Giuro che ieri, con un minimo sforzo di immaginazione, poteva anche sembrare di essere da qualche parte nel mar dei Caraibi. Musica latinoamericana, sole picchiaduro, un paio di palme, perché no un mojito.
La location era Southbank, che autoesplicandosi si trova sulla riva sud del Tamigi; per la precisione, l'arena all'aperto che c'è davanti allo Scoop, bizzarro edificio emisferico o quasi, fra London Bridge e Tower Bridge, di fronte alla Torre di Londra. Tali punti di riferimento sono quei dettagli che tradiscono la vera location in cui ha luogo l'evento, cioè il festival a tema brasiliano per celebrare l'apertura dei Giochi Olimpici.
Con Maracatu Estrela do Norte, che ora conoscete, abbiamo suonato in due sessioni, quella di apertura alle 11 e una seconda volta alle 13, per 30 minuti. C'erano poi altri gruppi culturali brasiliani che rappresentavano le varie sfumature dello spettro del samba e del carnevale.
Per darvi un'idea dell'atmosfera che si respirava, ecco qualche foto (anche perché stasera mi manca la forza, ieri ho speso troppe energie):
Alfaias
Colleghi di una band rivale (ma no, che ci vogliamo tutti bene)
Re e Regina del carnevale
Vabbè basta
Per concludere, video! Gentilmente offerto da Yi (di cui potete ammirare il dito indice), la collega di cui vi ho parlato qualche post fa.
A questo proposito, un sentito ringraziamento - che andrà almeno in parte perso nello scambio linguistico - a lei e agli altri colleghi, ex colleghi ed amici che sono venuti a fare pubblico!
Questo post è veramente grezzo, ma spero apprezzerete comunque!
È da un po' che non scrivo, ma giurin giuretta non sono stata pigra (e comunque niente a che vedere con le pause che mi prendevo in passato, dai). Nei giorni scorsi ho ospitato a casa una collega che era homeless per qualche giorno, quindi il tempo per fare l'asociale con la mia scrittura è stato poco. Poi ieri sono andata alle prove, ed eccoci a mercoledì grazie a dio.
Ed è proprio delle prove che vi racconto oggi, delle prove e della band.
Fin da quando da ragazzetta vidi questo video di Michael Jackson
(ma pure le sfilate con gli sbandieratori) ho sempre avuto il pallino di suonare in una di queste band che fanno tanto rumore. E qui, con qualsiasi cosa tu voglia cimentarti, è possibile che troverai facilmente il modo di farla.
Così l'anno scorso mi sono unita a questa band brasiliana chiamata Maracatu Estrela do Norte, il che ha soddisfatto tutta la mia necessità di fare rumore. La prima volta che sono andata alle prove ho passato due ore a cercare di suonare, ballare e cantare - in portoghese, che non è una lingua che conosco - tutto insieme. Cervello in cortocircuito, ma per quelle due ore ho dimenticato tutti i miei problemi.
Ho suonato con la band più o meno per tutta l'estate, abbiamo partecipato al Brazil Day a Trafalgar Square, abbiamo preso parte al carnevale di Notting Hill e a qualche altro concerto.
A novembre dell'anno scorso mi sono capitati un sacco di cambiamenti tutti insieme, e ci ho messo del tempo a riaggiustarmi. Mi sono presa una pausa dalla band, e la pausa ha quasi rischiato di diventare permanente. Sono stati sei mesi un po' spinosi. Però nel momento in cui la mia vita sociale era a zero per una serie di circostanze casuali e concomitanti, ho deciso di riprendere.
Una delle decisioni migliori che abbia preso in questi sei mesi.
Da dove cominciare a spiegare? Farò un elenco puntato, che mi aiutano sempre a mettere ordine:
Una sera a settimana stacco completamente dalla routine e non penso a nient'altro se non a tenere il tempo e far finta di cantare in portoghese (che, no, non ho ancora imparato).
Non è solo beneficio mentale ma anche fisico! La alfaia (quel grosso tamburo) non è un ottavino e, se vuoi fare le cose per bene, devi picchiare duro. Di conseguenza le endorfine esplodono tutte intorno a te. L'effetto dura per ore. Garantito.
La vita sociale rischia di avere un boost pazzesco. Due settimane fa mi hanno convinto ad andare a yoga al mattino, tornare a casa alle 6 del pomeriggio per poi uscire di nuovo alle 9, andare dall'altra parte della città e scatenarmi nelle danze a un festival brasiliano. Di domenica.
Yoga, appunto. Una signora della band, Max, è un'insegnante di yoga e quando arriva la bella stagione decente ci dà appuntamento ogni settimana in un parco diverso della città per una lezione di yoga seguita da picnic e svacco. L'unico problema è che questo avviene di domenica mattina. Motivo per il quale finora sono andata solo 3 volte.
Ora, non vorrei suonare come un'approfittatrice, ma la band mi ha anche risolto il problema delle vacanze quest'anno... Brazil! Ulteriori dettagli in seguito.
E insomma, mi pare un'introduzione atta a questo mio hobby. In realtà non ho detto molto sulla band in sé, sui suoi personaggi, sulla musica... rimandiamo a un altro post!
Allora,
mettiamo in ordine le idee e cerchiamo di capire qual è il miglior modo di
raccontare i due mesi e mezzo passati a Camden Springs. Ci ho riflettuto assai,
e credo che sia meglio affrontare la questione per settori produttivi: pecore,
mucche, varie ed eventuali. Iniziando dalle pecore.
Ho scoperto
che le pecore sono animali timidissimi. No, aspettate, questa è la scoperta
dell’acqua calda. La pecora è l’animale mansueto per definizione, c’è fior
fiore di iconografia religiosa che ce lo ricorda. Fate il minimo movimento
verso la pecora, e lei subito si sposterà nella direzione opposta con grande
fretta, seguita con fretta ancora più grande da tutte le sue sorelle.
Noi ce ne andiamo
Magari un
attimo prima sono tutte sdraiate all’ombra di un eucalipto a riposare, o intorno
all’abbeveratoio a rinfrescarsi… ma nell’attimo stesso in cui avvertono che uno
sgradito bipede o il suo servo canino si avvicina, nulla al mondo potrebbe
farle rimanere al loro posto. A meno che… a meno che non sia l’ora del pranzo.
Dal momento
che quest’anno la siccità è stata davvero spietata, nei campi l’erba
scarseggia, quindi Ric è costretto a integrare la dieta degli ovini con i
cereali. Ogni tre giorni distribuiamo una striscia di orzo nel pascolo, e
allora apriti cielo! Non ho mai visto una cosa del genere: non appena le
avanguardie vedono arrivare il pick up, iniziano a gridare eccitate, e in pochi
secondi una fiumana di pecore corre nella nostra direzione. E che belati
esigenti! “Allora, ti sembra questa l’ora
di arrivare? Abbiamo fame! Dacci da mangiare! Fame!Fame!” Non so se riesco a
darvi un’idea della scena. Facciamo così: avete presente un qualsiasi film di
zombi?
Ecco. C’è persino la pecora tripode, che conferisce il giusto tono gore
alla situazione. Pecore zombi. Questa sì che è un’idea accattivante… Beh,
capisco che potrei non aver suggestionato a sufficienza la vostra
immaginazione. Ergo ho pensato bene di girare un nuovo capolavoro in 3D per
documentare il mio vissuto.
Come dite? Non è in 3D? Ma avete messo gli
occhialini? Sempre solo 2D, capisco. Beh, meglio così. Il 3D è sopravvalutato.
Comunque, le
pecore sono così affamate che dimenticano tutta la loro timidezza, se ne
sbattono del rischio di finire sotto le ruote del pick up e arrivano anche a
calpestarsi l’una con l’altra. La striscia di orzo diventa sempre più lunga, e
loro mollano il pezzetto che si erano guadagnate a suon di spintoni perché sono
avide di sapere se il nuovo segmento a terra nasconde qualche sorpresa. Finché
non ce ne andiamo, continuano a correrci dietro. E questo è il primo segnale
che mi suggerisce che quando si parla di masse di pecoroni… beh, non sono
proprio parole dette a caso.
Sul serio,
più passa il tempo, più vedo crescere le somiglianze fra pecore e persone. Per
esempio, al momento della vaccinazione degli ovini. Non si tratta proprio di un
vaccino, piuttosto di fermenti lattici/integratori minerali o qualcosa di
simile. Una roba color fango dall’odore di melassa. Si fanno entrare le pecore
in un recinto, collegato a un altro recinto da uno stretto corridoio, quindi si fanno passare nel corridoio, ammassate il più possibile, e con una specie di pistola
si spara in bocca una per una le buone vitamine.
Naturalmente
le pecore non hanno idea che tutto ciò è volto al loro bene. Loro capiscono
solo che ci sono tre cani che abbaiano furiosamente e cercano di evitarli per
quanto possibile. Per un po’ corrono ripetutamente in tondo nel recinto di
partenza, cercando disperatamente una via di fuga; poi basta che una
sola capisca qual è la direzione da prendere, il corridoio, che subito la massa la
segue. Quindi, dicevo, si ammucchiano le pecore strette strette – è il
principio del controllo delle folle, no? – finché non hanno più spazio di
manovra, e sono bloccate le une dalle altre.
Embee?
In caso stiano troppo larghe, i
cani le spingono nella direzione desiderata. Spingere è una parola grossa: non
è neanche necessario il contatto fisico, basta la mera presenza per impaurirle.
Una pecora poveretta era così spaventata che ha iniziato a correre avanti e
indietro per il recinto, finché non ha sbattuto la testa contro la staccionata
e si è spezzata il collo. Ma la povera bestia era ancora viva! Ovviamente non è
durata a lungo…
A questo proposito, mi sembra opportuno sfiorare un argomento
che, ahimè, messo per iscritto non darà mai un’idea adeguata della realtà dei
fatti: la puzza di morte. Non so quanti di voi hanno avuto modo di vivere
questa esperienza sensoriale. Io, prima di arrivare qui, mai. Potreste pensare
che il pesce che avete dimenticato in frigorifero prima di partire per le
vacanze sia ambasciatore degno della puzza di morte. Neanche per sogno. Avete
presente quando, nelle serie tv, trovano un cadavere vecchio di qualche giorno,
e si coprono naso e bocca con la mano? Balle. L’unica, realistica reazione è scappare il
più lontano possibile, mentre si tenta di trattenere i conati. Una pecora morta
da un giorno è quanto di più terribile possa registrare il vostro olfatto. Un odore
dolciastro, pesante – ok, col retrogusto di pesce – che, giuro, toglie
letteralmente il respiro, e ci vuole un po’ di tempo (e parecchi metri di
distanza fra voi e la carogna) per tornare a respirare liberamente.
In mancanza di un'immagine adeguata...
Ma! Passiamo
a un argomento un po’ più piacevole. Per noi, non per le pecore. Le abbiamo
sfamate, la abbiamo vaccinate, ora sono pronte per andare incontro al loro
destino di pecore: la tosatura. Che avviene una volta all’anno (in questa
fattoria, almeno), in qualsiasi periodo dell’anno. Ma ci sono dei requisiti da
rispettare: le pecore devono essere ben asciutte, perché la lana umida è
difficile da maneggiare, e devono essere portate nel capanno della tosatura
almeno un paio di ore prima dell’inizio dei lavori, altrimenti sono troppo
accaldate. I turni di lavoro sono organizzati in round di 2 ore l’uno,
intervallati da mezz’ora di pausa (un’ora per il pranzo). Il sindacato dei
tosatori è molto esigente, e gli iscritti prendono anche dei bei soldi. Il
tosatore capo per noi è Doug, che gira gli allevamenti della zona per tosare
pecore e alpaca e a seconda delle necessità è coadiuvato da altri due tosatori.
Quindi, si comincia.
Giorno 1
Il programma
prevede di cominciare alle 7.30. Io mi presento alle 7.32, e Doug è già
all’opera, alle prese con la primissima pecorella. La afferra per le zampe
anteriori, la trascina alla postazione, si appoggia con il busto al gancio che
serve a sostenere l’operatore e inizia a tosarla. Prima di tutto, via
il manto che ricopre la pancia, che va in una borsa a parte. Poi zampa
posteriore destra, fianco, sposta la pecora, gira la pecora, capelli sfumatura
alta, grazie. La povera bestia mi guarda, non so se rassegnata o implorante.
Col passare dei giorni, ho codificato tre diverse espressioni che possono apparire sul muso della pecora:
Espressione: Non so cosa ti hanno detto, ma hai preso la pecora sbagliata.
Espressione: Ma cosa stai facendo? Ti sembra il modo?
Espressione: Ti pregotipregotiprego non farmi del male.
In ogni caso, quello che sta accadendo ora è comunque infinitamente
meglio di quello che si aspettassero quando sono state cacciate nel recinto adibito alla tosatura. Mentre io mi immagino i
pensieri delle sventurate, Doug ha già finito: un buon tosatore impiega circa 2
minuti a tosare una pecora. Mentre Ric raccoglie il manto, un pezzo unico, io
spazzo via i brandelli che si sono staccati nel mentre, e Doug senza troppi
complimenti spinge la pecorella attraverso la porticina che dà sullo scivolo
che finisce in un recinto separato, la zona dei nudisti.
Dopo la cura
E avanti la prossima!
Intanto Ric mi mostra cosa si fa con la lana: stesa sul tavolo da lavoro, si libera
dei grumi più grossi di sporcizia e – povera pecora – dei pezzi di pelle viva
che sono venuti via. Per fortuna non sono molti, e ancora una volta credo che
le pecore si considerino fortunate a cavarsela tutto sommato con così poco.
Dopodiché la lana viene messa in un sacco all’interno della pressatrice, che
oltre a pressare la lana ci fa sapere anche il peso. In media una di queste
pecore (merino) si porta addosso 4 kg di lana. Morbidissima! E un po’ oleosa, a
maneggiarla le mani rimangono unticce.
Mi sembra di
correre come una matta per tutto il capanno, mi fanno addirittura provare a
raccogliere la lana. Non è un lavoro scontato come si potrebbe pensare. Così
come per tosare, anche per raccogliere la lana c’è una tecnica particolare:
prima si afferra la zampa posteriore destra dal lato sporco, che sarebbe il
lato esterno, quindi la zampa sinistra, si accumula il manto con i piedi, si fa
su con le mani indietreggiando, quindi si avvolge tutto intorno alle prime
zampe che avete raccolto. Ora con un gesto ampio e deciso si stende sul tavolo,
come una tovaglia. Se avete fatto le cose per bene, dovreste avere ben distesa
sul tavolo, con il lato sporco che guarda in su, la vostra pelliccia di lana
merino. Io naturalmente mando lana da tutte le parti.
Ecco come dovrebbe finire
Giorno 2
In cui mi
rendo conto che la sporcizia che eliminiamo con la prima sgrossata consiste in
cacca di pecora secca.
Altri eventi
salienti della giornata:
·Una
povera pecora ha ricevuto un taglio troppo corto. Così corto che le hanno
bucato il pancino… Fiotto di sangue rosso scuro che cola senza fermarsi, ma
Doug afferra ago e filo e sutura su due piedi la ferita. Io guardo incuriosita
e giro la testa dall’altra parte impressionata, più volte, mentre Ric mi chiede
se ho intenzione di svenire.
·Una
pecora particolarmente agguerrita riesce a scappare dal recinto e mi carica! O
meglio, io mi sono coraggiosamente messa fra lei e la porta del capanno,
sperando che come al solito lei si fermasse spaventata. Invece questa qui ha
deciso che Doug le fa più paura di me, e mi finisce addosso. Bilancio finale: 0
feriti, 1 tosata.
·Ho
scoperto con immensa gioia, salendo sulla bilancia per pesare la lana, che non
ho preso un kg da quando ho lasciato l’Italia!
Come
vedete, una giornata ricca di avvenimenti. E ancora solo un tosatore.
Giorno
3
In
cui arrivano i rinforzi: il
tosatore n. 2, Kel, e una raccoglitrice, Jacintha. Sono molto sollevata che
qualcun altro abbia il compito di tirare su la lana, ero davvero preoccupata al
pensiero di doverlo fare io. A parte che non lo so fare, ma è anche un lavoro
tremendo: la lana pesa, la terra è bassa e il lancio sul tavolo richiede una
certa forza! Io invece me la cavo solo col mal di schiena di chi sta in piedi
troppo a lungo e male ai pollici (ebbene sì) per via della sgrossatura. Ma
anche questa giornata arriva al termine, abbastanza velocemente devo ammettere.
I lavoratori se ne vanno, e io e Ric ci fermiamo a sistemare il capanno. Al
lavoro sull’ultima balla dilana, scopro che questo settore è fortemente
regolamentato: per chiudere la balla si devono utilizzare necessariamente 9
ganci, non uno di più, non uno di meno.
Parlando di cose meno ridicole, Ric mi
spiega delle differenti qualità di lana, che si classifica in base alla “lunghezza
d’onda” del filo, allo spessore, alla resistenza. Oh, e l’altra scoperta della
giornata: non è solo la cacca a inzaccherare il manto delle pecore. La lana
giallastra non è di quel colore per via dell’usura, e non è umida per via del
sudore.
Tosatori all'opera
Giorno4
Oggi Kel e
Jacintha sono sostituiti da Bruce e Josh. Quest’ultimo non ha l’esperienza e la
velocità di Jacintha, ma ancora una volta ringrazio il cielo di non dover fare
io il suo lavoro. A parte questo, nulla di particolare da segnalare. La
giornata si conclude senza incidenti; luci spente, ultima balla chiusa,
reciproca pacca sulla spalla.
Giorno 5
Ed eccoci
arrivati al giorno di chiusura! Devo dire che all’inizio ero molto, molto
incuriosita dall’argomento tosatura. Ora, 850 pecore dopo… basta, vi prego. Non
ne voglio più sapere. Almeno fino a marzo, quando si toseranno gli agnelli.
Altro che due settimane di pausa, eh? Mi sono presa
qualche giorno in più. Come dicevo, sono invecchiata e il riposo è necessario.
E a volte non è una cosa semplice da ottenere.
Per esempio, durante un viaggio notturno in bus. Partenza
idealmente alle 23 dalla stazione di Bundaberg; il bus non si presenta prima
delle 23.40. Fino ad allora, desolazione semi-totale, e fa pure un gran freddo.
Insieme a me ci sono due ragazzi francesi ad aspettare. Lo scenario è un po’
creepy, ma sul piazzale della stazione si affaccia l’ingresso di un ostello,
dal quale esce musica a volume piuttosto alto, quindi sono tranquilla. Ho
passato le ultime ore a casa dello zio Ray, che vive in città ed è stato tanto
gentile da ospitarmi in attesa della partenza: l’alternativa sarebbe stata
ciondolare in giro per la città con tutto il mio bagaglio, e capirete che ci
sono cose che pure una randagia come me non può tollerare in misura così
abbondante.
Finalmente arriva l’autobus, dicevo. Tutti si accalcano
intorno all’autista, che controlla i biglietti e carica le valigie a seconda
della destinazione. “Per Airlie Beach, da
questa parte.” C’è poi la corsa ai posti liberi: è notte, e i sedili sono
occupati da persone accampate alla meno peggio per trascorrere la notte. Ci
sono anche un paio di bambini piccolissimi, speriamo che facciano i bravi.
Finalmente trovo due posti liberi e mi svacco con armi e bagagli. Un paio di
piedi aromatizzati Camambert 1978 sconfinano dalla fila dietro sul mio sedile.
Santo cielo, non ho più la forza per fare queste cose. E naturalmente di
dormire non se ne parla. L’unica cosa che mi sento di fare, fra una sosta e
l’altra, è ascoltare la musica. Cerco di scrutare il paesaggio notturno e mi
rendo conto che sto attraversando esattamente gli stessi luoghi che ho visitato
solo qualche settimana prima. Persino le fermate sono le stesse: Rockhampton,
Sarina, Mackay, Bowen. È bello questo senso di familiarità geografica, così
posso rendermi conto di quanto manca alla destinazione; ed è una bella
soddisfazione scoprire di conoscere tanto bene una parte di mondo di cui
ignoravo l’esistenza fino a poco tempo fa. Allo stesso tempo affiorano la
nostalgia e la stanchezza: ho passato in questi luoghi quasi due mesi, e quando
iniziavo a sentirmi a casa, sono salita di nuovo su un bus. Forse è un
comportamento un po’ incoerente, decidere di partire sempre, anche se questo
provoca sofferenza. Ma c’è ancora tanta Australia da vedere.
Con più di due ore di ritardo, alle 11 del nuovo giorno,
entriamo ad Airlie Beach, che forse alcuni di voi ricorderanno come il punto di
partenza per quel luogo meraviglioso che è l’arcipelago delle Whitsundays.
Manco a dirlo, ancora una volta mi sembra che solo un mese fa il luogo fosse molto
più bello. Sarà che nel frattempo ci siamo avvicinati all’alta stagione, e le
strade sono affollate di turisti. Molto più probabilmente, la notte
insonne mi ha reso un po’ irascibile. Cercherò di recuperare questa notte. Che
grande idea che ho avuto, spezzare il viaggio in due tappe!
Trascino tutto il bagaglio all’ostello (meno male che
l’ho prenotato combinando i due fondamentali criteri di economicità e distanza
dalla fermata del bus – non è vicino per niente!), e se ero già smaronata causa
ritardo e mancanza di sonno, ora non migliorano certo le cose dicendomi che è
troppo presto per il check in e che devo tornare alle 12. OK, mi ripresento
alla reception alle 12. “No, è troppo
presto per il check in. Devi tornare alle 12.30.” Eccheccazzo. Medito se mettermi
il costume e andare a rinfrescarmi nella laguna, ma sono troppo stanca e
demotivata. Non faccio altro che aspettare su una panchina, dove credo di
trovare i primi australiani scorbutici del mio viaggio, ai quali chiedo se
posso sedermi e i quali mi rispondono con una faccia che dice: “Fai un po’ quel
cazzo che ti pare.” Sempre più smaronata. Finalmente è giunta l’ora del check
in e prendo possesso della camera. Bella lì, camera da 8, ma solo 2 persone,
una tedesca e un inglese. Domande di rito, di dove sei, quanto stai qui, dove
vai, sei qui col working holiday, dove sei stato finora… Bravi tutti, ora però
ho bisogno di trovare un internet spot. Mi reco quindi all’agenzia turistica
per backpacker Peterpan Adventure, presso la quale si può usufruire gratuitamente di PC e
connessione a patto di mostrare il braccialettino che attesta che
sei un loro cliente. Ah che bello, una nuova scoperta: il braccialettino non
serve più a una cippa, devi acquistare la card (2 $) che ti permette di usare
internet in tutte le agenzie Peterpan. Non è per i due dollari in sé,
naturalmente: è solo che da un po’ di tempo a questa parte ho la sensazione che
l’Australia non sia quel paese dei balocchi che si favoleggia, nessuno è lì
pronto a offrirti lavoro, soldi e l’esperienza della vita for free. Piuttosto,
sembra che gli australiani si siano resi conto che i backpacker siano un flusso
continuo e abbonante di polli felici di farsi spennare, una fonte inesauribile
di denaro e soprattutto di forza lavoro a buon mercato. OK, la smetto con la
polemica, è chiaro che oggi vedo tutto nelle più diverse sfumature di nero.
Finalmente torno in contatto col mondo, ed ecco la nuova brutta sorpresa della
giornata (al peggio non c’è limite): Luciana mi fa sapere che purtroppo non
riusciremo a incontrarci a Cairns. Momento spiegone: forse ricorderete Luciana,
che avevo incontrato a Brisbane pochi giorni prima che lasciassi la città.
Mentre io mi spostavo a nord e lavoravo in fattorie e resort e visitavo luoghi
da sogno, lei aveva deciso di trasferirsi a Cairns. Ci eravamo ripromesse di
ritrovarci lì, dal momento che io avrei sfiorato la città per l’eclissi del 14
novembre. E ora mi diceva che non ce l’avrebbe fatta, perché aveva trovato
lavoro fuori città e si era già trasferita. Non avete idea della delusione:
lasciare gli amici di Bundaberg e sperare di incontrare un’altra amica che ti
rendesse la separazione un po’ meno difficile, soprattutto in un momento di
malinconia come quello che stavo vivendo… e invece nulla! Con la brutta notizia
in tasca me ne torno in ostello, e con disappunto – di che ti stupisci –
incontro due altre ospiti della stanza, due ragazze austriache. La popolazione
germanofona fa subito amicizia e mi lascia lì per passare la serata a fare
baldoria: sembra brutto, ma meglio così, non ho proprio voglia di essere
socievole oggi. Voglio solo cenare e andare a dormire. Alle 22 quindi spengo la
luce. Alle 23 viene riaccesa senza ritegno, e se possibile con ancor meno
riguardi nei miei confronti una massa di gente entra in stanza ridendo e
scherzando come se fossero in spiaggia. Non posso credere alle mie orecchie,
non posso pensare che se ne sbattano in cotale misura della persona che sta
teoricamente dormendo. Li lascio andare avanti per qualche minuto, sperando che
la loro intenzione sia quella di abbandonare la stanza al più presto. Quando mi
rendo conto che non è così, me ne esco con un “Please, guys!”, che ovviamente non impressiona nessuno. L’unico
effetto che riesco a ottenere è il passaggio a un tono di voce normale.
Maledetti backpacker. Li insulto mentalmente al meglio delle mie possibilità,
metto la testa sotto il cuscino e aspetto che se ne vadano, che gli caschi la
lingua o che li colpisca un fulmine. Delle tre, purtroppo la prima è quella che
si verifica, e finalmente posso tornare a dormire, promettendomi che domani
quando mi sveglierò farò più chiasso possibile. Quanto sono meschina. Ma lo
capite che arrivavo da una giornata veramente di merda?
Il giorno successivo parte con presupposti migliori
(peggiori sarebbe stato impossibile). Mi arriva un messaggio di Luciana: “Ila, non ci crederai, ma riusciremo a
incontrarci a Cairns!” Evvai! Tutta baldanzosa rinuncio ai miei propositi
di vendetta nei confronti dei miei compagni di stanza, vado a fare colazione,
check out e mi dirigo alla fermata dell’autobus che, attenzione, arriva
puntuale. Mentre carico la mia valigia, accanto a me sento parlare italiano, e
bisognosa di conforto umano dopo la giornata di ieri, faccio una cosa che
raramente accade: mi faccio riconoscere. “Italiani?”
“Sì.” “Di dove?” “Lei di Torino, io
di vicino Milano.” “Dai, pure io! Di
dove, esattamente?” Rullo di tamburi… “Busto
Arsizio.” La Terra di Merdor!!! Non me ne vogliano i bustocchi di tutto il
mondo, ma la citazione era inevitabile. Che sorpresa incredibile, trovare un
vicino di casa ad Airlie Beach. Ci mettiamo comodi sul bus, partiamo, e
iniziano 10 ore di chiacchiere. Che poi includono sempre le solite domande:
cosa fai qui, da quanto sei in Australia, che facevi in Italia… Dino vive a
Melbourne e lavora come tecnico audio per concerti ed eventi. È in Australia da
parecchi anni ormai e qui sembra aver trovato l’America. Valentina è un’amica
di vecchia data che è venuta a trovarlo per spezzare l’inverno piemontese.
Avete idea di quanto sia incredibile un incontro del genere? Non è puramente
una questione di oh, proveniamo dalla
stessa zona… La cosa più bella è mettersi a parlare degli stessi luoghi ed
esperienze: non solo Dino mi nomina locali della vivace scena dell’hinterland
nord-occidentale che anche io ho frequentato per anni (Circolone, anyone?), ma
finiamo per scoprire che entrambi abbiamo vissuto a Dublino (sebbene in momenti
diversi), addirittura quasi dirimpettai sulle opposte sponde del Liffey, e
anche lì si bazzicavano gli stessi posti: Whelan’s, Mezz, Porter House… OK,
qualche puntiglioso dirà che a Dublino la scelta è limitata, ma suvvia! non
rovinatemi l’attimo, il momento in cui il karma si è reso conto di esserci
andato giù pesante con me e ha deciso di farsi perdonare.
Il viaggio trascorre in maniera molto più piacevole
rispetto alla tappa precedente, e puntuali alle 19.30 arriviamo a Cairns.
Decidiamo di cenare insieme non appena sbrigati gli obblighi di rito nei
rispettivi ostelli, e ci salutiamo. L’ultima volta che sono stata a Cairns non
ne ero rimasta per nulla entusiasta, ma oggi l’impressione è più positiva.
Senza dubbio merito di una migliore disposizione d’animo: giustapponete luce e
ombra, ed entrambe saranno molto più estreme. Scusate, le fatiche del viaggio e
il poco sonno mi fanno straparlare. Mi fiondo in ostello, e ancora prima di
entrare Luciana mi viene incontro per offrirmi un abbraccio da manuale. Lascio
giù tutto e andiamo a cena in un ristorante convenzionato, e nel frattempo ci
aggiorniamo a vicenda sugli ultimi sviluppi. Se oggi riusciamo a incontrarci è
perché ha avuto un’offerta di lavoro migliore in città, e dal momento che il
primo lavoro che aveva accettato le sembrava una mezza fregatura, ha deciso di
tornare a Cairns. Io fra le altre cose le racconto delle mie nuove conoscenze,
che poco dopo non mancano di raggiungerci, dotati addirittura di veicolo fresco
di autonoleggio. Finiamo per passare una bellissima serata e ci diamo
appuntamento l’indomani per vedere insieme l’eclissi. Come vi dicevo, di solito
nei miei viaggi evito i connazionali, e se arrivo alla fine della giornata
rendendomi conto che non ho detto neanche una parola di italiano, non posso che
essere soddisfatta di me. Ma ammetto che esprimersi sempre in un’altra lingua è
una cosa molto stancante, e a volte ho l’impressione che l’esercizio costante
non renda le cose più semplici, piuttosto non fa che esaurirmi di più. Quanto è
bello tornare a parlare nella propria lingua di tanto in tanto?
Ora, due parole su questa eclissi. Intanto, non ne sapevo
nulla finché non ho visto cartoline commemorative a Port Douglas, quasi un mese
prima dell’evento. Quando non si lavora è molto facile perdere la cognizione del tempo e il conto dei giorni, quindi pensavo che fosse già avvenuta. E
invece no, la data non era ancora passata… beh, a Cairns ci dovevo andare,
quindi perché non approfittarne e assistere al classico evento più unico che
raro? Quand’è stata l’ultima eclissi di sole totale in Italia? Boh, chi se lo
ricorda? Ergo occasione molto ghiotta. Il culmine dell’eclissi sarebbe stato
alle 6.38 del 14 novembre, quindi l’appuntamento era con Luciana alle 5.30
all’ingresso dell’ostello e con Dino e Valentina a un’ora imprecisata sul
lungomare. Lungomare affollato di gente a perdita d’occhio, che si guardi a
nord o a sud. Uno spettacolo incredibile. Tutti seduti sul muretto con i piedi
a penzoloni sull’acqua probabilmente infestata da meduse e coccodrilli;
moltissimi sono dotati di occhiali oscurati per evitare il rischio di cecità,
alcuni già con le magliette ricordo. Un elicottero della televisione passa a
più riprese sulla baia, poco distante da noi un inviato terrestre intervista
qualcuno dei presenti. Noi, al pensiero di essere ripresi per caso alle spalle
dell’intervistato, mandiamo il saluto tipico dell’italiano in televisione: “Ciao, mamma!” Grande eccitazione,
l’atmosfera è elettrica, sta per arrivare il momento… e arriva anche una nuvola
che potrebbe lasciare all’ombra il Molise per giorni. Ogni tanto si apre e ci
illude che forse riusciremo a vedere qualcosa, ma purtroppo questo è il massimo
che gli elementi ci concedono.
Comunque suggestivo, vero? Vabbeh, il sole è tornato, e
sentiamo tutti la necessità di un caffè. Anzi, ci meritiamo un vero espresso
stamattina! Ci accomodiamo in un bar italiano il cui caffè è degno del nome che
porta, e Dino e Valentina ci spiegano i piani per l’immediato futuro: fra poco
più di un’ora partiranno alla volta dell’Eclipse Festival, circa 3 ore a nord
di Cairns. “Per caso passate dall’aeroporto? Mi dareste mica un passaggio?” E
anche questa è organizzata! Torno in ostello, raccolgo le mie cose e poco dopo
i ragazzi mi fanno sapere che mi stanno aspettando all’ingresso. Mi pare di
rivivere di nuovo la scena di poche ore prima quando ho salutato Luciana al mio
arrivo a Cairns, ma ora il nostro è un abbraccio di congedo. Stavolta però
sappiamo esattamente quando e dove ci rivedremo: “Fra un mese esatto a Byron
Bay, vero?”
Ed eccomi ancora una volta in aeroporto. Speravo
proprio di non dover prendere aerei durante quest’anno, ma devo essere nella
capitale del Northern Territory entro il 17, e Cairns-Darwin è una distanza
troppo estesa da coprire in 3 giorni. Abbraccio i ragazzi, che hanno reso così
piacevole questo segmento del mio viaggio, prometto a Dino che mi farò sentire
quando sarò a Melbourne, e con Valentina non escludiamo la possibilità di
incontrarci di nuovo in Italia. Dopotutto questo sembra essere davvero un
piccolo mondo.
È arrivato quindi il momento di salutare Rie. Tornerà in
Giappone per il matrimonio di un’amica, si fermerà lì un mese e poi volerà di nuovo verso l'Australia. Prima però si dedicherà a qualche giro turistico: Sharon
ci ha detto che una coppia di amici che vivono a Hervey Bay può ospitarci, e
Rie ha deciso di recarsi lì per poi andare in visita a Fraser Island. Quindi ha
chiesto allo zio Ray di darle un passaggio a Hervey Bay.
Dopo il lavoro del
mattino, dopo aver chiuso le valigie, io, Rie e Doreen saliamo in macchina e
partiamo alla volta di questa località costiera rinomata per l’avvistamento
delle balene. Il cielo è grigio, l’atmosfera è perfetta per gli addii. Hervey
Bay non è molto distante, siamo lì in poco più di un’ora. Il posto è
tremendamente anonimo e apparentemente si esaurisce al porto, dove c’è
l’ufficio turistico, qualche caffè e la balena gigante che non può sfuggire
alla mia macchina fotografica.
Saranno le condizioni meteo avverse, saranno le
circostanze meste, ma la voglia di andare alla scoperta del paese è pari a
zero. Rie passa dall’auto di Ray a quella di Rodney, l’amico di Sharon (le
mando immediatamente un SMS: “Sembra la
consegna di un ostaggio”), ma prima ci scambiamo il saluto dei backpacker:
“Good luck.”Non sarà la persona più espansiva del mondo, ma ormai mi ero
abituata alla vita con lei, e come ogni cambiamento anche questo porta un po’
di malinconia e preoccupazione, quest’ultima dovuta soprattutto al pensiero che
da domani dovrò fare tutto da sola.
La sera a cena io e Sharon ci confidiamo che siamo tutte e
due un po’ mogie per l’assenza di Rie, ma sembra che non resterò sola a lungo.
Ieri una WWOOFer di nome Marjo ha contattato Sharon per venire a lavorare nella
farm, e oggi hanno telefonato due ragazze tedesche per sapere se c’è bisogno di
gente. Insomma sembra che presto il posto sarà molto affollato. “Ti conviene trasferirti qui e lasciare le
nuove arrivate nella bunkhouse; sono molto giovani, potreste non andare
d’accordo.” Capito? Mi muovo nella villa padronale: faccio carriera!
Il giorno dopo per prima cosa carico tutti i miei averi su
una carriola e prendo possesso della camera degli ospiti: letto queen size,
bagno bello spazioso da condividere con Doreen, internet in-house! E, la parte
che preferisco: da oggi avrò ai miei ordini ben tre persone! Ecco qui la mia
nuova squadra: Marjo ha 23 anni, viene dalla Finlandia, dove ha abbandonato gli
studi in legge, ed è in Australia da 8 mesi; è arrivata da Darwin con il suo
furgone hippie (“Fra Darwin e Cairns non
c’è NIENTE” dice, convincendomi a contemplare la possibilità di fare tale
tratta in aereo) e prima di finire a Cordalba ha passato tre giorni a fare
wwoofing da una coppia di estremisti cristiani, presso i quali non si beve, non
si fuma, si guarda la tv un’ora al giorno e non si parla durante i pasti. Mi
faccio dare i nomi per evitarli come la peste, e scopro con un brivido che
anche io avevo contattato queste persone, ma fortunatamente Sharon mi ha
risposto per prima. Abbiamo poi Stina e Nane, tedesche appena diciottenni che
sono arrivate in Australia da un paio di mesi e sono a loro volta fuggite da
una fattoria di hippie dopo un giorno di servizio, causa condizioni di vita un
po’ troppo estreme: toilette in mezzo agli alberi, camera da
letto in un caravan senza finestre, insetti ovunque. Ora non gli sembra vero di
avere a disposizione un vero bagno con doccia, in una vera abitazione, e di non
dover sbucciare banane sei ore al giorno senza interruzione. Infatti sono
ancora settate per il duro lavoro, e non appena portano a termine una delle
loro mansioni mi chiedono immediatamente cosa possono fare. “Fate un tuffo in piscina, prendete il sole,
leggetevi un libro…” “Ma magari
possiamo fare le pulizie in casa?” “Non
sarò certo io a fermarvi…” Sharon mi ha anche preso un frustino, ora sono
un kapò perfetto! …Ma va’, non sono capace di fare il capo, io. Eccomi a
spalare cacca nei recinti, come al solito. Prima di andare al lavoro, Wayne
trova anche il tempo per sfottermi: “Che
mondo… il capo sgobba mentre gli schiavi dormono…” “È che voglio dare il buon esempio…”
Il frustino comunque non è per me, ma per l’evento del
weekend: sabato ci sarà una mostra di minipony e domenica uno stage di
addestramento per grandi e piccini (nel senso di taglie equine), e Sharon
parteciperà insieme a Montague. Già venerdì pomeriggio arrivano i primi
partecipanti della mostra, che si accampano nei dintorni della farm con
baracca, burattini e cavallini. Siamo tutte molto curiose, pare che li abbiano
già sistemati nelle scuderie. Prima ancora di vederli, li sentiamo: fanno un
casino allucinante. Oddio, sono talmente piccoli che dobbiamo alzarci in punta
di piedi per individuarli oltre la barriera delle stalle.
Probabilmente sono
così chiacchierini perché non riescono a vedersi, allora per farsi coraggio a
vicenda si parlano: “Ci sei?” “Ci sono! Ma dove cazzo ci hanno portato?”
“Non lo so, ma non mi piace. Scommetto
che ci faranno correre e saltellare tutto il giorno, come fenomeni da
baraccone.” “Già. Ma stavolta gliela
faccio pagare. Ieri ho mangiato 12 kg di prugne.” Come i cani piccoli,
anche i cavalli piccoli sono molto incazzosi. Per compensare la taglia. A chi
mai verrebbe in mente di tenere in casa una cosa del genere? Non li puoi
cavalcare, non li puoi mettere in salotto… Poi però guardo i padroni, e capisco
che anche loro tanto normali non sono.
Uno di loro ci
spiega che non sono tutti generici minicavalli o minipony. Ci sono i pony, con
le zampe corte e tozze, tipo Daisy. Poi ci sono i cavallini e infine i
minicavalli, che hanno le stesse proporzioni di un cavallo, ma sono
rispettivamente piccoli e minuscoli. Per intenderci, guardateli vicino a
Bertha.
Giustamente fiera delle sue dimensioni
I cavallini sono impegnati tutto il giorno a sfilare,
correre, saltellare… Diciamo che potrei capire il loro astio nei confronti dei
proprietari. Dopo un po’ siamo tutte ampiamente annoiate. Credo che vi porterò
a fare un giro per la farm.
Ritengo di non spoilerare niente se rivelo che il taglio
à la strega di Blair non nasconde un
finale di sangue, ma si spiega semplicemente con una batteria esaurita. D’altra
parte non amo gli happy ending: finito il weekend lillipuziano, ho deciso di
lasciare Cordalba. Le ragioni sono molteplici: ho ancora un sacco di Australia
da vedere, tanto per cominciare. La partenza di Rie e l’arrivo degli schiavi,
per quanto esaltante, hanno interrotto una routine che mi dava una certa
sicurezza. Forse proprio l’equilibrio perso mi ha fatto capire che questo posto
per il momento è abbastanza per me. È passato un mese esatto da quando sono
arrivata qui. Inizio ad avvertire una certa noia, l’ansia di partire. Inoltre
Shane ha due settimane di ferie, e dal momento che andrà a Cairns per visitare
un amico, mi ha proposto un road trip lungo la costa. È un’idea interessante,
no?
È arrivato quindi il momento di fare la valigia e congedarmi. Due cose che
odio profondamente. Per fortuna avviene tutto molto in fretta, Wayne e Sharon
mi salutano prima di andare al lavoro. Wayne mi dà addirittura i bacini.
Abbraccio Doreen e Sharon, la ringrazio per l’ospitalità. È vero che me la sono
guadagnata col “duro” lavoro, ma la verità è che mi hanno dato molto di più:
ora sulla mia mappa delle amicizie c’è un nuovo puntino, e d’ora in poi il nome
della minuscola Cordalba sarà legato a una bella esperienza e soprattutto a
persone eccezionali. È proprio arrivato il momento di andare. La macchina è
pronta, il motore acceso, gli occhi umidi. Cerco di darmi un contegno prima di
salutare le nuove arrivate. Stina mi sgrida, me ne vado senza prima aver
chiesto il permesso a loro. Le abbraccio, ci auguriamo buona fortuna e scappo
in macchina. A questo punto le lacrime scendono senza fermarsi, in un modo che
sorprende anche me. Le ragazze escono sul portico posteriore per salutare la
macchina che imbocca il vialetto d’ingresso. Si chiude un altro capitolo del
mio viaggio.