affrontare il livello di difficoltà maggiore, snorkeling in alto mare con condizioni meteo avverse. Che angoscia. Il boccaglio è sempre pieno d’acqua, fa freddo e la maschera va un po’ dove le pare. Le onde mi trasportano oltre le boe che stabiliscono il limite delle acque sicure, e spesso vado a cozzare contro gli altri snorkelisti. In più, i pesci ci sfottono e stanno tutti vicini al trampolino di lancio: insomma ne vedremmo di più e più facilmente rimanendo con i piedi saldi sulla piattaforma. E fa freddo. Decidiamo di uscire, tanto è quasi ora di tornare sulla Quicksilver e rientrare a Port Douglas.



Dove non ci fermiamo a lungo: appena sbarcati, montiamo in macchina e partiamo per raggiungere Cape Tribulation, il punto più a nord d’Australia raggiungibile senza 4x4. Il nome non promette molto bene, vero? Confesso che non ho studiato la lezione e non so esattamente cosa accadde al Capitano Cook quando arrivò da queste parti… Noi ci inoltriamo molto tranquillamente nella foresta pluviale, lungo una strada che si chiama appunto Cook Highway, ogni tanto ci affacciamo su spettacolari spiagge che alla luce del tramonto diventano se possibile ancora più belle, incrociamo un sacco di cartelli che ci assicurano che la zona è popolata di cassowary, una specie di struzzo coloratissimo e molto aggressivo (pare che nel recente passato un ragazzo di 16 anni sia stato sgozzato dagli artigli di un esemplare piuttosto irritato). Infine eccoci al Daintree River, un buon posto se siete alla ricerca di coccodrilli. Attraversiamo il fiume a bordo di una chiatta e procediamo nella foresta. Ormai è buio, la strada è tortuosa e mi chiedo se troveremo mai il Cow Bay Motel. Per fortuna dopo una decina di minuti i cartelli che incontriamo ci rassicurano: siamo nella comunità di Cow Bay. Mi domando come dev’essere aspettare il pullman per andare a scuola sul ciglio di una strada che si snoda nella giungla. La questione assorbe così tanto la mia attenzione, che a momenti manco l’insegna del motel; per fortuna, Shane no. Scarichiamo la macchina, ceniamo al pub del motel e ce ne andiamo a dormire, ché domani sarà impegnativa.

Impegnativa perché stiamo visitando un luogo particolarmente impervio e ostile del paese: passeggi nella giungla e ci sono in agguato serpenti, ragni e drop bears; ti avvicini alla spiaggia, abbondantemente percorsa da torrenti che si gettano in mare, e i cartelli ti suggeriscono di non nuotare lì perché potrebbero esserci i coccodrilli;


ti avvicini ancora di più al mare e pensi di essere al sicuro, e ti fanno sapere che stiamo entrando nella stagione delle meduse.


Paesaggi meravigliosi come sempre, eh. Ma non so se potrei reggere a lungo tutto questo. “Ok, ok ci spostiamo. Torniamo verso sud, tanto più in su non si può salire. E domani dobbiamo andare a Kuranda.
Kuranda è un ex villaggio minerario in mezzo alla foresta (ma va’), raggiungibile con un trenino panoramico che viaggia sulla stessa linea usata dai minatori fino a non troppi anni fa. Il punto di partenza è Kuranda Station, una pittoresca stazione situata una decina di km fuori da Cairns, che riesce a catturare l’atmosfera del passato senza sembrare un’attrazione di Disneyland. 


Il viaggio in treno dura circa un’ora (su panche in legno stile Antiche Ferrovie Nord - ahia) e, a costo di sembrare banale, devo dire che è spettacolare. I vagoni sono piccoli, i binari strettissimi, quindi la foresta entra prepotentemente dai finestrini. Quando la vegetazione si apre, è per mostrarci una vista eccezionale, le cascate di Kuranda.



A dire il vero il nome me lo sono inventato adesso, ma mi sembra calzante. Quando finalmente arriviamo a destinazione, scopriamo che il villaggio non è chissà quale reperto storico, ma è più simile a un’attrazione di Disneyland. Ci facciamo largo fra i turisti ammassati intorno alle bancarelle, considero la possibilità di prendere un hot dog di coccodrillo (ma finisco per prendere un gelato alla crema al rum in un tipico negozio australiano)



ci guardiamo, e: “Skyrail?” e iniziamo la discesa con la funivia sulla foresta. Non mi sento molto a mio agio, ogni volta che la cabina supera un pilone e tutti i suoi tralicci sobbalza fin troppo per i miei gusti, allora chiudo gli occhi e mi reggo alle maniglie. All’improvviso i motori si fermano: “Ommioddio!” e già mi immagino ore e ore di attesa sospesi nel vuoto ad attendere i soccorsi. Ma no, le fermate sono programmate, così che i passeggeri possano godersi il panorama. Da quassù di volta in volta vediamo il villaggio, le cascate di prima, la ferrovia e il trenino che fa la spola, una distesa di alberi tropicali, altissimi, rigogliosi, che lottano per arrivare alla luce, e che nella loro scalata verso il cielo portano con sé delle orchidee antichissime e gigantesche.


Ci rendiamo conto che il viaggio è quasi terminato quando, superata l’ultima altura, avvistiamo la città e l’oceano. Scendiamo a terra e rieccoci al punto di partenza, Kuranda Station. Ma la discesa non è ancora finita; anzi è appena cominciata. Abbiamo visto la barriera corallina, abbiamo esplorato le foreste tropicali del Queensland, abbiamo percorso le vie dei minatori del secolo scorso e abbiamo toccato il punto più settentrionale che i nostri mezzi ci permettono di raggiungere. 

740 km

Km totali percorsi: 19.090
È il momento di rimettersi in strada e tornare verso sud.

martedì 13 novembre 2012

Si riparte!



La prima parte del viaggio verso nord trascorre in mestizia: alle spalle un addio davvero emozionale, e davanti a me un viaggio di 8 ore verso la nostra prima tappa, Yeppoon. Mi perdonerete se non ho divertenti aneddoti da riportarvi, ma vi assicuro che in 8 ore è successo veramente poco o niente. Uniche cose degne di segnalazione: ho visto finalmente in maniera dignitosa i miei primi canguri (non morti, non in mezzo alla boscaglia, ma ai margini di un centro abitato) e ho visto un’echidna! Sapete cos’è un’echidna? Per qualche motivo pensavo si trattasse di un uccello pieno di pungiglioni, invece mi sa che la confondo con il kiwi. E il kiwi lo confondo con il frutto. L’echidna è più simile a un porcospino, ma gli aculei sembrano cattivi come quelli dell’istrice. Appartiene alla stessa famiglia dell’ornitorinco, ovvero quella dei mash-up animal, quelli che non sai se sono mammiferi o rettili, e per questo hanno inventato una categoria apposta per loro. Della categoria fanno parte appunto l’echidna e l’ornitorinco. È un club molto esclusivo. Mi spiega Shane che molte echidne muoiono sotto le macchine, investite nel tentativo di attraversare, e anche le auto non ne escono tanto bene: ruote da buttare. Per fortuna di tutti, la nostra echidna quando ci vede arrivare si ferma sul ciglio della strada, anzi ci ripensa e torna indietro. Torniamo indietro pure noi, scendo dalla macchina e corro a vederla con una certa circospezione, chiedendomi in che modo potrà mai attaccarmi. In Australia le creature viventi si dividono in pests, ovvero seccature infestanti, e predatori, che cercheranno di ucciderti a ogni piè sospinto. E poi ci sono i drop bears, di cui vi parlerò in seguito. Non so se l’echidna sia una pest, ma credo se non altro di essere al sicuro: in questo momento lei è sicuramente molto più spaventata di me, ha il musetto affondato nel terreno e di certo sta pensando: “Speriamo che non mi abbiano visto… Dio, ti prego, fa’ che non mi abbiano visto…” mentre con le manine cerca di scavare più a fondo. 


Poverina, ti abbiamo spaventato abbastanza. E dopo questa sosta le 8 ore sono diventate 8 ore e 10 minuti, quindi è meglio proseguire.
Anzi, quindi è meglio arrivare direttamente a Yeppoon, località costiera poco distante da Rockhampton. A parte la spiaggia che sembra una pista di atterraggio e i pomodori a $ 5,40 al kilo (scusate ma dopo aver visto cartelli che riportavano prezzi ridicoli, tipo 12,90 $/kg, questa rarità merita una foto),


non c’è molto altro da segnalare. È anche piuttosto tardi quando arriviamo, lasciamo di corsa le valigie in ostello e andiamo a mangiare qualcosa, per poi andare a dormire. Come in molte cittadine australiane, qui si spegne tutto molto presto, e alle 8 di sera non c’è speranza di trovare un’anima per le strade. Non puoi neanche dire vado in spiaggia a bermi una birra sotto le stelle, perché non si può bere nei luoghi pubblici. Non resta che andare a dormire, che domani ci aspetta un altro lungo viaggio.

Prossima fermata: Sarina, 300 km più a nord. Il bello è che a parte pochi punti stabiliti (tipo Cairns), decidiamo le tappe via via che ci spostiamo. Ma sai che sto posto mi ispira? E fermiamoci, dunque! Sarina è l’esempio perfetto. Dopo aver cazzeggiato a lungo in quel di Yeppoon, è chiaro che oggi non arriveremo lontano, quindi tanto vale prendersela con calma. Perché stressarsi per arrivare a Mackay, una città che difficilmente offrirà qualcosa di diverso da centri commerciali e centri commerciali, e non ci fermiamo in quest’altra graziosa località costiera? Al posto dei centri commerciali ci sono solo resort, motel e un piccolo supermercato. E i barbecue pubblici accanto alla piccola piscina del motel. Uhm. Supermercato e barbecue. E nessun ristornate in vista. Sapete che vuol dire questo? Grigliata! A pochi metri dall’ennesima spiaggia chilometrica. La stessa spiaggia su cui si apre la porta finestra del motel.


La mattina posso svegliarmi, aprire le tende, vedere l’alba e tornare a dormire. Che meraviglia. Ah, no. Non posso tornare a dormire. Oggi dobbiamo arrivare a Airlie Beach, e questo è un appuntamento fisso.

Airlie Beach è una cittadina orrendamente turistica, ma è il punto di partenza ideale per visitare le Whitsundays Islands, un arcipelago di 74 isole sparse fra la costa e la barriera corallina. Barriera corallina che, probabilmente non vi ho detto, inizia dalle parti di Bundaberg e prosegue a nord per più di 2.500 km. Da Airlie Beach partono molte escursioni di 2-3 giorni in barca, e il piano è proprio quello di trascorrere il mio compleanno in questo paradiso. D’altra parte, l’avevo detto fin dal primo post, ricordate? Prenotiamo quindi l’escursione di 2 giorni su una barca chiamata Blizzard e ci prepariamo a partire l’indomani. Che giorno è l’indomani? 14 ottobre! Yeeee, auguri Swaggirl! Mo sono 30, eh? Metti la testa a posto e fa’ la persona seria!


La partenza è prevista per le 4 del pomeriggio dalla marina di Airlie Beach. Siamo accolti a bordo (rigorosamente scalzi) da Chriscoe e il suo mozzo/fidanzata, che non appena mi sente parlare al telefono con la mamma mi domanda: “Italiana?” Si chiama Giulia, è fiorentina ed è in Australia da 8 mesi, di cui gli ultimi 6 li ha passati qui a lavorare sulla barca. “Complimenti, ti sei scelta proprio un bel lavoro!” “Eh, non è male come ufficio, no…” Oltre ai due membri dell’equipaggio, la barca ospita 10 passeggeri: Simon e Keira, irlandesi che vivono a Sydney, e Noel, il padre di lei, in visita, che ha una passione irrefrenabile per i nostri laghi del nord; Minerva, messicana, e il suo fidanzato Fernàn, svizzero urugayano. Max, tedesco, e i Germans (perdonate ma non ho capito i nomi), una coppia sulla cinquantina.



Beh, posso dire che mentre la compagnia a Fraser lasciava molto a desiderare, qui non potevo chiedere di meglio: tutte persone simpatiche e deliziose. E, forse sarò influenzata dalle condizioni sociali, ma anche i posti mi sembrano infinitamente migliori. Citerò di nuovo la mia amica Bellapasta, che è stata qui prima di me: “Ti sembra di stare davanti a un’immagine ritoccata con Photoshop, e invece ce l’hai lì davanti agli occhi, per davvero.” Credo che questa affermazione riassuma sufficientemente bene il concetto.*
 
L’unica controindicazione è il mal di mare! Non so come, ma non mi è passato neanche per il più remoto angolo del cervello il pensiero che potessi sentirmi male. Sei sul ponte, la nave sballonzola, c’è vento, allora decidi di andare sotto, per essere un po’ più riparato. Vai sotto, e forse sei al sicuro dalle intemperie, ma la barca sballonzola molto di più quaggiù! Per fortuna i nostri compagni di viaggio sono tutti molto più sgamati di noi e dotati di travelgum, che porta un po’ di tregua. Ma sapete qual è la soluzione definitiva? Scendere dalla barca. A terra o in mare, l’importante è scendere dalla barca. Infatti una volta raggiunta la riva, su una delle 74 isole chiamata Whitehaven, bacio la terra e mi sento molto meglio. E mi rendo conto che è valsa la pena soffrire un po’: è un luogo incantevole. La sabbia è bianchissima e impalpabile, sembra farina, il mare è cristallino, e non c’è nessuno a parte noi. Un’isola deserta. Ovviamente non appena raggiungiamo e superiamo il promontorio all’estremità nord, scopriamo che un’altra barca ha ormeggiato e sbarcato i suoi turisti, ma vabbè, sono disposta a condividere tale meraviglia con gli altri. Anzi non vedo l’ora di mostrare al mondo questo luogo eccezionale, ogni giorno diverso perché ogni giorno il mare disegna nuovi paesaggi di sabbia nella laguna. Ma la contemplazione non dura a lungo, ahimè dobbiamo tornare sulla barca, ormai è quasi sera, è ora di cena. E del brindisi: rivelo che oggi è il mio compleanno, e libiamo i calici. E le sorprese non sono finite: miracolosamente, in mezzo al mare, ricevo una chiamata via skype dalle mie amiche, che si sono date appuntamento per farmi una sorpresa. Purtroppo la tecnologia funziona a singhiozzo, la telefonata non dura a lungo, quindi ci salutiamo in fretta. Ma è stata comunque una splendida sorpresa.

Il giorno dopo ci spostiamo in un altro punto dell’arcipelago, un luogo favorevole per lo snorkeling. Ora, devo dire che questa pratica non mi ha mai attirato particolarmente. Capisco il fascino delle immersioni, anche se non lo condivido: troppa paura delle profondità! Ma lo snorkeling, no. Mi immaginavo persone semi-arenate a riva con la loro mascherina a cercare pesciolini che si possono vedere altrettanto bene stando in piedi nell’acqua. E tutta la meccanica del boccaglio mi ha sempre un po’ spaventato. D’altra parte, mi piace fare esperienze nuove, quindi tanto vale provare anche questa, così la tolgo dalla lista. Giulia ci distribuisce le mute, e penso di aver trovato un altro motivo per cui questo snorkeling non mi ispira: quanto è difficile indossare la maledetta muta? La barca nel frattempo si è avvicinata a una piccola baia. Uno, due, tre… in acqua! Siamo a pochi metri dalla riva, ma mi agito un po’ perché non riesco a toccare il fondo. Me la cavo col nuoto – ho uno stile tutto mio, ma riesco a galleggiare – ma non posso definirmi una persona particolarmente acquatica. Mi ci vuole un po’ per prendere confidenza con l’acqua, e un po’ di più per interiorizzare il funzionamento del boccaglio. E finalmente do un’occhiata sotto: in forse 3 secondi individuo i primi pesci e mi rendo conto che non voglio fare altro nella vita. Altro che pesciolini, poi! I più piccoli sono grossi come la mia mano, si spostano in banchi stando ben attenti a evitare gli umani e hanno colori stupendi! È incredibile pensare che qua sotto ci sia tutta questa varietà cromatica, ed è stupefacente vedere quanto sotto sia grande! Forse ancora più dei pesci sono i coralli e le piante a lasciarmi sbalordita, con le loro strutture eclettiche e perfette. E infine, il pezzo che tutti ricercano: la tartaruga! Simon ne individua una e inizia a fare ampi gesti per richiamare l’attenzione di tutti. Trovo che sia bellissimo: siamo tutti consapevoli di vivere un’esperienza eccezionale, che non possiamo fare a meno di condividerla con gli altri, con un entusiasmo squisitamente infantile. Per la prima volta da quando sono arrivata in Australia ho la percezione di stare acchiappando la vita, in questo preciso momento.


Non appena formulato il pensiero, c’è qualcosa che acchiappa me. Oddio una medusa. Penso che fra tutti i predatori che cercheranno di ucciderti a ogni piè sospinto, la medusa sia quella che mi spaventa di più. Tecnicamente non è neanche un predatore, anzi non gliene può fregare di meno della presenza umana. Ma una varietà particolare di medusa pare essere l’animale più velenoso del pianeta, e naturalmente si trova in Australia. Il suo grado di velenosità riassunto in termini di tempo che ti rimane per raggiungere un ospedale: molto poco. Non sono un’esperta di meduse, quindi per me ogni medusa è quella che ha il tuo nome scritto sopra. E non appena mi rendo conto che la cosa che mi ha sfiorato la mano è una medusa, vado in panico. Inizio ad avvertire un leggero prurito sulle dita, ovviamente frutto di pura suggestione. Il molto poco tempo però trascorre, e insomma io sono ancora qui a raccontarvela. Ma l’incontro ha spento momentaneamente il mio entusiasmo, e inizia a fare freddo in acqua: è tempo di tornare a bordo e sfilarsi la muta, operazione se possibile ancora più difficile che indossarla. Potrei fare un altro esperimento e provare il paddle-board… ma magari un’altra volta. Adesso ho bisogno di asciugarmi e di ricominciare la mia lotta contro il mal di mare. Ed è anche ora di rientrare ad Airlie Beach, l’escursione è finita. Ritorniamo sulla terraferma e trasferiamo tutti i bagagli verso l’ostello di questa notte, un posto davvero particolare, situato in mezzo alla foresta. Siamo però troppo stanchi per fare veramente caso alla struttura: la vita di mare è impegnativa, e domani si ritorna in strada.
A proposito, ma quanto abbiamo camminato finora?

870 km
Km totali percorsi: 18.350

Lasciatemi chiudere dicendo che mi rendo conto che questo post è la fiera di aggettivi quali meraviglioso, stupendo, eccezionale… Che dire, sono le Whitsundays. Per ora è senza dubbio il posto più bello che abbia visitato, e se dovessi trovarne uno ancora più bello… mamma mia!

*Se non vi bastano le parole, vi rimando al consueto servizio fotografico.