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lunedì 8 agosto 2016

Brazil in London

Giuro che ieri, con un minimo sforzo di immaginazione, poteva anche sembrare di essere da qualche parte nel mar dei Caraibi. Musica latinoamericana, sole picchiaduro, un paio di palme, perché no un mojito.

La location era Southbank, che autoesplicandosi si trova sulla riva sud del Tamigi; per la precisione, l'arena all'aperto che c'è davanti allo Scoop, bizzarro edificio emisferico o quasi, fra London Bridge e Tower Bridge, di fronte alla Torre di Londra. Tali punti di riferimento sono quei dettagli che tradiscono la vera location in cui ha luogo l'evento, cioè il festival a tema brasiliano per celebrare l'apertura dei Giochi Olimpici.

Con Maracatu Estrela do Norte, che ora conoscete, abbiamo suonato in due sessioni, quella di apertura alle 11 e una seconda volta alle 13, per 30 minuti. C'erano poi altri gruppi culturali brasiliani che rappresentavano le varie sfumature dello spettro del samba e del carnevale.

Per darvi un'idea dell'atmosfera che si respirava, ecco qualche foto (anche perché stasera mi manca la forza, ieri ho speso troppe energie):

Alfaias
Colleghi di una band rivale (ma no, che ci vogliamo tutti bene)




Re e Regina del carnevale

Vabbè basta


Per concludere, video! Gentilmente offerto da Yi (di cui potete ammirare il dito indice), la collega di cui vi ho parlato qualche post fa.



A questo proposito, un sentito ringraziamento - che andrà almeno in parte perso nello scambio linguistico - a lei e agli altri colleghi, ex colleghi ed amici che sono venuti a fare pubblico!

Questo post è veramente grezzo, ma spero apprezzerete comunque!

mercoledì 3 agosto 2016

Maracatu

È da un po' che non scrivo, ma giurin giuretta non sono stata pigra (e comunque niente a che vedere con le pause che mi prendevo in passato, dai). Nei giorni scorsi ho ospitato a casa una collega che era homeless per qualche giorno, quindi il tempo per fare l'asociale con la mia scrittura è stato poco. Poi ieri sono andata alle prove, ed eccoci a mercoledì grazie a dio.

Ed è proprio delle prove che vi racconto oggi, delle prove e della band.

Fin da quando da ragazzetta vidi questo video di Michael Jackson


(ma pure le sfilate con gli sbandieratori) ho sempre avuto il pallino di suonare in una di queste band che fanno tanto rumore. E qui, con qualsiasi cosa tu voglia cimentarti, è possibile che troverai facilmente il modo di farla.

Così l'anno scorso mi sono unita a questa band brasiliana chiamata Maracatu Estrela do Norte, il che ha soddisfatto tutta la mia necessità di fare rumore. La prima volta che sono andata alle prove ho passato due ore a cercare di suonare, ballare e cantare - in portoghese, che non è una lingua che conosco - tutto insieme. Cervello in cortocircuito, ma per quelle due ore ho dimenticato tutti i miei problemi.

Ho suonato con la band più o meno per tutta l'estate, abbiamo partecipato al Brazil Day a Trafalgar Square, abbiamo preso parte al carnevale di Notting Hill e a qualche altro concerto.

 
A novembre dell'anno scorso mi sono capitati un sacco di cambiamenti tutti insieme, e ci ho messo del tempo a riaggiustarmi. Mi sono presa una pausa dalla band, e la pausa ha quasi rischiato di diventare permanente. Sono stati sei mesi un po' spinosi. Però nel momento in cui la mia vita sociale era a zero per una serie di circostanze casuali e concomitanti, ho deciso di riprendere.

Una delle decisioni migliori che abbia preso in questi sei mesi.

Da dove cominciare a spiegare? Farò un elenco puntato, che mi aiutano sempre a mettere ordine:

  1. Una sera a settimana stacco completamente dalla routine e non penso a nient'altro se non a tenere il tempo e far finta di cantare in portoghese (che, no, non ho ancora imparato).
  2. Non è solo beneficio mentale ma anche fisico! La alfaia (quel grosso tamburo) non è un ottavino e, se vuoi fare le cose per bene, devi picchiare duro. Di conseguenza le endorfine esplodono tutte intorno a te. L'effetto dura per ore. Garantito.
  3. La vita sociale rischia di avere un boost pazzesco. Due settimane fa mi hanno convinto ad andare a yoga al mattino, tornare a casa alle 6 del pomeriggio per poi uscire di nuovo alle 9, andare dall'altra parte della città e scatenarmi nelle danze a un festival brasiliano. Di domenica.
  4. Yoga, appunto. Una signora della band, Max, è un'insegnante di yoga e quando arriva la bella stagione decente ci dà appuntamento ogni settimana in un parco diverso della città per una lezione di yoga seguita da picnic e svacco. L'unico problema è che questo avviene di domenica mattina. Motivo per il quale finora sono andata solo 3 volte.
  5. Ora, non vorrei suonare come un'approfittatrice, ma la band mi ha anche risolto il problema delle vacanze quest'anno... Brazil! Ulteriori dettagli in seguito.
E insomma, mi pare un'introduzione atta a questo mio hobby. In realtà non ho detto molto sulla band in sé, sui suoi personaggi, sulla musica... rimandiamo a un altro post!

domenica 28 aprile 2013

Il silenzio degli agnelli di 'sta cippa



Allora, mettiamo in ordine le idee e cerchiamo di capire qual è il miglior modo di raccontare i due mesi e mezzo passati a Camden Springs. Ci ho riflettuto assai, e credo che sia meglio affrontare la questione per settori produttivi: pecore, mucche, varie ed eventuali. Iniziando dalle pecore.

Ho scoperto che le pecore sono animali timidissimi. No, aspettate, questa è la scoperta dell’acqua calda. La pecora è l’animale mansueto per definizione, c’è fior fiore di iconografia religiosa che ce lo ricorda. Fate il minimo movimento verso la pecora, e lei subito si sposterà nella direzione opposta con grande fretta, seguita con fretta ancora più grande da tutte le sue sorelle. 

Noi ce ne andiamo

Magari un attimo prima sono tutte sdraiate all’ombra di un eucalipto a riposare, o intorno all’abbeveratoio a rinfrescarsi… ma nell’attimo stesso in cui avvertono che uno sgradito bipede o il suo servo canino si avvicina, nulla al mondo potrebbe farle rimanere al loro posto. A meno che… a meno che non sia l’ora del pranzo.

Dal momento che quest’anno la siccità è stata davvero spietata, nei campi l’erba scarseggia, quindi Ric è costretto a integrare la dieta degli ovini con i cereali. Ogni tre giorni distribuiamo una striscia di orzo nel pascolo, e allora apriti cielo! Non ho mai visto una cosa del genere: non appena le avanguardie vedono arrivare il pick up, iniziano a gridare eccitate, e in pochi secondi una fiumana di pecore corre nella nostra direzione. E che belati esigenti! “Allora, ti sembra questa l’ora di arrivare? Abbiamo fame! Dacci da mangiare! Fame! Fame!” Non so se riesco a darvi un’idea della scena. Facciamo così: avete presente un qualsiasi film di zombi? 


Ecco. C’è persino la pecora tripode, che conferisce il giusto tono gore alla situazione. Pecore zombi. Questa sì che è un’idea accattivante… Beh, capisco che potrei non aver suggestionato a sufficienza la vostra immaginazione. Ergo ho pensato bene di girare un nuovo capolavoro in 3D per documentare il mio vissuto. 



Come dite? Non è in 3D? Ma avete messo gli occhialini? Sempre solo 2D, capisco. Beh, meglio così. Il 3D è sopravvalutato.

Comunque, le pecore sono così affamate che dimenticano tutta la loro timidezza, se ne sbattono del rischio di finire sotto le ruote del pick up e arrivano anche a calpestarsi l’una con l’altra. La striscia di orzo diventa sempre più lunga, e loro mollano il pezzetto che si erano guadagnate a suon di spintoni perché sono avide di sapere se il nuovo segmento a terra nasconde qualche sorpresa. Finché non ce ne andiamo, continuano a correrci dietro. E questo è il primo segnale che mi suggerisce che quando si parla di masse di pecoroni… beh, non sono proprio parole dette a caso.

Sul serio, più passa il tempo, più vedo crescere le somiglianze fra pecore e persone. Per esempio, al momento della vaccinazione degli ovini. Non si tratta proprio di un vaccino, piuttosto di fermenti lattici/integratori minerali o qualcosa di simile. Una roba color fango dall’odore di melassa. Si fanno entrare le pecore in un recinto, collegato a un altro recinto da uno stretto corridoio, quindi si fanno passare nel corridoio, ammassate il più possibile, e con una specie di pistola si spara in bocca una per una le buone vitamine.
Naturalmente le pecore non hanno idea che tutto ciò è volto al loro bene. Loro capiscono solo che ci sono tre cani che abbaiano furiosamente e cercano di evitarli per quanto possibile. Per un po’ corrono ripetutamente in tondo nel recinto di partenza, cercando disperatamente una via di fuga; poi basta che una sola capisca qual è la direzione da prendere, il corridoio, che subito la massa la segue. Quindi, dicevo, si ammucchiano le pecore strette strette – è il principio del controllo delle folle, no? – finché non hanno più spazio di manovra, e sono bloccate le une dalle altre. 

Embee?

In caso stiano troppo larghe, i cani le spingono nella direzione desiderata. Spingere è una parola grossa: non è neanche necessario il contatto fisico, basta la mera presenza per impaurirle. Una pecora poveretta era così spaventata che ha iniziato a correre avanti e indietro per il recinto, finché non ha sbattuto la testa contro la staccionata e si è spezzata il collo. Ma la povera bestia era ancora viva! Ovviamente non è durata a lungo… 

A questo proposito, mi sembra opportuno sfiorare un argomento che, ahimè, messo per iscritto non darà mai un’idea adeguata della realtà dei fatti: la puzza di morte. Non so quanti di voi hanno avuto modo di vivere questa esperienza sensoriale. Io, prima di arrivare qui, mai. Potreste pensare che il pesce che avete dimenticato in frigorifero prima di partire per le vacanze sia ambasciatore degno della puzza di morte. Neanche per sogno. Avete presente quando, nelle serie tv, trovano un cadavere vecchio di qualche giorno, e si coprono naso e bocca con la mano? Balle. L’unica, realistica reazione è scappare il più lontano possibile, mentre si tenta di trattenere i conati. Una pecora morta da un giorno è quanto di più terribile possa registrare il vostro olfatto. Un odore dolciastro, pesante – ok, col retrogusto di pesce – che, giuro, toglie letteralmente il respiro, e ci vuole un po’ di tempo (e parecchi metri di distanza fra voi e la carogna) per tornare a respirare liberamente.

In mancanza di un'immagine adeguata...

Ma! Passiamo a un argomento un po’ più piacevole. Per noi, non per le pecore. Le abbiamo sfamate, la abbiamo vaccinate, ora sono pronte per andare incontro al loro destino di pecore: la tosatura. Che avviene una volta all’anno (in questa fattoria, almeno), in qualsiasi periodo dell’anno. Ma ci sono dei requisiti da rispettare: le pecore devono essere ben asciutte, perché la lana umida è difficile da maneggiare, e devono essere portate nel capanno della tosatura almeno un paio di ore prima dell’inizio dei lavori, altrimenti sono troppo accaldate. I turni di lavoro sono organizzati in round di 2 ore l’uno, intervallati da mezz’ora di pausa (un’ora per il pranzo). Il sindacato dei tosatori è molto esigente, e gli iscritti prendono anche dei bei soldi. Il tosatore capo per noi è Doug, che gira gli allevamenti della zona per tosare pecore e alpaca e a seconda delle necessità è coadiuvato da altri due tosatori. Quindi, si comincia.

Giorno 1
Il programma prevede di cominciare alle 7.30. Io mi presento alle 7.32, e Doug è già all’opera, alle prese con la primissima pecorella. La afferra per le zampe anteriori, la trascina alla postazione, si appoggia con il busto al gancio che serve a sostenere l’operatore e inizia a tosarla. Prima di tutto, via il manto che ricopre la pancia, che va in una borsa a parte. Poi zampa posteriore destra, fianco, sposta la pecora, gira la pecora, capelli sfumatura alta, grazie. La povera bestia mi guarda, non so se rassegnata o implorante. Col passare dei giorni, ho codificato tre diverse espressioni che possono apparire sul muso della pecora:

  1. Espressione: Non so cosa ti hanno detto, ma hai preso la pecora sbagliata.
  2. Espressione: Ma cosa stai facendo? Ti sembra il modo?
  3. Espressione: Ti pregotipregotiprego non farmi del male.
In ogni caso, quello che sta accadendo ora è comunque infinitamente meglio di quello che si aspettassero quando sono state cacciate nel recinto adibito alla tosatura. Mentre io mi immagino i pensieri delle sventurate, Doug ha già finito: un buon tosatore impiega circa 2 minuti a tosare una pecora. Mentre Ric raccoglie il manto, un pezzo unico, io spazzo via i brandelli che si sono staccati nel mentre, e Doug senza troppi complimenti spinge la pecorella attraverso la porticina che dà sullo scivolo che finisce in un recinto separato, la zona dei nudisti.

 
Dopo la cura

E avanti la prossima! Intanto Ric mi mostra cosa si fa con la lana: stesa sul tavolo da lavoro, si libera dei grumi più grossi di sporcizia e – povera pecora – dei pezzi di pelle viva che sono venuti via. Per fortuna non sono molti, e ancora una volta credo che le pecore si considerino fortunate a cavarsela tutto sommato con così poco. Dopodiché la lana viene messa in un sacco all’interno della pressatrice, che oltre a pressare la lana ci fa sapere anche il peso. In media una di queste pecore (merino) si porta addosso 4 kg di lana. Morbidissima! E un po’ oleosa, a maneggiarla le mani rimangono unticce.

Mi sembra di correre come una matta per tutto il capanno, mi fanno addirittura provare a raccogliere la lana. Non è un lavoro scontato come si potrebbe pensare. Così come per tosare, anche per raccogliere la lana c’è una tecnica particolare: prima si afferra la zampa posteriore destra dal lato sporco, che sarebbe il lato esterno, quindi la zampa sinistra, si accumula il manto con i piedi, si fa su con le mani indietreggiando, quindi si avvolge tutto intorno alle prime zampe che avete raccolto. Ora con un gesto ampio e deciso si stende sul tavolo, come una tovaglia. Se avete fatto le cose per bene, dovreste avere ben distesa sul tavolo, con il lato sporco che guarda in su, la vostra pelliccia di lana merino. Io naturalmente mando lana da tutte le parti.

Ecco come dovrebbe finire

Giorno 2
In cui mi rendo conto che la sporcizia che eliminiamo con la prima sgrossata consiste in cacca di pecora secca.

Altri eventi salienti della giornata:

·         Una povera pecora ha ricevuto un taglio troppo corto. Così corto che le hanno bucato il pancino… Fiotto di sangue rosso scuro che cola senza fermarsi, ma Doug afferra ago e filo e sutura su due piedi la ferita. Io guardo incuriosita e giro la testa dall’altra parte impressionata, più volte, mentre Ric mi chiede se ho intenzione di svenire.
·         Una pecora particolarmente agguerrita riesce a scappare dal recinto e mi carica! O meglio, io mi sono coraggiosamente messa fra lei e la porta del capanno, sperando che come al solito lei si fermasse spaventata. Invece questa qui ha deciso che Doug le fa più paura di me, e mi finisce addosso. Bilancio finale: 0 feriti, 1 tosata.
·         Ho scoperto con immensa gioia, salendo sulla bilancia per pesare la lana, che non ho preso un kg da quando ho lasciato l’Italia!

Come vedete, una giornata ricca di avvenimenti. E ancora solo un tosatore.

Giorno 3
In cui arrivano i rinforzi: il tosatore n. 2, Kel, e una raccoglitrice, Jacintha. Sono molto sollevata che qualcun altro abbia il compito di tirare su la lana, ero davvero preoccupata al pensiero di doverlo fare io. A parte che non lo so fare, ma è anche un lavoro tremendo: la lana pesa, la terra è bassa e il lancio sul tavolo richiede una certa forza! Io invece me la cavo solo col mal di schiena di chi sta in piedi troppo a lungo e male ai pollici (ebbene sì) per via della sgrossatura. Ma anche questa giornata arriva al termine, abbastanza velocemente devo ammettere. I lavoratori se ne vanno, e io e Ric ci fermiamo a sistemare il capanno. Al lavoro sull’ultima balla dilana, scopro che questo settore è fortemente regolamentato: per chiudere la balla si devono utilizzare necessariamente 9 ganci, non uno di più, non uno di meno.
Parlando di cose meno ridicole, Ric mi spiega delle differenti qualità di lana, che si classifica in base alla “lunghezza d’onda” del filo, allo spessore, alla resistenza. Oh, e l’altra scoperta della giornata: non è solo la cacca a inzaccherare il manto delle pecore. La lana giallastra non è di quel colore per via dell’usura, e non è umida per via del sudore.

Tosatori all'opera

Giorno  4
Oggi Kel e Jacintha sono sostituiti da Bruce e Josh. Quest’ultimo non ha l’esperienza e la velocità di Jacintha, ma ancora una volta ringrazio il cielo di non dover fare io il suo lavoro. A parte questo, nulla di particolare da segnalare. La giornata si conclude senza incidenti; luci spente, ultima balla chiusa, reciproca pacca sulla spalla.

Giorno 5
Ed eccoci arrivati al giorno di chiusura! Devo dire che all’inizio ero molto, molto incuriosita dall’argomento tosatura. Ora, 850 pecore dopo… basta, vi prego. Non ne voglio più sapere. Almeno fino a marzo, quando si toseranno gli agnelli.

Non ha una faccia felice, vero?

domenica 16 dicembre 2012

Dove l'ombra nera scende



Altro che due settimane di pausa, eh? Mi sono presa qualche giorno in più. Come dicevo, sono invecchiata e il riposo è necessario. E a volte non è una cosa semplice da ottenere.
Per esempio, durante un viaggio notturno in bus. Partenza idealmente alle 23 dalla stazione di Bundaberg; il bus non si presenta prima delle 23.40. Fino ad allora, desolazione semi-totale, e fa pure un gran freddo. Insieme a me ci sono due ragazzi francesi ad aspettare. Lo scenario è un po’ creepy, ma sul piazzale della stazione si affaccia l’ingresso di un ostello, dal quale esce musica a volume piuttosto alto, quindi sono tranquilla. Ho passato le ultime ore a casa dello zio Ray, che vive in città ed è stato tanto gentile da ospitarmi in attesa della partenza: l’alternativa sarebbe stata ciondolare in giro per la città con tutto il mio bagaglio, e capirete che ci sono cose che pure una randagia come me non può tollerare in misura così abbondante.

Finalmente arriva l’autobus, dicevo. Tutti si accalcano intorno all’autista, che controlla i biglietti e carica le valigie a seconda della destinazione. “Per Airlie Beach, da questa parte.” C’è poi la corsa ai posti liberi: è notte, e i sedili sono occupati da persone accampate alla meno peggio per trascorrere la notte. Ci sono anche un paio di bambini piccolissimi, speriamo che facciano i bravi. Finalmente trovo due posti liberi e mi svacco con armi e bagagli. Un paio di piedi aromatizzati Camambert 1978 sconfinano dalla fila dietro sul mio sedile. Santo cielo, non ho più la forza per fare queste cose. E naturalmente di dormire non se ne parla. L’unica cosa che mi sento di fare, fra una sosta e l’altra, è ascoltare la musica. Cerco di scrutare il paesaggio notturno e mi rendo conto che sto attraversando esattamente gli stessi luoghi che ho visitato solo qualche settimana prima. Persino le fermate sono le stesse: Rockhampton, Sarina, Mackay, Bowen. È bello questo senso di familiarità geografica, così posso rendermi conto di quanto manca alla destinazione; ed è una bella soddisfazione scoprire di conoscere tanto bene una parte di mondo di cui ignoravo l’esistenza fino a poco tempo fa. Allo stesso tempo affiorano la nostalgia e la stanchezza: ho passato in questi luoghi quasi due mesi, e quando iniziavo a sentirmi a casa, sono salita di nuovo su un bus. Forse è un comportamento un po’ incoerente, decidere di partire sempre, anche se questo provoca sofferenza. Ma c’è ancora tanta Australia da vedere.

Con più di due ore di ritardo, alle 11 del nuovo giorno, entriamo ad Airlie Beach, che forse alcuni di voi ricorderanno come il punto di partenza per quel luogo meraviglioso che è l’arcipelago delle Whitsundays. Manco a dirlo, ancora una volta mi sembra che solo un mese fa il luogo fosse molto più bello. Sarà che nel frattempo ci siamo avvicinati all’alta stagione, e le strade sono affollate di turisti. Molto più probabilmente, la notte insonne mi ha reso un po’ irascibile. Cercherò di recuperare questa notte. Che grande idea che ho avuto, spezzare il viaggio in due tappe!

Trascino tutto il bagaglio all’ostello (meno male che l’ho prenotato combinando i due fondamentali criteri di economicità e distanza dalla fermata del bus – non è vicino per niente!), e se ero già smaronata causa ritardo e mancanza di sonno, ora non migliorano certo le cose dicendomi che è troppo presto per il check in e che devo tornare alle 12. OK, mi ripresento alla reception alle 12. “No, è troppo presto per il check in. Devi tornare alle 12.30.” Eccheccazzo. Medito se mettermi il costume e andare a rinfrescarmi nella laguna, ma sono troppo stanca e demotivata. Non faccio altro che aspettare su una panchina, dove credo di trovare i primi australiani scorbutici del mio viaggio, ai quali chiedo se posso sedermi e i quali mi rispondono con una faccia che dice: “Fai un po’ quel cazzo che ti pare.” Sempre più smaronata. Finalmente è giunta l’ora del check in e prendo possesso della camera. Bella lì, camera da 8, ma solo 2 persone, una tedesca e un inglese. Domande di rito, di dove sei, quanto stai qui, dove vai, sei qui col working holiday, dove sei stato finora… Bravi tutti, ora però ho bisogno di trovare un internet spot. Mi reco quindi all’agenzia turistica per backpacker Peterpan Adventure, presso la quale si può usufruire gratuitamente di PC e connessione a patto di mostrare il braccialettino che attesta che sei un loro cliente. Ah che bello, una nuova scoperta: il braccialettino non serve più a una cippa, devi acquistare la card (2 $) che ti permette di usare internet in tutte le agenzie Peterpan. Non è per i due dollari in sé, naturalmente: è solo che da un po’ di tempo a questa parte ho la sensazione che l’Australia non sia quel paese dei balocchi che si favoleggia, nessuno è lì pronto a offrirti lavoro, soldi e l’esperienza della vita for free. Piuttosto, sembra che gli australiani si siano resi conto che i backpacker siano un flusso continuo e abbonante di polli felici di farsi spennare, una fonte inesauribile di denaro e soprattutto di forza lavoro a buon mercato. OK, la smetto con la polemica, è chiaro che oggi vedo tutto nelle più diverse sfumature di nero.

Finalmente torno in contatto col mondo, ed ecco la nuova brutta sorpresa della giornata (al peggio non c’è limite): Luciana mi fa sapere che purtroppo non riusciremo a incontrarci a Cairns. Momento spiegone: forse ricorderete Luciana, che avevo incontrato a Brisbane pochi giorni prima che lasciassi la città. Mentre io mi spostavo a nord e lavoravo in fattorie e resort e visitavo luoghi da sogno, lei aveva deciso di trasferirsi a Cairns. Ci eravamo ripromesse di ritrovarci lì, dal momento che io avrei sfiorato la città per l’eclissi del 14 novembre. E ora mi diceva che non ce l’avrebbe fatta, perché aveva trovato lavoro fuori città e si era già trasferita. Non avete idea della delusione: lasciare gli amici di Bundaberg e sperare di incontrare un’altra amica che ti rendesse la separazione un po’ meno difficile, soprattutto in un momento di malinconia come quello che stavo vivendo… e invece nulla! Con la brutta notizia in tasca me ne torno in ostello, e con disappunto – di che ti stupisci – incontro due altre ospiti della stanza, due ragazze austriache. La popolazione germanofona fa subito amicizia e mi lascia lì per passare la serata a fare baldoria: sembra brutto, ma meglio così, non ho proprio voglia di essere socievole oggi. Voglio solo cenare e andare a dormire. Alle 22 quindi spengo la luce. Alle 23 viene riaccesa senza ritegno, e se possibile con ancor meno riguardi nei miei confronti una massa di gente entra in stanza ridendo e scherzando come se fossero in spiaggia. Non posso credere alle mie orecchie, non posso pensare che se ne sbattano in cotale misura della persona che sta teoricamente dormendo. Li lascio andare avanti per qualche minuto, sperando che la loro intenzione sia quella di abbandonare la stanza al più presto. Quando mi rendo conto che non è così, me ne esco con un “Please, guys!”, che ovviamente non impressiona nessuno. L’unico effetto che riesco a ottenere è il passaggio a un tono di voce normale. Maledetti backpacker. Li insulto mentalmente al meglio delle mie possibilità, metto la testa sotto il cuscino e aspetto che se ne vadano, che gli caschi la lingua o che li colpisca un fulmine. Delle tre, purtroppo la prima è quella che si verifica, e finalmente posso tornare a dormire, promettendomi che domani quando mi sveglierò farò più chiasso possibile. Quanto sono meschina. Ma lo capite che arrivavo da una giornata veramente di merda?

Il giorno successivo parte con presupposti migliori (peggiori sarebbe stato impossibile). Mi arriva un messaggio di Luciana: “Ila, non ci crederai, ma riusciremo a incontrarci a Cairns!” Evvai! Tutta baldanzosa rinuncio ai miei propositi di vendetta nei confronti dei miei compagni di stanza, vado a fare colazione, check out e mi dirigo alla fermata dell’autobus che, attenzione, arriva puntuale. Mentre carico la mia valigia, accanto a me sento parlare italiano, e bisognosa di conforto umano dopo la giornata di ieri, faccio una cosa che raramente accade: mi faccio riconoscere. “Italiani?” “Sì.” “Di dove?” “Lei di Torino, io di vicino Milano.” “Dai, pure io! Di dove, esattamente?” Rullo di tamburi… “Busto Arsizio.” La Terra di Merdor!!! Non me ne vogliano i bustocchi di tutto il mondo, ma la citazione era inevitabile. Che sorpresa incredibile, trovare un vicino di casa ad Airlie Beach. Ci mettiamo comodi sul bus, partiamo, e iniziano 10 ore di chiacchiere. Che poi includono sempre le solite domande: cosa fai qui, da quanto sei in Australia, che facevi in Italia… Dino vive a Melbourne e lavora come tecnico audio per concerti ed eventi. È in Australia da parecchi anni ormai e qui sembra aver trovato l’America. Valentina è un’amica di vecchia data che è venuta a trovarlo per spezzare l’inverno piemontese. Avete idea di quanto sia incredibile un incontro del genere? Non è puramente una questione di oh, proveniamo dalla stessa zona… La cosa più bella è mettersi a parlare degli stessi luoghi ed esperienze: non solo Dino mi nomina locali della vivace scena dell’hinterland nord-occidentale che anche io ho frequentato per anni (Circolone, anyone?), ma finiamo per scoprire che entrambi abbiamo vissuto a Dublino (sebbene in momenti diversi), addirittura quasi dirimpettai sulle opposte sponde del Liffey, e anche lì si bazzicavano gli stessi posti: Whelan’s, Mezz, Porter House… OK, qualche puntiglioso dirà che a Dublino la scelta è limitata, ma suvvia! non rovinatemi l’attimo, il momento in cui il karma si è reso conto di esserci andato giù pesante con me e ha deciso di farsi perdonare.

Il viaggio trascorre in maniera molto più piacevole rispetto alla tappa precedente, e puntuali alle 19.30 arriviamo a Cairns. Decidiamo di cenare insieme non appena sbrigati gli obblighi di rito nei rispettivi ostelli, e ci salutiamo. L’ultima volta che sono stata a Cairns non ne ero rimasta per nulla entusiasta, ma oggi l’impressione è più positiva. Senza dubbio merito di una migliore disposizione d’animo: giustapponete luce e ombra, ed entrambe saranno molto più estreme. Scusate, le fatiche del viaggio e il poco sonno mi fanno straparlare. Mi fiondo in ostello, e ancora prima di entrare Luciana mi viene incontro per offrirmi un abbraccio da manuale. Lascio giù tutto e andiamo a cena in un ristorante convenzionato, e nel frattempo ci aggiorniamo a vicenda sugli ultimi sviluppi. Se oggi riusciamo a incontrarci è perché ha avuto un’offerta di lavoro migliore in città, e dal momento che il primo lavoro che aveva accettato le sembrava una mezza fregatura, ha deciso di tornare a Cairns. Io fra le altre cose le racconto delle mie nuove conoscenze, che poco dopo non mancano di raggiungerci, dotati addirittura di veicolo fresco di autonoleggio. Finiamo per passare una bellissima serata e ci diamo appuntamento l’indomani per vedere insieme l’eclissi. Come vi dicevo, di solito nei miei viaggi evito i connazionali, e se arrivo alla fine della giornata rendendomi conto che non ho detto neanche una parola di italiano, non posso che essere soddisfatta di me. Ma ammetto che esprimersi sempre in un’altra lingua è una cosa molto stancante, e a volte ho l’impressione che l’esercizio costante non renda le cose più semplici, piuttosto non fa che esaurirmi di più. Quanto è bello tornare a parlare nella propria lingua di tanto in tanto?

Ora, due parole su questa eclissi. Intanto, non ne sapevo nulla finché non ho visto cartoline commemorative a Port Douglas, quasi un mese prima dell’evento. Quando non si lavora è molto facile perdere la cognizione del tempo e il conto dei giorni, quindi pensavo che fosse già avvenuta. E invece no, la data non era ancora passata… beh, a Cairns ci dovevo andare, quindi perché non approfittarne e assistere al classico evento più unico che raro? Quand’è stata l’ultima eclissi di sole totale in Italia? Boh, chi se lo ricorda? Ergo occasione molto ghiotta. Il culmine dell’eclissi sarebbe stato alle 6.38 del 14 novembre, quindi l’appuntamento era con Luciana alle 5.30 all’ingresso dell’ostello e con Dino e Valentina a un’ora imprecisata sul lungomare. Lungomare affollato di gente a perdita d’occhio, che si guardi a nord o a sud. Uno spettacolo incredibile. Tutti seduti sul muretto con i piedi a penzoloni sull’acqua probabilmente infestata da meduse e coccodrilli; moltissimi sono dotati di occhiali oscurati per evitare il rischio di cecità, alcuni già con le magliette ricordo. Un elicottero della televisione passa a più riprese sulla baia, poco distante da noi un inviato terrestre intervista qualcuno dei presenti. Noi, al pensiero di essere ripresi per caso alle spalle dell’intervistato, mandiamo il saluto tipico dell’italiano in televisione: “Ciao, mamma!” Grande eccitazione, l’atmosfera è elettrica, sta per arrivare il momento… e arriva anche una nuvola che potrebbe lasciare all’ombra il Molise per giorni. Ogni tanto si apre e ci illude che forse riusciremo a vedere qualcosa, ma purtroppo questo è il massimo che gli elementi ci concedono.


Comunque suggestivo, vero? Vabbeh, il sole è tornato, e sentiamo tutti la necessità di un caffè. Anzi, ci meritiamo un vero espresso stamattina! Ci accomodiamo in un bar italiano il cui caffè è degno del nome che porta, e Dino e Valentina ci spiegano i piani per l’immediato futuro: fra poco più di un’ora partiranno alla volta dell’Eclipse Festival, circa 3 ore a nord di Cairns. “Per caso passate dall’aeroporto? Mi dareste mica un passaggio?” E anche questa è organizzata! Torno in ostello, raccolgo le mie cose e poco dopo i ragazzi mi fanno sapere che mi stanno aspettando all’ingresso. Mi pare di rivivere di nuovo la scena di poche ore prima quando ho salutato Luciana al mio arrivo a Cairns, ma ora il nostro è un abbraccio di congedo. Stavolta però sappiamo esattamente quando e dove ci rivedremo: “Fra un mese esatto a Byron Bay, vero?

Ed eccomi ancora una volta in aeroporto. Speravo proprio di non dover prendere aerei durante quest’anno, ma devo essere nella capitale del Northern Territory entro il 17, e Cairns-Darwin è una distanza troppo estesa da coprire in 3 giorni. Abbraccio i ragazzi, che hanno reso così piacevole questo segmento del mio viaggio, prometto a Dino che mi farò sentire quando sarò a Melbourne, e con Valentina non escludiamo la possibilità di incontrarci di nuovo in Italia. Dopotutto questo sembra essere davvero un piccolo mondo.

3.080 km



 Km totali percorsi: 23.530

lunedì 5 novembre 2012

Gente che va, gente che viene


È arrivato quindi il momento di salutare Rie. Tornerà in Giappone per il matrimonio di un’amica, si fermerà lì un mese e poi volerà di nuovo verso l'Australia. Prima però si dedicherà a qualche giro turistico: Sharon ci ha detto che una coppia di amici che vivono a Hervey Bay può ospitarci, e Rie ha deciso di recarsi lì per poi andare in visita a Fraser Island. Quindi ha chiesto allo zio Ray di darle un passaggio a Hervey Bay. 
Dopo il lavoro del mattino, dopo aver chiuso le valigie, io, Rie e Doreen saliamo in macchina e partiamo alla volta di questa località costiera rinomata per l’avvistamento delle balene. Il cielo è grigio, l’atmosfera è perfetta per gli addii. Hervey Bay non è molto distante, siamo lì in poco più di un’ora. Il posto è tremendamente anonimo e apparentemente si esaurisce al porto, dove c’è l’ufficio turistico, qualche caffè e la balena gigante che non può sfuggire alla mia macchina fotografica. 


Saranno le condizioni meteo avverse, saranno le circostanze meste, ma la voglia di andare alla scoperta del paese è pari a zero. Rie passa dall’auto di Ray a quella di Rodney, l’amico di Sharon (le mando immediatamente un SMS: “Sembra la consegna di un ostaggio”), ma prima ci scambiamo il saluto dei backpacker: “Good luck. Non sarà la persona più espansiva del mondo, ma ormai mi ero abituata alla vita con lei, e come ogni cambiamento anche questo porta un po’ di malinconia e preoccupazione, quest’ultima dovuta soprattutto al pensiero che da domani dovrò fare tutto da sola.

La sera a cena io e Sharon ci confidiamo che siamo tutte e due un po’ mogie per l’assenza di Rie, ma sembra che non resterò sola a lungo. Ieri una WWOOFer di nome Marjo ha contattato Sharon per venire a lavorare nella farm, e oggi hanno telefonato due ragazze tedesche per sapere se c’è bisogno di gente. Insomma sembra che presto il posto sarà molto affollato. “Ti conviene trasferirti qui e lasciare le nuove arrivate nella bunkhouse; sono molto giovani, potreste non andare d’accordo.” Capito? Mi muovo nella villa padronale: faccio carriera!

Il giorno dopo per prima cosa carico tutti i miei averi su una carriola e prendo possesso della camera degli ospiti: letto queen size, bagno bello spazioso da condividere con Doreen, internet in-house! E, la parte che preferisco: da oggi avrò ai miei ordini ben tre persone! Ecco qui la mia nuova squadra: Marjo ha 23 anni, viene dalla Finlandia, dove ha abbandonato gli studi in legge, ed è in Australia da 8 mesi; è arrivata da Darwin con il suo furgone hippie (“Fra Darwin e Cairns non c’è NIENTE” dice, convincendomi a contemplare la possibilità di fare tale tratta in aereo) e prima di finire a Cordalba ha passato tre giorni a fare wwoofing da una coppia di estremisti cristiani, presso i quali non si beve, non si fuma, si guarda la tv un’ora al giorno e non si parla durante i pasti. Mi faccio dare i nomi per evitarli come la peste, e scopro con un brivido che anche io avevo contattato queste persone, ma fortunatamente Sharon mi ha risposto per prima. Abbiamo poi Stina e Nane, tedesche appena diciottenni che sono arrivate in Australia da un paio di mesi e sono a loro volta fuggite da una fattoria di hippie dopo un giorno di servizio, causa condizioni di vita un po’ troppo estreme: toilette in mezzo agli alberi, camera da letto in un caravan senza finestre, insetti ovunque. Ora non gli sembra vero di avere a disposizione un vero bagno con doccia, in una vera abitazione, e di non dover sbucciare banane sei ore al giorno senza interruzione. Infatti sono ancora settate per il duro lavoro, e non appena portano a termine una delle loro mansioni mi chiedono immediatamente cosa possono fare. “Fate un tuffo in piscina, prendete il sole, leggetevi un libro…” “Ma magari possiamo fare le pulizie in casa?” “Non sarò certo io a fermarvi…” Sharon mi ha anche preso un frustino, ora sono un kapò perfetto! …Ma va’, non sono capace di fare il capo, io. Eccomi a spalare cacca nei recinti, come al solito. Prima di andare al lavoro, Wayne trova anche il tempo per sfottermi: “Che mondo… il capo sgobba mentre gli schiavi dormono…” “È che voglio dare il buon esempio…

Il frustino comunque non è per me, ma per l’evento del weekend: sabato ci sarà una mostra di minipony e domenica uno stage di addestramento per grandi e piccini (nel senso di taglie equine), e Sharon parteciperà insieme a Montague. Già venerdì pomeriggio arrivano i primi partecipanti della mostra, che si accampano nei dintorni della farm con baracca, burattini e cavallini. Siamo tutte molto curiose, pare che li abbiano già sistemati nelle scuderie. Prima ancora di vederli, li sentiamo: fanno un casino allucinante. Oddio, sono talmente piccoli che dobbiamo alzarci in punta di piedi per individuarli oltre la barriera delle stalle. 


Probabilmente sono così chiacchierini perché non riescono a vedersi, allora per farsi coraggio a vicenda si parlano: “Ci sei?” “Ci sono! Ma dove cazzo ci hanno portato?” “Non lo so, ma non mi piace. Scommetto che ci faranno correre e saltellare tutto il giorno, come fenomeni da baraccone.” “Già. Ma stavolta gliela faccio pagare. Ieri ho mangiato 12 kg di prugne.” Come i cani piccoli, anche i cavalli piccoli sono molto incazzosi. Per compensare la taglia. A chi mai verrebbe in mente di tenere in casa una cosa del genere? Non li puoi cavalcare, non li puoi mettere in salotto… Poi però guardo i padroni, e capisco che anche loro tanto normali non sono.


Uno di loro ci spiega che non sono tutti generici minicavalli o minipony. Ci sono i pony, con le zampe corte e tozze, tipo Daisy. Poi ci sono i cavallini e infine i minicavalli, che hanno le stesse proporzioni di un cavallo, ma sono rispettivamente piccoli e minuscoli. Per intenderci, guardateli vicino a Bertha.

Giustamente fiera delle sue dimensioni

I cavallini sono impegnati tutto il giorno a sfilare, correre, saltellare… Diciamo che potrei capire il loro astio nei confronti dei proprietari. Dopo un po’ siamo tutte ampiamente annoiate. Credo che vi porterò a fare un giro per la farm.


Ritengo di non spoilerare niente se rivelo che il taglio à la strega di Blair non nasconde un finale di sangue, ma si spiega semplicemente con una batteria esaurita. D’altra parte non amo gli happy ending: finito il weekend lillipuziano, ho deciso di lasciare Cordalba. Le ragioni sono molteplici: ho ancora un sacco di Australia da vedere, tanto per cominciare. La partenza di Rie e l’arrivo degli schiavi, per quanto esaltante, hanno interrotto una routine che mi dava una certa sicurezza. Forse proprio l’equilibrio perso mi ha fatto capire che questo posto per il momento è abbastanza per me. È passato un mese esatto da quando sono arrivata qui. Inizio ad avvertire una certa noia, l’ansia di partire. Inoltre Shane ha due settimane di ferie, e dal momento che andrà a Cairns per visitare un amico, mi ha proposto un road trip lungo la costa. È un’idea interessante, no? 

È arrivato quindi il momento di fare la valigia e congedarmi. Due cose che odio profondamente. Per fortuna avviene tutto molto in fretta, Wayne e Sharon mi salutano prima di andare al lavoro. Wayne mi dà addirittura i bacini. Abbraccio Doreen e Sharon, la ringrazio per l’ospitalità. È vero che me la sono guadagnata col “duro” lavoro, ma la verità è che mi hanno dato molto di più: ora sulla mia mappa delle amicizie c’è un nuovo puntino, e d’ora in poi il nome della minuscola Cordalba sarà legato a una bella esperienza e soprattutto a persone eccezionali. È proprio arrivato il momento di andare. La macchina è pronta, il motore acceso, gli occhi umidi. Cerco di darmi un contegno prima di salutare le nuove arrivate. Stina mi sgrida, me ne vado senza prima aver chiesto il permesso a loro. Le abbraccio, ci auguriamo buona fortuna e scappo in macchina. A questo punto le lacrime scendono senza fermarsi, in un modo che sorprende anche me. Le ragazze escono sul portico posteriore per salutare la macchina che imbocca il vialetto d’ingresso. Si chiude un altro capitolo del mio viaggio.