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giovedì 10 novembre 2016

Happily ever after, and sober

Quanto tempo che non scrivo!
Nelle ultime settimane sono successe un sacco di piccole cose che meriterebbero di essere raccontate - o forse è il vizio dello scrittore che, come ho letto una volta in una descrizione molto efficace, fa di un cumulo di terriccio una montagna?

Ma non perdiamoci in tali riflessioni fini a sé stesse, ché il tempo è poco e, conoscendomi, le parole da buttare giù sono molte.

Oggi racconto di una giornata che ha avuto luogo ormai un mese fa, in cui si è verificato un evento particolare e ho vissuto un'esperienza tutta nuova: ho partecipato a un matrimonio.

A differenza delle mie compagne dell'odierna avventura, finora sono stata a parecchi matrimoni in vita mia, ma mai a uno inglese. Ed è qui che sta la particolarità.

La sposa è una deliziosa ex collega del mio precedente posto di lavoro, altrimenti noto come Il Posto di Merda. Megan è una delle poche autoctone con cui ho legato qui a Londra; non ci si vede né ci si sente spesso, ma ci si frequenta abbastanza e soprattutto condividiamo un interesse comune - Doctor Who - che ci ha permesso di rimanere in contatto anche quando ho cambiato lavoro. E tuttavia non mi aspettavo che sarei addirittura stata invitata al suo matrimonio!

E invece una sera torno a casa e mi trovo una busta marrone, al cui interno c'era una busta rossa chiusa con un sigillo di ceralacca, al cui interno c'era il mio invito! Che gioia! I matrimoni possono essere un po' un impegno - specie se ricevi l'invito tre settimane prima della data - ma fa piacere essere ricordati per un simile evento, no?

Inizio a pensare alla mise, ai capelli, al trucco, alla logistica; scopro che altre cinque ex colleghe sono invitate, quindi inizia la messaggistica folle per scoprire come ci si veste, cosa si regala, e soprattutto come si raggiungono i luoghi dell'evento. Mica uno solo, eh. La cerimonia, all'1 di un sabato pomeriggio, è nel punto A, nella campagna inglese; il ricevimento, con cena a buffet a partire dalle 7.30 di sera, è nel punto B, ad almeno 15 km più in là. Noi siamo a Londra, ovvero il punto Z, a un'ora di treno dal punto A. Mentre siamo occupate con questioni di tipo spaziale, inizia a farsi strada una domanda che contempla invece i limiti temporali: cosa faremo dalle 2 alle 7.30, a parte recarci al ricevimento?
È solo pochi giorni prima che giunge la conferma dalla sposa: non siamo invitate a tutto il ricevimento, ma praticamente solo alla torta. Cosa che mi è già successa, ma in circostanze estremamente diverse: prima di tutto, erano sempre matrimoni vicino a casa. E, più importante, ero automunita.

Nulla, non ci resta che fare buon viso a cattiva sorte e rassegnarci a passare il tempo in qualche modo. Nel frattempo si fa strada un'altra agghiacciante eventualità: attuali colleghi e conoscenti - per qualche motivo, ho il vizio di coinvolgere nelle mie avventure chiunque mi stia intorno - insinuano che potrebbe non esserci alcol per noi, a parte quello del brindisi. È una possibilità a cui non voglio pensare, per il momento.

Dicevo quindi che mi ritrovo a coinvolgere tutti, come una titanica impresa di gruppo, nella preparazione di questo matrimonio, manco fosse il mio: la collega Francesca viene a farmi il colore ai capelli, la coinquilina Erika si fa cambiare turno per farmi il trucco sabato mattina, la mia manager si informa quotidianamente a che punto sia coi preparativi, l'amica di Maracatù Fernanda mi presta una pochette nera, persino l'estetista iraniana del salone dove vado solitamente si raccomanda che mi diverta e possibilmente che trovi marito. Venerdì volo via dall'ufficio per poter affrontare gli ultimi preparativi, e colleghi con cui mi rivolgo la parola a malapena mi urlano: "Buon divertimento!"

Insomma, le aspettative erano alte per tutti.

Sabato si apre su una giornata fortunatamente decente, fresca ma almeno asciutta. I preparativi vanno come da copione (e non ho menzionato l'agghiacciante scoperta di appena pochi giorni prima: dopo aver studiato la mise in tutti i suoi dettagli, mi ero resa conto con sgomento che le scarpe che intendevo mettere erano in realtà in Italia, ergo ho dovuto ripensare a un nuovo outfit - impresa portata a termine con successo), esco di casa e arrivo in stazione in orario. Mi incontro con le altre ragazze e partiamo alla volta del Surrey. Dov'è il Surrey? Qui:


Dopo un'ora di treno, ci attende ancora una camminata da 20 minuti, che diventano pure 35 se cammini sui trampoli. Io sono stata furba e le scarpe le ho messe solo una volta giunta a destinazione (questo non vuol dire che abbia camminato scalza dalla stazione fino in chiesa, eh), ovvero una di quelle tipiche chiese British gotiche? neogotiche? finto-gotiche? Wikipedia ci viene in aiuto e ci dice che la chiesa in questione risale a metà '800, quindi inseritela voi nella categoria che più vi piace; dicevo, una di quelle tipiche chiese della campagna inglese che da fuori sono tanto pittoresche, ma dentro sono piuttosto spoglie e soprattutto una uguale all'altra. In ogni caso, sono molto curiosa: come ho già detto, sarà il mio primo matrimonio inglese, addirittura di rito anglicano poi. Non ho quindi modo di fare paragoni né di stilare canoni socio-culturali, ma mi pare di capire che i ruoli sono molto più rigidi dei matrimoni italiani. All'ingresso della chiesa ci sono due uscieri che ti indirizzano a due ingressi diversi a seconda che tu sia un invitato dello sposo o della sposa. Tutti vestiti uguali, io pensavo che fossero impiegati clericali, e invece erano invitati anche loro, scelti fra gli amici della coppia.
Poco prima della cerimonia il prete esce e fa le ultime raccomandazioni: spegnete i cellulari, non fate video durante i canti per questioni di copyright (???), rispondete così e cosà quando siete interpellati, non scappate alla fine della cerimonia.
Poco dopo l'1 il coro si accomoda sull'altare e parte la classica musica da matrimonio #1, sulla quale fanno il loro ingresso le otto damigelle, tutte vestite di rosso. Mi viene immediatamente in mente Erika, la mia coinquilina svedese, la quale pochi giorni prima mi aveva raccontato che in Svezia secondo la tradizione se ti vesti di rosso ai matrimoni significa che sei andata a letto con lo sposo.
Segue la sposa, con un semplicissimo abito bianco, accompagnata dalla mamma, una signora forse ancora più raggiante della figlia, anche lei vestita di rosso.

La prima cosa da dire dei matrimoni anglicani: sono corti. Non sono inseriti all'interno della messa come i nostri: cantano un po', leggono un paio di brani, il prete celebra il matrimonio vero e proprio, dice due parole di quella che sarebbe la predica, firma, puoi baciare la sposa, è fatta. Oh, e chiede davvero: Se qualcuno si oppone a questo matrimonio, parli ora ecc. All'inizio della cerimonia, così ci si toglie subito il pensiero. Il nostro prete ha fatto anche una enfatica pausa, tanto per essere ben sicuro. Un vero intrattenitore. Per fortuna nessuno ha detto nulla, e la cerimonia è proseguita. Dicevo, un paio di letture. Realizzo solo ora che non c'è stato alcun brano dal vangelo, ma solo la classica lettura dai Corinzi (dai, anche se non andate a messa da un po', questa sicuramente l'avrete sentita) e un brano molto meno scontato, dal titolo A lovely love story. Una storia d'amore fra due draghi. Giuro. La ragazza che è salita sull'altare a leggere faceva persino le vocine. Sul libretto che ci è stato dato all'ingresso c'è scritto che la storia è adattata da un racconto di tale Edward Monkton. Più tardi a casa ho fatto un po' di ricerca, e ho scoperto che è un brano molto popolare ai matrimoni. Comprendo inoltre il perché di quell'"adattata": la storia originale non parla di draghi, ma di dinosauri. Il fatto che gli sposi siano fan di Game of Thrones potrebbe c'entrare qualcosa con la modifica.

Oltre alle letture, dicevo che abbiamo (hanno) cantato: su questo lato mi sono sembrati un po' più tradizionalisti, con l'esecuzione di inni che boh, noi forse ai tempi del Don Angelo. Un brano però mi ha intrigato, intitolato Lord of the Dance: io subito ho pensato all'omonimo show di danza irlandese, anche se naturalmente, mi sono detta, deve trattarsi solo di un caso. E invece no! Al primo ritornello ho riconosciuto la melodia, è proprio quella dello spettacolo di Michael Flatley! Vi risparmio i risultati delle mie successive ricerche in materia; fatto sta che per tutti i giorni seguenti il motivetto mi era ben piantato in testa. Sto addirittura considerando di iscrivermi a un corso di danze irlandesi.

E per concludere, rimanendo in tema musicale, dopo aver firmato i registri i neosposi lasciano la chiesa sulle note della classica musica da matrimonio #2. A questo punto nasce qualche perplessità, almeno nei cuori di noi povere forestiere - le uniche non inglesi della giornata - circa il da farsi, anche se in realtà sembrano tutti abbastanza confusi, finché una delle damigelle non ci indirizza sul vialetto di ingresso della chiesa che porta all'ingresso principale. I due sposi lo percorreranno passando in mezzo a due file di invitati, i quali lanceranno confettis. Che, fortunatamente, non sono confetti ma coriandoli. Dopo qualche foto di gruppo, accadono in rapida successione due cose: tutta la compagnia si dilegua, e comincia a piovere. A noi non resta che trovare un luogo al chiuso dove passare le successive cinque (5) ore, e ci rechiamo quindi al pub più vicino con la sensazione di essere le uniche a non partecipare a tutta la festa. In realtà nel pub troviamo un altro gruppo di invitati di serie B; io vorrei socializzare, ma le altre non sono molto per la quale, quindi ci mettiamo a un tavolo e facciamo le ghettizzate.

C'è qualcosa che mi affascina nell'attesa, non nell'attesa di qualcosa, ma nell'attesa di fare qualcosa. Non so perché la differenza è importante, forse perché mi fa pensare a quei romanzi in cui la spia X soggiorna all'hotel Y apparentemente ad oziare, mentre in realtà aspetta che arrivi l'agente Z e che la missione inizi. Forse è il fatto di non dover fare altro che lasciar scorrere il tempo. La tempesta che infuria fuori offre anche la consolazione di pensare che tutto sommato non sto completamente sprecando le mie ore, ma dopo una settimana - o tante settimane - di corse frenetiche, di impegni serrati, ora posso semplicemente stare qui a non fare un cazzo. Occasionalmente arrivano da Serena, l'unica di noi invitata a tutto il matrimonio, foto e aggiornamenti sull'andamento della festa. Il lancio del bouquet, il taglio della torta... insomma, più passano le ore e più mi chiedo cosa rimarrà da fare quando sarà per noi l'ora di andare. Che alla fine arriva. Intorno alle 19 chiamiamo un taxi, che ci porta al luogo del ricevimento, in un golf club. Ha pure smesso di piovere.

Il luogo è abbastanza remoto, e il tassista sta perdendo la fede... ma finalmente arriviamo all'ingresso. Dove non c'è nessuno che ci accoglie, ma alla vista di gente elegante capiamo di essere nel posto giusto. Dall'atrio parte un corridoio che a destra porta in una saletta laterale dove intravediamo un TARDIS, un trono di spade, maschere, mantelli e bacchette magiche. È decisamente il matrimonio giusto. L'altro braccio del corridoio porta al salone principale. Le mie compagne sono talmente intimidite e inesperte di matrimoni (ai quali, ne converrete, bisogna portare anche un po' di faccia da culo) che se non fosse per un invitato casuale che ci spinge verso la festa saremmo ancora lì a decidere cosa fare. Arriviamo giusto in tempo per l'apertura delle danze, una cover stile ballad di 500 miles dei Proclaimers. Nella folla individuiamo Serena, che non ha perso tempo a fare amicizia con gli altri invitati. Noi ci sentiamo un po' fuori luogo, la sensazione è quella di arrivare in ritardo a una festa dove tutti sono già ubriachi. No, non è la sensazione, è esattamente così. La soluzione quindi è quella di bere. È il momento della verità: drink a pagamento o open bar? La suspense è tenace, e si scioglie solo nel momento in cui un'invitata accanto a noi al bancone del bar tira fuori la carta di credito. Le peggiori supposizioni si sono rivelate esatte. A parziale consolazione, Serena ci fa sapere che ogni invitato ha diritto a una birra rossa in onore del padre di Megan, che è venuto a mancare qualche anno fa, il quale amava provare sempre nuove varietà di ale.

Forse dirò una bestialità, ma provate voi a ballare in una sala piena di estranei con il solo aiuto di una birra... Ok, ho detto una bestialità, ma chi mi conosce sa che il ballo non mi viene molto naturale, e una percentuale alcolica più alta avrebbe aiutato. Inoltre gli altri invitati non sono neanche particolarmente socievoli, o per lo meno non nei nostri confronti. Non ci resta che metterci a mangiare, la cena a buffet sta per essere servita. Il tavolo è incredibilmente piccolo, in un angolo della sala, ed è apparecchiato con sandwich, sausage roll, polpa di granchio, involtini primavera, mini quiche e fette della torta nuziale. Appare pure un piccolo TARDIS.

Via, diciamolo: a parte l'ovvia felicità per Megan, che finalmente riusciamo a vedere a un certo punto della serata, confesso che la festa è stata un po' deludente, e penso di poter dire che questa sia stata opinione condivisa di tutta la nostra combriccola. Noi, fiduciose, avevamo prenotato il taxi per il ritorno alle 23.30 - ma no! Facciamo mezzanotte! Come Cenerentola! Ma quando alle 23 si sono accese le luci e gli sposi hanno congedato tutti, ammetto che ho tirato un sospiro di sollievo interiore. Certo, c'era sempre da aspettare il taxi, alle 23.30 scarse eccolo lì all'ingresso, e noi pronte in macchina per tornare a casa. Il viaggio di rientro è abbastanza mesto; dopotutto, è stata una lunga giornata. Forse qualcuno si addormenta anche in macchina. Ci pensa poi il freddo della notte di King's Cross a svegliarci - c'è ancora il tragitto in bus per arrivare a casa. Non è tardissimo, ma fa freschino, in fin dei conti sono vestita leggera per i miei canoni londinesi, e quando arrivo a casa è con immenso piacere che mando all'aria la mise matrimoniale e mi metto a dormire. Sempre con Lord of the Dance in testa. Domani, o fra un mese, sarà il tempo per raccontare la mia giornata.  

lunedì 18 marzo 2013

Matrimonio all'australiana

È mattina presto, ancora buio, quando mi sveglio per salutare Davide. Sono un po’ assonnata, e soprattutto sono negata per i saluti, ho sempre una gran fretta di concludere. Ecco la fine di 3 settimane intense e ricche di esperienze! Rivedrò il mio amico fra un numero imprecisato di mesi. Gli lascio un po’ di zavorra da riportare in Italia, e soprattutto saluti e affetto per tutti gli amici che mi aspettano a casa.

E dopo pochi minuti sono di nuovo da sola. Sono le 5 del mattino, devo liberare la stanza alle 10, quindi direi che posso prendermi ancora qualche ora di sonno. Però non è facile, un po’ per la malinconia dell’addio, un po’ per il pensiero della valigia da sistemare per l’ennesima volta, infine per la nuova incognita alle porte: chi saranno i miei nuovi ospiti? Max, quando ha saputo che il mio viaggio con Davide avrebbe avuto come meta finale Adelaide, mi ha raccomandato di fargli sapere quando sarei arrivata nella capitale del South Australia, perché lì ha degli amici che avrebbero potuto ospitarmi. Quindi alle 10, con tutti i miei averi miracolosamente impacchettati, mi reco alla reception per il check out e attendo l’arrivo di Andrew e Wendy, che si presentano venti minuti dopo. Una coppia molto cordiale, sulla cinquantina, che vive in un sobborgo sulle colline, in una casa circondata dal bush. Starò da loro qualche giorno, prima di partire un’altra volta. Non appena arriviamo a casa, mi mettono in guardia: “Occhio ai serpenti.” “Ce ne sono molti?” “Un po’, ma niente di cui preoccuparsi.” “Velenosi?” “Sì, ma niente di cui preoccuparsi.” Mi sembrano affermazioni discordanti. “Ora andiamo a portare a spasso il cane, se ti va puoi venire anche tu! Faremo un po’ di koala sighting!” “Ma se devo guardare in alto per avvistare i koala, come faccio a vedere i serpenti…?” Fortunatamente la mia apprensione si rivela infondata, e alla fine del velocissimo giro (non perché sia breve, ma perché Andrew e Wendy sono camminatori rapidissimi! Da mettere in imbarazzo la mia andatura da pendolare) i koala vincono contro i serpenti per 23 a 0. Se penso che a Kangaroo Island ho pagato per vedere 4 striminziti esemplari…


A parte questa avventura nel bush, passo il resto del tempo a ciondolare per la casa, con due eccezioni: il giro in città per fare gli acquisti di Natale e darmi una sistemata dopo le 3 settimane on the road (specie in vista del prossimo evento mondano), e il concerto di Natale organizzato dalla parrocchia frequentata da Wendy. Un concerto particolare: si tratta del Messia di Haendel (quello di Aaaalleluia!Aaaalleluia! Alleluia! Alleluia! Allee-luia!) eseguito da coro, solisti e pubblico! All’ingresso si ritira il libretto, si viene indirizzati dalla direttrice del coro a destra o sinistra, a seconda di quello che ti senti di essere, e poi si canta tutti insieme. Jesus Christ Sing Along. Io mi sono limitata ad ascoltare, ma è stata un’esperienza interessante. Non mi sono neanche addormentata. E nell’intervallo ci è stato offerto il rinfresco!
Per il resto, non ho molto altro da dire su Adelaide. Non sembra una brutta città, circondata com’è da un parco gigantesco e da belle colline coperte di vigneti. Ma ero davvero troppo stanca per godermela, quindi mi riservo il diritto di ritornarci in futuro. Adesso, come dicevo, si riparte: c’è da prendere l’aereo che mi riporterà a Brisbane. Tuttavia la mia prossima tappa non è nel Queensland, bensì qualche chilometro più a sud: si ritorna a Byron Bay! E perché ritorni a Byron Bay? Per il matrimonio di Bellapasta e Night Watcher!

Ve li ricordate, vero? Il mio primo weekend australiano! Allora mi annunciarono la decisione di convolare a nozze proprio in quel luogo, con una cerimonia sulla spiaggia, e mi invitarono alla cerimonia. Per l’occasione mi sono fatta mandare dall’Italia mezzo corriere – Davide – non uno ma tre abiti, e le mie scarpe rosse tacco 25. Io arrivo la sera prima del matrimonio, giusto in tempo per l’addio al nubilato. Mi reco all’ormai familiare YHA, dove gli sposi hanno prenotato la camerata per gli invitati, ed ecco i miei amici! Che bello vederli di nuovo, soprattutto in una simile occasione. Faccio inoltre la conoscenza di due invitati giunti apposta dall’Italia, Paola e Alessio il quale, per il potere conferito dalla più stretta necessità, è stato dichiarato padre della sposa. L’atmosfera è un po’ agitata, e non nel senso più comune del giorno che precede un grande evento: pare infatti che la spiaggia prescelta per la cerimonia sia… scomparsa. Mangiata dalle onde. Bisogna individuare una nuova location. Bellapasta nel frattempo deve ancora scegliere cosa indossare, se andare sul classico abito bianco o se optare per un azzurro mare. La sposa però sembra la più tranquilla di tutti. Io stessa devo ancora decidere cosa mettermi, e sembro più agitata di lei! 

Opzione #1


Opzione #2
Intanto gli invitati si palesano alla spicciolata: Dominik, il pilota, che ovviamente sarà l’autista della sposa, Silvia, una delle testimoni, che ho mancato per un soffio a Cairns, e infine anche la mia amica “toccata-e-fuga” Luciana! Come promesso a Cairns, ci rivediamo esattamente un mese dopo l’eclissi. Lei sarà l’altra testimone: con Silvia ha avuto la pazienza e la fortuna di trovare due abiti identici. Va’ come stanno bene!


L’addio al nubilato scorre in maniera molto sobria: kebab, acquazzone e birra. Siamo tutte stanche, all’1 siamo già a letto. Mi è giunta voce che l’addio al celibato abbia preso tutta un’altra piega…

Ed è la mattina del grande giorno. Il mio pensiero fisso fin dal risveglio è che devo stirarmi l’abito. Alla fine ho scelto il più sbarazzino, eccomi.


La cerimonia è alle 12, in teoria c’è tutto il tempo per prepararsi. Dobbiamo andare a fare la spesa, comprare le ultime cose per il pranzo di nozze, che sarà un barbecue sulla spiaggia. Io, Paola e Alessio ci incarichiamo degli acquisti. Mentre siamo al supermercato, Paola ha una grande idea: “La sposa ha il bouquet dei cinesi… perché non gliene prepariamo uno noi?” ed è venuto fuori un LA-VO-RO-NE! La lotta per accaparrarselo sarà senza esclusione di colpi! Alle 11 lo sposo parte per la spiaggia insieme agli amici per andare a preparare la location e per incontrare la celebrante. Poco dopo però arriva una telefonata angosciante da parte dello sposo: “È sparita la spiaggia!” “DI NUOVO???” E, all’ultimo minuto, tocca scegliere un nuovo punto per la cerimonia. In tutto questo, la sposa è rimasta serafica. La più serena di tutti. Ha infine scelto il vestito, è andata sulla tradizione. Mentre dà tranquille direttive, Luciana e Silvia le sistemano l’acconciatura. Nel frattempo arriva l’ultima invitata, Genny da Brisbane, e insieme io e lei ci facciamo dare un passaggio in spiaggia da Dominik.

Lo spettacolo è stupendo: due bandiere bianche segnalano l’inizio della “navata”, tracciata sulla sabbia con delle pietre. Da un lato Alberto, l’invitato addetto alla colonna sonora, traffica con l’impianto audio; dall’altro lato è stato sistemato un tavolino con il registro da compilare alla fine della cerimonia. Il percorso termina in un cerchio, dove prenderanno posto gli sposi e la celebrante.

E c'è anche la tavola da surf
Gli invitati, in tutto una quindicina di persone provenienti letteralmente da ogni parte del mondo (io sono l’australiana che ha fatto più chilometri per essere qui), ingannano l’attesa chiacchierando e chiedendo gentilmente ai bagnanti intorno di levarsi dal campo della macchina fotografica. Lo sposo, il più agitato di tutti, discute con la celebrante, quarantenne rampante che pare uscita da Dynasty. A un certo punto, tutti gli invitati si mettono a lanciare grida d’entusiasmo e a indicare un punto nell’oceano: delfini! Quattro delfini che giocano e saltano fra le onde! Peccato non abbiano aspettato ancora un po’, sarebbe stato un effetto speciale meraviglioso. Poco dopo, non paga dello spettacolo che ci ha già offerto, la giornata ci manda un aereo che solca il cielo in stile Frecce Tricolore. Ok, ora manca solo la sposa. Che giunge preceduta dalle sue testimoni, recanti le ampolle per la cerimonia della sabbia che concluderà il matrimonio. Alberto fa quindi partire la musica, e la sposa scende in spiaggia accompagnata da papà.



Ora, io ai matrimoni piango. Sempre. In genere all’inizio, quando arriva la sposa. Al matrimonio della mia amica Francesca, sono crollata quando lo sposo ha cambiato la formula di rito e l’ha resa un po’ più speciale. Al matrimonio di mia sorella è stato tutto così veloce che non ho fatto neanche in tempo a piangere, ma ci ho provato. Qui ho pianto dall’inizio alla fine. Dalla sposa che passa fra le bandiere mosse dal vento sulle note di One Love (ottima scelta, Night Watcher!), al saluto di papi agli sposi, alle parole della celebrante. Attimo di pausa, vedi lo sposo che piange anche lui, vedi gli invitati che piangono tutti, e giù di nuovo a piangere. Gli anelli! Oddio dove sono gli anelli, che dovrebbero essere nelle mani di Silvia? Grazie al cielo gli anelli in qualche maniera saltano fuori, e la cerimonia richiede che tutti gli invitati li ricevano e li consegnino infine a Luciana, che al momento giusto li darà agli sposi. Qualcuno (ehm…) cita addirittura uno dei 7.000 matrimoni di Beautiful, quello in cui Brooke arriva a cavallo sulla spiaggia per sposare – di nuovo – Ridge. E poi il momento dei voti. Il momento in cui pure la sposa cede e versa una lacrima. Il pubblico si scioglie. Mi commuovo ancora solo a scrivere. E finalmente sposi.



Applausi, musica, baci e abbracci. E, con un tempismo perfetto, di nuovo l’aereo! Quindi ci si sposta tutti verso il tavolino, dove con orrore scopriamo che il certificato riporta i nomi pieni di errori di ortografia. E pensare che il giorno prima la celebrante aveva chiamato Bellapasta per farsi ripetere nomi e cognomi corretti… Vabbeh, non sarà questo a rovinarci la giornata! C’è ancora la cerimonia della sabbia da eseguire. Silvia e Luciana consegnano le loro ampolle agli sposi, piene di sabbia azzurra e rosa, e insieme marito e moglie le vuotano in un vaso più grande, a forma di cuore. Poi tutti i partecipanti sono invitati a prendere un po’ di sabbia da terra e versarla nel cuore. Infine, la celebrante festeggia gli sposi con una bottiglia di champagne.

Ma sto fotobomber?
E che la festa abbia inizio! Ancora foto sulla spiaggia, qualcuno entra in acqua, e… oh! E il lancio del bouquet? Tutte in fila dietro la sposa, con la componente non italiana del gruppo particolarmente agguerrita, mentre noi si nicchia ai margini. Parte il bouquet, partono gomitate e spintoni...



e il premio se lo aggiudica una ragazza inglese di cui ahimè non so il nome. So che si era offerta di suonare l’ukulele durante la festa, ma credo che la gioia del bouquet le abbia fatto dimenticare l’impegno preso. È giunta l’ora di spostarsi nella zona barbecue, 10 metri più in su. Zona particolarmente affollata, data l’ora, ma in un modo o nell’altro ricaviamo lo spazio necessario per le nostre salsicce, consumate nel giardinetto lì vicino. Una grigliata proprio come si deve! Peccato che l’alcol vada consumato un po’ in sordina… Un amico della coppia, un tipo tedesco di cui ahimè non so il nome, si presenta alla fine della cerimonia con due involti di carta stagnola che hanno tutta l’aria di essere dei kebab. E invece sono birre, doni per gli sposi! Svaccata nell’erba con panino e patatine, penso che si tratta del pranzo di nozze più rilassato cui abbia mai preso parte. Anzi, tutto il matrimonio è il matrimonio più rilassato, incredibile e indimenticabile (con l’eccezione di quello di una certa parente stretta) cui abbia mai preso parte. Un raduno di amici che, così lontani da casa, rappresentano gli uni per gli altri la famiglia che sta a migliaia di chilometri di distanza. Un momento di vera gioia nel ritrovarsi e nel celebrare insieme la felicità di Bellapasta e Night Watcher.
Ma purtroppo anche le cose belle finiscono, spesso molto prima di quelle brutte. Alcuni invitati già si ritirano a metà pomeriggio, qualcuno neanche fa in tempo a mangiare il dolce, un buonissimo tiramisù proveniente da una pasticceria francese di Byron.

La torta nuziale

Silvia e Paola, coraggiose, vanno a fare il bagno, ma il tempo, così clemente durante la mattinata, inizia a fare i capricci. Piove per 10 minuti e tira un vento freddo. L’unico riparo che abbiamo sono gli asciugamani che abbiamo portato come tovaglie. È proprio ora di tornare in ostello. Dove, nella migliore tradizione italiana delle giornate dei pranzi luculliani, qualcuno chiede: “E per cena che facciamo?” “Ma che, sei matto, vuoi mangiare ancora?” “Potremmo prendere una pizza…” “Beh, perché no…” e la combriccola finisce la giornata nella maniera più italiana possibile, come un sabato sera casalingo: pizza e coca cola. Poco importa se qui la pizza è coperta di pollo e ananas…
E il giorno seguente è di nuovo l’ora dei saluti: Luciana parte prestissimo per Cairns, Genny è tornata a Brisbane addirittura poche ore dopo la cerimonia, Silvia partirà fra poco. E pure io ho la valigia pronta per la prossima tappa. All’ingresso dell’ostello auguro a Paola e Alessio un piacevole proseguimento in Australia e un buon rientro in Italia; abbraccio gli sposi, li saluto e li ringrazio per avermi voluto al loro fianco in questa splendida giornata. “E ci vediamo presto, ok?

Oggi sposi!
E vediamo quanti chilometri ho macinato per poter prendere parte a questa giornata:

1.600 km








Km totali percorsi: 29.470