lunedì 19 settembre 2016

Il teatro interattivo

È più o meno da quando sono arrivata a Londra che volevo andare al Globe. Il fatto è che sono arrivata a settembre, praticamente alla fine della stagione. Poi è iniziata la vita londinese, una cosa tira l'altra, e prima che te ne accorgi passano due anni e ancora non hai fatto quello che volevi fare.
Ma finalmente, il mese scorso o giù di lì, ho preso il toro per le corna, ho convinto Anna (un'amica che nella sua vita precedente era insegnante di lingua e letterature inglese, quindi non è stato molto complicato convincerla), e in quattro e quattr'otto abbiamo preso i biglietti. Macbeth. Che non è la mia opera preferita, ma è pur sempre Shakespeare.

La più grande incognita di qualsiasi attività all'aria aperta di questa città, ovviamente, è il meteo. Oddio non sarà troppo tardi andare a settembre? E se fa freddo? E se piove? Eh sì perché il Globe è tipo il Pantheon, ma con un buco molto più grosso sul soffitto:



Come ogni scrittore che si rispetti - credo - mi faccio le domande e mi do anche le risposte.
E la risposta è: se in questa città vuoi aspettare il bel tempo per fare cose e vedere gente, allora campa cavallo. Ergo scegliamo un giorno strategicamente posto a metà settimana, AKA mercoledì, equidistante da altre esperienze galvanizzanti mirate a rompere la monotonia casa-lavoro-lavoro-casa, e prenotiamo.

Io invito tutti ad approcciarsi al sito del Globe Theatre e giocare un po' con il modulo per acquistare i biglietti online. Quando scegli il titolo, non ci sono solo i banali Mr., Mrs. e Ms. Io per l'occasione sono diventata addirittura Contessa. Alla Royal Opera House sono ancora più esosi - ecco chi si aspettano di ricevere:



Che poi me li vedo William e Kate che prenotano online i biglietti per assistere a uno spettacolo in piedi a ridosso del palco. Perché, come dice Anna, se vuoi fare l'esperienza del Globe, la devi fare in piedi. E noi infatti abbiamo preso i biglietti in piedi, alla modica cifra di 5 pippi.

Miracolosamente, usciamo dal lavoro in orario - chi più, chi meno - e alle 7 siamo pronte a varcare i cancelli del Globe, posto sulla riva sud del Tamigi, altrimenti e localmente nota come Southbank. Aprono quindi le porte della "sala" (o ha più senso chiamarla arena? ché quello mi ricorda) e mi fiondo dentro senza aspettare nessuno, con un entusiasmo che mi ricorda quel 23 maggio 1995, all'apertura dei cancelli dell'Aquatica per il concerto dei Bon Jovi.

E qui si finisce anche in una postazione migliore, praticamente a pogare sotto il palco, accanto a una scaletta laterale che gli attori usano per accedere alla scena. Eccolo qui, il Globe:


C'è ancora una buona luce, e l'ho detto che la giornata è incredibilmente e fortunatamente bella? Non si vede una nuvola. Siamo pronti per cominciare, e cominciamo con un telo che si solleva per mostrare le 4 (?) streghe di Macbeth, che agitano arti mozzati e altri attrezzi di scena. Una delle streghe ha il braccio tagliato all'altezza del gomito, e io passo tutta la prima scena a cercare di capire come hanno ottenuto l'effetto. È solo quando l'attrice torna sul palco in seguito che mi rendo conto che non c'è nessun trucco, è proprio il suo braccio. Più tardi, nel corso della serata, la cosa sarà anche oggetto di una gag.

Il bello degli inglesi e del loro rapporto col teatro è che non hanno paura di smontare i mostri sacri, anche il più sacro di tutti. Le streghe sovrannumerarie non è la sola libertà che si sono presi nella serata: per il palco circola un Macbeth Jr. che, se non ricordo male, non è figlio dell'opera originale; fanno in tempo anche a fare una battuta sul nome di quell'altro diavolo - Donald Trump. Soprattutto, giocano col pubblico tanto da renderlo un altro attore in scena, e mi immagino che è così che doveva essere 400 anni fa. La prima cosa che fa Banquo al suo ingresso in scena è svuotare una borraccia in platea (d'altra parte Macbeth recita in maniera tanto enfatica che non è possibile non concentrarsi sullo sputo a catinelle, e noi sotto il palco ci sentiamo costantemente minacciati dal maltempo). Un membro del pubblico è invitato a dire la sua sugli avvenimenti, un altro viene chiamato in soccorso di un'attrice imprigionata in un sacco, tutti siamo esortati ad alzare grida di guerra prima della battaglia finale. Generalmente non mi interessano particolarmente le scene d'azione, e comunque considero tali solo quelle che coinvolgono inseguimenti, esplosioni, tripli carpiati giù da palazzi in fiamme - ah, lo spettatore moderno, quanto è difficile da accontentare... E invece no! Il duello finale fra Macbeth e Macduff è stato galvanizzante, lo ammetto, nonostante la morte avvenga off stage. Lo stesso dicasi per gli effetti speciali, che rendevano tutte le scene con streghe e fantasmi davvero inquietanti; anche merito della musica, eseguita dal vivo da un numero imprecisato di musicisti sistemati su un balconcino sopra il palco.

È così che si sentiva lo spettatore shakespeariano contemporaneo? Non lo so con certezza, ma penso di sì.

lunedì 5 settembre 2016

La vida es un carnaval

Mo non voglio dire, ma lo scorso weekend c'è stato il Carnevale di Notting Hill.
Giustamente, qualcuno mi ha fatto notare: Ma il Carnevale? Adesso?

Sì.

Il Carnevale di Notting Hill, dai. Non ho controllato le fonti, quanto sono pigra?
Onestamente non so se ci andrei se fossi solo parte del pubblico - una bolgia del genere non penso di averla mai vista, si mormora un milione di presenze. Il festival di strada più grande d'Europa, e il secondo carnevale più grande del mondo, pare.

Ed ecco come i residenti si preparano all'evento:


Praticamente un assedio.

Far parte della sfilata e stare nel gruppo offre una certa sicurezza, e i tappi nelle orecchie aiutano a preservare l'udito. Si vedono in giro camion carichi di casse e altoparlanti che con un giro di bassi potrebbero farti saltare le otturazioni. Allineati lungo le strade furgoncini e bancarelle vendono cibo di strada caraibico. Spazzatura si accumula a ogni angolo e l'asfalto diventa di mille colori (non ho capito per quale strana tradizione i partecipanti al carnevale sembrano arrivare dalla Colour Run).

La nostra marcia è iniziata intorno a mezzogiorno di domenica, e abbiamo suonato e camminato più o meno ininterrottamente fino alle 5 del pomeriggio. Non appena siamo partiti, ha iniziato a piovere - fortunatamente eravamo preparati all'evenienza e avevamo equipaggiato le alfaia (ho deciso che si tratta di un sostantivo femminile) con un telo antipioggia, ovvero un sacco della spazzatura attaccato con lo sputo al tamburo. Che ha fatto il suo sporco lavoro. Altro pezzo fondamentale e immancabile del buon percussionista: i cerotti preventivi. O rischi di ritrovarti le mani tutte bucate.

Evidentemente non mi sono equipaggiata abbastanza
Il pomeriggio è passato fra una scrosciatina di pioggia e l'altra, sfilando per le strade di Notting Hill fra una folla quanto mai eterogenea, evitando i camion, gli ubriaconi, le bottiglie rotte.
Detta così sembra una guerra. Ma se siamo tornati qui anche quest'anno (il secondo per me, il quinto per Estrela do Norte), vorrà dire che ne vale la pena. A me basta solo il fatto di far parte di un gruppo e suonare insieme (banda di Vanzago, mi manchi!); ma essere al centro di un evento del genere, con fiumi di energia che scorrono, nel bene e nel male, da e verso di te, è un'esperienza fantastica. Nonostante il peso dell'alfaia, il mal di schiena, di spalle, di braccia, i lividi che lo sa il Signore se spunteranno il giorno dopo sulle gambe, i decibel assassini, le vesciche sulle mani, le scene poco edificanti che diventano sempre più numerose con il passare delle ore (tipo più tardi la sera, il muro del piscio), le scene da apocalisse zombi dell'indomani... Poi incontri un bimbetto alto 60 cm che ti chiede se può fare la foto con te e se può provare a suonare il tamburo, una ragazza in sedia a rotelle che balla lungo la sfilata, una sciura settantenne seduta ai margini della strada che si unisce al nostro canto, i ballerini più o meno (o molto meno) professionisti che volevano prendersi una pausa, ma poi iniziamo a suonare e loro ricominciano a ballare.

Siamo finiti anche in TV

È come essere in un quadro di Bosch, scegliete voi se Il Giardino delle delizie o Il Giudizio universale. Impressione che si fa sempre più forte quando la nostra parte è finita, la sfilata si è conclusa, e dobbiamo ritornare al punto di partenza, attraversando la bolgia. Io ho avuto l'idea infelice, pensando che prima di ripartire avremmo avuto un attimo di tregua, di prendere un baslotto (come chiamate quei contenitori di polistirolo per il take away?) di ackee and saltfish, ovvero baccalà e ackee, un frutto tropicale di cui ignoro il nome italiano, ammesso che esista. Dicevo, baslotto in mano, Sam (il maestro... vi ho mai parlato di Sam? Mi sa di no) ci dà l'ordine di partire. Non mi resta che lasciar andare un sospiro rassegnato, cedere la mia alfaia Anastacia - ogni strumento ha un nome proprio - a un gentile collega, e per non fare proprio una figura meschina io trasporto un(a?) gongue, ovvero la cosa che ha in mano il signore nella foto di sotto


In pratica è una massiccia e pesantissima arma da difesa, o almeno io così l'ho usata per poter tagliare la folla. Hyeronimus Bosch, ricordate? La densità per metro quadro è uguale a quella sulla Northern Line la mattina alle 8.00. Ora non siamo più protetti dal nostro status di musicisti, siamo solo dei disgraziati che alla spicciolata cercano di tornare al VIA portando con sé bagagli molto ingombranti. Io ho anche il baslotto. Ogni tanto, quando la folla si dirada un po' - tipo stazione Cadorna alle 7.30 - Sam si ferma e si assicura che ci siamo tutti. A ogni sosta io ne approfitto per mangiare un po' della mia cena. Finalmente, Sam prende una decisione: "Rimettiamoci a suonare, è il modo più veloce e sicuro per arrivare alla meta." L'idea piace a tutti, e in formazione piuttosto sgangherata riprendiamo a suonare. Come Mosè davanti al Mar Rosso, vediamo che effettivamente la folla si apre per farci passare. Avessero avuto dei tamburi, i Guerrieri della notte avrebbero avuto vita molto più facile.

Per fortuna non eravamo così lontani dal nostro furgone. Una volta lì, non so da chi o come sia partita l'iniziativa, ma qualcuno riprende a suonare. O forse non abbiamo mai smesso, non ricordo. Il fatto è che proprio lì, ai margini della festa, sotto un cavalcavia, riparte il ritmo in un movimento circolare. La Regina e un re succedaneo entrano nel cerchio e si mettono a ballare. Chi sta venendo via dal Carnevale si ferma e riprende a ballare e cantare. Si raccoglie una folla di una cinquantina di persone, forse di più. È una festa nella festa e dopo la festa. La gente ci chiede di continuare a suonare. Lì accanto ci sono due poliziotti morti di noia il cui compito è bloccare l'accesso a una stradina laterale. Uno è seduto in macchina, l'altro appoggiato alla transenna si sporge per seguire lo spettacolo. Quando finiamo e ci prepariamo per tornare a casa, non la smette più di farci domande, chiama il suo collega, facciamo una foto tutti insieme. Sospetto che il nostro concerto spontaneo sia stato il momento più bello della sua giornata. Sicuramente, per me lo è stato.


mercoledì 24 agosto 2016

Ufficio complicazione affari semplici

Oggi per la terza volta sono andata dall'ottico nel tentativo di ricominciare a utilizzare le lenti a contatto. Scomponiamo l'epopea:

0. Acchiappo un volantino dal ragazzo fuori dal negozio che promette visita gratis. Sotto! Fortunatamente penso bene di entrare a chiedere se posso andare quando mi pare. Ovviamente no. Mi prenotano la visita.

1. Vado a fare la prima visita. CHE SORPRESA, mi dicono che devo cambiare gli occhiali. Però i miei occhi sono giovani e sani, eh (mi hanno fatto anche la foto, a entrambi gli occhi). Un po' secchi, quindi già che ci sono mi prescrivono le gocce. Io spiego che sono lì perché voglio ricominciare a portare le lenti a contatto. Ma allora per questo dobbiamo prendere un altro appuntamento.

2. Nuovo appuntamento dove vogliono capire i perché e i percome voglio mettere le lenti a contatto. E comunque, by the way, guarda che non sostituiscono i nuovi occhiali che ti abbiamo prescritto! Mi ricontrollano gli occhi e ordinano le lenti che fanno per me. Non appena arrivano, posso tornare per provarle. Ti chiamiamo noi.

3. Oggi mi chiamano, sono arrivate le lenti. Vado al negozio in pausa pranzo, e mi abbandonano in una stanzetta dicendo: indossale, poi ti metti in sala d'attesa per una ventina di minuti e vediamo come va.
Ho passato solo venti minuti cercando di indossarle. Alla fine, la sinistra è entrata, la destra si è rifiutata. Io poi speravo che qualcuno si accorgesse della lungaggine dell'operazione, invece nulla. Mi affaccio un paio di volte sperando di intercettare qualcuno, ma è ovvio che sono tutti occupatissimi con la folla di clienti della pausa pranzo. Quando mi manca il mio ottico di fiducia al paesello. Ma tanto.
Finalmente un commesso mi chiede cosa c'è che non va; io, un occhio lentato (e chi porta le lenti sa che a volte ci mette un po' ad andare a posto) e l'altro ciecato, gli spiego che non riesco a mettere la seconda lente.

Allora ti dobbiamo prenotare un appuntamento per imparare a metterle.

Ho capito bene? No, me lo faccio ripetere.

Ho capito bene.

Mi piazzano su una sedia, in attesa di una gentile signorina che venga a fissarmi l'ennesimo appuntamento, Nel frattempo cerco di togliere la lente sinistra, che rischia di perdersi nell'occhio. Inizio a innervosirmi e mi immagino già di dover chiamare in ufficio spiegando che non posso tornare dopo la pausa, devo andare al pronto soccorso a farmi estrarre la lente dall'occhio. Fortunatamente, dopo qualche tentativo, mi sbarazzo del corpo estraneo, ed ecco che arriva la signora per fissarmi il nuovo appuntamento. Le uniche possibilità sono alle 10.45 o alle 16.10, "perché la persona addetta viene solo in quegli slot". Sempre più incredula, prendo appuntamento per un sabato pomeriggio.

La saga continua.

martedì 23 agosto 2016

Post salvavita

Oggi sono andata a fare i vaccini per il Brasile. Ho fatto:

  • antitetanica
  • antitifica
  • antiepatite A
  • antipolio
  • antidifterica
Ora ho le braccia tutte bucate e se mi fanno l'antidoping mi arrestano. Ma mi manca ancora la febbre gialla.

E grazie (si fa per dire) che non esiste ancora un vaccino per la malaria, la dengue e la zika.


giovedì 18 agosto 2016

I'm gonna be (9.5 miles)

Alcuni sapranno che da un paio di anni ho sviluppato una certa passione per l'escursionismo. Il racconto lungo lo riservo a tempo migliori, qui invece descriverò una delle mie tipiche passeggiate domenicali, che da diversi mesi a questa parte sono diventate una tenace abitudine.

Armata di questo preziosissima guida a prova di idiota (che comunque non mi impedisce di perdermi)


ogni settimana scelgo una destinazione nei dintorni di Londra, preparo il mio zainetto, infilo gli scarponi e prendo il treno, che mi porta al punto di partenza della mia scarpinata e, se tutto va bene, mi raccoglie alla meta.

Dopo aver fatto praticamente tutto l'inverno a camminare per campagne (si può fare! L'unico rischio da mettere in conto sono le giornate cortissime, ahimè), mi sono presa una lunga pausa primaverile a causa di problemi non identificati alle gambe. Ma domenica scorsa aspettavamo un tempo splendido, e il richiamo dei sentieri è stato troppo forte... era il momento di mettere alla prova il cavallo di San Francesco!

Per non strafare, ho scelto un percorso breve e semplice, circa 16 km senza particolari dislivelli, da Gerrard Cross a Cookham, da qualche parte nel Berkshire. Facciamo che per capirci ci piazziamo una mappa:

È quello rosso (cit. Capitan Ovvio)
La giornata non è splendida come ci era stato promesso, ma almeno non piove, ed essere di nuovo per campagne, lontano dal caos cittadino (esclusi gli attraversamenti autostradali) mi gasa subito tantissimo.

Neanche quel manipolo di cavalli in lontananza mi inquieta. Neanche un po'. Neanche se dopo un po' spariscono nel folto della boscaglia in cima alla collina che mi appresto a scalare. Forse sono cavalli timidi, che fuggono la presenza dell'uomo. O della donna.
O forse sono perigliosissimi cavalli mannari che si sono appostati dietro agli alberi per tendermi un'imboscata.

Capito che tipo di pensieri mi si affollano nella testa quando vado a camminare da sola? Ogni curva del sentiero, ogni rumore fra gli alberi è il preludio di un film che, per fortuna, probabilmente non si realizzerà.

Tipo, alla fine questi erano solo cavalli timidi
A volte però capitano contrattempi che meritano di essere menzionati, che rendono giornate altrimenti tranquille un po' più frizzanti. Quest'oggi per esempio, sempre parlando di cinema, ho avuto un'esperienza... leoniana? leonina? nel momento del mio duello con la mucca.

Diamo un po' di contesto, perché altrimenti sembra che io sia affetta da una ridicola fobia dei bovini (tra l'altro ho cercato se esiste un termine tecnico, e pare di no. Cosa del tutto incomprensibile per me. Esiste un lessico immenso sul tema, ma nulla a proposito delle vacche.): non è fobia, è diffidenza reciproca. Vi rimando dunque a un antico post che ne illustrerà le origini.

È un po' lungo, ma ne vale la pena.

Ciò detto, la mucca odierna. LE mucche, in mezzo a questo campo che si trovava esattamente fra me e la pausa pranzo.

In foto sembrano piccole, eh
Io sempre gasatissima fino a quel punto: le gambe non davano segnali sospetti, ero perfettamente in linea con i miei tempi standard - 4 km/h - e insomma ero di buon umore per la giornata.

Scavalco lo steccato per entrare nel campo, e vedo signore mucche sparse di qua e di là. Ok, niente panico, le ho già fatte cose così. Le mucche sono timide, mi vedranno arrivare e si sposteranno. Uhm, ma ci sono in giro anche dei vitelli. Le mucche con i vitelli in giro diventano meno timide e più... non voglio dire aggressive, diciamo che stanno molto sulla difensiva. Va bene, non è che abbia alternative, inizio ad attraversare il campo. E vedo una mucca gigante - o forse è un toro? - che sta esattamente svaccata, è il caso di dirlo, sulla mia traiettoria. Mi vede. Tutte, mi vedono. E mi tengono d'occhio. C'è tensione nell'aria, o sono io? Un paio di vitelli, incuranti dell'atmosfera degna del miglior Hitchcock, bighellonano fra le mamme, piazzandosi proprio davanti al cancello che dovrò attraversare nell'altro angolo del campo. Mi incammino, piano piano. Mi avvicino all'ostacolo, la mucca gigante, e sono sempre più convinta che sia un toro. Ovviamente indosso una maglietta rossa. Mi sento come Atreyu all'Oracolo del Sud.



La mucca non mi leva gli occhi di dosso; io sono sempre più vicina, finché quella fa un movimento secco con la testona. Mi fermo. Considero. Parte un nuovo film, la mucca che in 0,3 secondi mi carica e mi fa volare in mezzo al campo.

Inizio a indietreggiare.

Continuiamo a fissarci. Retrocedo, forse per 50 metri: non mi sono mai sentita così ridicola e minacciata allo stesso tempo. È per miracolo che non pesto una scagazzata. Sarebbe la ciliegina sulla torta.
Torno al punto di partenza e rifletto sulla possibilità di sconfinare nel campo accanto e proseguire in parallelo. E se poi non riesco a tornare sul sentiero? E se il recinto è elettrificato? E se il contadino mi insegue con il fucile perché non ho diritto di passaggio?

Pausa.

Mi siedo sullo steccato, e mangio. Un tristissimo sandwich preso al volo in stazione prima di partire. Spero che nel frattempo la mucca si levi di mezzo e lasci libero il sentiero.
E, incredibilmente, nel giro di un panino che fa davvero pena, la mucca si alza! Non si allontana poi di tanto, ma almeno mi lascia un maggiore spazio di manovra. Raccolgo le mie cose, e proprio in quel momento sento arrivare qualcuno alle mie spalle. Una coppia, benissimo! Le vinceremo per superiorità numerica! Ma la coppia ha con sé un cane, un giovane labrador. La cosa non mi rende tranquilla, ma non posso restare qui per sempre. I signori non si fanno tutte le paturnie che mi faccio io, perché senza esitazione si dirigono verso l'altro lato del campo, mucche o non mucche. Faccio quasi fatica a star loro dietro, e nel frattempo cerco di offrire esili spiegazioni - pare più a me stessa che a loro - sul perché abbia esitato così tanto. La signora non sembra particolarmente colpita dal mio racconto, e il marito non è minimamente interessato. Ma poco importa, perché finalmente sono passata! Gioia e giubilo! Manco Mosè dopo il Mar Rosso!

Fortunatamente, dopo pranzo - sandwich triste n. 2 - i successivi incontri con la fauna locale sono tutti meno inquietanti, anzi decisamente più piacevoli. Attraverso infatti un boschetto vivacemente popolato da daini (credo), uno addirittura passeggia nel giardino di una villetta.



E poi alberi incisi in maniera bizzarra



 E alberi socievoli in maniera bizzarra

Vai avanti tu
E fiori


E altri incontri inquietanti

Gli amici whovian capiranno
E arriviamo infine a destinazione, ancora una volta sana e salva. A questo punto mi meriterei un casino una birra in uno dei pub di Cookham, che pare proprio un paesino carino. E, realizzo solo ora, ha per toponimo il nome di un affettato.
E invece, avendo deciso di sospendere il consumo di alcol fino alle vacanze, medito se ho voglia di altro... un tè? Un succo di frutta? Una coca cola? No, no e no. Non mi resta che incamminarmi alla stazione per prendere il treno, che acchiappo al volo. Approfittiamo del viaggio di ritorno per fornire qualche statistica:

- Distanza percorsa: 15,33 km
- Durata; 4 ore
- Velocità media: 3,8 km/h (è che mi lascio distrarre facilmente e rallento)
- Calorie bruciate: 1,252 (cifra sicuramente accurata)

Rispetto a precedenti camminate non è sta grande impresa. Ma, per essere la prima uscita della stagione dopo una luuuuuunga pausa, non mi lamento.

domenica 14 agosto 2016

A night at the opera

Sono scarsa coi titoli, cerco sempre qualcosa ad effetto e che possibilmente coinvolga un gioco di parole o una citazione. Se poi è vagamente fuorviante, ingannevole, o molto mendace, non importa.

Prendiamo ad esempio il titolo di questo post.

Tanto per cominciare, non parleremo di opera, che ahimè è una forma rappresentativa che proprio non riesco a farmi piacere. Parleremo invece di teatro. E non di una serata in particolare, ma di parecchie serate. 
In realtà volevo raccontare dell'ultima volta in cui sono andata a vedere uno spettacolo teatrale, qualche giorno fa, ma ho avuto poco tempo per scrivere, e in questo breve lasso di tempo l'ultima volta in cui sono andata a vedere uno spettacolo teatrale è diventata la penultima volta in cui sono andata a vedere uno spettacolo teatrale.
Infatti mi capita molto più frequentemente di avere più voglia di teatro che di cinema (nonostante la mia carta fedeltà al Carletto, di cui alla prima occasione vi racconterò), e non è escluso che il teatro costi pure meno del cinema, generalmente l'offerta è migliore e l'esperienza è spesso singolare.
Qui poi ci sono un sacco di teatri, molti concentrati nella zona del West End, e questo si traduce sostanzialmente in un gran bell'imbarazzo della scelta.

Buttiamo nel mezzo di questo vivace panorama Eleonora, la mia theatre advisor nonché una delle mie amicizie di più antica data qui a Londra, che ha sempre il radar attivo e affilato su nuovi show e che spesso mi propone cose da vedere – non sempre, per fortuna, o per stare appresso a tutto quello che vede lei mi ci vorrebbero settimane da 12 giorni.

Presempio, cose che sono andata a vedere quest’anno:


  •         Richard II di Shakespeare (tre volte)*
  •         Austentatious, spettacolo improvvisato – ma io non ci credo tanto – su imbeccata del pubblico, “ispirato” ai romanzi di Jane Austen. Grasse risate.
  •         The caretaker di Harold Pinter – ma, niente, dopo The dumb waiter, nient’altro dell’autore mi ha convinto allo stesso modo.
  •         X, di un giovane scrittore inglese di cui ora non ricordo il nome, e me ne dispiaccio moltissimo, perché lo spettacolo è meraviglioso, una specie di fiaba horror-fantascientifica a sfondo ecologico. Io non pensavo si potesse avere così tanta paura a teatro.
  •         The play that goes wrong – Io non pensavo si potesse ridere così tanto a teatro.
  •         Yerma di Federico García Lorca – per usare un termine che va tanto di moda ora, un gran disagio
  •         Our ladies of perpetual soccour – coming of age musical su un gruppo di ragazzine scozzesi; divertente e amaro, da quel 40% di dialoghi che ho capito.
*Qui ci sarebbe da aprire una parentesi interminabile sull'argomento, ma per non ledere la mia dignità (e per non ripetermi, dal momento che in illo tempore ho assillato a sufficienza parenti e amici), preferisco stendere il velo del mistero.

La prossima volta - perché naturalmente ci sarà presto una prossima volta, ho appena prenotato - cercherò di entrare un po' più nel dettaglio e scrivere una recensione degna di Vincenzo Mollica. 

lunedì 8 agosto 2016

Non Ho Salute

No, non è vero, toccando ferro (o legno, come dicono gli inglesi), la salute sta abbastanza bene.
Il titolo del post è solo un trucchetto squallido per ottenere l'acronimo NHS, National Health Service, ovvero la mutua britannica.

Oggi vi parlo di questo, dal momento che proprio oggi sono andata a trovare il mio dottore. O meglio, i miei dottori. O meglio, i miei GP, general practitioner, ovvero i medici di base.

Dopo tipo due anni che sono arrivata qui, mi sono finalmente decisa a iscrivermi al servizio sanitario nazionale. Appena in tempo, tra l'altro, appena un paio di settimane prima del Brexit. Sai mai cosa succederà in futuro per gli stranieri.
Premesso che non so bene come funzioni in Italia, perché da quando ho lasciato il pediatra ho sempre avuto un solo punto di riferimento medico... fatto sta che qui vai sul sito dell'NHS, inserisci il codice postale di residenza, e ottieni la lista dei centri medici che coprono la tua zona, i servizi offerti, i contatti, le recensioni degli utenti (ebbene sì). Io ammetto che mi sono fatta consigliare da amici che vivono in zona, e un paio di mesi fa mi sono registrata in un centro medico poco lontano da casa. Qui operano un numero imprecisato di GP e infermiere, che con l'aiuto di un sistema sufficientemente automatizzato danno vita al servizio sanitario di zona.

Nel corso della prima visita si tiene un'intervista per capire come sta messo il nuovo assistito (storia medica personale e dei familiari più o meno stretti, abitudini di vita, ecc.), ti prendono la pressione (perfetta!), ti pesano... insomma, cose di questo genere. Dopodiché, se tutto va bene, meno ti vedono, meglio è. Scordatevi tutti gli esami che in Italia sono caldamente consigliati ogni 12 mesi - qui se va bene ti richiamano dopo 3 anni. Il fatto è che il sistema è interamente gratuito, e questo comporta vari corollari. Principalmente 2:

  1. Qualunque cosa tu abbia, ti sarà prescritto del paracetamolo;
  2. La regola dei 10 minuti.
È possibile prendere un appuntamento della durata di non più di 10 minuti, durante i quali devi spiegare il tuo problema e il GP deve ipotizzare metodi di indagine e soluzioni. A me sta cosa mi mette un po' d'ansia, mi sento come l'ospite che ti piomba in casa non invitato proprio quando stavi per entrare in doccia, che poi devi uscire per l'aperitivo.

E non è che parli ogni volta con lo stesso, eh. È un terno al lotto. Magari puoi scegliere se vuoi un medico uomo o donna; io per l'appuntamento di oggi ho scelto, ma ho pescato un nome a caso, sperando che fosse la stessa dottoressa che mi ha visitato la prima volta (un personaggione, sembrava la dottoressa nera di Grey's Anatomy). Invece no. È stata brava ugualmente, per carità. Ha addirittura prescritto, contravvenendo al corollario n. 1, delle analisi di laboratorio per scoprire [warning: fa schifo] quale tipo di fungo si è accampato sulle mie unghie dei piedi. Solo che manca quel rapporto di familiarità e quasi di amicizia che si instaura con chi ti segue in ogni tuo raffreddore, mal di schiena o herpes zoster.

In ogni caso, mi tocca tornare fra un paio di settimane, quando ho preso appuntamento per le vaccinazioni per il Brasile. Sperando che sia qualcosa di un po' più forte del paracetamolo.

P.S. Comunque la quinoa non mi è uscita tanto bene