lunedì 19 novembre 2012

Ragni, serpenti, scorpioni, zanzare e cetrioli di mare



Ora, con tutta la roba che ho da raccontare in questo nuovo post, penso che non sia necessario soffermarsi sul mango gigante di Bowen 


o sulla cena consumata in mezzo alle zanzare sul retro dell’UT sul ciglio di un anonimo campo di canna da zucchero in fuga da quella tristissima cittadina fantasma che è Ingham.


Addentriamoci invece nel Queensland settentrionale, ricco di coralli rossi e foreste verdi. Ci avviciniamo sempre di più a Cairns, e il paesaggio cambia drasticamente: senza preavviso spuntano fuori colline coperte da una giungla fitta fitta, alcune vette sono avvolte da una leggera foschia, il cielo è coperto. Una visione tropicale. Cairns è il capoluogo del Far North Queensland, si affaccia sul mare e alcuni di voi potrebbero averne sentito parlare ultimamente per via di un’eclissi totale di sole. Ricordatemi di tornare in seguito sull’argomento. Shane ha appuntamento con un suo ex-collega nel tardo pomeriggio, quindi prima di arrivare in città abbiamo tempo per fare una deviazione: Josephine Falls e Golden Hole. Il bello è che l’Australia è disseminata di attrazioni del genere e le distanze sono talmente vaste che decidere all’ultimo minuto di allungare il giro di una ventina di km è completamente ininfluente sullo svolgersi dei vostri programmi, anzi è raccomandabile. Se non altro avrete qualcosa da raccontare oltre a: deserto, bush, strada, autotreno, canguro morto. Non hanno neanche i caselli a interrompere un po’ la monotonia della guida. Che paese disgraziato, eh?
 
Dunque, Josephine Falls, oltre a essere un posto bellissimo, va segnalato anche come il luogo dove per la prima volta ho visto un serpente. Non che l’abbia visto proprio bene bene. Impegnata a chiacchierare, non noto che due turisti si sono fermati pochi metri più avanti a noi sul sentiero che porta alle cascate. Shane invece lo vede subito e attira la mia attenzione: “Serpente!” Io salto dalla parte opposta, per quanto possibile stacco disperatamente i piedi dal suolo e faccio in tempo a vedere una cordicella che striscia via lentamente e minacciosamente. Mi sono sempre immaginata che i serpenti si muovessero rapidi, a scatti (e probabilmente lo possono fare), ma questo lento serpentello smonta le mie aspettative ed è in qualche modo ancora più spaventoso. Come se fosse talmente pericoloso da non doversi neanche preoccupare di mettersi al sicuro in maniera repentina. In breve però scompare, e sono sollevata. O forse non dovrei essere sollevata, perché adesso non lo vedo più e potrebbe attaccarmi ancora più facilmente? “Fossi in te non mi preoccuperei troppo del serpente. I drop bears sono molto più pericolosi.” “I che?” “Drop bears. Attaccano i bambini che si allontanano dal sentiero. E i turisti. Stai camminando tranquillamente nella foresta, e quando meno te l’aspetti… bam! Ti piombano sulle spalle e non hai più scampo.” Sono scettica, ma Shane continua: “Il mese scorso una coppia di tedeschi è scomparsa da queste parti. Si pensava a un coccodrillo…” “Coccodrillo?!” “…invece erano drop bears.” “Mi prendi in giro.” “Pensa quello che vuoi. Io però resterei sul sentiero, se fossi in te.” Che gente, gli australiani. Non gli bastano tutte le cose potenzialmente letali che già si ritrovano in casa, sentono anche il bisogno di inventarsi leggende metropolitane su fantomatiche creature killer. “Così i bambini imparano a non allontanarsi da soli nella foresta.” Una specie di uomo nero, insomma. “E ci divertiamo un po’ alle spalle degli overseas.” Overseas sono tutti coloro che arrivano dall’altra parte dell’oceano, come avrete intuito. Che veniate dal Brasile, dal Belgio o dal Burkina Faso, sarete tutti overseas.

Rimettiamoci lesti in cammino, che è tempo di arrivare a Cairns e, leggenda o meno, non vorrei indugiare nella foresta più del necessario. A Cairns però c’è un cambio di programma: l’amico di Shane ci dà buca, quindi ora abbiamo qualche ora libera, che decidiamo di impiegare per decidere il da farsi. E per fare il bucato. Davanti al movimento ipnotico del cestello della lavatrice, stabiliamo le prossime mosse: siamo a Cairns, l’imperativo categorico comanda l’escursione sulla barriera corallina e nella foresta tropicale. Un po’ meno d’obbligo, ma Shane mi assicura che ne vale la pena, è il giro sul Kuranda Scenic Railway. Il piano è fatto. Ritiriamo il bucato, impacchettiamo tutto e abbiamo ancora un sacco di tempo libero! Di fronte alla lavanderia c’è una sala giochi: è arrivato il momento della grande sfida Australia-Italia. Le discipline previste sono: corsa automobilistica, hockey da tavolo, danza libera e tiro allo zombie.

E nel tardo pomeriggio, esecuzione del clown!
Modestamente, ho eccelso in tutto escluse le macchine. L’onore del paese è salvo. Ora possiamo anche spostarci a Port Douglas, centro turistico VIP poco più a nord di Cairns, punto di partenza per la gita in mare.

Che si svolge nel seguente modo: alla marina di Port Douglas ci imbarchiamo sulla Quicksilver, imbarcazione che ci porta su una piattaforma a circa un’ora e mezzo dalla costa, proprio sulla barriera. Durante la traversata i membri dello staff distribuiscono bevande, biscotti e pastiglie per il mal di mare. Fortunatamente questa volta la barca è molto più stabile e il vomitino è scongiurato. Sfortunatamente, il tempo è davvero inclemente: vento e pioggia. Ma vabbè, ci saremmo bagnati comunque, dal momento che vogliamo rifare snorkeling. Anzi, di più: fra le attività incluse nell’escursione c’è la camminata sottacqua. Ti piazzano in testa uno scafandro e scendi su una passerella sommersa, in mezzo a pesci, coralli e altre creature bizzarre  


ti fanno le foto, assisti al fish feeding e cerchi disperatamente di non mollare il corrimano, per evitare questo:


E senza bagnarvi i capelli! Se non sono già fradici per via della pioggia che vi siete presi sulla piattaforma. La passeggiata dura circa 40 minuti, poi si torna in superficie ed è il momento del giro in sottomarino. Semi-sottomarino. Una struttura che viaggia sommersa per metà, la cui parte inferiore, dove prendono posto i passeggeri, è costituita da una camera con le pareti di vetro. Non adatto a chi soffre di claustrofobia. Ma ancora una volta un po’ di patimenti sono ripagati da uno spettacolo eccezionale: ecco la famosa barriera corallina. Difficile stimare la profondità in acqua, ma sotto di noi si estende un sottobosco di piante, coralli, pareti rocciose, un labirinto coloratissimo e che si estende all’infinito.

La cosa che preferisco in assoluto è il corallo blu, un colore così vivace e brillante che risalta come poche altre cose qui sotto. I pesci sembrano avvezzi al sottomarino (che, in effetti, passando ogni 45 minuti, è più frequente di certi altri spettacoli), mentre noi poveri umani rimaniamo sbalorditi da tutto: “Foto, lì!” “Guarda che meraviglia!” “Tartaruga, tartaruga!” E la guida: “Alla vostra sinistra potete vedere uno squalo…” “Squalo?! Dove???” A ogni colonia di coralli penso che sia la cosa più bella che abbia visto qua sotto, ma mi tocca puntualmente ritrattare per tutta la durata del giro. 45 minuti dopo riemergiamo un po’ sballottolati (ma mai ai livelli della Blizzard) e ci prepariamo alla nostra parte preferita: lo snorkeling. Stavolta siamo pronti ad affrontare il livello di difficoltà maggiore, snorkeling in alto mare con condizioni meteo avverse. Che angoscia. Il boccaglio è sempre pieno d’acqua, fa freddo e la maschera va un po’ dove le pare. Le onde mi trasportano oltre le boe che stabiliscono il limite delle acque sicure, e spesso vado a cozzare contro gli altri snorkelisti. In più, i pesci ci sfottono e stanno tutti vicini al trampolino di lancio: insomma ne vedremmo di più e più facilmente rimanendo con i piedi saldi sulla piattaforma. E fa freddo. Decidiamo di uscire, tanto è quasi ora di tornare sulla Quicksilver e rientrare a Port Douglas.



Dove non ci fermiamo a lungo: appena sbarcati, montiamo in macchina e partiamo per raggiungere Cape Tribulation, il punto più a nord d’Australia raggiungibile senza 4x4. Il nome non promette molto bene, vero? Confesso che non ho studiato la lezione e non so esattamente cosa accadde al Capitano Cook quando arrivò da queste parti… Noi ci inoltriamo molto tranquillamente nella foresta pluviale, lungo una strada che si chiama appunto Cook Highway, ogni tanto ci affacciamo su spettacolari spiagge che alla luce del tramonto diventano se possibile ancora più belle, incrociamo un sacco di cartelli che ci assicurano che la zona è popolata di cassowary, una specie di struzzo coloratissimo e molto aggressivo (pare che nel recente passato un ragazzo di 16 anni sia stato sgozzato dagli artigli di un esemplare piuttosto irritato). Infine eccoci al Daintree River, un buon posto se siete alla ricerca di coccodrilli. Attraversiamo il fiume a bordo di una chiatta e procediamo nella foresta. Ormai è buio, la strada è tortuosa e mi chiedo se troveremo mai il Cow Bay Motel. Per fortuna dopo una decina di minuti i cartelli che incontriamo ci rassicurano: siamo nella comunità di Cow Bay. Mi domando come dev’essere aspettare il pullman per andare a scuola sul ciglio di una strada che si snoda nella giungla. La questione assorbe così tanto la mia attenzione, che a momenti manco l’insegna del motel; per fortuna, Shane no. Scarichiamo la macchina, ceniamo al pub del motel e ce ne andiamo a dormire, ché domani sarà impegnativa.

Impegnativa perché stiamo visitando un luogo particolarmente impervio e ostile del paese: passeggi nella giungla e ci sono in agguato serpenti, ragni e drop bears; ti avvicini alla spiaggia, abbondantemente percorsa da torrenti che si gettano in mare, e i cartelli ti suggeriscono di non nuotare lì perché potrebbero esserci i coccodrilli;


ti avvicini ancora di più al mare e pensi di essere al sicuro, e ti fanno sapere che stiamo entrando nella stagione delle meduse.


Paesaggi meravigliosi come sempre, eh. Ma non so se potrei reggere a lungo tutto questo. “Ok, ok ci spostiamo. Torniamo verso sud, tanto più in su non si può salire. E domani dobbiamo andare a Kuranda.
Kuranda è un ex villaggio minerario in mezzo alla foresta (ma va’), raggiungibile con un trenino panoramico che viaggia sulla stessa linea usata dai minatori fino a non troppi anni fa. Il punto di partenza è Kuranda Station, una pittoresca stazione situata una decina di km fuori da Cairns, che riesce a catturare l’atmosfera del passato senza sembrare un’attrazione di Disneyland. 


Il viaggio in treno dura circa un’ora (su panche in legno stile Antiche Ferrovie Nord - ahia) e, a costo di sembrare banale, devo dire che è spettacolare. I vagoni sono piccoli, i binari strettissimi, quindi la foresta entra prepotentemente dai finestrini. Quando la vegetazione si apre, è per mostrarci una vista eccezionale, le cascate di Kuranda.



A dire il vero il nome me lo sono inventato adesso, ma mi sembra calzante. Quando finalmente arriviamo a destinazione, scopriamo che il villaggio non è chissà quale reperto storico, ma è più simile a un’attrazione di Disneyland. Ci facciamo largo fra i turisti ammassati intorno alle bancarelle, considero la possibilità di prendere un hot dog di coccodrillo (ma finisco per prendere un gelato alla crema al rum in un tipico negozio australiano)



ci guardiamo, e: “Skyrail?” e iniziamo la discesa con la funivia sulla foresta. Non mi sento molto a mio agio, ogni volta che la cabina supera un pilone e tutti i suoi tralicci sobbalza fin troppo per i miei gusti, allora chiudo gli occhi e mi reggo alle maniglie. All’improvviso i motori si fermano: “Ommioddio!” e già mi immagino ore e ore di attesa sospesi nel vuoto ad attendere i soccorsi. Ma no, le fermate sono programmate, così che i passeggeri possano godersi il panorama. Da quassù di volta in volta vediamo il villaggio, le cascate di prima, la ferrovia e il trenino che fa la spola, una distesa di alberi tropicali, altissimi, rigogliosi, che lottano per arrivare alla luce, e che nella loro scalata verso il cielo portano con sé delle orchidee antichissime e gigantesche.


Ci rendiamo conto che il viaggio è quasi terminato quando, superata l’ultima altura, avvistiamo la città e l’oceano. Scendiamo a terra e rieccoci al punto di partenza, Kuranda Station. Ma la discesa non è ancora finita; anzi è appena cominciata. Abbiamo visto la barriera corallina, abbiamo esplorato le foreste tropicali del Queensland, abbiamo percorso le vie dei minatori del secolo scorso e abbiamo toccato il punto più settentrionale che i nostri mezzi ci permettono di raggiungere. 

740 km

Km totali percorsi: 19.090
È il momento di rimettersi in strada e tornare verso sud.

martedì 13 novembre 2012

Si riparte!



La prima parte del viaggio verso nord trascorre in mestizia: alle spalle un addio davvero emozionale, e davanti a me un viaggio di 8 ore verso la nostra prima tappa, Yeppoon. Mi perdonerete se non ho divertenti aneddoti da riportarvi, ma vi assicuro che in 8 ore è successo veramente poco o niente. Uniche cose degne di segnalazione: ho visto finalmente in maniera dignitosa i miei primi canguri (non morti, non in mezzo alla boscaglia, ma ai margini di un centro abitato) e ho visto un’echidna! Sapete cos’è un’echidna? Per qualche motivo pensavo si trattasse di un uccello pieno di pungiglioni, invece mi sa che la confondo con il kiwi. E il kiwi lo confondo con il frutto. L’echidna è più simile a un porcospino, ma gli aculei sembrano cattivi come quelli dell’istrice. Appartiene alla stessa famiglia dell’ornitorinco, ovvero quella dei mash-up animal, quelli che non sai se sono mammiferi o rettili, e per questo hanno inventato una categoria apposta per loro. Della categoria fanno parte appunto l’echidna e l’ornitorinco. È un club molto esclusivo. Mi spiega Shane che molte echidne muoiono sotto le macchine, investite nel tentativo di attraversare, e anche le auto non ne escono tanto bene: ruote da buttare. Per fortuna di tutti, la nostra echidna quando ci vede arrivare si ferma sul ciglio della strada, anzi ci ripensa e torna indietro. Torniamo indietro pure noi, scendo dalla macchina e corro a vederla con una certa circospezione, chiedendomi in che modo potrà mai attaccarmi. In Australia le creature viventi si dividono in pests, ovvero seccature infestanti, e predatori, che cercheranno di ucciderti a ogni piè sospinto. E poi ci sono i drop bears, di cui vi parlerò in seguito. Non so se l’echidna sia una pest, ma credo se non altro di essere al sicuro: in questo momento lei è sicuramente molto più spaventata di me, ha il musetto affondato nel terreno e di certo sta pensando: “Speriamo che non mi abbiano visto… Dio, ti prego, fa’ che non mi abbiano visto…” mentre con le manine cerca di scavare più a fondo. 


Poverina, ti abbiamo spaventato abbastanza. E dopo questa sosta le 8 ore sono diventate 8 ore e 10 minuti, quindi è meglio proseguire.
Anzi, quindi è meglio arrivare direttamente a Yeppoon, località costiera poco distante da Rockhampton. A parte la spiaggia che sembra una pista di atterraggio e i pomodori a $ 5,40 al kilo (scusate ma dopo aver visto cartelli che riportavano prezzi ridicoli, tipo 12,90 $/kg, questa rarità merita una foto),


non c’è molto altro da segnalare. È anche piuttosto tardi quando arriviamo, lasciamo di corsa le valigie in ostello e andiamo a mangiare qualcosa, per poi andare a dormire. Come in molte cittadine australiane, qui si spegne tutto molto presto, e alle 8 di sera non c’è speranza di trovare un’anima per le strade. Non puoi neanche dire vado in spiaggia a bermi una birra sotto le stelle, perché non si può bere nei luoghi pubblici. Non resta che andare a dormire, che domani ci aspetta un altro lungo viaggio.

Prossima fermata: Sarina, 300 km più a nord. Il bello è che a parte pochi punti stabiliti (tipo Cairns), decidiamo le tappe via via che ci spostiamo. Ma sai che sto posto mi ispira? E fermiamoci, dunque! Sarina è l’esempio perfetto. Dopo aver cazzeggiato a lungo in quel di Yeppoon, è chiaro che oggi non arriveremo lontano, quindi tanto vale prendersela con calma. Perché stressarsi per arrivare a Mackay, una città che difficilmente offrirà qualcosa di diverso da centri commerciali e centri commerciali, e non ci fermiamo in quest’altra graziosa località costiera? Al posto dei centri commerciali ci sono solo resort, motel e un piccolo supermercato. E i barbecue pubblici accanto alla piccola piscina del motel. Uhm. Supermercato e barbecue. E nessun ristornate in vista. Sapete che vuol dire questo? Grigliata! A pochi metri dall’ennesima spiaggia chilometrica. La stessa spiaggia su cui si apre la porta finestra del motel.


La mattina posso svegliarmi, aprire le tende, vedere l’alba e tornare a dormire. Che meraviglia. Ah, no. Non posso tornare a dormire. Oggi dobbiamo arrivare a Airlie Beach, e questo è un appuntamento fisso.

Airlie Beach è una cittadina orrendamente turistica, ma è il punto di partenza ideale per visitare le Whitsundays Islands, un arcipelago di 74 isole sparse fra la costa e la barriera corallina. Barriera corallina che, probabilmente non vi ho detto, inizia dalle parti di Bundaberg e prosegue a nord per più di 2.500 km. Da Airlie Beach partono molte escursioni di 2-3 giorni in barca, e il piano è proprio quello di trascorrere il mio compleanno in questo paradiso. D’altra parte, l’avevo detto fin dal primo post, ricordate? Prenotiamo quindi l’escursione di 2 giorni su una barca chiamata Blizzard e ci prepariamo a partire l’indomani. Che giorno è l’indomani? 14 ottobre! Yeeee, auguri Swaggirl! Mo sono 30, eh? Metti la testa a posto e fa’ la persona seria!


La partenza è prevista per le 4 del pomeriggio dalla marina di Airlie Beach. Siamo accolti a bordo (rigorosamente scalzi) da Chriscoe e il suo mozzo/fidanzata, che non appena mi sente parlare al telefono con la mamma mi domanda: “Italiana?” Si chiama Giulia, è fiorentina ed è in Australia da 8 mesi, di cui gli ultimi 6 li ha passati qui a lavorare sulla barca. “Complimenti, ti sei scelta proprio un bel lavoro!” “Eh, non è male come ufficio, no…” Oltre ai due membri dell’equipaggio, la barca ospita 10 passeggeri: Simon e Keira, irlandesi che vivono a Sydney, e Noel, il padre di lei, in visita, che ha una passione irrefrenabile per i nostri laghi del nord; Minerva, messicana, e il suo fidanzato Fernàn, svizzero urugayano. Max, tedesco, e i Germans (perdonate ma non ho capito i nomi), una coppia sulla cinquantina.



Beh, posso dire che mentre la compagnia a Fraser lasciava molto a desiderare, qui non potevo chiedere di meglio: tutte persone simpatiche e deliziose. E, forse sarò influenzata dalle condizioni sociali, ma anche i posti mi sembrano infinitamente migliori. Citerò di nuovo la mia amica Bellapasta, che è stata qui prima di me: “Ti sembra di stare davanti a un’immagine ritoccata con Photoshop, e invece ce l’hai lì davanti agli occhi, per davvero.” Credo che questa affermazione riassuma sufficientemente bene il concetto.*
 
L’unica controindicazione è il mal di mare! Non so come, ma non mi è passato neanche per il più remoto angolo del cervello il pensiero che potessi sentirmi male. Sei sul ponte, la nave sballonzola, c’è vento, allora decidi di andare sotto, per essere un po’ più riparato. Vai sotto, e forse sei al sicuro dalle intemperie, ma la barca sballonzola molto di più quaggiù! Per fortuna i nostri compagni di viaggio sono tutti molto più sgamati di noi e dotati di travelgum, che porta un po’ di tregua. Ma sapete qual è la soluzione definitiva? Scendere dalla barca. A terra o in mare, l’importante è scendere dalla barca. Infatti una volta raggiunta la riva, su una delle 74 isole chiamata Whitehaven, bacio la terra e mi sento molto meglio. E mi rendo conto che è valsa la pena soffrire un po’: è un luogo incantevole. La sabbia è bianchissima e impalpabile, sembra farina, il mare è cristallino, e non c’è nessuno a parte noi. Un’isola deserta. Ovviamente non appena raggiungiamo e superiamo il promontorio all’estremità nord, scopriamo che un’altra barca ha ormeggiato e sbarcato i suoi turisti, ma vabbè, sono disposta a condividere tale meraviglia con gli altri. Anzi non vedo l’ora di mostrare al mondo questo luogo eccezionale, ogni giorno diverso perché ogni giorno il mare disegna nuovi paesaggi di sabbia nella laguna. Ma la contemplazione non dura a lungo, ahimè dobbiamo tornare sulla barca, ormai è quasi sera, è ora di cena. E del brindisi: rivelo che oggi è il mio compleanno, e libiamo i calici. E le sorprese non sono finite: miracolosamente, in mezzo al mare, ricevo una chiamata via skype dalle mie amiche, che si sono date appuntamento per farmi una sorpresa. Purtroppo la tecnologia funziona a singhiozzo, la telefonata non dura a lungo, quindi ci salutiamo in fretta. Ma è stata comunque una splendida sorpresa.

Il giorno dopo ci spostiamo in un altro punto dell’arcipelago, un luogo favorevole per lo snorkeling. Ora, devo dire che questa pratica non mi ha mai attirato particolarmente. Capisco il fascino delle immersioni, anche se non lo condivido: troppa paura delle profondità! Ma lo snorkeling, no. Mi immaginavo persone semi-arenate a riva con la loro mascherina a cercare pesciolini che si possono vedere altrettanto bene stando in piedi nell’acqua. E tutta la meccanica del boccaglio mi ha sempre un po’ spaventato. D’altra parte, mi piace fare esperienze nuove, quindi tanto vale provare anche questa, così la tolgo dalla lista. Giulia ci distribuisce le mute, e penso di aver trovato un altro motivo per cui questo snorkeling non mi ispira: quanto è difficile indossare la maledetta muta? La barca nel frattempo si è avvicinata a una piccola baia. Uno, due, tre… in acqua! Siamo a pochi metri dalla riva, ma mi agito un po’ perché non riesco a toccare il fondo. Me la cavo col nuoto – ho uno stile tutto mio, ma riesco a galleggiare – ma non posso definirmi una persona particolarmente acquatica. Mi ci vuole un po’ per prendere confidenza con l’acqua, e un po’ di più per interiorizzare il funzionamento del boccaglio. E finalmente do un’occhiata sotto: in forse 3 secondi individuo i primi pesci e mi rendo conto che non voglio fare altro nella vita. Altro che pesciolini, poi! I più piccoli sono grossi come la mia mano, si spostano in banchi stando ben attenti a evitare gli umani e hanno colori stupendi! È incredibile pensare che qua sotto ci sia tutta questa varietà cromatica, ed è stupefacente vedere quanto sotto sia grande! Forse ancora più dei pesci sono i coralli e le piante a lasciarmi sbalordita, con le loro strutture eclettiche e perfette. E infine, il pezzo che tutti ricercano: la tartaruga! Simon ne individua una e inizia a fare ampi gesti per richiamare l’attenzione di tutti. Trovo che sia bellissimo: siamo tutti consapevoli di vivere un’esperienza eccezionale, che non possiamo fare a meno di condividerla con gli altri, con un entusiasmo squisitamente infantile. Per la prima volta da quando sono arrivata in Australia ho la percezione di stare acchiappando la vita, in questo preciso momento.


Non appena formulato il pensiero, c’è qualcosa che acchiappa me. Oddio una medusa. Penso che fra tutti i predatori che cercheranno di ucciderti a ogni piè sospinto, la medusa sia quella che mi spaventa di più. Tecnicamente non è neanche un predatore, anzi non gliene può fregare di meno della presenza umana. Ma una varietà particolare di medusa pare essere l’animale più velenoso del pianeta, e naturalmente si trova in Australia. Il suo grado di velenosità riassunto in termini di tempo che ti rimane per raggiungere un ospedale: molto poco. Non sono un’esperta di meduse, quindi per me ogni medusa è quella che ha il tuo nome scritto sopra. E non appena mi rendo conto che la cosa che mi ha sfiorato la mano è una medusa, vado in panico. Inizio ad avvertire un leggero prurito sulle dita, ovviamente frutto di pura suggestione. Il molto poco tempo però trascorre, e insomma io sono ancora qui a raccontarvela. Ma l’incontro ha spento momentaneamente il mio entusiasmo, e inizia a fare freddo in acqua: è tempo di tornare a bordo e sfilarsi la muta, operazione se possibile ancora più difficile che indossarla. Potrei fare un altro esperimento e provare il paddle-board… ma magari un’altra volta. Adesso ho bisogno di asciugarmi e di ricominciare la mia lotta contro il mal di mare. Ed è anche ora di rientrare ad Airlie Beach, l’escursione è finita. Ritorniamo sulla terraferma e trasferiamo tutti i bagagli verso l’ostello di questa notte, un posto davvero particolare, situato in mezzo alla foresta. Siamo però troppo stanchi per fare veramente caso alla struttura: la vita di mare è impegnativa, e domani si ritorna in strada.
A proposito, ma quanto abbiamo camminato finora?

870 km
Km totali percorsi: 18.350

Lasciatemi chiudere dicendo che mi rendo conto che questo post è la fiera di aggettivi quali meraviglioso, stupendo, eccezionale… Che dire, sono le Whitsundays. Per ora è senza dubbio il posto più bello che abbia visitato, e se dovessi trovarne uno ancora più bello… mamma mia!

*Se non vi bastano le parole, vi rimando al consueto servizio fotografico.

lunedì 5 novembre 2012

Gente che va, gente che viene


È arrivato quindi il momento di salutare Rie. Tornerà in Giappone per il matrimonio di un’amica, si fermerà lì un mese e poi volerà di nuovo verso l'Australia. Prima però si dedicherà a qualche giro turistico: Sharon ci ha detto che una coppia di amici che vivono a Hervey Bay può ospitarci, e Rie ha deciso di recarsi lì per poi andare in visita a Fraser Island. Quindi ha chiesto allo zio Ray di darle un passaggio a Hervey Bay. 
Dopo il lavoro del mattino, dopo aver chiuso le valigie, io, Rie e Doreen saliamo in macchina e partiamo alla volta di questa località costiera rinomata per l’avvistamento delle balene. Il cielo è grigio, l’atmosfera è perfetta per gli addii. Hervey Bay non è molto distante, siamo lì in poco più di un’ora. Il posto è tremendamente anonimo e apparentemente si esaurisce al porto, dove c’è l’ufficio turistico, qualche caffè e la balena gigante che non può sfuggire alla mia macchina fotografica. 


Saranno le condizioni meteo avverse, saranno le circostanze meste, ma la voglia di andare alla scoperta del paese è pari a zero. Rie passa dall’auto di Ray a quella di Rodney, l’amico di Sharon (le mando immediatamente un SMS: “Sembra la consegna di un ostaggio”), ma prima ci scambiamo il saluto dei backpacker: “Good luck. Non sarà la persona più espansiva del mondo, ma ormai mi ero abituata alla vita con lei, e come ogni cambiamento anche questo porta un po’ di malinconia e preoccupazione, quest’ultima dovuta soprattutto al pensiero che da domani dovrò fare tutto da sola.

La sera a cena io e Sharon ci confidiamo che siamo tutte e due un po’ mogie per l’assenza di Rie, ma sembra che non resterò sola a lungo. Ieri una WWOOFer di nome Marjo ha contattato Sharon per venire a lavorare nella farm, e oggi hanno telefonato due ragazze tedesche per sapere se c’è bisogno di gente. Insomma sembra che presto il posto sarà molto affollato. “Ti conviene trasferirti qui e lasciare le nuove arrivate nella bunkhouse; sono molto giovani, potreste non andare d’accordo.” Capito? Mi muovo nella villa padronale: faccio carriera!

Il giorno dopo per prima cosa carico tutti i miei averi su una carriola e prendo possesso della camera degli ospiti: letto queen size, bagno bello spazioso da condividere con Doreen, internet in-house! E, la parte che preferisco: da oggi avrò ai miei ordini ben tre persone! Ecco qui la mia nuova squadra: Marjo ha 23 anni, viene dalla Finlandia, dove ha abbandonato gli studi in legge, ed è in Australia da 8 mesi; è arrivata da Darwin con il suo furgone hippie (“Fra Darwin e Cairns non c’è NIENTE” dice, convincendomi a contemplare la possibilità di fare tale tratta in aereo) e prima di finire a Cordalba ha passato tre giorni a fare wwoofing da una coppia di estremisti cristiani, presso i quali non si beve, non si fuma, si guarda la tv un’ora al giorno e non si parla durante i pasti. Mi faccio dare i nomi per evitarli come la peste, e scopro con un brivido che anche io avevo contattato queste persone, ma fortunatamente Sharon mi ha risposto per prima. Abbiamo poi Stina e Nane, tedesche appena diciottenni che sono arrivate in Australia da un paio di mesi e sono a loro volta fuggite da una fattoria di hippie dopo un giorno di servizio, causa condizioni di vita un po’ troppo estreme: toilette in mezzo agli alberi, camera da letto in un caravan senza finestre, insetti ovunque. Ora non gli sembra vero di avere a disposizione un vero bagno con doccia, in una vera abitazione, e di non dover sbucciare banane sei ore al giorno senza interruzione. Infatti sono ancora settate per il duro lavoro, e non appena portano a termine una delle loro mansioni mi chiedono immediatamente cosa possono fare. “Fate un tuffo in piscina, prendete il sole, leggetevi un libro…” “Ma magari possiamo fare le pulizie in casa?” “Non sarò certo io a fermarvi…” Sharon mi ha anche preso un frustino, ora sono un kapò perfetto! …Ma va’, non sono capace di fare il capo, io. Eccomi a spalare cacca nei recinti, come al solito. Prima di andare al lavoro, Wayne trova anche il tempo per sfottermi: “Che mondo… il capo sgobba mentre gli schiavi dormono…” “È che voglio dare il buon esempio…

Il frustino comunque non è per me, ma per l’evento del weekend: sabato ci sarà una mostra di minipony e domenica uno stage di addestramento per grandi e piccini (nel senso di taglie equine), e Sharon parteciperà insieme a Montague. Già venerdì pomeriggio arrivano i primi partecipanti della mostra, che si accampano nei dintorni della farm con baracca, burattini e cavallini. Siamo tutte molto curiose, pare che li abbiano già sistemati nelle scuderie. Prima ancora di vederli, li sentiamo: fanno un casino allucinante. Oddio, sono talmente piccoli che dobbiamo alzarci in punta di piedi per individuarli oltre la barriera delle stalle. 


Probabilmente sono così chiacchierini perché non riescono a vedersi, allora per farsi coraggio a vicenda si parlano: “Ci sei?” “Ci sono! Ma dove cazzo ci hanno portato?” “Non lo so, ma non mi piace. Scommetto che ci faranno correre e saltellare tutto il giorno, come fenomeni da baraccone.” “Già. Ma stavolta gliela faccio pagare. Ieri ho mangiato 12 kg di prugne.” Come i cani piccoli, anche i cavalli piccoli sono molto incazzosi. Per compensare la taglia. A chi mai verrebbe in mente di tenere in casa una cosa del genere? Non li puoi cavalcare, non li puoi mettere in salotto… Poi però guardo i padroni, e capisco che anche loro tanto normali non sono.


Uno di loro ci spiega che non sono tutti generici minicavalli o minipony. Ci sono i pony, con le zampe corte e tozze, tipo Daisy. Poi ci sono i cavallini e infine i minicavalli, che hanno le stesse proporzioni di un cavallo, ma sono rispettivamente piccoli e minuscoli. Per intenderci, guardateli vicino a Bertha.

Giustamente fiera delle sue dimensioni

I cavallini sono impegnati tutto il giorno a sfilare, correre, saltellare… Diciamo che potrei capire il loro astio nei confronti dei proprietari. Dopo un po’ siamo tutte ampiamente annoiate. Credo che vi porterò a fare un giro per la farm.


Ritengo di non spoilerare niente se rivelo che il taglio à la strega di Blair non nasconde un finale di sangue, ma si spiega semplicemente con una batteria esaurita. D’altra parte non amo gli happy ending: finito il weekend lillipuziano, ho deciso di lasciare Cordalba. Le ragioni sono molteplici: ho ancora un sacco di Australia da vedere, tanto per cominciare. La partenza di Rie e l’arrivo degli schiavi, per quanto esaltante, hanno interrotto una routine che mi dava una certa sicurezza. Forse proprio l’equilibrio perso mi ha fatto capire che questo posto per il momento è abbastanza per me. È passato un mese esatto da quando sono arrivata qui. Inizio ad avvertire una certa noia, l’ansia di partire. Inoltre Shane ha due settimane di ferie, e dal momento che andrà a Cairns per visitare un amico, mi ha proposto un road trip lungo la costa. È un’idea interessante, no? 

È arrivato quindi il momento di fare la valigia e congedarmi. Due cose che odio profondamente. Per fortuna avviene tutto molto in fretta, Wayne e Sharon mi salutano prima di andare al lavoro. Wayne mi dà addirittura i bacini. Abbraccio Doreen e Sharon, la ringrazio per l’ospitalità. È vero che me la sono guadagnata col “duro” lavoro, ma la verità è che mi hanno dato molto di più: ora sulla mia mappa delle amicizie c’è un nuovo puntino, e d’ora in poi il nome della minuscola Cordalba sarà legato a una bella esperienza e soprattutto a persone eccezionali. È proprio arrivato il momento di andare. La macchina è pronta, il motore acceso, gli occhi umidi. Cerco di darmi un contegno prima di salutare le nuove arrivate. Stina mi sgrida, me ne vado senza prima aver chiesto il permesso a loro. Le abbraccio, ci auguriamo buona fortuna e scappo in macchina. A questo punto le lacrime scendono senza fermarsi, in un modo che sorprende anche me. Le ragazze escono sul portico posteriore per salutare la macchina che imbocca il vialetto d’ingresso. Si chiude un altro capitolo del mio viaggio.