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lunedì 25 marzo 2013

Meglio tardi che mai



Tanti mi hanno chiesto com’è il Natale in estate. E anche se ormai siamo praticamente in autunno (o in primavera, dipende dai punti di vista), vorrei spendere due parole per raccontarvi come ho passato le feste.

Dopo il matrimonio parto per Brisbane, per trascorrere il Natale con Max e Karen. Disgraziatamente, non posso andare immediatamente dai miei amici perché in questi giorni sono impegnati con lavori di ristrutturazione in casa, quindi mi tocca cercarmi un ostello. E dove sta il problema? Hai girato per ostelli da quando sei arrivata! Beh, uno può anche essere stufo di condividere camera e bagno con degli estranei, no? Comunque la disgrazia non è questa. La disgrazia è che, nel tentativo di trovare un buon compromesso fra posizione e prezzo, ho tragicamente tralasciato l’aspetto igiene. Scelgo quindi tale ostello, che chiamerò The Hostel (sì, come quello del film dell’orrore), ignorando le recensioni negative che parlano di bed bugs. “Cimici nel letto, mi pare esagerato!” penso. E questo è stato il momento esatto in cui me la sono gufata. Arrivo a The Hostel, che si trova in un quartiere chiamato Fortitude Valley, appena fuori dal centro. 

Qui non può finire bene
Questo posto ha uno stile un po’ rétro, con un sacco di vecchie fotografie appese alle pareti e mobili e oggetti che dimostrano una certa età. Ahimè, non mi ci vuole molto per scoprire che non si tratta di una scelta stilistica, l’intera struttura ha visto giorni migliori. Molto, molto tempo fa. Questo posto è vecchio e marcio dal soffitto alla cantina. La mia camera, da quattro persone, è piccola e tremendamente calda, e io sono finita in cima a un letto a castello sprovvisto di scaletta. Le lenzuola non sembrano proprio fresche di bucato, ma quando esprimo perplessità alla receptionist, lei mi assicura che sono pulite. E vabbeh. Sono stanchissima, le tre settimane in viaggio continuano a farsi sentire. Penso che mi metterò a dormire seduta stante. Mi sveglio giusto per una doccia. In un bagno unisex piccolo, sporco, di quelli da cui rischi di uscire più sudicio di come sei entrato. Ma per fortuna non ci sono animali in giro. No, quelli sono in camera. Ecco cosa scopro con enorme disappunto durante la notte: un esercito di zanzare mi attacca nel sonno senza darmi tregua, io continuo a girarmi e grattarmi come se fossi posseduta. La mattina seguente faccio la conta dei danni, decine di punture su gambe e braccia, perfettamente allineate lungo gli arti. Ma è solo alla fine della giornata (giornata trascorsa a grattarmi fin quasi a sanguinare) che, poco prima di andare a letto, una delle mie compagne di stanza mi apre gli occhi: “Quelle non sono punture di zanzara, sono bed bugs.” 

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!!
 
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No ma che schifo!!! Ma ti pare? Prima di andare a letto questa volta mi cospargo di repellente, ma il pensiero di condividere il letto con delle bestie non mi fa dormire sonni tranquilli. La mattina dopo preparo i bagagli – ora Max e Karen sono pronti ad accogliermi – e faccio un salto in farmacia, dove la gentile signora al bancone mi conferma la diagnosi. Al che mi presento alla reception e avanzo le mie lamentele: “Posso avere un rimborso?” “Uhm, ti faccio sapere.” Dopo qualche telefonata: “Ti rimborsiamo una notte.” (20 $) “Ehi, ho speso 30 $ in farmacia!” Fra una mugugna e l’altra, il tipo mi concede il rimborso di entrambe le notti, non prima di chiedermi: “Ma se ti è successo la prima notte, perché non l’hai detto subito? Avremmo chiuso la stanza.” Sicuro!! “Perché pensavo che fossero zanzare!” “E chi ti ha detto che erano bed bugs?” “Una delle ragazze in camera con me.” “Quale ragazza?” Abbello, sgancia i soldi e non rompere! E finalmente me ne posso andare dall’ostello dell’orrore. Sempre grattandomi.

E finalmente riabbraccio la mia famiglia australiana! Quando arrivo, Max è impegnato negli ultimi ritocchi al nuovo bagno, mentre Karen è al lavoro. Oggi è il suo ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze di Natale – che qui coincidono con la fine dell’anno scolastico. Max mi mostra la stanza, che non è più la stessa dell’altra volta, ma è il suo studio, perché la camera da letto sarà occupata da Rachel, la figlia minore della coppia, che torna a casa da Londra dopo aver passato tre anni in Inghilterra. Grande festa, insomma! Mi sistemo nella stanza, e come prima cosa abbraccio il mio amico: che bello essere di nuovo qui! Dopodiché ci mettiamo al lavoro, e lo aiuto a pulire il nuovo bagno. Abbiamo da poco finito quando Karen fa il suo ingresso in casa, e finalmente ritrovo anche la mia carissima amica. Passiamo le ore seguenti e la cena ad aggiornarci su tutto quello che è successo da quando sono partita, quattro mesi fa. È bello ritrovare questo senso di familiarità, mi sembra di essere a casa. Io e Karen sul divano a bere un aperitivo, Max in poltrona ad armeggiare con l’iPad, finché non si trasferisce in cucina e inizia a preparare la cena. Molly è sempre sdraiata nei punti più diversi della casa a sonnecchiare, Mefi ha trovato un nuovo giaciglio all’interno di un vecchio cassetto e Fluffy non è più scappata di casa. 

Dopo cena Karen mi propone un giretto: “C’è una casa del quartiere che è stata decorata con delle fantastiche luci di Natale. Hanno messo su un tale spettacolo che tutte le sere hanno 10.000 visitatori!” Ora, dovete sapere che in Australia hanno il pallino delle luci di Natale, e detto così non sembra niente di particolare. Io stessa non pensavo fosse niente di particolare: in casa mia facciamo il presepe, il concetto è lo stesso, no? No. Qui fanno delle vere e proprie competizioni di quartiere, spendono centinaia (o forse migliaia?) di dollari a notte per la corrente elettrica, passano mesi e mesi a pensare e organizzare e addobbare le loro residenze con le trovate più incredibili. Pare che queste persone in particolare abbiano addirittura un dinosauro in giardino. Per tutto il viaggio di andata sono comunque piuttosto perplessa. Chiaramente, non so cosa mi aspetta. Ci perdiamo un paio di volte fra le colline buie dei sobborghi, e Karen continua a ripetere: “Ma no, non può essere qui, non c’è nessuno…” E infatti quando prendiamo l’uscita corretta della rotonda, il traffico inizia ad aumentare. Code per infilarsi in una via laterale piuttosto defilata. Due autobus di linea parcheggiati uno dietro l’altro. Un furgoncino dei gelati! E un mucchio di gente. Ok, siamo arrivate. Parcheggiamo sulla strada principale e percorriamo 200 metri verso quella che ovviamente è la star della via. E a parte raccontarvi della folla da sagra di paese, non posso fare molto altro per farvi capire lo spettacolo.


Gli alberi lungo il marciapiede sono pieni di luci, come se avessero appeso una lampadina al più piccolo dei rametti; gli altoparlanti sparano incessantemente canzoni natalizie, ma c’è anche un piccolo coro di elfi di Babbo Natale che offre un concerto live. Sono lì, proprio di fronte a una cucina da festa campestre, hot dog e soft drink a 3 $. Immediatamente sulla destra, appena superato il cancello d’ingresso, c’è un’esposizione di carillon a tema ovviamente natalizio (che vuol dire tutti pieni di neve, anche se qui la neve nessuno l’ha mai vista) e un trenino elettrico che viaggia in un paesaggio ugualmente innevato. Orsi polari musicisti, Babbi Natale di ogni foggia e dimensione, elfi, renne… I miei occhi luccicano dall’entusiasmo, il sorriso va da un orecchio all’altro. È tutto molto esagerato, kitsch, certo, ma da qualche parte qui in fondo c’è una bambina tutta emozionata per queste luci colorate, per le canzoni che le ricordano le feste, per tutti gli altri bambini emozionati e stupefatti come lei. Con Karen si fa a gara a chi vede la decorazione più incredibile. Oh, finalmente spunta anche un presepe. Qui mettono tutti insieme, oltre ai classici Madonna, San Giuseppe, Gesù Bambino, bue e asinello, sono già arrivati anche i Re Magi. 


E da qualche parte c’è pure un Buddha e una qualche divinità indiana. Un giardino davvero ecumenico! E laggiù, fra le palme di Natale, spunta anche il famoso rettilone, un brontosauro di 5-6 metri con l’immancabile cappello a tema. 


Ecco, abbiamo visto tutto, ma proprio tutto. È ora di cercare l’uscita dal paese delle fate. Arriviamo al cancello, e vediamo un manifesto che non avevamo notato all’entrata: queste decorazioni di Natale hanno vinto la competizione di quest’anno, e il premio è un viaggio in Europa! Certo, con quello che devono aver speso per mettere su lo spettacolo, se ne facevano tanti di viaggi in Europa… ma dev’essere un bel vanto nei confronti di tutti i vicini di casa. Per esempio del dirimpettaio, che poveretto ha optato per delle più sobrie luci dorate per illuminare gli alberi e il vialetto d’ingresso. 


Evidentemente il pubblico e la giuria preferiscono le stravaganze.
Rientrando a casa, io e Karen non la finiamo più con i commenti, ma la serata non è ancora conclusa. Esattamente davanti al cancello di ingresso c’è un ospite inatteso: il serpente più grande che io abbia mai visto. Non ne ho visti tanti in vita mia, d’accordo, ma questo è proprio grande! E pensare che ho appena visitato un parco naturale grande come il Piemonte famoso per le sue foreste e la sua fauna! Dove ho visto solo un serpentello striminzito… Questo esce da un giardino, si mostra in tutta la sua lunghezza (3 metri), attraversa la strada, per poco non si fa investire, tira su la testa ed entra nel giardino di fronte. 


Come se niente fosse. Anche Max è uscito a vedere, e mi assicura che si tratta di un serpente innocuo. Sarà, ma io preferisco non rischiare, e prima di andare a dormire chiudo ben bene le finestre.

Eventi salienti da qui a Natale? La corsa notturna al pronto soccorso. Il giorno dopo il mio arrivo, Karen osserva meglio le mie punture. Io minimizzo, sta passando. Ma non ci credo molto neanche io. È solo dopo cena che Karen si mostra davvero molto preoccupata e decide di andare a prendere qualcosa in farmacia. Anzi, ancora meglio: mi porta al centro medico accanto alla farmacia, aperto fino a tardi. Mentre siamo in sala d’attesa (un luogo dall’atmosfera incredibilmente tranquilla, se paragonato alla controparte italiana), io non so se ridere o piangere. Mi pare assurdo essere finita in questa situazione, sostanzialmente al pronto soccorso causa pulci, dopo che in Irlanda ho scampato il rischio meningite. Dopo una breve attesa la dottoressa mi chiama – naturalmente storpiando il nome – e per fortuna mi dà buone notizie: è escluso che quelle cosacce siano ancora su di me o sui miei vestiti, semplicemente la cosa sta avendo il suo decorso, e in un paio di giorni passerà tutto. Intanto mi prescrive steroidi, cortisone e antibiotici. E una parcella da 80 $, che dovrebbe essere rimborsata almeno per la metà. Ma chissenefrega dei soldi, sono troppo contenta di non essere appestata!

E arriviamo quindi alla vigilia di Natale. I preparativi fervono, mobili e sedie vengono spostati da un angolo all’altro per le pulizie, carta e nastri per impacchettare i regali sono da tutte le parti, Max maneggia due giganteschi tacchini.

Piatto tradizionale del Natale australiano
Poco prima di pranzo arriva Zack, un ragazzo neozelandese, figlio di amici di famiglia, che ha deciso di trascorrere le vacanze estive in Australia, lavorando in giro per fattorie. Un altro esule adottato da Max e Karen per le feste di Natale. Zack viene immediatamente assoldato da Max per virili lavori in cortile, mentre io e Karen prepariamo uno striscione di benvenuto per Rachel, che arriverà fra poche ore. Per cena Max prepara un risotto ai frutti di mare, quindi gli ansiosi genitori lasciano me e Zack a occuparci dei piatti mentre loro vanno in aeroporto ad accogliere Rachel. Noi ne approfittiamo per impacchettare i loro regali, e facciamo appena in tempo a nascondere la carta che i nostri ospiti fanno il loro ingresso in casa con la figliola prodiga. Tutti hanno un’espressione raggiante, soprattutto Karen; Rachel è stravolta dal viaggio, ma è troppo su di giri e sballata dal fuso orario per stare quieta, racconta del viaggio, degli ultimi giorni a Londra, del cambio di clima, dei progetti futuri… Mi sa che siamo più stanchi noialtri! E senza aspettare la mezzanotte, infine andiamo a dormire. I regali li apriremo domani.

Il Natale quando arriva, arriva. Anche a marzo.

Un panettone! Max e Karen mi hanno regalato un panettone!! Che meraviglia… E poi quelli che definiscono “silly gifts”, che però non sono mica tanto silly: fra le altre cose, una torcia a dinamo, un piatto a tema natalizio, calze a righe bianche e rosse, fazzoletti di carta (che qui hanno prezzi esorbitanti e trovi esclusivamente in pacchetti singoli), soldini di cioccolato! Ma meglio indugiare dopo sui regali, adesso c’è da preparare la tavola! I convitati sono otto: il primo ad arrivare è Peter, l’inquilino che vive nell’appartamento nel basement. Peter è un amico di vecchia data, un imbianchino con il sogno di recitare. Dopo 10 minuti di chiacchiere intorno al tavolino degli aperitivi, scopro che è daltonico. “Scusa, e fai l’imbianchino?” “Sì. È stata un’idea di mia madre, per superare il daltonismo. E le vertigini.” Ecco che vuol dire sfidare il destino. Arrivano poi la sorella di Karen, Susan, con un’amica, Lizzie. Susan è estremamente amichevole, ama viaggiare e chiacchiera volentieri, e cerca subito di mettermi a mio agio in questa riunione di famiglia. Due parole su Lizzie: se ho capito bene la sua storia, qualche anno fa le fu diagnosticato un tumore e le dissero che aveva pochi mesi di vita. Decise quindi di vendere la casa in cui viveva e godersi i soldi, ma sul contratto di vendita era specificato che il nuovo acquirente sarebbe entrato in casa solo alla sua morte. Ora, lei è ancora qui. Ancora in quella casa. E oggi passa il Natale con noi. Non è un bel modo per trascorrere questa giornata? Un gruppo di persone che si incontrano, che ritornano, che si ritrovano tutte intorno al tavolo, a condividere il gigantesco tacchino di Max. E, per finire la giornata, un tuffo in piscina. Davvero un caldo Natale.

domenica 16 dicembre 2012

Dove l'ombra nera scende



Altro che due settimane di pausa, eh? Mi sono presa qualche giorno in più. Come dicevo, sono invecchiata e il riposo è necessario. E a volte non è una cosa semplice da ottenere.
Per esempio, durante un viaggio notturno in bus. Partenza idealmente alle 23 dalla stazione di Bundaberg; il bus non si presenta prima delle 23.40. Fino ad allora, desolazione semi-totale, e fa pure un gran freddo. Insieme a me ci sono due ragazzi francesi ad aspettare. Lo scenario è un po’ creepy, ma sul piazzale della stazione si affaccia l’ingresso di un ostello, dal quale esce musica a volume piuttosto alto, quindi sono tranquilla. Ho passato le ultime ore a casa dello zio Ray, che vive in città ed è stato tanto gentile da ospitarmi in attesa della partenza: l’alternativa sarebbe stata ciondolare in giro per la città con tutto il mio bagaglio, e capirete che ci sono cose che pure una randagia come me non può tollerare in misura così abbondante.

Finalmente arriva l’autobus, dicevo. Tutti si accalcano intorno all’autista, che controlla i biglietti e carica le valigie a seconda della destinazione. “Per Airlie Beach, da questa parte.” C’è poi la corsa ai posti liberi: è notte, e i sedili sono occupati da persone accampate alla meno peggio per trascorrere la notte. Ci sono anche un paio di bambini piccolissimi, speriamo che facciano i bravi. Finalmente trovo due posti liberi e mi svacco con armi e bagagli. Un paio di piedi aromatizzati Camambert 1978 sconfinano dalla fila dietro sul mio sedile. Santo cielo, non ho più la forza per fare queste cose. E naturalmente di dormire non se ne parla. L’unica cosa che mi sento di fare, fra una sosta e l’altra, è ascoltare la musica. Cerco di scrutare il paesaggio notturno e mi rendo conto che sto attraversando esattamente gli stessi luoghi che ho visitato solo qualche settimana prima. Persino le fermate sono le stesse: Rockhampton, Sarina, Mackay, Bowen. È bello questo senso di familiarità geografica, così posso rendermi conto di quanto manca alla destinazione; ed è una bella soddisfazione scoprire di conoscere tanto bene una parte di mondo di cui ignoravo l’esistenza fino a poco tempo fa. Allo stesso tempo affiorano la nostalgia e la stanchezza: ho passato in questi luoghi quasi due mesi, e quando iniziavo a sentirmi a casa, sono salita di nuovo su un bus. Forse è un comportamento un po’ incoerente, decidere di partire sempre, anche se questo provoca sofferenza. Ma c’è ancora tanta Australia da vedere.

Con più di due ore di ritardo, alle 11 del nuovo giorno, entriamo ad Airlie Beach, che forse alcuni di voi ricorderanno come il punto di partenza per quel luogo meraviglioso che è l’arcipelago delle Whitsundays. Manco a dirlo, ancora una volta mi sembra che solo un mese fa il luogo fosse molto più bello. Sarà che nel frattempo ci siamo avvicinati all’alta stagione, e le strade sono affollate di turisti. Molto più probabilmente, la notte insonne mi ha reso un po’ irascibile. Cercherò di recuperare questa notte. Che grande idea che ho avuto, spezzare il viaggio in due tappe!

Trascino tutto il bagaglio all’ostello (meno male che l’ho prenotato combinando i due fondamentali criteri di economicità e distanza dalla fermata del bus – non è vicino per niente!), e se ero già smaronata causa ritardo e mancanza di sonno, ora non migliorano certo le cose dicendomi che è troppo presto per il check in e che devo tornare alle 12. OK, mi ripresento alla reception alle 12. “No, è troppo presto per il check in. Devi tornare alle 12.30.” Eccheccazzo. Medito se mettermi il costume e andare a rinfrescarmi nella laguna, ma sono troppo stanca e demotivata. Non faccio altro che aspettare su una panchina, dove credo di trovare i primi australiani scorbutici del mio viaggio, ai quali chiedo se posso sedermi e i quali mi rispondono con una faccia che dice: “Fai un po’ quel cazzo che ti pare.” Sempre più smaronata. Finalmente è giunta l’ora del check in e prendo possesso della camera. Bella lì, camera da 8, ma solo 2 persone, una tedesca e un inglese. Domande di rito, di dove sei, quanto stai qui, dove vai, sei qui col working holiday, dove sei stato finora… Bravi tutti, ora però ho bisogno di trovare un internet spot. Mi reco quindi all’agenzia turistica per backpacker Peterpan Adventure, presso la quale si può usufruire gratuitamente di PC e connessione a patto di mostrare il braccialettino che attesta che sei un loro cliente. Ah che bello, una nuova scoperta: il braccialettino non serve più a una cippa, devi acquistare la card (2 $) che ti permette di usare internet in tutte le agenzie Peterpan. Non è per i due dollari in sé, naturalmente: è solo che da un po’ di tempo a questa parte ho la sensazione che l’Australia non sia quel paese dei balocchi che si favoleggia, nessuno è lì pronto a offrirti lavoro, soldi e l’esperienza della vita for free. Piuttosto, sembra che gli australiani si siano resi conto che i backpacker siano un flusso continuo e abbonante di polli felici di farsi spennare, una fonte inesauribile di denaro e soprattutto di forza lavoro a buon mercato. OK, la smetto con la polemica, è chiaro che oggi vedo tutto nelle più diverse sfumature di nero.

Finalmente torno in contatto col mondo, ed ecco la nuova brutta sorpresa della giornata (al peggio non c’è limite): Luciana mi fa sapere che purtroppo non riusciremo a incontrarci a Cairns. Momento spiegone: forse ricorderete Luciana, che avevo incontrato a Brisbane pochi giorni prima che lasciassi la città. Mentre io mi spostavo a nord e lavoravo in fattorie e resort e visitavo luoghi da sogno, lei aveva deciso di trasferirsi a Cairns. Ci eravamo ripromesse di ritrovarci lì, dal momento che io avrei sfiorato la città per l’eclissi del 14 novembre. E ora mi diceva che non ce l’avrebbe fatta, perché aveva trovato lavoro fuori città e si era già trasferita. Non avete idea della delusione: lasciare gli amici di Bundaberg e sperare di incontrare un’altra amica che ti rendesse la separazione un po’ meno difficile, soprattutto in un momento di malinconia come quello che stavo vivendo… e invece nulla! Con la brutta notizia in tasca me ne torno in ostello, e con disappunto – di che ti stupisci – incontro due altre ospiti della stanza, due ragazze austriache. La popolazione germanofona fa subito amicizia e mi lascia lì per passare la serata a fare baldoria: sembra brutto, ma meglio così, non ho proprio voglia di essere socievole oggi. Voglio solo cenare e andare a dormire. Alle 22 quindi spengo la luce. Alle 23 viene riaccesa senza ritegno, e se possibile con ancor meno riguardi nei miei confronti una massa di gente entra in stanza ridendo e scherzando come se fossero in spiaggia. Non posso credere alle mie orecchie, non posso pensare che se ne sbattano in cotale misura della persona che sta teoricamente dormendo. Li lascio andare avanti per qualche minuto, sperando che la loro intenzione sia quella di abbandonare la stanza al più presto. Quando mi rendo conto che non è così, me ne esco con un “Please, guys!”, che ovviamente non impressiona nessuno. L’unico effetto che riesco a ottenere è il passaggio a un tono di voce normale. Maledetti backpacker. Li insulto mentalmente al meglio delle mie possibilità, metto la testa sotto il cuscino e aspetto che se ne vadano, che gli caschi la lingua o che li colpisca un fulmine. Delle tre, purtroppo la prima è quella che si verifica, e finalmente posso tornare a dormire, promettendomi che domani quando mi sveglierò farò più chiasso possibile. Quanto sono meschina. Ma lo capite che arrivavo da una giornata veramente di merda?

Il giorno successivo parte con presupposti migliori (peggiori sarebbe stato impossibile). Mi arriva un messaggio di Luciana: “Ila, non ci crederai, ma riusciremo a incontrarci a Cairns!” Evvai! Tutta baldanzosa rinuncio ai miei propositi di vendetta nei confronti dei miei compagni di stanza, vado a fare colazione, check out e mi dirigo alla fermata dell’autobus che, attenzione, arriva puntuale. Mentre carico la mia valigia, accanto a me sento parlare italiano, e bisognosa di conforto umano dopo la giornata di ieri, faccio una cosa che raramente accade: mi faccio riconoscere. “Italiani?” “Sì.” “Di dove?” “Lei di Torino, io di vicino Milano.” “Dai, pure io! Di dove, esattamente?” Rullo di tamburi… “Busto Arsizio.” La Terra di Merdor!!! Non me ne vogliano i bustocchi di tutto il mondo, ma la citazione era inevitabile. Che sorpresa incredibile, trovare un vicino di casa ad Airlie Beach. Ci mettiamo comodi sul bus, partiamo, e iniziano 10 ore di chiacchiere. Che poi includono sempre le solite domande: cosa fai qui, da quanto sei in Australia, che facevi in Italia… Dino vive a Melbourne e lavora come tecnico audio per concerti ed eventi. È in Australia da parecchi anni ormai e qui sembra aver trovato l’America. Valentina è un’amica di vecchia data che è venuta a trovarlo per spezzare l’inverno piemontese. Avete idea di quanto sia incredibile un incontro del genere? Non è puramente una questione di oh, proveniamo dalla stessa zona… La cosa più bella è mettersi a parlare degli stessi luoghi ed esperienze: non solo Dino mi nomina locali della vivace scena dell’hinterland nord-occidentale che anche io ho frequentato per anni (Circolone, anyone?), ma finiamo per scoprire che entrambi abbiamo vissuto a Dublino (sebbene in momenti diversi), addirittura quasi dirimpettai sulle opposte sponde del Liffey, e anche lì si bazzicavano gli stessi posti: Whelan’s, Mezz, Porter House… OK, qualche puntiglioso dirà che a Dublino la scelta è limitata, ma suvvia! non rovinatemi l’attimo, il momento in cui il karma si è reso conto di esserci andato giù pesante con me e ha deciso di farsi perdonare.

Il viaggio trascorre in maniera molto più piacevole rispetto alla tappa precedente, e puntuali alle 19.30 arriviamo a Cairns. Decidiamo di cenare insieme non appena sbrigati gli obblighi di rito nei rispettivi ostelli, e ci salutiamo. L’ultima volta che sono stata a Cairns non ne ero rimasta per nulla entusiasta, ma oggi l’impressione è più positiva. Senza dubbio merito di una migliore disposizione d’animo: giustapponete luce e ombra, ed entrambe saranno molto più estreme. Scusate, le fatiche del viaggio e il poco sonno mi fanno straparlare. Mi fiondo in ostello, e ancora prima di entrare Luciana mi viene incontro per offrirmi un abbraccio da manuale. Lascio giù tutto e andiamo a cena in un ristorante convenzionato, e nel frattempo ci aggiorniamo a vicenda sugli ultimi sviluppi. Se oggi riusciamo a incontrarci è perché ha avuto un’offerta di lavoro migliore in città, e dal momento che il primo lavoro che aveva accettato le sembrava una mezza fregatura, ha deciso di tornare a Cairns. Io fra le altre cose le racconto delle mie nuove conoscenze, che poco dopo non mancano di raggiungerci, dotati addirittura di veicolo fresco di autonoleggio. Finiamo per passare una bellissima serata e ci diamo appuntamento l’indomani per vedere insieme l’eclissi. Come vi dicevo, di solito nei miei viaggi evito i connazionali, e se arrivo alla fine della giornata rendendomi conto che non ho detto neanche una parola di italiano, non posso che essere soddisfatta di me. Ma ammetto che esprimersi sempre in un’altra lingua è una cosa molto stancante, e a volte ho l’impressione che l’esercizio costante non renda le cose più semplici, piuttosto non fa che esaurirmi di più. Quanto è bello tornare a parlare nella propria lingua di tanto in tanto?

Ora, due parole su questa eclissi. Intanto, non ne sapevo nulla finché non ho visto cartoline commemorative a Port Douglas, quasi un mese prima dell’evento. Quando non si lavora è molto facile perdere la cognizione del tempo e il conto dei giorni, quindi pensavo che fosse già avvenuta. E invece no, la data non era ancora passata… beh, a Cairns ci dovevo andare, quindi perché non approfittarne e assistere al classico evento più unico che raro? Quand’è stata l’ultima eclissi di sole totale in Italia? Boh, chi se lo ricorda? Ergo occasione molto ghiotta. Il culmine dell’eclissi sarebbe stato alle 6.38 del 14 novembre, quindi l’appuntamento era con Luciana alle 5.30 all’ingresso dell’ostello e con Dino e Valentina a un’ora imprecisata sul lungomare. Lungomare affollato di gente a perdita d’occhio, che si guardi a nord o a sud. Uno spettacolo incredibile. Tutti seduti sul muretto con i piedi a penzoloni sull’acqua probabilmente infestata da meduse e coccodrilli; moltissimi sono dotati di occhiali oscurati per evitare il rischio di cecità, alcuni già con le magliette ricordo. Un elicottero della televisione passa a più riprese sulla baia, poco distante da noi un inviato terrestre intervista qualcuno dei presenti. Noi, al pensiero di essere ripresi per caso alle spalle dell’intervistato, mandiamo il saluto tipico dell’italiano in televisione: “Ciao, mamma!” Grande eccitazione, l’atmosfera è elettrica, sta per arrivare il momento… e arriva anche una nuvola che potrebbe lasciare all’ombra il Molise per giorni. Ogni tanto si apre e ci illude che forse riusciremo a vedere qualcosa, ma purtroppo questo è il massimo che gli elementi ci concedono.


Comunque suggestivo, vero? Vabbeh, il sole è tornato, e sentiamo tutti la necessità di un caffè. Anzi, ci meritiamo un vero espresso stamattina! Ci accomodiamo in un bar italiano il cui caffè è degno del nome che porta, e Dino e Valentina ci spiegano i piani per l’immediato futuro: fra poco più di un’ora partiranno alla volta dell’Eclipse Festival, circa 3 ore a nord di Cairns. “Per caso passate dall’aeroporto? Mi dareste mica un passaggio?” E anche questa è organizzata! Torno in ostello, raccolgo le mie cose e poco dopo i ragazzi mi fanno sapere che mi stanno aspettando all’ingresso. Mi pare di rivivere di nuovo la scena di poche ore prima quando ho salutato Luciana al mio arrivo a Cairns, ma ora il nostro è un abbraccio di congedo. Stavolta però sappiamo esattamente quando e dove ci rivedremo: “Fra un mese esatto a Byron Bay, vero?

Ed eccomi ancora una volta in aeroporto. Speravo proprio di non dover prendere aerei durante quest’anno, ma devo essere nella capitale del Northern Territory entro il 17, e Cairns-Darwin è una distanza troppo estesa da coprire in 3 giorni. Abbraccio i ragazzi, che hanno reso così piacevole questo segmento del mio viaggio, prometto a Dino che mi farò sentire quando sarò a Melbourne, e con Valentina non escludiamo la possibilità di incontrarci di nuovo in Italia. Dopotutto questo sembra essere davvero un piccolo mondo.

3.080 km



 Km totali percorsi: 23.530

mercoledì 29 agosto 2012

Surfin' in the Byron Bay


Neanche in un milione di anni mi sarei mai aspettata che mi accadesse ciò che è successo nel mio primo weekend australiano.
Ellamadonna, cosa ti è successo? Si staranno chiedendo in tanti. (Cioè, in tanti… i miei 13 lettori se lo staranno chiedendo! A proposito, tutti gli altri: correte a cliccare qui a destra!)

Allora, sono arrivata mercoledì in Australia, OK? E non appena poso piede su suolo australiano, metto il mio bel post sulla bacheca di FB per far morire di invidia tutti i miei amici. Poco più di 24 ore dopo, ricevo il seguente messaggio: “Anche tu in Australia?” State ancora cercando di vincere il jet lag, siete sopravvissuti a numerosi attraversamenti pedonali (pericolosissimi, essendo voi avvezzi a guardare dalla parte sbagliata della strada), dovete venire a patti con l’accento locale. E ricevete un messaggio come se fosse sabato pomeriggio e vi chiedono se la sera vi va di andare al cinema a Cerro Maggiore. E scusate se è poco. Aggiungiamo poi che il messaggio arriva da questa amica, che chiamerò Bellapasta, che non vedevo da forse 14 anni. E non solo si trova anche lei in Australia (superficie: 7.617.930 km²), ma attualmente vive a Byron Bay… 165 km a sud di Brisbane! Uno sputo non solo in termini australiani, ma addirittura brianzoli!
Cioè. Ci rendiamo conto? Rendiamoci conto. In quattro e quattr’otto (in un posto così grande, per forza di cose bisogna agire in fretta) ci scambiamo i numeri di telefono, ci sentiamo ed è fatta! Sabato si va a Byron Bay!

Mentre sono sul bus, due parole su Bellapasta. Ci siamo conosciute all’età di 15 anni durante una vacanza studio a Londra (santo cielo, la prima volta che presi l’aereo), abbiamo passato un'estate spassosissima, ma poi per qualche motivo ci siamo perse, come può capitare nella vita. Forse ci siamo riviste un paio di volte in seguito, ma poi più nulla, fino all’avvento di Facebook, che ci ha fatto recuperare i contatti, ma sempre in maniera occasionale. Ma per fortuna che c’è Facebook!

Fine della storia. E anche del viaggio, il pullmino in due ore mi porta a destinazione. Scendo un po’ disorientata e mi trovo circondata da altri viaggiatori che presto svaniscono, ognuno verso la propria meta. Io sto lì ad aspettare che qualcuno mi raccolga e studio il posto in cui sono arrivata. Un sacco di backpacker, gente in costume e infradito che vaga per le strade (e ricordiamo che siamo sul finire dell’inverno), skater, surfisti che si muovono su uno sfondo di negozi fricchettoni, agenzie di viaggi, fast food, gelaterie… la classica località turistica. La mia prima località turistica australiana! Alcuni dicono addirittura che sia una delle più belle del paese. E io ci sono finita dopo neanche una settimana.

Vabbè, ma dov’è Bellapasta? Continuo a scrutare da un lato all’altro della strada principale, strizzando gli occhi contro un sole devo dire cattivo. Eccola laggiù! Ci corriamo incontro, baci e abbracci, e constatiamo che in tutti questo tempo non siamo cambiate poi molto. E quasi all’unisono: “Assurdo! Trovarti qui in Australia!!!
Ci spostiamo verso l’ostello dove vive da un mese con il suo fidanzato, che chiamerò Night Watcher, e passiamo le quattro ore seguenti a recuperare 14 anni, interrompendo di tanto in tanto il flusso del racconto esclamando: “Assurdo! Trovarti qui in Australia!!!”. Gli studi, le esperienze di lavoro, le conoscenze comuni, e soprattutto quelle tre settimane londinesi, remote ma indimenticabili. Per arrivare al presente: anche Bellapasta e Night Watcher hanno deciso di prendersi una pausa dall’Italian Way of Life e sono arrivati in Australia all’inizio dell’anno, hanno vissuto per diverso tempo a Melbourne barcamenandosi nei lavori più diversi, hanno sperimentato il leggendario lavoro nelle farm (necessario per rinnovare il visto) e hanno quindi deciso di muoversi verso nord, fermandosi a Byron Bay un paio di mesi. “Qui la vita può cambiare nel giro di mezz’ora” mi spiega “noi cercavamo un posto per dormire un paio di giorni, e adesso siamo qui da un mese. L’ostello ci offre l’alloggio in cambio di qualche ora di lavoro.” E che lavoro! Bellapasta va a recuperare i turisti che arrivano in città alla fermata dell’autobus, mentre Night Watcher, come si evince dal nome, è il tutore dell’ordine dell’ostello nelle ore notturne. Fra parentesi: non uso i loro veri nomi non perché mi abbiano chiesto l’anonimato, è solo che mi diverto un sacco a usare i soprannomi.

Quindi, una chiacchiera dopo l’altra, si avvicina l’ora di pranzo, che prepariamo nella cucina dell’ostello (davvero attrezzata, non c’è che dire), dunque ci spostiamo tutti e tre in spiaggia. Allora è questo l’oceano Pacifico… Impressionante! Acqua a perdita d’occhio, e spiagge che sembrano piste d’atterraggio. Ripenso all’ultima volta che sono stata al mare in Italia: Pietra Ligure. Non dirò altro.


Qualche matto fa il bagno, un mucchio di ragazzi giocano a rugby (o football, o AFL, di cui spero di raccontarvi presto), le famiglie fanno pic nic. Sul prato appena prima della spiaggia degli ascoltatori estremamente rilassati ascoltano un tipo che si esibisce al sitar. Ma non è l’unica musica che sentiamo: Night Watcher mi fa notare che, strusciando i piedi nudi sulla sabbia, si produce un rumore curioso, una sorta di gnic gnic gnic curiosissimo e divertente. Chiacchieriamo ancora un po’ (abbiamo parlato così tanto durante il weekend che credo di essermi abbronzata la lingua), ma è ancora presto quando decidiamo di lasciare la spiaggia: saranno solo le 4 del pomeriggio, che inizia a fare freschino. In effetti la luce durante il giorno mi spiazza un po’ da queste parti del mondo, mi fa notare Bellapasta che alle 10 c’è un sole molto intenso, come da noi a mezzogiorno, ma già a metà pomeriggio appena si diffonde una luce serale, e alle 6 tanti saluti, il sole va giù (e, credeteci o no, inizia a fare freschino).

Ci rimettiamo in cammino per le strade di Byron Bay e avvistiamo The Happy Coach, un pullmino che fa la spola tra il paese e Nimbin, villaggio fricchettone che basa la sua economia sulla ganja, a quanto ho capito. Ma a questo giro non l’ho visitato.

Ma sono contenta lo stesso!
In ostello troviamo il tempo per chiacchierare ancora un po’, poi Night Watcher mette fretta a noi fanciulle affinché andiamo a prepararci per la serata: cena a 5 $ al pub Cheeky Monkey con birra aggratis, seguito dalla Ladies’ Night. Sounds good.
Per farla breve, l’hamburger non era male, la birra gratis sempre ben accetta, la Ladies’ Night l’ho trovata divertente ma un po’ di dubbio gusto (la clientela maschile era invitata a partecipare a una gara di spogliarello, davanti a una malcapitata futura sposa le cui amiche probabilmente non potevano permettersi uno spogliarellista professionista). Ora delle 10 di sera ne avevamo abbastanza del locale, ci siamo spostati verso un altro pub, quindi di nuovo all’ostello, dove siamo rimasti su a chiacchierare ancora un po’ con il guardiano notturno di turno, quindi abbiamo salutato, e ognuno in camera sua. A proposito, non vi ho mai detto che ho l’abitudine di fotografare i posti in cui dormo. Ecco la mia camera al YHA, che dividevo con altre otto ragazze.

Quale sarà il mio letto?

Pronti per un’altra giornata frenetica? Colazione, mattinata in spiaggia, pranzo e gita al faro nel pomeriggio. Nel frattempo mi rendo conto che nessuno mi corre dietro, e decido di fermarmi un’altra notte a Byron Bay. Ho fatto bene a prenotare solo l’andata. SEMPRE prenotare solo l’andata, che non si sa mai cosa potrebbe accadere.

La salita al faro ci porta via circa mezz’ora, e il percorso ha il suo fascino. Abbandonato il paese, ci inoltriamo nella foresta e di tanto in tanto gli alberi si aprono e ci rivelano vedute spettacolari sulla baia. Vi lascio immaginare cosa sia la vetta… Anzi no, ecco qua:


Il faro si erge sul punto più orientale del continente. La spiaggia che si estende sull’altro lato è meta prediletta dei surfisti, mi dicono. Da qui si vede uno spettacolo fantastico: delfini che saltano, balene che affiorano, se sei fortunato vedi anche i wallaby! Se sei sfortunato, incontri uno squalo! Ma mi auguro che noi si sia fuori portata.

Hic sunt tiburones!

C’è un sacco di gente quassù, e il paesaggio merita. Abbiamo la fortuna di assistere a uno stupendo tramonto. Ma immediatamente dopo inizia a fare freddo, quindi è meglio cominciare la discesa. La foresta ora fa un po’ più paura, gli uccelli non stanno zitti un minuto, ma Bellapasta mi fa notare che quelli che io credo siano pennuti sono in realtà pipistrelli. “Pipistrelli grossi come Batman.” Giuro. Enormi, e continuavano ad arrivare nella nostra direzione, a stormi. Uno si è appollaiato a testa in giù su un ramo nel momento esatto in cui ci siamo passate sotto. Se un pipistrello appeso così fa la cacca, cosa succede?

Rientro in ostello, cena (ho provato gli hamburger di canguro. Che dire… curiosi. Mi hanno ricordato la salamella, ma pare sia molto soggettiva la cosa), chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere. Si è unito a noi e alle nostre chiacchiere anche Dominik, un ragazzo austriaco che vive a Brisbane e nei weekend si sposta a Byron Bay per lavorare. Di mestiere fa il pilota di piccoli aerei, porta in cielo i paracadutisti e poi li butta giù. Fico, eh? E perché vi parlo di lui? A parte che fa un lavoro fichissimo, il fatto è che Dominik possiede un mezzo proprio, e l’indomani sarebbe tornato a Brisbane. “Mi dai un passaggio?” le parole mi sono scappate di bocca involontariamente. Sembra un po’ perplesso, temporeggia, cerca di nicchiare. Che dite, sarà che ha la fidanzata in visita dall’Austria e vorrà passare tutto il tempo utile da solo con lei? Ma io faccio la gnorri. No, dai, a dire la verità mi sono fatta qualche scrupolo, non sono così meschina. Ma pare che l’abitudine di condividere i viaggi in auto sia molto diffusa in Australia, e nel corso di quest’anno sarà il caso che apprenda alla perfezione l’arte del backpacker. Quindi, mi sono guadagnata il viaggio di ritorno. SEMPRE prenotare solo l’andata.

Il giorno dopo scorre in maniera estremamente tranquilla. Bellapasta è di turno, quindi fa avanti e indietro tra l’ostello e la fermata dell’autobus, e a volte la accompagno. Oggi l’ostello offre i pancake per la colazione! Bel modo di iniziare la giornata. Ozio a bordo piscina, appesi alle amache… ci si abitua in fretta a questo genere di vita. 


L’unica nota stonata è il tempo, che oggi fa un po’ i capricci. È proprio ora di tornare a casa. Intorno alle 6 partiamo. Baci e abbracci e ancora una volta: “Assurdo! Trovarti qui in Australia!!!” E speriamo di rivederci presto.

Il viaggio di ritorno è tutto sommato interessante. Faccio un mucchio di domande a Dominik a proposito del suo lavoro, si vede che volare gli piace proprio. Gli spiego che non è che io abbia paura degli aerei, ma c’è sempre questa vocina estremamente flebile nella mia testa che non mi fa stare al 100% tranquilla. Lui mi rassicura dicendo: “Beh, sai che è molto più pericoloso andare in macchina, vero?” Certo, lo so. Mi rendo conto di quanto può essere pericoloso un viaggio in auto, soprattutto se non molli un secondo la mano della tua fidanzata e fai tutto con l’altra mano, gesticolazione compresa. “I piloti sono persone che devono fare un sacco di ore di volo, superare un mucchio di esami. A differenza di molti idioti che guidano. E per quanto riguarda la manutenzione, le compagnie aeree preferiscono spendere soldi ogni anno per assicurarsi che l’aereo funzioni a dovere, piuttosto che perdere il velivolo e spendere così molti più soldi.” Ora, non so se questa cosa dovrebbe tranquillizzarmi definitivamente, o se dovrei sentirmi offesa dal fatto che al centro dei pensieri delle compagnie aeree ci sia il benessere dei mezzi e non dei passeggeri… Vabbè, l’importante è che stiano in aria. “C’è un programma TV, Aircrash Investigations… 90 episodi sugli incidenti aerei più famosi della storia, dovresti guardarlo!” “Ah, sì? Interessante!” Per farmelo vedere dovrete riuscire a farmi questo, prima.


Ma, come al solito, mi sto dilungando. In meno di due ore arriviamo in città, Dominik mi porta alla stazione degli autobus, e da lì a Toowong sono forse 45 minuti, fra bus e treno. L’ultimo tratto è tutto affidato alle mie gambe. Mezz’ora a passeggio nei quartieri residenziali by night, su e giù per le vie collinose, con pochissime luci per le strade. Non incontro un’anima, solo poche auto, e sono solo le 9 di sera. I rami degli alberi si sporgono a mo’ di volta lungo le piste pedonali, e confesso che sono un po’ spaventata, temo che fra le ombre si nasconda qualcuno. Invece sono solo i consueti uccellacci notturni che mi tengono d’occhio. Allungo il passo, mi viene il fiatone, e finalmente arrivo al numero 23, casa. La luce è accesa come promesso, dalla porta a vetri vedo Max sul divano che gioca con l’iPad, Karen che stira guardando la TV e Molly che dorme e sogna lì accanto.
Che weekend incredibile.

Qualche numero per ricapitolare
330 km fra andata e ritorno
Km totali percorsi: 17.030

Oh, non vi ho chiesto se vi piace il nuovo sfondo del blog... così è più leggibile, no?
La prossima volta vi racconterò qualcosa in più su Brisbane!