martedì 13 novembre 2012

Si riparte!



La prima parte del viaggio verso nord trascorre in mestizia: alle spalle un addio davvero emozionale, e davanti a me un viaggio di 8 ore verso la nostra prima tappa, Yeppoon. Mi perdonerete se non ho divertenti aneddoti da riportarvi, ma vi assicuro che in 8 ore è successo veramente poco o niente. Uniche cose degne di segnalazione: ho visto finalmente in maniera dignitosa i miei primi canguri (non morti, non in mezzo alla boscaglia, ma ai margini di un centro abitato) e ho visto un’echidna! Sapete cos’è un’echidna? Per qualche motivo pensavo si trattasse di un uccello pieno di pungiglioni, invece mi sa che la confondo con il kiwi. E il kiwi lo confondo con il frutto. L’echidna è più simile a un porcospino, ma gli aculei sembrano cattivi come quelli dell’istrice. Appartiene alla stessa famiglia dell’ornitorinco, ovvero quella dei mash-up animal, quelli che non sai se sono mammiferi o rettili, e per questo hanno inventato una categoria apposta per loro. Della categoria fanno parte appunto l’echidna e l’ornitorinco. È un club molto esclusivo. Mi spiega Shane che molte echidne muoiono sotto le macchine, investite nel tentativo di attraversare, e anche le auto non ne escono tanto bene: ruote da buttare. Per fortuna di tutti, la nostra echidna quando ci vede arrivare si ferma sul ciglio della strada, anzi ci ripensa e torna indietro. Torniamo indietro pure noi, scendo dalla macchina e corro a vederla con una certa circospezione, chiedendomi in che modo potrà mai attaccarmi. In Australia le creature viventi si dividono in pests, ovvero seccature infestanti, e predatori, che cercheranno di ucciderti a ogni piè sospinto. E poi ci sono i drop bears, di cui vi parlerò in seguito. Non so se l’echidna sia una pest, ma credo se non altro di essere al sicuro: in questo momento lei è sicuramente molto più spaventata di me, ha il musetto affondato nel terreno e di certo sta pensando: “Speriamo che non mi abbiano visto… Dio, ti prego, fa’ che non mi abbiano visto…” mentre con le manine cerca di scavare più a fondo. 


Poverina, ti abbiamo spaventato abbastanza. E dopo questa sosta le 8 ore sono diventate 8 ore e 10 minuti, quindi è meglio proseguire.
Anzi, quindi è meglio arrivare direttamente a Yeppoon, località costiera poco distante da Rockhampton. A parte la spiaggia che sembra una pista di atterraggio e i pomodori a $ 5,40 al kilo (scusate ma dopo aver visto cartelli che riportavano prezzi ridicoli, tipo 12,90 $/kg, questa rarità merita una foto),


non c’è molto altro da segnalare. È anche piuttosto tardi quando arriviamo, lasciamo di corsa le valigie in ostello e andiamo a mangiare qualcosa, per poi andare a dormire. Come in molte cittadine australiane, qui si spegne tutto molto presto, e alle 8 di sera non c’è speranza di trovare un’anima per le strade. Non puoi neanche dire vado in spiaggia a bermi una birra sotto le stelle, perché non si può bere nei luoghi pubblici. Non resta che andare a dormire, che domani ci aspetta un altro lungo viaggio.

Prossima fermata: Sarina, 300 km più a nord. Il bello è che a parte pochi punti stabiliti (tipo Cairns), decidiamo le tappe via via che ci spostiamo. Ma sai che sto posto mi ispira? E fermiamoci, dunque! Sarina è l’esempio perfetto. Dopo aver cazzeggiato a lungo in quel di Yeppoon, è chiaro che oggi non arriveremo lontano, quindi tanto vale prendersela con calma. Perché stressarsi per arrivare a Mackay, una città che difficilmente offrirà qualcosa di diverso da centri commerciali e centri commerciali, e non ci fermiamo in quest’altra graziosa località costiera? Al posto dei centri commerciali ci sono solo resort, motel e un piccolo supermercato. E i barbecue pubblici accanto alla piccola piscina del motel. Uhm. Supermercato e barbecue. E nessun ristornate in vista. Sapete che vuol dire questo? Grigliata! A pochi metri dall’ennesima spiaggia chilometrica. La stessa spiaggia su cui si apre la porta finestra del motel.


La mattina posso svegliarmi, aprire le tende, vedere l’alba e tornare a dormire. Che meraviglia. Ah, no. Non posso tornare a dormire. Oggi dobbiamo arrivare a Airlie Beach, e questo è un appuntamento fisso.

Airlie Beach è una cittadina orrendamente turistica, ma è il punto di partenza ideale per visitare le Whitsundays Islands, un arcipelago di 74 isole sparse fra la costa e la barriera corallina. Barriera corallina che, probabilmente non vi ho detto, inizia dalle parti di Bundaberg e prosegue a nord per più di 2.500 km. Da Airlie Beach partono molte escursioni di 2-3 giorni in barca, e il piano è proprio quello di trascorrere il mio compleanno in questo paradiso. D’altra parte, l’avevo detto fin dal primo post, ricordate? Prenotiamo quindi l’escursione di 2 giorni su una barca chiamata Blizzard e ci prepariamo a partire l’indomani. Che giorno è l’indomani? 14 ottobre! Yeeee, auguri Swaggirl! Mo sono 30, eh? Metti la testa a posto e fa’ la persona seria!


La partenza è prevista per le 4 del pomeriggio dalla marina di Airlie Beach. Siamo accolti a bordo (rigorosamente scalzi) da Chriscoe e il suo mozzo/fidanzata, che non appena mi sente parlare al telefono con la mamma mi domanda: “Italiana?” Si chiama Giulia, è fiorentina ed è in Australia da 8 mesi, di cui gli ultimi 6 li ha passati qui a lavorare sulla barca. “Complimenti, ti sei scelta proprio un bel lavoro!” “Eh, non è male come ufficio, no…” Oltre ai due membri dell’equipaggio, la barca ospita 10 passeggeri: Simon e Keira, irlandesi che vivono a Sydney, e Noel, il padre di lei, in visita, che ha una passione irrefrenabile per i nostri laghi del nord; Minerva, messicana, e il suo fidanzato Fernàn, svizzero urugayano. Max, tedesco, e i Germans (perdonate ma non ho capito i nomi), una coppia sulla cinquantina.



Beh, posso dire che mentre la compagnia a Fraser lasciava molto a desiderare, qui non potevo chiedere di meglio: tutte persone simpatiche e deliziose. E, forse sarò influenzata dalle condizioni sociali, ma anche i posti mi sembrano infinitamente migliori. Citerò di nuovo la mia amica Bellapasta, che è stata qui prima di me: “Ti sembra di stare davanti a un’immagine ritoccata con Photoshop, e invece ce l’hai lì davanti agli occhi, per davvero.” Credo che questa affermazione riassuma sufficientemente bene il concetto.*
 
L’unica controindicazione è il mal di mare! Non so come, ma non mi è passato neanche per il più remoto angolo del cervello il pensiero che potessi sentirmi male. Sei sul ponte, la nave sballonzola, c’è vento, allora decidi di andare sotto, per essere un po’ più riparato. Vai sotto, e forse sei al sicuro dalle intemperie, ma la barca sballonzola molto di più quaggiù! Per fortuna i nostri compagni di viaggio sono tutti molto più sgamati di noi e dotati di travelgum, che porta un po’ di tregua. Ma sapete qual è la soluzione definitiva? Scendere dalla barca. A terra o in mare, l’importante è scendere dalla barca. Infatti una volta raggiunta la riva, su una delle 74 isole chiamata Whitehaven, bacio la terra e mi sento molto meglio. E mi rendo conto che è valsa la pena soffrire un po’: è un luogo incantevole. La sabbia è bianchissima e impalpabile, sembra farina, il mare è cristallino, e non c’è nessuno a parte noi. Un’isola deserta. Ovviamente non appena raggiungiamo e superiamo il promontorio all’estremità nord, scopriamo che un’altra barca ha ormeggiato e sbarcato i suoi turisti, ma vabbè, sono disposta a condividere tale meraviglia con gli altri. Anzi non vedo l’ora di mostrare al mondo questo luogo eccezionale, ogni giorno diverso perché ogni giorno il mare disegna nuovi paesaggi di sabbia nella laguna. Ma la contemplazione non dura a lungo, ahimè dobbiamo tornare sulla barca, ormai è quasi sera, è ora di cena. E del brindisi: rivelo che oggi è il mio compleanno, e libiamo i calici. E le sorprese non sono finite: miracolosamente, in mezzo al mare, ricevo una chiamata via skype dalle mie amiche, che si sono date appuntamento per farmi una sorpresa. Purtroppo la tecnologia funziona a singhiozzo, la telefonata non dura a lungo, quindi ci salutiamo in fretta. Ma è stata comunque una splendida sorpresa.

Il giorno dopo ci spostiamo in un altro punto dell’arcipelago, un luogo favorevole per lo snorkeling. Ora, devo dire che questa pratica non mi ha mai attirato particolarmente. Capisco il fascino delle immersioni, anche se non lo condivido: troppa paura delle profondità! Ma lo snorkeling, no. Mi immaginavo persone semi-arenate a riva con la loro mascherina a cercare pesciolini che si possono vedere altrettanto bene stando in piedi nell’acqua. E tutta la meccanica del boccaglio mi ha sempre un po’ spaventato. D’altra parte, mi piace fare esperienze nuove, quindi tanto vale provare anche questa, così la tolgo dalla lista. Giulia ci distribuisce le mute, e penso di aver trovato un altro motivo per cui questo snorkeling non mi ispira: quanto è difficile indossare la maledetta muta? La barca nel frattempo si è avvicinata a una piccola baia. Uno, due, tre… in acqua! Siamo a pochi metri dalla riva, ma mi agito un po’ perché non riesco a toccare il fondo. Me la cavo col nuoto – ho uno stile tutto mio, ma riesco a galleggiare – ma non posso definirmi una persona particolarmente acquatica. Mi ci vuole un po’ per prendere confidenza con l’acqua, e un po’ di più per interiorizzare il funzionamento del boccaglio. E finalmente do un’occhiata sotto: in forse 3 secondi individuo i primi pesci e mi rendo conto che non voglio fare altro nella vita. Altro che pesciolini, poi! I più piccoli sono grossi come la mia mano, si spostano in banchi stando ben attenti a evitare gli umani e hanno colori stupendi! È incredibile pensare che qua sotto ci sia tutta questa varietà cromatica, ed è stupefacente vedere quanto sotto sia grande! Forse ancora più dei pesci sono i coralli e le piante a lasciarmi sbalordita, con le loro strutture eclettiche e perfette. E infine, il pezzo che tutti ricercano: la tartaruga! Simon ne individua una e inizia a fare ampi gesti per richiamare l’attenzione di tutti. Trovo che sia bellissimo: siamo tutti consapevoli di vivere un’esperienza eccezionale, che non possiamo fare a meno di condividerla con gli altri, con un entusiasmo squisitamente infantile. Per la prima volta da quando sono arrivata in Australia ho la percezione di stare acchiappando la vita, in questo preciso momento.


Non appena formulato il pensiero, c’è qualcosa che acchiappa me. Oddio una medusa. Penso che fra tutti i predatori che cercheranno di ucciderti a ogni piè sospinto, la medusa sia quella che mi spaventa di più. Tecnicamente non è neanche un predatore, anzi non gliene può fregare di meno della presenza umana. Ma una varietà particolare di medusa pare essere l’animale più velenoso del pianeta, e naturalmente si trova in Australia. Il suo grado di velenosità riassunto in termini di tempo che ti rimane per raggiungere un ospedale: molto poco. Non sono un’esperta di meduse, quindi per me ogni medusa è quella che ha il tuo nome scritto sopra. E non appena mi rendo conto che la cosa che mi ha sfiorato la mano è una medusa, vado in panico. Inizio ad avvertire un leggero prurito sulle dita, ovviamente frutto di pura suggestione. Il molto poco tempo però trascorre, e insomma io sono ancora qui a raccontarvela. Ma l’incontro ha spento momentaneamente il mio entusiasmo, e inizia a fare freddo in acqua: è tempo di tornare a bordo e sfilarsi la muta, operazione se possibile ancora più difficile che indossarla. Potrei fare un altro esperimento e provare il paddle-board… ma magari un’altra volta. Adesso ho bisogno di asciugarmi e di ricominciare la mia lotta contro il mal di mare. Ed è anche ora di rientrare ad Airlie Beach, l’escursione è finita. Ritorniamo sulla terraferma e trasferiamo tutti i bagagli verso l’ostello di questa notte, un posto davvero particolare, situato in mezzo alla foresta. Siamo però troppo stanchi per fare veramente caso alla struttura: la vita di mare è impegnativa, e domani si ritorna in strada.
A proposito, ma quanto abbiamo camminato finora?

870 km
Km totali percorsi: 18.350

Lasciatemi chiudere dicendo che mi rendo conto che questo post è la fiera di aggettivi quali meraviglioso, stupendo, eccezionale… Che dire, sono le Whitsundays. Per ora è senza dubbio il posto più bello che abbia visitato, e se dovessi trovarne uno ancora più bello… mamma mia!

*Se non vi bastano le parole, vi rimando al consueto servizio fotografico.

lunedì 5 novembre 2012

Gente che va, gente che viene


È arrivato quindi il momento di salutare Rie. Tornerà in Giappone per il matrimonio di un’amica, si fermerà lì un mese e poi volerà di nuovo verso l'Australia. Prima però si dedicherà a qualche giro turistico: Sharon ci ha detto che una coppia di amici che vivono a Hervey Bay può ospitarci, e Rie ha deciso di recarsi lì per poi andare in visita a Fraser Island. Quindi ha chiesto allo zio Ray di darle un passaggio a Hervey Bay. 
Dopo il lavoro del mattino, dopo aver chiuso le valigie, io, Rie e Doreen saliamo in macchina e partiamo alla volta di questa località costiera rinomata per l’avvistamento delle balene. Il cielo è grigio, l’atmosfera è perfetta per gli addii. Hervey Bay non è molto distante, siamo lì in poco più di un’ora. Il posto è tremendamente anonimo e apparentemente si esaurisce al porto, dove c’è l’ufficio turistico, qualche caffè e la balena gigante che non può sfuggire alla mia macchina fotografica. 


Saranno le condizioni meteo avverse, saranno le circostanze meste, ma la voglia di andare alla scoperta del paese è pari a zero. Rie passa dall’auto di Ray a quella di Rodney, l’amico di Sharon (le mando immediatamente un SMS: “Sembra la consegna di un ostaggio”), ma prima ci scambiamo il saluto dei backpacker: “Good luck. Non sarà la persona più espansiva del mondo, ma ormai mi ero abituata alla vita con lei, e come ogni cambiamento anche questo porta un po’ di malinconia e preoccupazione, quest’ultima dovuta soprattutto al pensiero che da domani dovrò fare tutto da sola.

La sera a cena io e Sharon ci confidiamo che siamo tutte e due un po’ mogie per l’assenza di Rie, ma sembra che non resterò sola a lungo. Ieri una WWOOFer di nome Marjo ha contattato Sharon per venire a lavorare nella farm, e oggi hanno telefonato due ragazze tedesche per sapere se c’è bisogno di gente. Insomma sembra che presto il posto sarà molto affollato. “Ti conviene trasferirti qui e lasciare le nuove arrivate nella bunkhouse; sono molto giovani, potreste non andare d’accordo.” Capito? Mi muovo nella villa padronale: faccio carriera!

Il giorno dopo per prima cosa carico tutti i miei averi su una carriola e prendo possesso della camera degli ospiti: letto queen size, bagno bello spazioso da condividere con Doreen, internet in-house! E, la parte che preferisco: da oggi avrò ai miei ordini ben tre persone! Ecco qui la mia nuova squadra: Marjo ha 23 anni, viene dalla Finlandia, dove ha abbandonato gli studi in legge, ed è in Australia da 8 mesi; è arrivata da Darwin con il suo furgone hippie (“Fra Darwin e Cairns non c’è NIENTE” dice, convincendomi a contemplare la possibilità di fare tale tratta in aereo) e prima di finire a Cordalba ha passato tre giorni a fare wwoofing da una coppia di estremisti cristiani, presso i quali non si beve, non si fuma, si guarda la tv un’ora al giorno e non si parla durante i pasti. Mi faccio dare i nomi per evitarli come la peste, e scopro con un brivido che anche io avevo contattato queste persone, ma fortunatamente Sharon mi ha risposto per prima. Abbiamo poi Stina e Nane, tedesche appena diciottenni che sono arrivate in Australia da un paio di mesi e sono a loro volta fuggite da una fattoria di hippie dopo un giorno di servizio, causa condizioni di vita un po’ troppo estreme: toilette in mezzo agli alberi, camera da letto in un caravan senza finestre, insetti ovunque. Ora non gli sembra vero di avere a disposizione un vero bagno con doccia, in una vera abitazione, e di non dover sbucciare banane sei ore al giorno senza interruzione. Infatti sono ancora settate per il duro lavoro, e non appena portano a termine una delle loro mansioni mi chiedono immediatamente cosa possono fare. “Fate un tuffo in piscina, prendete il sole, leggetevi un libro…” “Ma magari possiamo fare le pulizie in casa?” “Non sarò certo io a fermarvi…” Sharon mi ha anche preso un frustino, ora sono un kapò perfetto! …Ma va’, non sono capace di fare il capo, io. Eccomi a spalare cacca nei recinti, come al solito. Prima di andare al lavoro, Wayne trova anche il tempo per sfottermi: “Che mondo… il capo sgobba mentre gli schiavi dormono…” “È che voglio dare il buon esempio…

Il frustino comunque non è per me, ma per l’evento del weekend: sabato ci sarà una mostra di minipony e domenica uno stage di addestramento per grandi e piccini (nel senso di taglie equine), e Sharon parteciperà insieme a Montague. Già venerdì pomeriggio arrivano i primi partecipanti della mostra, che si accampano nei dintorni della farm con baracca, burattini e cavallini. Siamo tutte molto curiose, pare che li abbiano già sistemati nelle scuderie. Prima ancora di vederli, li sentiamo: fanno un casino allucinante. Oddio, sono talmente piccoli che dobbiamo alzarci in punta di piedi per individuarli oltre la barriera delle stalle. 


Probabilmente sono così chiacchierini perché non riescono a vedersi, allora per farsi coraggio a vicenda si parlano: “Ci sei?” “Ci sono! Ma dove cazzo ci hanno portato?” “Non lo so, ma non mi piace. Scommetto che ci faranno correre e saltellare tutto il giorno, come fenomeni da baraccone.” “Già. Ma stavolta gliela faccio pagare. Ieri ho mangiato 12 kg di prugne.” Come i cani piccoli, anche i cavalli piccoli sono molto incazzosi. Per compensare la taglia. A chi mai verrebbe in mente di tenere in casa una cosa del genere? Non li puoi cavalcare, non li puoi mettere in salotto… Poi però guardo i padroni, e capisco che anche loro tanto normali non sono.


Uno di loro ci spiega che non sono tutti generici minicavalli o minipony. Ci sono i pony, con le zampe corte e tozze, tipo Daisy. Poi ci sono i cavallini e infine i minicavalli, che hanno le stesse proporzioni di un cavallo, ma sono rispettivamente piccoli e minuscoli. Per intenderci, guardateli vicino a Bertha.

Giustamente fiera delle sue dimensioni

I cavallini sono impegnati tutto il giorno a sfilare, correre, saltellare… Diciamo che potrei capire il loro astio nei confronti dei proprietari. Dopo un po’ siamo tutte ampiamente annoiate. Credo che vi porterò a fare un giro per la farm.


Ritengo di non spoilerare niente se rivelo che il taglio à la strega di Blair non nasconde un finale di sangue, ma si spiega semplicemente con una batteria esaurita. D’altra parte non amo gli happy ending: finito il weekend lillipuziano, ho deciso di lasciare Cordalba. Le ragioni sono molteplici: ho ancora un sacco di Australia da vedere, tanto per cominciare. La partenza di Rie e l’arrivo degli schiavi, per quanto esaltante, hanno interrotto una routine che mi dava una certa sicurezza. Forse proprio l’equilibrio perso mi ha fatto capire che questo posto per il momento è abbastanza per me. È passato un mese esatto da quando sono arrivata qui. Inizio ad avvertire una certa noia, l’ansia di partire. Inoltre Shane ha due settimane di ferie, e dal momento che andrà a Cairns per visitare un amico, mi ha proposto un road trip lungo la costa. È un’idea interessante, no? 

È arrivato quindi il momento di fare la valigia e congedarmi. Due cose che odio profondamente. Per fortuna avviene tutto molto in fretta, Wayne e Sharon mi salutano prima di andare al lavoro. Wayne mi dà addirittura i bacini. Abbraccio Doreen e Sharon, la ringrazio per l’ospitalità. È vero che me la sono guadagnata col “duro” lavoro, ma la verità è che mi hanno dato molto di più: ora sulla mia mappa delle amicizie c’è un nuovo puntino, e d’ora in poi il nome della minuscola Cordalba sarà legato a una bella esperienza e soprattutto a persone eccezionali. È proprio arrivato il momento di andare. La macchina è pronta, il motore acceso, gli occhi umidi. Cerco di darmi un contegno prima di salutare le nuove arrivate. Stina mi sgrida, me ne vado senza prima aver chiesto il permesso a loro. Le abbraccio, ci auguriamo buona fortuna e scappo in macchina. A questo punto le lacrime scendono senza fermarsi, in un modo che sorprende anche me. Le ragazze escono sul portico posteriore per salutare la macchina che imbocca il vialetto d’ingresso. Si chiude un altro capitolo del mio viaggio.

giovedì 1 novembre 2012

Zucchero



Questa è una giornata ricca di avvenimenti. Intanto, come annunciato da Wayne, si va in visita allo zuccherificio. Ma prima c’è il tempo di fare un secondo tentativo nell’arena. Montague è tutto bello bardato, l’amazzone anche… luci, motori, azione! Ecco l’atteso sequel di Lezione di equitazione.


Come vedete, le cose sono andate un po’ meglio rispetto all’ultima volta. Ormai padroneggio il mezzo. Salgo, scendo, trotto, con una mano, senza mani, con gli occhi bendati… sono pronta per lo step successivo: il toro.

Ancora galvanizzata dai successi in campo equino, vengo raggiunta da Rie, che mi dice di sbrigarmi perché stiamo per andare alla fabbrica. Wayne ci carica sul suo camion a mo’ di sequestrate, Sharon si accomoda nel posto del passeggero e andiamo allo stabilimento dove lavorano entrambi, lei negli uffici amministrativi e lui alle macchine, non ho capito bene a fare cosa. La fabbrica è notevole, circondata da una raggiera di binari su cui viaggiano vagoni carichi di canna da zucchero provenienti da tutta la regione; due grossi comignoli sparano fuori vapore a tutte le ore. 


Mi hanno avvisato che l’odore alla fabbrica è molto particolare, ma per adesso non sento ancora nulla di strano. All’ingresso ci forniscono un casco e un giubbotto catarifrangente, quindi iniziamo a esplorare: la catalogazione della materia prima, il controllo qualità nei laboratori, le caldaie che bruciano senza sosta e su cui si aprono delle finestrelle che concedono uno scorcio di come dovrebbe essere l’inferno. Wayne spiega incessantemente, ma fra rumore, accento e tecnicismi, non capisco una parola. Ma è tutto molto affascinante, sembra di essere nella centrale nucleare di Homer, o nella sala macchine di una nave enorme. È previsto anche un momento degustativo: melassa e zucchero fresco di produzione, attinto direttamente dal nastro che lo trasporta nei container destinati a Bundaberg, dove sarà ulteriormente raffinato e confezionato. Uh, ma guardate, ho fatto anche un video! 


Quasi come una puntata della Mela Verde. Peccato che dal video non si intuisca l’odore, che in effetti è strano: di volta in volta mi ricordava le cose più svariate: spinaci, salsa di pomodoro, verdure di vario tipo…  mai lo zucchero.

A proposito, tutto questo parlare di cibo mi ha fatto venire fame: che si mangia per cena? “Stasera andiamo a cena fuori, per salutare Rie!” E infatti non vi ho detto che la mia collega ci lascia, torna in Giappone. Dunque cena al club di Bundaberg, che in pratica è una sala da ballo e sala da gioco con ristorante. Ce ne sono un sacco in tutto il Queensland, a ogni ingresso devi firmare il registro dei membri, superi un cartello che ti chiede di vestirti e parlare in maniera consona (mannaggia, forse non mi fanno entrare), quindi decidi se andare al ristorante o alla zona macchinette. Ovviamente mangiare! Ma Wayne ci allunga 10 $ a testa, per tentare la fortuna.

Sono una pessima giocatrice. Pigio tasti a caso, mi faccio distrarre dai colori e dalle luci, perdo i 25 $ che ho vinto. Queste macchinette non fanno per me, raggiungo gli altri sulla pista da ballo che è meglio. E gli altri invece mi fanno i complimenti, perché sono durata più a lungo del previsto! “Vabbè vabbè, dove sta il mio bicchiere?” “Quale bicchiere, andiamo a ballare!” Cantante rockabilly sul palco, luci al neon, balli di gruppo. E il mio cavaliere è Wayne!! Quando mi ricapita? Abbiamo anche lo stesso stile di ballo. Purtroppo però i volteggi finiscono presto: sono forse le 11 quando l’omino al microfono comincia coi titoli di coda e la gente in pista si mette a fare il trenino… anche qui! 

Siamo così veloci che usciamo sfocati!

Poi si spegne la musica, si accendono le luci, ed è ora di andare a casa.

È finita un'altra giornata interessante.