Visualizzazione post con etichetta squali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta squali. Mostra tutti i post

lunedì 19 novembre 2012

Ragni, serpenti, scorpioni, zanzare e cetrioli di mare



Ora, con tutta la roba che ho da raccontare in questo nuovo post, penso che non sia necessario soffermarsi sul mango gigante di Bowen 


o sulla cena consumata in mezzo alle zanzare sul retro dell’UT sul ciglio di un anonimo campo di canna da zucchero in fuga da quella tristissima cittadina fantasma che è Ingham.


Addentriamoci invece nel Queensland settentrionale, ricco di coralli rossi e foreste verdi. Ci avviciniamo sempre di più a Cairns, e il paesaggio cambia drasticamente: senza preavviso spuntano fuori colline coperte da una giungla fitta fitta, alcune vette sono avvolte da una leggera foschia, il cielo è coperto. Una visione tropicale. Cairns è il capoluogo del Far North Queensland, si affaccia sul mare e alcuni di voi potrebbero averne sentito parlare ultimamente per via di un’eclissi totale di sole. Ricordatemi di tornare in seguito sull’argomento. Shane ha appuntamento con un suo ex-collega nel tardo pomeriggio, quindi prima di arrivare in città abbiamo tempo per fare una deviazione: Josephine Falls e Golden Hole. Il bello è che l’Australia è disseminata di attrazioni del genere e le distanze sono talmente vaste che decidere all’ultimo minuto di allungare il giro di una ventina di km è completamente ininfluente sullo svolgersi dei vostri programmi, anzi è raccomandabile. Se non altro avrete qualcosa da raccontare oltre a: deserto, bush, strada, autotreno, canguro morto. Non hanno neanche i caselli a interrompere un po’ la monotonia della guida. Che paese disgraziato, eh?
 
Dunque, Josephine Falls, oltre a essere un posto bellissimo, va segnalato anche come il luogo dove per la prima volta ho visto un serpente. Non che l’abbia visto proprio bene bene. Impegnata a chiacchierare, non noto che due turisti si sono fermati pochi metri più avanti a noi sul sentiero che porta alle cascate. Shane invece lo vede subito e attira la mia attenzione: “Serpente!” Io salto dalla parte opposta, per quanto possibile stacco disperatamente i piedi dal suolo e faccio in tempo a vedere una cordicella che striscia via lentamente e minacciosamente. Mi sono sempre immaginata che i serpenti si muovessero rapidi, a scatti (e probabilmente lo possono fare), ma questo lento serpentello smonta le mie aspettative ed è in qualche modo ancora più spaventoso. Come se fosse talmente pericoloso da non doversi neanche preoccupare di mettersi al sicuro in maniera repentina. In breve però scompare, e sono sollevata. O forse non dovrei essere sollevata, perché adesso non lo vedo più e potrebbe attaccarmi ancora più facilmente? “Fossi in te non mi preoccuperei troppo del serpente. I drop bears sono molto più pericolosi.” “I che?” “Drop bears. Attaccano i bambini che si allontanano dal sentiero. E i turisti. Stai camminando tranquillamente nella foresta, e quando meno te l’aspetti… bam! Ti piombano sulle spalle e non hai più scampo.” Sono scettica, ma Shane continua: “Il mese scorso una coppia di tedeschi è scomparsa da queste parti. Si pensava a un coccodrillo…” “Coccodrillo?!” “…invece erano drop bears.” “Mi prendi in giro.” “Pensa quello che vuoi. Io però resterei sul sentiero, se fossi in te.” Che gente, gli australiani. Non gli bastano tutte le cose potenzialmente letali che già si ritrovano in casa, sentono anche il bisogno di inventarsi leggende metropolitane su fantomatiche creature killer. “Così i bambini imparano a non allontanarsi da soli nella foresta.” Una specie di uomo nero, insomma. “E ci divertiamo un po’ alle spalle degli overseas.” Overseas sono tutti coloro che arrivano dall’altra parte dell’oceano, come avrete intuito. Che veniate dal Brasile, dal Belgio o dal Burkina Faso, sarete tutti overseas.

Rimettiamoci lesti in cammino, che è tempo di arrivare a Cairns e, leggenda o meno, non vorrei indugiare nella foresta più del necessario. A Cairns però c’è un cambio di programma: l’amico di Shane ci dà buca, quindi ora abbiamo qualche ora libera, che decidiamo di impiegare per decidere il da farsi. E per fare il bucato. Davanti al movimento ipnotico del cestello della lavatrice, stabiliamo le prossime mosse: siamo a Cairns, l’imperativo categorico comanda l’escursione sulla barriera corallina e nella foresta tropicale. Un po’ meno d’obbligo, ma Shane mi assicura che ne vale la pena, è il giro sul Kuranda Scenic Railway. Il piano è fatto. Ritiriamo il bucato, impacchettiamo tutto e abbiamo ancora un sacco di tempo libero! Di fronte alla lavanderia c’è una sala giochi: è arrivato il momento della grande sfida Australia-Italia. Le discipline previste sono: corsa automobilistica, hockey da tavolo, danza libera e tiro allo zombie.

E nel tardo pomeriggio, esecuzione del clown!
Modestamente, ho eccelso in tutto escluse le macchine. L’onore del paese è salvo. Ora possiamo anche spostarci a Port Douglas, centro turistico VIP poco più a nord di Cairns, punto di partenza per la gita in mare.

Che si svolge nel seguente modo: alla marina di Port Douglas ci imbarchiamo sulla Quicksilver, imbarcazione che ci porta su una piattaforma a circa un’ora e mezzo dalla costa, proprio sulla barriera. Durante la traversata i membri dello staff distribuiscono bevande, biscotti e pastiglie per il mal di mare. Fortunatamente questa volta la barca è molto più stabile e il vomitino è scongiurato. Sfortunatamente, il tempo è davvero inclemente: vento e pioggia. Ma vabbè, ci saremmo bagnati comunque, dal momento che vogliamo rifare snorkeling. Anzi, di più: fra le attività incluse nell’escursione c’è la camminata sottacqua. Ti piazzano in testa uno scafandro e scendi su una passerella sommersa, in mezzo a pesci, coralli e altre creature bizzarre  


ti fanno le foto, assisti al fish feeding e cerchi disperatamente di non mollare il corrimano, per evitare questo:


E senza bagnarvi i capelli! Se non sono già fradici per via della pioggia che vi siete presi sulla piattaforma. La passeggiata dura circa 40 minuti, poi si torna in superficie ed è il momento del giro in sottomarino. Semi-sottomarino. Una struttura che viaggia sommersa per metà, la cui parte inferiore, dove prendono posto i passeggeri, è costituita da una camera con le pareti di vetro. Non adatto a chi soffre di claustrofobia. Ma ancora una volta un po’ di patimenti sono ripagati da uno spettacolo eccezionale: ecco la famosa barriera corallina. Difficile stimare la profondità in acqua, ma sotto di noi si estende un sottobosco di piante, coralli, pareti rocciose, un labirinto coloratissimo e che si estende all’infinito.

La cosa che preferisco in assoluto è il corallo blu, un colore così vivace e brillante che risalta come poche altre cose qui sotto. I pesci sembrano avvezzi al sottomarino (che, in effetti, passando ogni 45 minuti, è più frequente di certi altri spettacoli), mentre noi poveri umani rimaniamo sbalorditi da tutto: “Foto, lì!” “Guarda che meraviglia!” “Tartaruga, tartaruga!” E la guida: “Alla vostra sinistra potete vedere uno squalo…” “Squalo?! Dove???” A ogni colonia di coralli penso che sia la cosa più bella che abbia visto qua sotto, ma mi tocca puntualmente ritrattare per tutta la durata del giro. 45 minuti dopo riemergiamo un po’ sballottolati (ma mai ai livelli della Blizzard) e ci prepariamo alla nostra parte preferita: lo snorkeling. Stavolta siamo pronti ad affrontare il livello di difficoltà maggiore, snorkeling in alto mare con condizioni meteo avverse. Che angoscia. Il boccaglio è sempre pieno d’acqua, fa freddo e la maschera va un po’ dove le pare. Le onde mi trasportano oltre le boe che stabiliscono il limite delle acque sicure, e spesso vado a cozzare contro gli altri snorkelisti. In più, i pesci ci sfottono e stanno tutti vicini al trampolino di lancio: insomma ne vedremmo di più e più facilmente rimanendo con i piedi saldi sulla piattaforma. E fa freddo. Decidiamo di uscire, tanto è quasi ora di tornare sulla Quicksilver e rientrare a Port Douglas.



Dove non ci fermiamo a lungo: appena sbarcati, montiamo in macchina e partiamo per raggiungere Cape Tribulation, il punto più a nord d’Australia raggiungibile senza 4x4. Il nome non promette molto bene, vero? Confesso che non ho studiato la lezione e non so esattamente cosa accadde al Capitano Cook quando arrivò da queste parti… Noi ci inoltriamo molto tranquillamente nella foresta pluviale, lungo una strada che si chiama appunto Cook Highway, ogni tanto ci affacciamo su spettacolari spiagge che alla luce del tramonto diventano se possibile ancora più belle, incrociamo un sacco di cartelli che ci assicurano che la zona è popolata di cassowary, una specie di struzzo coloratissimo e molto aggressivo (pare che nel recente passato un ragazzo di 16 anni sia stato sgozzato dagli artigli di un esemplare piuttosto irritato). Infine eccoci al Daintree River, un buon posto se siete alla ricerca di coccodrilli. Attraversiamo il fiume a bordo di una chiatta e procediamo nella foresta. Ormai è buio, la strada è tortuosa e mi chiedo se troveremo mai il Cow Bay Motel. Per fortuna dopo una decina di minuti i cartelli che incontriamo ci rassicurano: siamo nella comunità di Cow Bay. Mi domando come dev’essere aspettare il pullman per andare a scuola sul ciglio di una strada che si snoda nella giungla. La questione assorbe così tanto la mia attenzione, che a momenti manco l’insegna del motel; per fortuna, Shane no. Scarichiamo la macchina, ceniamo al pub del motel e ce ne andiamo a dormire, ché domani sarà impegnativa.

Impegnativa perché stiamo visitando un luogo particolarmente impervio e ostile del paese: passeggi nella giungla e ci sono in agguato serpenti, ragni e drop bears; ti avvicini alla spiaggia, abbondantemente percorsa da torrenti che si gettano in mare, e i cartelli ti suggeriscono di non nuotare lì perché potrebbero esserci i coccodrilli;


ti avvicini ancora di più al mare e pensi di essere al sicuro, e ti fanno sapere che stiamo entrando nella stagione delle meduse.


Paesaggi meravigliosi come sempre, eh. Ma non so se potrei reggere a lungo tutto questo. “Ok, ok ci spostiamo. Torniamo verso sud, tanto più in su non si può salire. E domani dobbiamo andare a Kuranda.
Kuranda è un ex villaggio minerario in mezzo alla foresta (ma va’), raggiungibile con un trenino panoramico che viaggia sulla stessa linea usata dai minatori fino a non troppi anni fa. Il punto di partenza è Kuranda Station, una pittoresca stazione situata una decina di km fuori da Cairns, che riesce a catturare l’atmosfera del passato senza sembrare un’attrazione di Disneyland. 


Il viaggio in treno dura circa un’ora (su panche in legno stile Antiche Ferrovie Nord - ahia) e, a costo di sembrare banale, devo dire che è spettacolare. I vagoni sono piccoli, i binari strettissimi, quindi la foresta entra prepotentemente dai finestrini. Quando la vegetazione si apre, è per mostrarci una vista eccezionale, le cascate di Kuranda.



A dire il vero il nome me lo sono inventato adesso, ma mi sembra calzante. Quando finalmente arriviamo a destinazione, scopriamo che il villaggio non è chissà quale reperto storico, ma è più simile a un’attrazione di Disneyland. Ci facciamo largo fra i turisti ammassati intorno alle bancarelle, considero la possibilità di prendere un hot dog di coccodrillo (ma finisco per prendere un gelato alla crema al rum in un tipico negozio australiano)



ci guardiamo, e: “Skyrail?” e iniziamo la discesa con la funivia sulla foresta. Non mi sento molto a mio agio, ogni volta che la cabina supera un pilone e tutti i suoi tralicci sobbalza fin troppo per i miei gusti, allora chiudo gli occhi e mi reggo alle maniglie. All’improvviso i motori si fermano: “Ommioddio!” e già mi immagino ore e ore di attesa sospesi nel vuoto ad attendere i soccorsi. Ma no, le fermate sono programmate, così che i passeggeri possano godersi il panorama. Da quassù di volta in volta vediamo il villaggio, le cascate di prima, la ferrovia e il trenino che fa la spola, una distesa di alberi tropicali, altissimi, rigogliosi, che lottano per arrivare alla luce, e che nella loro scalata verso il cielo portano con sé delle orchidee antichissime e gigantesche.


Ci rendiamo conto che il viaggio è quasi terminato quando, superata l’ultima altura, avvistiamo la città e l’oceano. Scendiamo a terra e rieccoci al punto di partenza, Kuranda Station. Ma la discesa non è ancora finita; anzi è appena cominciata. Abbiamo visto la barriera corallina, abbiamo esplorato le foreste tropicali del Queensland, abbiamo percorso le vie dei minatori del secolo scorso e abbiamo toccato il punto più settentrionale che i nostri mezzi ci permettono di raggiungere. 

740 km

Km totali percorsi: 19.090
È il momento di rimettersi in strada e tornare verso sud.

mercoledì 12 settembre 2012

Un sacco di sabbia


Riallacciamoci senza soluzione di continuità alla storia precedente.

È martedì primo pomeriggio, e Max mi accompagna a prendere il bus per Noosa. In men che non si dica mi ritrovo on the road, e in men che non si dica, come dicevo la volta scorsa, l’autista ci fa sapere che: “Il motore si sta surriscaldando, ci tocca fare una fermata imprevista.” Dopo neanche un’ora dalla partenza! Cominciamo molto bene. Ci fermiamo a una stazione di servizio in costruzione – desolazione allo stato puro – e l’autista ci chiede di aspettare a bordo mentre controlla il motore. Aspettiamo pazienti. Aspettiamo. Aspettiamo. Fino all’annuncio che nessuno di noi voleva sentire: “Se volete scendere a sgranchirvi un po’… qui ne abbiamo ancora per molto, dobbiamo aspettare il soccorso stradale.” Sgrunt. Scendiamo e aspettiamo. Aspettiamo. Non credo di riuscire a rendere l’idea di quanto è stata fastidiosa quell’attesa. A un certo punto l’autista si incammina nella direzione da cui siamo arrivati. Non so se sbaglio a interpretarlo come un brutto segno. Ogni macchina che si avvicina alla stazione di servizio ci fa esultare di speranza, ma poi ci liscia senza neanche rallentare… cazzo entri nella zona di sosta, per prenderci per il culo???
Sai che? Me ne torno sul bus, almeno mi porto avanti coi lavori. E come sapete, ne è uscito un post lunghissimo :)

Attenzione, si riparte! Tutti ad applaudire, back on track! Dai che recuperiamo!!! “Ragazzi, vi devo dare una brutta notizia: il motore si sta surriscaldando di nuovo.” Vabbeh, almeno finirò di scrivere il post. E avrò un’altra storia da raccontare… I viaggi in autobus sono sempre così noiosi! Come potete vedere, per me il bicchiere è sempre mezzo pieno.

Molte ore dopo…

No, dai, scherzo. Alla fine abbiamo fatto 3 ore di ritardo. Che, in un viaggio di 2 ore, sono comunque notevoli. Ma l’autista ha chiesto scusa a profusione, come fosse colpa sua. Ed eccomi finalmente arrivata a Noosa! Sono le 7 di sera, e sembrano le 11. Non c’è in giro quasi nessuno. Tiro fuori la mappa e mi incammino verso l’ostello. In un lampo di genialità, non solo ho prenotato il più economico della città, ma anche uno dei più vicini alla fermata del bus! Pat pat, pacca sulla spalla, brava Swaggirl! Eppure sembra lontanissimo, ogni singolo chilo della valigia si fa sentire. E come se non bastasse, l’ultimo tratto è in salita. MA non sarà questo ridicolo pendio a scoraggiarmi, non dopo le strade di Toowong!

Uuuuh, grazie al cielo, eccomi arrivata all’ostello. Ho prenotato la camerata da 16, speriamo bene… E mi va bene. 


Ci sono solo altre 3 persone con me, e due di loro sono molto simpatici, tale Hanon (non ho idea se è scritto nel modo giusto), australiano, che lavora come cuoco, e Wesley, di New York, che fa il cameriere e ha una gran chiacchiera. Pensavo di andare a morire direttamente sul letto dopo cena, e invece mi fermo a parlare con loro per una ventina di minuti buoni. È bello arrivare in un posto nuovo e trovare qualcuno con cui scambiare due parole. Non solo, la mattina seguente Wes è stato più che provvidenziale: mi ha aiutato a chiudere la valigia! Sono qui da meno di un mese, e temo che quello del bagaglio sarà un tormentone… Comunque, l’ostello lascia un po’ a desiderare, devo ammetterlo, ma la compagnia è ottima: a parte i due compagni di stanza, in cucina ho incontrato una coppia di surfisti portoricani, Brad e Leslie, che hanno condiviso la loro colazione con me (povera sprovveduta, speravo di trovare nella cucina dell’ostello almeno il free coffee, invece manco i piatti erano a disposizione!) e mi hanno raccontato del loro viaggio. Loro arrivano da nord, e la loro prossima meta è Byron Bay. Ci scambiamo le nostre storie ed esperienze, finiamo la colazione e ci diamo una mossa per il check out.

Ora ho circa cinque ore da trascorrere prima di rimettermi in viaggio. E che ci sei venuta a fare a Noosa, se riparti subito? Suvvia, per andare a caccia di nuove storie da raccontarvi! Wesley mi consiglia di andare a visitare il Noosa National Park “Ci sono anche i koala!


Fatta. Mi incammino per l’ennesima strada tutta in salita, e vedo sulla cartina che non solo attraversa il parco, ma conduce anche a un belvedere che dà sulla baia di Noosa. È una bella scarpinata, ma ne vale sicuramente la pena. Vedete un po’ anche voi.


Davvero spettacolare, ammetto di essermi commossa. Già che siamo qui, due parole su Noosa. Non si tratta propriamente di una città, ma di un insieme di sobborghi per turisti facoltosi: Noosa Heads, Noosaville, Sunrise Beach, Sunshine Beach… che fantasia, eh? Le case e i resort sono sparpagliati su questo arcipelago, che è più un pasticcio di sputi di sabbia e palme collegati da ponticelli. E questo è tutto ciò che c’è da dire su Noosa. In effetti devo ammettere che al di là della spiaggia meravigliosa, non sono particolarmente colpita dal resto. Anzi, quando mai mi sono avventurata lungo il circuito delle zone residenziali! Case, case, ville, hotel, case… che palle! Sarà cosa buona e giusta incamminarsi verso l’ostello, prendere le valigie e levare le tende. E speriamo che questa volta il bus sia puntuale.

Qualche foto di Noosa e riepilogo:

140 km da Brisbane a Noosa

E siamo in orario! Puntuali come orologi svizzeri, arriviamo a Rainbow Beach alle 7 di sera. Sempre immensa desolazione, ma per fortuna stavolta l’ostello è esattamente di fronte alla fermata del bus. Anche in un tratto di strada così breve però mi capitano cose singolari: mentre scendo dal bus uno dei passeggeri, un signore dall’età indefinita, tipo fra i 73 e i 74 anni, mi chiede di dove sono, e quando scopre che sono italiana, mi saluta con un “Paisano!”. Penso che sia finita lì, invece mi segue giù dal pullman e mi racconta che sua moglie è italiana ed è addirittura di sangue blu, se ho capito bene. Mi faccio dare il numero di telefono, e chissà mai che passando da Maryborough li vada a salutare. E poi, fuori dall’ostello, gente che fa pilates sotto le stelle? Boh, indagherò in un secondo momento. Anche perché ora c’è un problema pressante da risolvere: non trovano la mia prenotazione. Eccheccappio, certo che ho prenotato! Due notti qui e soprattutto l’escursione a Fraser Island! “Guarda, io sono solo il barista… domattina vai alla reception e chiedi.” Moooolto bene. Meglio andare a dormire, che domani mi tocca la levataccia. Spero che non sia inutile però, sai che rottura alzarsi alle 6 del mattino e poi non poter partire?


Il giorno dopo, il mistero è svelato. Hanno completamente cannato il nominativo della prenotazione. Sono diventata Allosa Suse, o qualcosa del genere. Non finisco mai di stupirmi al pensiero di quanto trovino difficile il mio nome. Però mi dicono tutti che è molto bello. Mamy, ottima scelta! E si parte per Fraser Island!
L’escursione dura tre giorni, si esplora l’isola (proprio di fronte a Rainbow Beach, un paese evidentemente nato solo come punto di partenza per esplorare l’isola) a bordo di una jeep, si dorme in un campeggio attrezzato nel mezzo della foresta e ci si porta appresso scorte di cibo e acqua. Siamo un gruppo di 22 persone + la guida, tale Muzza (che si legge Masa), che è anche l’autista del convoglio di testa, dove viaggio pure io.

Allora, mi tolgo subito il pensiero e vi confesso che mi aspettavo molto di più da questa esperienza. Di sicuro i posti sono davvero belli; purtroppo la compagnia lo è stata un po’ meno, e questo ha inciso molto. Per carità, i miei compagni di team erano – quasi – tutti persone molto gradevoli, ma essere l’unica italiana in compagnia di due ragazze irlandesi, Leah e Bronagh (ho capito il suo nome l’ultimo giorno… si legge Brona), Dan e Jack, inglesi, e un canadese, Johnny, non è facile. Miscugli di slang e accenti che vi lascio immaginare… capivo una frase su cinque. Essere poi l’unica italiana in tutto il gruppo è stata un’esperienza nuova, e non particolarmente esaltante. Così imparo a lamentarmi dei branchi di connazionali all’estero. 

In quanto ai luoghi, niente da dire, tutto molto bello. Si tratta dell’isola di sabbia più grande del mondo, lunga 120 km e larga al massimo 25, non ha strade asfaltate ed è patrimonio Unesco. Il resto andate a cercarvelo su Wiki, se vi interessa. Ci sono un sacco di laghi e ruscelli sull’isola, e ovviamente un mucchio di sabbia, praticamente tutto quello che abbiamo visto per 3 giorni. La fauna locale è interessante: meduse, balene, delfini, tartarughe, squali e dingo! Abbiamo visto anche i dingo! Che sono carini e pucciosi, ma sono cani selvatici che devono essere lasciati stare… un cretino un mese fa si è allontanato dal campo nel cuore della notte, ubriaco: l’hanno trovato la mattina dopo a un chilometro di distanza con un sacco di fratture e la faccia mangiucchiata, e si è fatto un mese in ospedale.

Detto questo, ecco un elenco esaustivo di altre cose da fare se sei a Fraser Island:

-          Fare il bagno nel lago McKenzie


-          Visitare la foresta di Central Station, che ospita piante vecchisssssime
-          Sguazzare nell’Eli Creek e, se avete sete, farvi un sorso di acqua di torrente
-          Guidare sulle spiagge dell’isola e perché no? rimanere bloccati nella sabbia


-          Fare una foto davanti al relitto del Maheno

-          Fare il bagno (di nuovo) alle Champagne Pools
-          Salire in cima a Indian Head e pensare, guardando giù, che se anche la caduta non ti ammazza, lo faranno gli squali

Non si vede granché, ma anche così è inquietante...
-          Vagare nel deserto alla ricerca di acqua e trovarla in fondo alla vallata



E qualche altra immagine.
In ogni caso, non importa cosa decidiate di fare: sappiate che avrete sempre a che fare con la sabbia. Sotto le unghie, nelle scarpe, nelle orecchie, nelle mutande, nel cibo… dopo diversi giorni e numerose docce, continuo a trovare mucchietti di silicio nei posti più singolari.

Insomma, dalla maniera in cui vi ho raccontato di Fraser vi sembrerà che abbia sprecato soldi e tempo. Che dire… no, dai. È comunque una visita che va fatta, se sei da queste parti. Poi sul finire del viaggio ho fatto anche conoscenze piacevoli, ho ascoltato nuove storie ed esperienze… Una volta tornati a Rainbow Beach ho anche avuto modo di conoscere meglio i miei compagni di convoglio, e mi sono convinta ancora di più che è stata la barriera linguistica a rendere tutto più difficile. Quello, e alcuni membri del gruppo poco amichevoli. D’altra parte, Ila, non è che puoi sempre trovare gente disposta ad accoglierti a braccia aperte!

E così è finita anche l’esperienza sull'isola, e sono pronta per ripartire. Alle 7 di sera arriva il bus, lo stesso che mi ha portato qui; in fretta e furia carico i bagagli e corro a salutare i ragazzi che mi hanno accompagnato in questi giorni. In viaggio invece mi seguono Marina, Leah e Bronagh, anche loro dirette a nord, ma verso destinazioni diverse: Hervey Bay e Cairns. E per Cairns sono 14 ore di pullman. Mi sento molto, molto fortunata, con le mie 3 ore e mezza di tragitto, anche se quando arriverò sarà praticamente notte inoltrata e non so chi mi verrà a prendere.

Riepilogo:

140 km

Km totali percorsi: 17.310

Fermi lì, inutile andarvi a rileggere le righe precedenti, non ho ancora svelato la mia nuova meta. Ma è ora di farlo: vado a Childers!